Roma. Sei miliardi di euro di tagli. In poco più di un’ora, il Consiglio dei ministri ha approvato ieri nel post fiducia il disegno di legge sulla stabilità. Le sottrazioni più dolorose arrivano per la sicurezza, drenata per circa 60 milioni: tra le voci, due milioni di euro per le spese di vitto del personale fuori sede dell’arma dei carabinieri e della Guardia di finanza impiegato per il servizio di ordine pubblico. E soprattutto, «al fine di razionalizzare e riorganizzare la spesa», tagli alla sicurezza calcolati in 10 milioni di euro per l’anno 2012 e di 50 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013, nella misura del 50 per cento per la Polizia di Stato e del 50 per l’Arma dei carabinieri. Tempo di austerity anche per il personale volontario dei vigili del fuoco, con le retribuzioni che scendono a 57 milioni di euro per il 2012 e a 30 per il 2013. Tengono, nel senso che restano catastrofici, i tagli ai Beni culturali che vedono mantenuti intatti i fondi per il funzionamento della macchina. Cambiano destinazione d’uso, inoltre, i fondi che dovevano finanziare la banda larga. I proventi aggiuntivi dell’asta per le frequenze 4G non verranno investiti nel settore tlc. Il miliardo e mezzo finirà per metà al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per l’altra al fondo del ministero dell’Economia per gli ”interventi urgenti”. Ma c’è anche il codice La Russa, che invece ha fatto sapere che l’altro 50 sarà dirottato al comparto sicurezza e difesa. Falcidiate Inps, Inpdap e Inail. Nell’ambito della propria autonomia dovranno ridurre le proprie spese di funzionamento “in misura non inferiore, in termini di saldo netto, di 60 milioni per il 2012; 10 milioni per il 2013 e 16,5 milioni a decorrere dal 2014”. Si dice quanto, ma non si spiega come. Anche perché sarebbe esercizio di fantasia sin troppo impegnativo. Varata inoltre la tassa per i concorsi pubblici, dieci o quindici euro per “diritti di segreteria”, arriva un’ulteriore stretta sulla scuola. Distacchi, aspettative e permessi del settore scuola saranno ridotti del 15 per cento a partire dall’anno prossimo. «Al fine di valorizzare le professionalità del personale scolastico», recita il ddl.
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lunedì 17 ottobre 2011
venerdì 14 ottobre 2011
Il presidente emerito della Consulta: «Napolitano non sarà contento della soluzione scelta da Berlusconi»
Roma. In un’aula semideserta, Silvio Berlusconi sale in cattedra per trentacinque
minuti cercando di rassicurare tutti sulla tenuta della maggioranza. Ma la
reazione più entusiastica che riesce a suscitare il presidente del Consiglio è
nella collezione di sbadigli di Umberto Bossi. Durante il discorso del premier,
il Senatùr dilata le mascelle per diciotto volte: uno sbadiglio ogni due
minuti. Ciononostante il leader della Lega assicura che «Sì. Il discorso di
Berlusconi mi ha convinto». Il sonno porta consiglio. Sfiduciato di fatto all’indomani
dell’approvazione del rendiconto, intenzionato a rispedire al Senato la legge
sul consuntivo bocciata a Montecitorio, «Berlusconi ha scelto di ricorrere a
una linea difensiva per limitare i danni», spiega a liberal il presidente emerito della
Consulta, Cesare Mirabelli. «La strada maestra che gli avrebbe permesso di
riavere piena legittimazione di fronte alle Camere», spiega l’ex vicepresidente
del Csm, «avrebbe dovuto essere quella delle dimissioni, e di un eventuale
incarico bis».
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sabato 8 ottobre 2011
"Anna Politkovskaja, un simbolo per non arrendersi al bavaglio". A tu per tu con Ottavia Piccolo.
Da Liberal 8 ottobre 2011
Roma. «Sono passati cinque anni dalla morte di Anna Politkovskaja, ma il suo coraggio e la sua onestà continuano a vivere dopo di lei. Pur di raccontare ciò che ha visto, la giornalista russa ha sacrificato la sua vita. In un momento tanto difficile per l’informazione, la sua figura ci ricorda che il diritto di sapere dipende dal dovere di informare. Tutti noi abbiamo ancora tanto bisogno di Anna. È un simbolo che deve aiutarci a non rassegnarci». Regina del teatro italiano, Ottavia Piccolo calca da qualche anno le scene di tutta Italia con l’intensa intepretazione di un monologo di successo (meritatissimo, e incoronato da ben tre premi Enriquez) dedicato alla giornalista della Novaja Gazeta. Scritto da Stefano Massini, per la regia di Silvano Piccardi e le musiche a cura dell’arpista Floraleda Sacchi, Donna non rieducabile è al Teatro India di Roma fino al 9 ottobre. E nonostante veleggi ormai verso le cento repliche, sarà ancora a Perugia, Bergamo, Cagliari e molte altre province d’Italia.
Roma. «Sono passati cinque anni dalla morte di Anna Politkovskaja, ma il suo coraggio e la sua onestà continuano a vivere dopo di lei. Pur di raccontare ciò che ha visto, la giornalista russa ha sacrificato la sua vita. In un momento tanto difficile per l’informazione, la sua figura ci ricorda che il diritto di sapere dipende dal dovere di informare. Tutti noi abbiamo ancora tanto bisogno di Anna. È un simbolo che deve aiutarci a non rassegnarci». Regina del teatro italiano, Ottavia Piccolo calca da qualche anno le scene di tutta Italia con l’intensa intepretazione di un monologo di successo (meritatissimo, e incoronato da ben tre premi Enriquez) dedicato alla giornalista della Novaja Gazeta. Scritto da Stefano Massini, per la regia di Silvano Piccardi e le musiche a cura dell’arpista Floraleda Sacchi, Donna non rieducabile è al Teatro India di Roma fino al 9 ottobre. E nonostante veleggi ormai verso le cento repliche, sarà ancora a Perugia, Bergamo, Cagliari e molte altre province d’Italia.
Ottavia, che cosa ti ha spinto ad accettare la sfida di raccontare Anna Politkovskaja?
Nel tempo di internet l’informazione è in apparenza sempre più libera e sfuggente alle maglie del potere. Ma anche se in parte è così, è cresciuta molto anche la possibilità di manovrarla ad arte. Raccontare ciò che si vede senza sconti, senza paura delle conseguenze proprio come faceva Anna Politkovskaja, è stato e resta pericoloso ancora oggi. E qualche volta, come sappiamo bene anche in Italia, ci si rimette la pelle.
“Donna non rieducata” si compone di alcuni estratti della sua attività giornalistica. Ma che cosa ti ha colpito di lei in quanto donna?
La sua apparente tranquillità. Una specie di quieta ostinazione che la portava in terre pericolose in cui sapeva benissimo di essere una presenza scomoda. Sapeva anche di non poter fare altrimenti. La forza della verità, la voglia di raccontarla, l’ha indotta a non tirarsi mai indietro. Non solo a parole, ma anche con i fatti.
Ha salvato molte vite senza mai un accenno autoreferenziale.
Anche lei, come Perlasca, ha salvato vite umane pensando che al suo posto tutti avrebbero fatto la stessa cosa. Nonostante gli orrori di cui fu testimone, dai desaparecidos ceceni alle torture, Anna aveva ancora grande fiducia nell’umanità.
Non si era mai data arie.
Era una donna riservata ma caparbia. Viveva il suo mestiere come una specie di obbligo. Era nata a New York, aveva passaporto americano e un nome ormai consolidato che le avrebbe permesso di condurre una vita serena. Eppure continuò a considerarsi una persona normale, che si limitava a fare il suo mestiere.
Quanto bastava perché il Cremlino la definisse iuna “donna non rieducabile”.
Ciò che addolora è che dai suoi scritti non traluce mai accanimento ideologico. Raccontava ciò che vedeva con rigore e lucidità perché non ancorava la sua libertà di pensiero al pregiudizio. La forza dei suoi scritti è tutta nei fatti che racconta.
Che cosa direbbe di quello che accade oggi, se fosse ancora viva?
Devo rivelare una cosa. Sua figlia Vera mi ha confessato di recente che aveva strappato alla madre una promessa. Vera si fece giurare che non appena fosse rimasta incinta, Anna avrebbe lasciato la Cecenia per starle vicina. Non ci fu il tempo. Quando Vera seppe di aspettare un figlio, la promessa di Anna fu spezzata da due colpi di pistola.
Da quel giorno a oggi le indagini hanno fatto qualche passo in avanti seppur tra grandi ostacoli. Sapremo mai la verità?
Credo che la verità sulla sua morte resterà insoluta, come insolute restano tante vicende oscure che ancora oggi interrogano l’Italia, da Piazza Fontana a Ustica. Forse è questa inquietudine, questo senso vischioso di mistero, che spiega la grande attenzione che l’opinione pubblica italiana ha riservato alla giornalista russa.
Da noi i segreti di Stato sono una specie di format. Ma quando smetti i panni di attrice, e diventi anche tu un po’ spettatrice, che cosa vedi negli occhi di chi ha sentito il monologo?
Molti vogliono conoscere altri dettagli, chiedono chiarimenti, cercano risposte al loro stupore o testimoniano il loro rammarico. Mi accorgo che gli italiani hanno tanto bisogno di verità. La gente ha bisogno di sapere.
“Bisogno”. Una parola che assomiglia a un doppio schiaffo. A chi dice che “la cultura non si mangia” e che gli italiani vogliono solo le veline perché tanto la maggior parte ha la quinta elementare.
L’attenzione ricevuta da Donna non rieducabile dice che il teatro civile, come la tv cosiddetta impegnata, è vivo e coinvolge persone di ogni genere ed estrazione sociale. La gente si accorge di aver bisogno di piccole schegge di verità da fare stridere nei placidi ingranaggi della quotidianità. Eppure qualcuno maligna.
Maligna anche tu.
Qualche solone dice che raccontare vicende come quelle della Politkovskaja, significhi mercificare la cultura. Io preferisco la gente che sgomita in piazza per ascoltare un premio Nobel, piuttosto che quella che si scalmana per i provini del Grande Fratello.
La Politkovskaja e il Grande Fratello, due modi di raccontare la realtà?
C’è un raccontare, come quello di Anna, che equivale ad agire. È un non lasciare che le cose, o parte delle cose, accadano. (f.l.d.)
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giovedì 22 settembre 2011
Silvio e Gianpi, ecco come il giro della patonza manda in tilt le procure d'Italia
Da Liberal 22 settembre 2011
Roma. La competenza per la presunta estorsione ai danni di Silvio Berlusconi nell’ambito del caso escort è a Roma. Ma anche no. Perché in seguito al provvedimento firmato dal gip di Napoli, Amelia Primavera, in risposta alla richiesta di scarcerazione di Gianpaolo Tarantini, la procura del capoluogo campano ha presentato allo stesso giudice e al Tribunale del riesame un’istanza che chiede l’annullamento dell’ordinanza. I magistrati napoletani Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli, ritengono infatti che dai fatti contestati ai fratelli coltelli Lavitola e Tarantini, non sia possibile stabilire con esattezza l’esatta collocazione. Per il gip Primavera, il luogo dove si sarebbero consumati i reati contestati a Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola doveva essere individuato nella Capitale, dove la segretaria di Berlusconi, Marinella Brambilla, ha confezionato il plico di banconote a vantaggio dell’editore de l’Avanti!.Una tesi su cui i pm napoletani non concordano, in quanto il suddetto non fu certo l’unico passaggio di denaro dalla presunta vittima, Silvio Berlusconi, ai presunti estorsori.
La Procura capeggiata da Giandomenico Lepore è persuasa che esistano sufficienti elementi perché l’indagine sugli strani spin doctor chiamati a trarre d’impaccio il Cavaliere possa procedere. L’altro ieri d’altra parte, seppure euforico, non riusciva a crederci nemmeno Niccolò Ghedini: «Avevamo presentato una memoria alla Procura di Napoli per chiedere che la competenza fosse trasferita a Roma. Ora vediamo che il gip prende questa decisione, tra l’altro ritenendo credibili le dichiarazioni del presidente Berlusconi contenute nella memoria». Che le dichiarazioni del premier siano state ritenute credibili, è una circostanza che stupisce persino lui. Perché ai pm napoletani, sembrano infatti le solite dichiarazioni del Cavaliere. La memoria depositata dal premier appare «in ogni sua parte generica e imprecisa», recita l’istanza depositata al Riesame dalla Procura, caratterizzata da «inattendibilità e ricercata lacunosità», che emergerebbe «dalla stessa volontà della parte offesa Berlusconi di sottrarsi alla doverosa escussione testimoniale». Più che un’istanza, una fulminante biografia. Che però difficilmente riuscirà a modificare il corso degli eventi. È probabile che la richiesta di Napoli si chiuda in un nulla di fatto, e la competenza dell’inchiesta traslochi a Roma come stabilito dal giudice per le indagini preliminari, Amelia Primavera. Per non dire che resta in piedi, anche se decisamente in ribasso, anche l’ipotesi di affidare la competenza dell’inchiesta alla Procura di Monza, in quanto le memorie di Tarantini e di Berlusconi indicano in Arcore il luogo del summit in cui fu deciso il famoso “atto caritatevole” del valore di 500mila euro. La permanenza dell’inchiesta a Napoli, anche se improbabile, avrebbe però un effetto collaterale certo, perché se il Riesame si pronunciasse in contrasto con il gip ne nascerebbe un conflitto da dirimere in Cassazione.
Altro giro altra corsa anche a proposito della revoca dell’arresto di Gianpi e di Lavitola. Che in sussulto di garantismo, ha preferito restare latitante. Il Tribunale del riesame ha rinviato a venerdì la decisione che potrebbe portare alla scarcerazione dell’imprenditore barese detenuto a Poggioreale (quasi un omaggio ai papponi del posto cantati da De Andrè). Ma in ogni caso pare che la procura sia favorevole alla concessione degli arresti domiciliari al giovane businessman. Ma se i calzini dei pm napoletani, devono apparire in queste ore al Cavaliere decisamente viola, di coloritura non meno “stravagante", come l’ha definita una delle sue testate giornalistiche, gli sembreranno quelli del procuratore Edmondo Bruti Liberati. Il magistrato che si è occupato del caso Ruby ha annunciato in una nota di essersi «costituito in giudizio con la richiesta che la Corte dichiari inammissibile o, in subordine, infondato il conflitto». Il riferimento è alla scorsa estate, quando la Camera aveva sollevato il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il Tribunale di Milano presso la Corte Costituzionale, che nel luglio scorso l’aveva dichiarato ammissibile.
Sembra quindi che il caos domini sovrano, nelle Procure italiane. Ma la verità è che non è facile per nessun giudice orientarsi in questo folle Indovina Chi postribolare (“con i lisci o con i ricci, importanti questi indizi! Porta le mutande, il prezzo quant’è?“) tra le ville del premier. Merce volatile come la “patonza”, “deve girare”, come ha ricordato il monomandatario per l’Italia. E massicci quantitativi per consumo personale rendono volatili data e luogo di macellazione del prodotto. I pacchetti di carne di Gianpi erano come le crociere full optional: asole comprese. (f.l.d)
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mercoledì 21 settembre 2011
E se dopo 37 colpi ad personam, Silvio Martello venisse condannato?
Roma. Questa volta ha vinto la naturale ritrosia verso le aule di tribunale e si è presentato puntuale in procura. Attorno alle undici Silvio Berlusconi si è materializzato a Milano per prendere parte all’udienza sul caso Mills che lo vede imputato per corruzione in atti giudiziari. Pur di presenziare alla ripresa del dibattimento dopo la pausa estiva, il presidente del Consiglio ha persino cambiato in corsa la sua agenda. Quella diurna, per lo meno. Il premier ha infatti annullato la trasferta a New York dove avrebbe dovuto partecipare all’assemblea dell’Onu con all’ordine del giorno il conflitto israelo-palestinese, forse nell’intento di placare l’opposizione che ne critica la scarso feeling con i processi a suo carico. Ma il presidente del Consiglio non si è concesso però stavolta all’usuale conferenza pre-processuale che di solito lo vedeva arringare piccoli gruppi di pensionati chiamati ad applaudire le sue tirate contro la magistratura cancerosa. Per il semplice fatto che questa volta non c’era nessuno. Neanche a pagarlo. Ad attendere il premier c’erano invece i giornalisti, che prima dell’ingresso in aula si sono limitati a rivolgergli un quasi ironico “come sta?”. «Io bene, voi invece avete delle brutte facce», ha risposto difilato. Soltanto una rapida gag, purtroppo l’unica della giornata. Perché una volta uscito dall’aula verso le 13 e 20, Berlusconi non ha rilasciato altre dichiarazioni ai cronisti, affidando loro nient’altro che il sorriso di fabbrica. E così, ma tu guarda che strana giornata, la battuta per i taccuini la regala nientemeno che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. «Si apre all’Onu un’assemblea di straordinaria importanza», ha detto, «che discuterà con la presenza di tutti i leader del mondo del Medio Oriente, della Libia, e comincerà a discutere della rivendicazione palestinese ad essere uno stato». «Ci saranno tutti», ha ammonito Bersani, «ma l’Italia non ci sarà, perché evidentemente per Berlusconi ormai è più imbarazzante il tribunale dell’Onu del tribunale di Milano». D’altra parte non c’era granché da preoccuparsi, per l’ipotesi di reato che gli hanno contestato i magistrati milanesi. Vera o falsa, l’accusa di aver versato 600mila dollari all’avvocato inglese David Mills affinché rendesse una testimonianza piuttosto “timida" sulle tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian, reca come data di scadenza febbraio 2012. Quando preferibilmente scatterà la prescrizione, secondo apposita legge ex Cirielli confezionata su impulso dello stesso imputato. Forse la ragione che ha spinto il Cavaliere a definirlo «un processo già morto». Almeno per lui. Perché Mills ha invece ricevuto una condanna per corruzione in primo e secondo grado, per godere della prescrizione a reato ormai accertato: è stato giudicato corrotto, è stato provato che il denaro da lui percepito sia servito a salvare da gravi accuse il presidente del Consiglio, e tuttavia non sarà forse possibile individuare il suo corruttore. Perché a rigor di logica, esiste un corrotto soltanto se c’è un corruttore. E se non c’è un corruttore, esiste soltanto un idiota. Un’aporia che sarà stata fortemente sentita anche dai magistrati milanesi che lavorano sul caso Mills. E che hanno la ferma intenzione di arrivare a sentenza. Nel pomeriggio giudici hanno infatti accolto la richiesta del pm Fabio De Pasquale, stornando una decina di testi richiesti dalla difesa, evidentemente ritenuti innecessari. Il nuovo calendario prevede quindi solo la deposizione di Mills, il 24 ottobre, e quella dello stesso Berlusconi, quattro giorni dopo. Che tradotto vuol dire la concreta possibilità di arrivare alla fine del processo prima che scatti la prescrizione. Con una condanna o un’assoluzione. «La presenza della difesa è ormai inutile in questo processo», ha commentato l’avvocato difensore del premier, Niccolò Ghedini. C’è da capirlo. La presenza della difesa è molto più utile in Parlamento. Ma se l’improvvisa accelerazione impressa dai pm ha trasformato la giornata milanese da interlocutoria a preparatoria di un altro caldissimo scontro tra stati di diritto paralleli, a Napoli non si registrano novità. Da più di ventiquattro ore è scaduto il limite massimo fissato dai pubblici ministeri partenopei per sentire Silvio Berlusconi in qualità di parte lesa nell’inchiesta sulla presunta estorsione attuata da Tarantini e da Lavitola. E se i legali del premier dovessero reiterare nei prossimi giorni l’indisponibilità del loro assistito, i magistrati potrebbero forzarne la volontà attraverso l’accompagnamento coatto in tribunale. La decisione dovrebbe passare in ogni caso dalla preventiva autorizzazione della Camera. Ma il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha sentito comunque la necessità di mettere le mani avanti. Se arrivasse la richiesta dei giudici «noi gliela rimandiamo subito indietro», ha tuonato il deputato pidiellino spacciando la cosa per un’incredibile notizia. «Spero che non facciano un atto di così grave irresponsabilità e così marcatamente destabilizzante». ha aggiunto usando termini che sarebbero calzati a perfezione alla sua vecchia cara P2. Tutto secondo copione dell’ultimo libro contro le toghe rosse consegnato agli annali dallo stesso Cicchitto: “L’uso politico della giustizia”. Che vista l’esperienza cumulata da mattatore (37 leggi ad personam votate senza neanche pensare) in questi anni di berlusconismo, avrebbe potuto incidentalmente dissertare anche su “L’uso giuridico della politica”. Un filino destabilizzante anche quello, non c’è che dire. Proprio come un membro della P2 che riscuote ogni mese laute cifre da parlamentare per decidere il destino del Paese.
Ma la procura di Napoli sembra voler gettare al momento acqua sul fuoco. Prima di dare corso a iniziative formali, la procura campana attenderà che si definisca la questione della competenza. E soltanto in secondo momento, come spiegato dal procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, si passerebbe alla richiesta di accompagnamento coatto in tribunale per Silvio Berlusconi. Per il quale, ha chiarito lo stesso procuratore, non è stato fissato “nessun ultimatum”. Il provvedimento, ha assicurato Lepore, costituirebbe semmai soltanto una “extrema ratio”. Il pool di onorevoli-legali al servizio di Berlusconi difficilmente consiglieranno però al loro assistito-capo di partito di testimoniare. Gli avvocati temono infatti che la convocazione dei pm napoletani sia una sorta di trappola per il loro cliente. Uno stratagemma che potrebbe farlo entrare in Procura da testimone per farlo uscire da indagato. I difensori del premier hanno di che preoccuparsi, in effetti. Ascoltato nel ruolo di testimone, il premier infatti non avrebbe modo di preparare con loro una linea processuale, e di parlare insomma a ruota libera. Circostanza che di solito, fuori o dentro dai tribunali ha sempre messo il Cavaliere in un mare di guai. Per concludere, arrivano ulteriori sviluppi, anche dalla procura di Bari, dove conclusa l’indagine sulle escort portate da Gianpaolo Tarantini nel lettone del premier, si è aperto un nuovo filone investigativo che riguarda il tentativo, poi fallito, di Gianpi di mettere le mani su appalti di alto livello: un affare da 55 milioni da smembrare e da far vincere agli amici. A quella riunione parteciparono Tarantini, Lea Cosentino (all’epoca dg della Asl Bari e perciò ribattezzata ’lady Asl’) e gli imprenditori pugliesi Cosimo Catalano della ’Supernova’ di Lecce ed Enrico Intini. Poi dicono che l’utilizzatore finale delle escort fosse il povero Silvio. A lui, semmai, non resta che il lamento di Carlo Martello, di cui, secondo la D'Addario non può portare degnamente il soprannome metaforico. («Si è scusato, ha fatto cilecca ma ha giurato che era la prima volta», tramanda la donna con tenerezza materna). Gli altri si prendono Finmeccanica con quattro baldracche sovrapprezzo da girare al pollo di turno. E a lui, il Cavaliere tocca invece solo il rimpianto del re dei franchi: «È mai possibile o porco di un cane che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi puttane?». E dire che «pria di (s)partire v'eran tariffe inferiori alle tremila lire». Maledetto euro. (f.l.d)
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giovedì 8 settembre 2011
Io che ho fondato Forza Italia vi dico: «Camerieri del Pdl, ribellatevi contro Silvio e smettetela di stare inginocchiati. Per il bene del Paese reagite a questa vergogna»
Da Liberal 8 settembre 2011 Lettera aperta di Alfredo Biondi agli ex colleghi del Pdl
Roma. L’intervista che l’amico Pisanu ha rilasciato a Repubblica mi conforta e allo stesso tempo non fa che accrescere la mia amarezza. Anche lui, come altri compagni d’avventura liberali e cattolici, sogna forse un partito diverso perché questo non rappresenta più i suoi valori. Non è difficile scorgere nelle sue parole il profondo disincanto che deve avergli istillato la tribolata vicenda di quest’ultima manovra finanziaria. Veti, giravolte e piccoli tornaconti personali che in alcuni casi hanno placato il dissenso, devono essere sembrati anche a lui la pietra tombale di un progetto liberale fondato su ideali non negoziabili. È nei momenti di crisi, che un partito rivela la sua capacità di tenere il timone. E invece, persino in un frangente tanto grave per il futuro del Paese, la logica funzionale ha prevalso ancora una volta sull’ideale. In molti, nel Pdl, hanno alzato la voce. Ma ciò è accaduto soltanto in funzione di una partita personale. In pochi hanno pensato invece alla partita che gioca il Paese. In troppi hanno taciuto in nome di un’utile quiescenza e di una regola sovrana che si chiama sottomissione. Sono molte le ragioni che hanno condotto il partito a questa deriva. La pretesa di modellare un organo politico a struttura piramidale, non è di per sé inammissibile. Ma senza i giusti collegamenti tra il vertice e la base, la storia ci insegna che la piramide crolla. Che essa diventa il rudere di quello che era stato. Penso a quei coordinatori che per anni sono stati i missi dominici del Presidente, che sono stati scelti univocamente sulla base della fedeltà al sovrano. Penso ai mille guasti che hanno prodotto tante caricature di satrapi locali legittimati dalla sola obbedienza. Penso alle troppe volte in cui si è lasciata cadere su tutti la responsabilità dei singoli. Quante volte il disonesto è sfuggito alle conseguenze delle sue azioni a scapito dell’onesto? Si è violato un principio giuridico che deve valere a maggior ragione a tutela della credibilità del partito e degli uomini che lo rappresentano. Né va nascosta la complicità di una legge elettorale che ha prodotto come unico risultato un sistema premiante a uso e consumo del Principe. Assemblare una corte di nominati, significa snaturare la spontanea partecipazione di individui liberi. Rinunciare a quello che da sempre è il patrimonio più prezioso di un autentico partito liberale. Ciascuno, nel Pdl, è dominus ex domino. Comanda. Ma a condizione che si faccia comandare dal sovrano. Non è mia intenzione produrmi in giudizi sui singoli. Oggi, come nel ‘94, continuo a pensare che gli imputati siano da presumere innocenti. Ribellarsi non è tradire, e mi chiedo a quanti militano in buona fede, se non sia arrivato il momento del coraggio. È il momento di far scedere dal trono gli uomini, e di rimettere al loro posto i valori. I grilli parlanti come me, sono stati circondati da troppi Pinocchio armati di matterello. Ma c’è un’altra soluzione che non sia l’esilio per chi chi intende discutere? Per carità di Patria bisogna sancire una volta per tutte, o forse per la prima volta, che l’esercizio del dissenso non equivale a un delitto di lesa maestà, ma è piuttosto partecipazione creativa necessaria per dare linfa al dibattito. Un elemento vitale, senza il quale il partito, come la pianta, non mette foglie né radici, ma muore lentamente. Chi mi conosce sa bene che ho sempre espresso le mie opinioni senza remore. E che non ho mai taciuto per trarre profitto dal silenzio. Qualcuno ha parlato di tradimento, ma non hanno tradito quanti hanno lasciato il partito che ho avuto l’onore di fondare con altri. Hanno tradito quelli che sono rimasti nel disagio di una cattiva coscienza, quanti hanno lasciato che il peggio avvenisse attraverso la quiescenza e la sottomissione. Se tradire equivale a difendere gli ideali che spiravano nel ’94 in un partito liberale di massa, allora sarete tutti persuasi che tradire è un atto di coraggio. A proposito della rivoluzione liberale che anche noi sognammo per questo Paese, già Gobetti disse che compierla sarebbe stata un’impresa ardua. Essa pone al centro l’individuo, la libera critica, sull’apporto di posizioni disomogenee. Ormai vent’anni fa, prim’ancora che nascesse, era difficile immaginare dunque che Forza Italia potesse trovare tale straordinaria adesione collettiva. Ma se per un verso il partito ha realizzato la sua vocazione collettiva, d’altro canto è vero che ha fallito. Il Pdl è oggi un partito di massa, ma nient’affatto liberale. È questo il partito della libertà che molti amici hanno sognato? Mi chiedo quindi se non sia giunto il momento di immaginare un incontro tra quanti, moderati e liberali, hanno a cuore l’antica battaglia per un Paese nuovo. I motivi ispiratori che hanno portato alla nascita di Forza Italia permangono in vita ancora oggi, ma sono atrofizzati perché hanno perduto la loro capacità realizzativa. Credo che possano rifiorire pertanto in un’area di centro democratica e liberale che è la sola ad avere le carte in regola per affrontare le pressanti esigenze di un mondo nuovo. Sarebbe ingenuo pensare che la realtà contemporanea sia del tutto compatibile a quella che portò alla fondazione di Forza Italia. Ma è pur vero che, come ci insegna Cavour, per affrontare momenti delicati sia necessario “tornare allo Statuto”. Affidarsi ai valori liberali tanto trascurati in questi anni, significa immaginare una nuova forza, non conservatrice e non rivoluzionaria, ma soprattutto innovatrice. Parlo di una convergenza figlia di uno spontaneo atto costruttivo, ispirata alla concezione liberale di Malagodi: democratica e riformatrice, non del tutto uniforme ma contraria alla coazione che tanto male ha fatto all’Italia. Non ho la forza personale e politica per realizzare un progetto tanto grande. Ma ho dalla mia la persuasione che in tempi tanto duri, l’equilibrio del nostro Paese poggi sopra un filo. Molti, come me, hanno lasciato a malincuore Forza Italia, ma nessuno di loro ne ha abbandonato gli ideali. Molti ripensano con nostalgia e delusione a quel partito liberale di massa che avevamo sognato. In fondo tutti gli esuli sognano di tornare prima o poi nella propria casa. Ma per tornare a casa, occorre coraggio. (testo raccolto da f.l.d)
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Roma. L’intervista che l’amico Pisanu ha rilasciato a Repubblica mi conforta e allo stesso tempo non fa che accrescere la mia amarezza. Anche lui, come altri compagni d’avventura liberali e cattolici, sogna forse un partito diverso perché questo non rappresenta più i suoi valori. Non è difficile scorgere nelle sue parole il profondo disincanto che deve avergli istillato la tribolata vicenda di quest’ultima manovra finanziaria. Veti, giravolte e piccoli tornaconti personali che in alcuni casi hanno placato il dissenso, devono essere sembrati anche a lui la pietra tombale di un progetto liberale fondato su ideali non negoziabili. È nei momenti di crisi, che un partito rivela la sua capacità di tenere il timone. E invece, persino in un frangente tanto grave per il futuro del Paese, la logica funzionale ha prevalso ancora una volta sull’ideale. In molti, nel Pdl, hanno alzato la voce. Ma ciò è accaduto soltanto in funzione di una partita personale. In pochi hanno pensato invece alla partita che gioca il Paese. In troppi hanno taciuto in nome di un’utile quiescenza e di una regola sovrana che si chiama sottomissione. Sono molte le ragioni che hanno condotto il partito a questa deriva. La pretesa di modellare un organo politico a struttura piramidale, non è di per sé inammissibile. Ma senza i giusti collegamenti tra il vertice e la base, la storia ci insegna che la piramide crolla. Che essa diventa il rudere di quello che era stato. Penso a quei coordinatori che per anni sono stati i missi dominici del Presidente, che sono stati scelti univocamente sulla base della fedeltà al sovrano. Penso ai mille guasti che hanno prodotto tante caricature di satrapi locali legittimati dalla sola obbedienza. Penso alle troppe volte in cui si è lasciata cadere su tutti la responsabilità dei singoli. Quante volte il disonesto è sfuggito alle conseguenze delle sue azioni a scapito dell’onesto? Si è violato un principio giuridico che deve valere a maggior ragione a tutela della credibilità del partito e degli uomini che lo rappresentano. Né va nascosta la complicità di una legge elettorale che ha prodotto come unico risultato un sistema premiante a uso e consumo del Principe. Assemblare una corte di nominati, significa snaturare la spontanea partecipazione di individui liberi. Rinunciare a quello che da sempre è il patrimonio più prezioso di un autentico partito liberale. Ciascuno, nel Pdl, è dominus ex domino. Comanda. Ma a condizione che si faccia comandare dal sovrano. Non è mia intenzione produrmi in giudizi sui singoli. Oggi, come nel ‘94, continuo a pensare che gli imputati siano da presumere innocenti. Ribellarsi non è tradire, e mi chiedo a quanti militano in buona fede, se non sia arrivato il momento del coraggio. È il momento di far scedere dal trono gli uomini, e di rimettere al loro posto i valori. I grilli parlanti come me, sono stati circondati da troppi Pinocchio armati di matterello. Ma c’è un’altra soluzione che non sia l’esilio per chi chi intende discutere? Per carità di Patria bisogna sancire una volta per tutte, o forse per la prima volta, che l’esercizio del dissenso non equivale a un delitto di lesa maestà, ma è piuttosto partecipazione creativa necessaria per dare linfa al dibattito. Un elemento vitale, senza il quale il partito, come la pianta, non mette foglie né radici, ma muore lentamente. Chi mi conosce sa bene che ho sempre espresso le mie opinioni senza remore. E che non ho mai taciuto per trarre profitto dal silenzio. Qualcuno ha parlato di tradimento, ma non hanno tradito quanti hanno lasciato il partito che ho avuto l’onore di fondare con altri. Hanno tradito quelli che sono rimasti nel disagio di una cattiva coscienza, quanti hanno lasciato che il peggio avvenisse attraverso la quiescenza e la sottomissione. Se tradire equivale a difendere gli ideali che spiravano nel ’94 in un partito liberale di massa, allora sarete tutti persuasi che tradire è un atto di coraggio. A proposito della rivoluzione liberale che anche noi sognammo per questo Paese, già Gobetti disse che compierla sarebbe stata un’impresa ardua. Essa pone al centro l’individuo, la libera critica, sull’apporto di posizioni disomogenee. Ormai vent’anni fa, prim’ancora che nascesse, era difficile immaginare dunque che Forza Italia potesse trovare tale straordinaria adesione collettiva. Ma se per un verso il partito ha realizzato la sua vocazione collettiva, d’altro canto è vero che ha fallito. Il Pdl è oggi un partito di massa, ma nient’affatto liberale. È questo il partito della libertà che molti amici hanno sognato? Mi chiedo quindi se non sia giunto il momento di immaginare un incontro tra quanti, moderati e liberali, hanno a cuore l’antica battaglia per un Paese nuovo. I motivi ispiratori che hanno portato alla nascita di Forza Italia permangono in vita ancora oggi, ma sono atrofizzati perché hanno perduto la loro capacità realizzativa. Credo che possano rifiorire pertanto in un’area di centro democratica e liberale che è la sola ad avere le carte in regola per affrontare le pressanti esigenze di un mondo nuovo. Sarebbe ingenuo pensare che la realtà contemporanea sia del tutto compatibile a quella che portò alla fondazione di Forza Italia. Ma è pur vero che, come ci insegna Cavour, per affrontare momenti delicati sia necessario “tornare allo Statuto”. Affidarsi ai valori liberali tanto trascurati in questi anni, significa immaginare una nuova forza, non conservatrice e non rivoluzionaria, ma soprattutto innovatrice. Parlo di una convergenza figlia di uno spontaneo atto costruttivo, ispirata alla concezione liberale di Malagodi: democratica e riformatrice, non del tutto uniforme ma contraria alla coazione che tanto male ha fatto all’Italia. Non ho la forza personale e politica per realizzare un progetto tanto grande. Ma ho dalla mia la persuasione che in tempi tanto duri, l’equilibrio del nostro Paese poggi sopra un filo. Molti, come me, hanno lasciato a malincuore Forza Italia, ma nessuno di loro ne ha abbandonato gli ideali. Molti ripensano con nostalgia e delusione a quel partito liberale di massa che avevamo sognato. In fondo tutti gli esuli sognano di tornare prima o poi nella propria casa. Ma per tornare a casa, occorre coraggio. (testo raccolto da f.l.d)
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martedì 6 settembre 2011
Tarantini colpevole di estorsione? Abbiamo letto le carte, e qualcosa non quadra
Roma. «Lui ha detto a Nicola che il suo ruolo è fallito là, hai capito, perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». È un Gianpaolo Tarantini allarmatissimo, quello che chiama Lavitola dopo aver appreso che qualcosa sta per andare storto. Ma dietro la preoccupazione del giovane prosseneta, si nasconde forse la tessera mancante di un puzzle che ieri aveva portato all’arresto di Gianpi e consorte per estorsione ai danni del premier. E che oggi vede la procura di Lecce, che nei giorni scorsi ha ricevuto da Napoli gli incartamenti dell’inchiesta, indagare sui colleghi baresi. Per tentare di ricostruire i punti che tengono insieme questa complicata triangolazione, bisogna ritornare alla tessera iniziale. Il Nicola di cui parla Tarantini al telefono, altri non è che Nicola Quaranta, ossia il suo avvocato difensore. Lo stesso che, secondo il racconto dell’addetto alle pubiche relazioni del Cavaliere, ha appreso che Lui non può più fare niente per aiutarli ad archiviare l’inchiesta. Ma chi è Lui? E perché il suo ruolo è fallito? Nella ricostruzione di Tarantini e Lavitola, si tratterebbe del procuratore di Bari, Antonio Laudati. L’identikit arriva da un’altra conversazione, in cui il pugliese rampante lo nomina esplicitamente. «Embè, e che vantaggio ha il pm a riaprire le indagini, scusa?», gli chiede Lavitola. E Tarantini: «No, il vantaggio ce l’abbiamo noi; l’ha fatto apposta Laudati questo, perché, si sono messi d’accordo, nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non escono pubbl…non diventano pubbliche…le intercettazioni». Lavitola conferma che è la stessa opinione dei due legali chiamati a rappresentare il giovane, il succitato Nicola Quaranta e Giorgio Perroni. Secondo Gianpi, dunque, «il capo», cioè Laudati, ha cercato di insabbiare l’inchiesta. Tarantini avrebbe potuto scrollarsi di dosso anche l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Sennonché si mette di traverso la Guardia di Finanza, che nella colorita lingua del giovinastro, ha fatto «un puttanaio». Laudati è «cacato nelle mutande», racconta l’imprenditore di protesi, perché le fiamme gialle hanno consegnato in Procura una informativa esplosiva. Dentro ci sono tutte le intercettazioni tra Gianpi e il premier Silvio Berlusconi, le stesse che ancora sono coperte da segreto e avrebbero spinto Tarantini a estorcere denaro al premier per patteggiare. Una soluzione che farà in modo che queste restino sconosciute per sempre. «Dice (Laudati) che sono terrificanti», spiega Gianpi all’amico Lavitola. Laudati «non se la può più tenere questa cosa finale, la deve per forza mandare». L’inchiesta insomma, in presenza di queste intercettazioni terrificanti, non può più essere archiviata . Con grave danno per tutti. «Lui (sempre Laudati) dice che si evince chiaramente che c’e’ il reato di favoreggiamento», riferisce Tarantini. Gianpi confidava nell’archiviazione ma ora si sente braccato. Il suo santo in paradiso non può più aiutarlo.
Ed è a questo punto che probabilmente, cambia la strategia dei suoi avvocati. Ora è forse il momento in cui si comincia a puntare sul patteggiamento, che secondo la procura di Napoli diventa merce di scambio per estorcere denaro al premier. Ma è proprio vero, come raccontato da Panorama (che tra l’altro, veleno tra veleni, ha avuto accesso a carte coperte da segreto con grave disappunto dei pm napoletani), che lo stesso Tarantini abbia discolpato il premier? Berlusconi era davvero inconsapevole che le donne piegate dal suo fascino incontenibile fossero invece non proprio irraggiungibili prostitute? Panorama dice di sì, ma sul punto, incalzato da Lavitola, Tarantini tradisce un certo nervosismo. «Sul fatto che lui non lo sapeva, si», concorda l’imprenditore pugliese, «però siccome alcune sono coinvolte a Milano, confermano il fatto che erano puttane». Gianpi è preoccupato che ci sia qualche indizio capace di mettere in dubbio la buona fede del Cavaliere? Forse, bisognerà attendere. La cosa certa è invece che le intercettazioni tra il premier e Tarantini sono davvero agghiaccianti, al di là delle implicazioni penali. E ora che le Guardia di Finanza le ha trascritte, Laudati ha le mani legate. Ha provato a sopire tutto, ma ora non può più nulla, il procuratore barese. Pura millanteria del giovanotto, o ipotesi percorribile? Un riscontro in effetti c’è e risale allo scorso luglio, quando, l’ex pm barese, Giuseppe Scelsi, responsabile dell’inchiesta sulle escort di Palazzo Grazioli dal 2009, e poi trasferito alla Procura generale, scrive una lettera al Csm. Una lunga serie di accuse contro il procuratore di Bari, Antonio Laudati, che da due anni segue l’inchiesta sulle escort di Palazzo Grazioli senza venire a capo di nulla. Scelsi accusa Laudati, in particolare, di avere tenuto per sé impropriamente il rapporto della polizia giudiziaria che aveva indagato su Patrizia D’Addario e company. Laudati smentisce tutto, ma Tarantini e Lavitola sembrano tracciare un quadro compatibile. Due campanelli d’allarme. Quanto basta perché i pm napoletani Piscitelli, Curcio e Woodcock abbiano affidato alla procura di Lecce documenti e intercettazioni che fanno ombra a Laudati. Napoli dà dunque informazioni a Lecce nei giorni scorsi. Ieri arresta Tarantini e oggi Lecce indaga su Bari. Dopo questa prima ricostruzione, è il momento di porsi una difficile ma necessaria domanda: davvero Tarantini è colpevole di estorsione al premier? O qualcuno ha messo le mani nella sabbia per salvare un’inchiesta che molti volevano cadavere?(f.l.d)
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mercoledì 31 agosto 2011
Divieto di riscatto degli anni universitari? Resta sempre la suggestiva ipotesi di vendere grattachecche a Ostia
Roma. Se c’è una morale da trarre alla fine di questo ventennio tremebondo, è che a furia di gridare allo scandalo, si rischia di restare afoni. Troppi occhi, indici e colli tortili, bisognerebbe possedere per riuscire a rendere conto dell’incredibile quantità di operazioni condotte contro il diritto da questo governo. Buon ultima giunge quindi la notizia che gli anni dell’università e del servizio militare non potranno più essere conteggiati per calcolare l’età pensionabile. Per molti giovani, laureati ergo disoccupati, gli unici anni sui cui speravano di fare affidamento (dietro lauto assegno) nella suprema aspirazione di strappare un giorno la fatidica social card. Ci sono state d’altra parte in questo Paese numerose profezie che si sono autodeterminate. Tutte cattive, naturalmente. Perché quelle buone («nessuna crisi, siamo al sicuro») si sono dimostrate clamorose menzogne. Diceva il ministro Tremonti che «la cultura non si mangia». Falsità spettacolosa. Ma Thomas ci insegna che se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, in Italia diventano reali nelle loro conseguenze. A patto che facciano pena. Con il risultato che, dopo l’ignobile falcidie del diritto allo studio operata dal ministro della ex Pubblica istruzione Tremonti (nessun refuso, se il ministro fosse stata la Gelmini Giulio gliel’avrebbe detto), non solo con la cultura non si mangia più. Ma ci si mangia anche quello che ne resta in via del tutto ipotetica: “vado all’università perché spero in un futuro migliore”. «Vista e considerata la trovata del governo», spiega a liberal il coordinatore dell’Udc Lazio, Mario Falconi, «al diciottenne neodiplomato non resta che un’alternativa: o prendere la fuga verso l’estero, o restare in Italia. Più precisamente in Versilia o sul litorale di Ostia, dove troverebbe molto più saggio, confortato dalla bella stagione, andare a vendere grattachecche per cinque mesi l’anno». Stabilito dunque che è severamente vietato riscattare ai fini pensionistici gli anni universitari, peraltro a peso d’oro, la dura lezione impartita a quegli sciamannati dei nostri bamboccioni, presenta risvolti tragicomici. Specie se questi possano avere l’ardire, ad esempio, di studiare medicina. «Molti medici giungono spesso a esercitare in pianta stabile la professione all’età di quarantacinque anni», chiosa Falconi, che dell’Ordine dei medici di Roma è presidente. «Non potere riscattare circa dieci anni di studio ai fini pensionistici, significherebbe creare un gerontocomio che penalizzerà i giovani due volte. Non solo gli universitari di oggi si avventureranno negli studi con la prospettiva di lavorare mezzo secolo per una pensione vicina all’elemosina. Ma in più si troveranno la strada sbarrata perché i vecchi saranno costretti a restare sul posto di lavoro». Non bastano neppure le convincenti tesi di Benedetto Croce per lasciarsi scivolare addosso le conseguenze. Sia pure che il medico non debba essere onesto ma competente.
Ma quale schietto ed autentico liberale, accetterebbe di farsi fare un’iniezione sottocutanea dall’emulo di Abacuc, costretto a restare sul pezzo dal ministro Tremonti oltre la soglia degli ottant’anni? Epigramma e farsa sono ormai un genere indistinguibile, in questo Paese. E bisogna chiedersi semmai, dietro la serrata degli anni universitari, non sia leggibile l’atto conclusivo di una lunga guerriglia contro il diritto allo studio, alla formazione, al lavoro, condotto da questo governo contro quello che ormai, nelle dichiarazioni, si legge sotterraneo come un chiaro approdo: lo switch-off del diritto allo studio. Che non è più un diritto, libero e in chiaro per tutti, ma un pacchetto criptato acquistabile in scomode rate. Alla portata di pochi. «È una mossa di una violenza gratuita che peraltro non copre nemmeno quei quattro o cinque miliardi che mancano all’appello per far tornare i conti», commenta il coordinatore centrista, che però dissente dalla teoria di un disegno antidemocratico portato a compimento. «Sarebbe troppo prodigo attribuire al governo pretese di natura filosofica. Qui si tratta dell’ennesimo coniglio tirato fuori dal cilindro da una maggioranza che non sa a che santo votarsi. È l’ennesimo colpo last minute, che dimostra l’approccio dilettantesco di questo governo ai mali del Paese. La politica dei veti incrociati genera mostri». Ma davvero, non c’è connessione tra un governo che a oggi si compone di ombre, di seconde file della Prima Repubblica, di scorie piduiste che vivono nella Seconda meglio che nella prima, e l’assoluta indifferenza verso il nuovo? La ricerca, la formazione, il lavoro? In una parola, i giovani? Se per avere un incarico di rilievo, l’unico titolo di studio riconosciuto dal governo è un master alla Playboy Mansion di Arcore, si può poi sospettare che tanto disamore per i giovani che preferiscono tenersi addosso i vestiti, sia consequenziale? «Si dimostra ancora una volta», risponde il presidente Falconi, «che la crisi è la cartina di tornasole di una politica che resta sempre medesima, uguale a sé stessa. Si autocondanna, si getta la cenere sul capo e promette di dimagrire, di cancellare vizi e sperperi. E invece, di tutti quei comuni da accorpare, di tutte quelle province da abolire, alla prova dei fatti non resta che l’eco beffarda dell’annuncio. Togliere a chi è più debole è più facile».
Come immaginare oggi la parabola di un giovane che voglia fortissimamente studiare? «È un salto nel vuoto. Anni e anni di studio, più di dieci se l’incauto ragazzo sceglie medicina. Chi glielo dice che non basterà nemmeno aprire il forziere di famiglia, per riuscire ad andare in pensione sotto i settant’anni?», si interroga Falconi. Qual è in questa nera valle, «la risultanza e il premio d’ogni sforzo e sacrifizio umano?». Se vi piace Monicelli, vi sarete già risposti per le rime. È tornato il tempo del Cavaliere amaro.(f.l.d)
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giovedì 30 giugno 2011
La manovra economica in stile Scilipoti: processo breve, misure fittizie e tanta voglia di tirare a campare invece che tirare le cuoia
Roma. Lo stato confusionale di una maggioranza sempre più allo sbando, finita sotto sull’articolo 1 della legge comunitaria, e quindi costretta a ritirare una normativa che doveva recepire le importanti indicazioni dell’Unione europea, la dice lunga sul tipo di clima che spira oggi sul Consiglio dei ministri chiamato ad approvare la manovra economica. Fa bene Fabrizio Cicchitto a minimizzare il disastro che ieri ha visto l’opposizione prevalere con 270 voti su una maggioranza che ha registrato moltissime assenze. Più che «un incidente», come lo definisce Cicchitto, un incidente probatorio che certifica l’irresponsabile agonia di una maggioranza destinata allo scacco, ma incapace di lasciare per il bene del Paese.
Non è un caso che alla vigilia del Cdm che dovrà approvare la contestata manovra finanziaria, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, abbia lanciato l’allarme. «Non c’è dubbio che chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani», ha detto il capo dello Stato, che ha auspicato «una convergenza nell’interesse del Paese». Un auspicio doveroso, che cela però la grande inquietudine del Quirinale verso la manovra. A parole doveva dimostrare agli italiani che l’esecutivo mira a salvare i conti pubblici del Paese con animo responsabile. Ma di responsabile, nella bozza, c’è solo la logica Scilipoti trasferita alle nostre finanze: tirare a campare perché del doman non v’è certezza. Nessuna certezza tranne quella che lacrime e sangue saranno versati da chi verrà dopo di loro. Il progetto di recuperare meno di due miliardi per il 2011, cinque e mezzo l’anno prossimo, e quaranta tra il 2013 e il 2014, divisi in due comode tranche da venti miliardi ciascuna, significa soltanto una cosa. Che in questo compromesso al ribasso, tutti ci guadagnano qualcosa. Bossi incassa la modifica del Patto di stabilità da Tremonti e dà in cambio l’ok per la spazzatura di Napoli al Nord. Silvio ottiene una proroga all’agonia del suo governo – e cioè la possibilità di continuare a sfuggire alla giustizia – grazie al processo breve che ricompare con il copia e incolla, in modo incredibile, dentro la manovra. E Tremonti strappa a Berlusconi una tregua sulle tasse: non le abbasserà, e che nessuno gli rompa più le scatole. Ma ciò che nessuno ci dice è che a causa di questo governo debole, scilipotizzato dal disastro delle regionali e del referendum, ci perde l’intero Paese. Rimandare il rientro di quaranta miliardi al 2013, equivale a dire che per i prossimi due anni i falchi della speculazione finanziaria volteggeranno su di noi, in attesa di sferrare il colpo finale che ci trasformerà nella prossima Grecia. E la preoccupazione del capo dello Stato emerge davanti ai taccuini dei giornalisti: «Il 7 giugno c’è stato un documento molto puntuale della Commissione europea, che riconosceva che lo sforzo fatto rende credibile la vigilanza dei conti fino al 2012, ma che occorrono misure addizionali per il 2013-14». E sulla manovra, ha aggiunto Napolitano, «si vedrà se sarà un provvedimento che già in questa fase entra nel merito del da farsi per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013-14 o no, ma non c’è dubbio che discutendone oggi, ciascuno si prende le sue responsabilità anche per domani». E se anche Giulio Tremonti ha dovuto cedere ai desiderata di Silvio, il quadro diventa inquietante. «Sono molto preoccupato per Giulio», dice a liberal Franco Reviglio, ex ministro delle Finanze e del Bilancio, che di Giulio Tremonti è stato il mentore riconosciuto. «Ho l’impressione», spiega Reviglio, «che il ministro dell’Economia abbia dovuto cedere a un compromesso politico. Rimandare i quaranta miliardi di euro da recuperare al 2013 e il 2014, significa scaricare su chi verrà dopo i problemi di questo Paese. Ma la vera domanda da porsi è: “Basteranno i sette miliardi di tagli previsti tra quest’anno e l’anno prossimo per mettere in salvo il Paese dalla speculazione finanziaria?”. Anche se la Grecia ha approvato la manovra, il pericolo per i nostri conti resta alto. Abbiamo soltanto guadagnato un po’ di tempo». Ma al danno, ieri si è aggiunta la beffa, dicevamo. Nelle ultime venti pagine della bozza della manovra economica è stato abilmente annidato anche il processo breve, che cancella la maggior parte dei processi del presidente del Consiglio, e gli altri 100mila di cui avevano parlato il Csm e Anm dei mesi scorsi. Scorrere la bozza ha dell’incredibile: in capitoli che dovrebbero riguardare la gestione economica della cosa pubblica, compaiono interi paragrafi del disegno di legge più noto come “ammazzaprocessi”. Parola per parola, senza neppure il disturbo di confondere le acque. Nell’articolato si legge infatti che «Il processo penale si considera iniziato alla data di assunzione della qualità di imputato. Non rilevano, agli stessi fini, i periodi conseguenti ai rinvii del procedimento richiesti o consentiti dalla parte, nel limite di novanta giorni ciascuno». E sui tempi del processo, si ribadisce che «Non sono considerati irragionevoli, nel computo del periodo di cui al comma 3, lettera a), i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, di due anni per il grado di appello e di ulteriori due anni per il giudizio di legittimità, nonché di un altro anno per ogni successivo grado di giudizio nel caso di giudizio di rinvio. Il giudice, in applicazione dei parametri di cui al comma 2, può aumentare fino alla metà i termini di cui al presente comma».
Chiave di volta per capire l’inghippo è la legge Pinto sull’equa riparazione, che prevede un indennizzo se il cittadino si trova ad affrontare un processo di primo grado più lungo di tre anni. La manovra stabilisce invece che il nuovo termine massimo scende a due anni, e che il termine decorre dal momento della richiesta di rinvio a giudizio. E non dall’inizio del processo. Giustappunto una soluzione ad hoc per l’imputato Berlusconi. Lo stesso che lascia al prossimo governo 40 miliardi sul groppone. E un futuro ancora più precario di questo terribile passato prossimo, chiamato berlusconesimo.
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mercoledì 29 giugno 2011
Il Csm boccia l'emendamento Pini, un altro dei bacilli vergognosi iniettati nel cuore della democrazia
Roma. Annidato nella legge comunitaria 2010 tra una regola per etichettare la mortadella e una sanzione per le uova avariate, il microscopico batterio inoculato dal leghista Pini aveva rischiato di far andare a male anche gli ultimi brandelli sani della nostra democrazia. Era stata la piddina Donatella Ferranti, a scovare l’ultimo dei simpatici bacilli sperimentati contro le toghe rosse negli indefessi laboratori berlusconiani. Che cosa ci facesse una legge contro i giudici in un disegno di legge che doveva accogliere gli obblighi derivanti dalla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, non è dato sapere. Ma certo è che il simpatico bacillo aveva i tipici tratti dell’Escherichia coli. Invisibile a occhio nudo, trasmesso per via oro-fecale direttamente alla penna dell’estensore, e a forma di bastoncello diritto. Puntato contro i giudici cancerogeni, naturalmente. E cioè tutti, tranne quelli che non non siano papabili, o già papati, nel Pdl.
E proprio sull’emendamento Pini, si sono espresse ieri le toghe in un documento. Le nuove norme, scrive il Csm in un parere approvato a larga maggioranza (19 sì contro 4 no), sono un «rischio» per i «principi di autonomia e indipendenza della magistratura». Stabilire infatti che i giudici siano punibili non solo per dolo o colpa grave come allo stato attuale, ma anche per «manifesta violazione del diritto» come vuole il leghista Pini (non proprio un giurista, visto che è un perito industriale che opera nel ramo alimentare), significa pressoché processare i giudici ad libitum, e cioè secondo gli interessi della personam (la solitam) che si ritiene danneggiata, ad esempio. L’emendamento, denuncia il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, introduce «una responsabilità civile dei giudici sostanzialmente senza limiti, in contrasto con l’indipendenza dei giudici e con il diritto dell’Unione europea, che la impone». Le conseguenze di un simile intervento sono presto dette. «È evidente», spiega il Csm, «che un rischio eccessivamente elevato di incorrere in responsabilità civile diretta o indiretta avrebbe un effetto distorsivo sull’operato dei magistrati, i quali potrebbero essere indotti, al fine di sottrarsi alla minaccia della responsabilità, ad adottare, tra più decisioni possibili, quella che consente di ridurre o eliminare il rischio di incorrere in responsabilità, piuttosto che quella maggiormente conforme a giustizia».
Il documento approvato dal plenum dei magistrati, precisa poi che al contrario di quanto sostenuto dai berluscones, l’emendamento Pini non ci è stato imposto dalla Corte di giustizia europea al fine di modificare radicalmente la disciplina sulla responsabilità dei magistrati. Ma che lo siamo imposti da soli, e peraltro siamo gli unici che in Europa ne hanno sentito la necessità. Contrariamente alle quotidiane geremiadi dei pidiellini, i giudici non affatto a legibus soluti, come loro sognerebbero di essere, in un tipico fenomeno di transfert freudiano. Le norme che regolano la responsabilità civile dei magistrati, sono infatti in Italia le stesse che valgono per tutti i dipendenti pubblici. Motivo per cui il Csm bolla l’emendamento Pini come «un inedito nel panorama europeo». Ad eccezione dei membri laici del Pdl, Annibale Marini, Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon, che non hanno approvato il documento, e hanno accusato invece il Consiglio superiore di comportarsi come una «Terza Camera», in quanto l’opinione espressa dal Csm è arrivato in coincidenza con l’esame dell’emendamento ieri al vaglio della Camera. Come dire che se il Parlamento discute una legge che obbliga tutti a cantare “Meno male che Silvio c’è” in pausa pranzo, è vietato prendere posizione. Bisogna farlo dopo, quando abbiamo già tutti la bocca impegnata, e nessuno penserà che il fine della protesta è passare per la “Terza Camera”.
E difatti, il vicepresidente del Csm, il centrista Michele Vietti, ha replicato ai membri laici: «Se non ora quando?». «È doveroso esprimersi prima che le norme siano approvate», ha ricordato l’ex deputato udc, anche per «segnalare al ministro eventuali ricadute negative». E che Giorgio Napolitano, che di Palazzo dei Marescialli è il presidente, ha dato il via libera alla discussione. Ma il documento del Csm ricorda anche che all’articolo 47, la Carta di Nizza «impone come garanzia fondamentale l’indipendenza del giudice mentre l’attuale formulazione della norma prevede la responsabilità diretta del giudice senza limiti». Ragion per cui, argomenta il primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, «è anomalo e paradossale che un adattamento a una legge comunitaria sia invece in contrasto con il diritto dell’Unione europea».
E visto che il problema non è chi intercetta i reati di una classe dirigente tra le peggiori mai apparse in Italia, ma chi ne scopre come minimo l’indegnità morale, non si perde tempo neppure sulle legge bavaglio per fermare le intercettazioni che hanno fatto emergere la P4. In prima linea c’è Fabrizio Cicchitto, che essendosi fermato alla P2, probabilmente si sente scavalcato dai tentativi d’imitazione dell’originale. Ma nel pomeriggio, anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, rilancia: «Rinnovare l’offerta di un dialogo all’opposizione sulle intercettazioni è giusto e saggio», nonostante il niet della Lega. «Abbiamo escluso subito si possa parlare di un decreto legge», aggiunge Frattini,«ci sono provvedimenti già in Parlamento ed è possibile già lavorare su quelli». Sarebbe un peccato buttare tre anni di duro lavoro, sempre sulla stessa cosa. E poi perché indagare sulla integrità delle istituzioni, quando si ha la possibilità di fare una bella commissione d’inchiesta su ciò che invece è del tutto legittimo? Frattanto, il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa chiude la porta: «Temiamo che a Berlusconi interessi solo riprendere al più presto la sua guerra personale con i giudici. E noi, naturalmente, non lo seguiremo. Non sono le intercettazioni, i processi brevi e lunghi, i provvedimenti punitivi nei confronti dei pm, gli attacchi al Csm, la priorità dell’Italia». Sordo al dialogo, sembra anche il Pd. «Per fare luce sulle trame oscure della P4 e sulla rottura delle regole democratiche secondo noi occorre una commissione di inchiesta del Parlamento», precisa il deputato Roberto Zaccaria. Eppure il ministro Frattini assicura che «ci sono dei principi, come il divieto della pubblicazione di atti non penalmente rilevanti, su cui anche la sinistra è d’accordo». Le cose, come spesso accade quando il Pdl tenta di descrivere la realtà (tipo le bombe pacifiche in Libia) stanno esattamente al contrario. Pier Luigi Bersani ha ricordato che «è inutile che il governo citi la proposta Mastella. Se gli va bene la nostra noi ci stiamo. Il problema è che a Berlusconi non va bene questa soluzione». E considerato che anche Massimo D’Alema sostiene che «ora è molto tardi per fare una legge sulle intercettazioni e del tutto inopportuno intervenire per decreto», è abbastanza immaginifico sperare che l’opposizione si presti al nuovo eccitante capitolo della legge bavaglio. Questione di eterogenesi dei fini. O meglio, per dirla con il lessico spiccio di Bisignani, «con le regole normali lo condannano sicuro, finisce la festa per tutti». Frase penalmente non rilevante, forse. Che purtroppo, adesso, gli italiani conoscono.
E proprio sull’emendamento Pini, si sono espresse ieri le toghe in un documento. Le nuove norme, scrive il Csm in un parere approvato a larga maggioranza (19 sì contro 4 no), sono un «rischio» per i «principi di autonomia e indipendenza della magistratura». Stabilire infatti che i giudici siano punibili non solo per dolo o colpa grave come allo stato attuale, ma anche per «manifesta violazione del diritto» come vuole il leghista Pini (non proprio un giurista, visto che è un perito industriale che opera nel ramo alimentare), significa pressoché processare i giudici ad libitum, e cioè secondo gli interessi della personam (la solitam) che si ritiene danneggiata, ad esempio. L’emendamento, denuncia il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, introduce «una responsabilità civile dei giudici sostanzialmente senza limiti, in contrasto con l’indipendenza dei giudici e con il diritto dell’Unione europea, che la impone». Le conseguenze di un simile intervento sono presto dette. «È evidente», spiega il Csm, «che un rischio eccessivamente elevato di incorrere in responsabilità civile diretta o indiretta avrebbe un effetto distorsivo sull’operato dei magistrati, i quali potrebbero essere indotti, al fine di sottrarsi alla minaccia della responsabilità, ad adottare, tra più decisioni possibili, quella che consente di ridurre o eliminare il rischio di incorrere in responsabilità, piuttosto che quella maggiormente conforme a giustizia».
Il documento approvato dal plenum dei magistrati, precisa poi che al contrario di quanto sostenuto dai berluscones, l’emendamento Pini non ci è stato imposto dalla Corte di giustizia europea al fine di modificare radicalmente la disciplina sulla responsabilità dei magistrati. Ma che lo siamo imposti da soli, e peraltro siamo gli unici che in Europa ne hanno sentito la necessità. Contrariamente alle quotidiane geremiadi dei pidiellini, i giudici non affatto a legibus soluti, come loro sognerebbero di essere, in un tipico fenomeno di transfert freudiano. Le norme che regolano la responsabilità civile dei magistrati, sono infatti in Italia le stesse che valgono per tutti i dipendenti pubblici. Motivo per cui il Csm bolla l’emendamento Pini come «un inedito nel panorama europeo». Ad eccezione dei membri laici del Pdl, Annibale Marini, Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon, che non hanno approvato il documento, e hanno accusato invece il Consiglio superiore di comportarsi come una «Terza Camera», in quanto l’opinione espressa dal Csm è arrivato in coincidenza con l’esame dell’emendamento ieri al vaglio della Camera. Come dire che se il Parlamento discute una legge che obbliga tutti a cantare “Meno male che Silvio c’è” in pausa pranzo, è vietato prendere posizione. Bisogna farlo dopo, quando abbiamo già tutti la bocca impegnata, e nessuno penserà che il fine della protesta è passare per la “Terza Camera”.
E difatti, il vicepresidente del Csm, il centrista Michele Vietti, ha replicato ai membri laici: «Se non ora quando?». «È doveroso esprimersi prima che le norme siano approvate», ha ricordato l’ex deputato udc, anche per «segnalare al ministro eventuali ricadute negative». E che Giorgio Napolitano, che di Palazzo dei Marescialli è il presidente, ha dato il via libera alla discussione. Ma il documento del Csm ricorda anche che all’articolo 47, la Carta di Nizza «impone come garanzia fondamentale l’indipendenza del giudice mentre l’attuale formulazione della norma prevede la responsabilità diretta del giudice senza limiti». Ragion per cui, argomenta il primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, «è anomalo e paradossale che un adattamento a una legge comunitaria sia invece in contrasto con il diritto dell’Unione europea».
E visto che il problema non è chi intercetta i reati di una classe dirigente tra le peggiori mai apparse in Italia, ma chi ne scopre come minimo l’indegnità morale, non si perde tempo neppure sulle legge bavaglio per fermare le intercettazioni che hanno fatto emergere la P4. In prima linea c’è Fabrizio Cicchitto, che essendosi fermato alla P2, probabilmente si sente scavalcato dai tentativi d’imitazione dell’originale. Ma nel pomeriggio, anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, rilancia: «Rinnovare l’offerta di un dialogo all’opposizione sulle intercettazioni è giusto e saggio», nonostante il niet della Lega. «Abbiamo escluso subito si possa parlare di un decreto legge», aggiunge Frattini,«ci sono provvedimenti già in Parlamento ed è possibile già lavorare su quelli». Sarebbe un peccato buttare tre anni di duro lavoro, sempre sulla stessa cosa. E poi perché indagare sulla integrità delle istituzioni, quando si ha la possibilità di fare una bella commissione d’inchiesta su ciò che invece è del tutto legittimo? Frattanto, il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa chiude la porta: «Temiamo che a Berlusconi interessi solo riprendere al più presto la sua guerra personale con i giudici. E noi, naturalmente, non lo seguiremo. Non sono le intercettazioni, i processi brevi e lunghi, i provvedimenti punitivi nei confronti dei pm, gli attacchi al Csm, la priorità dell’Italia». Sordo al dialogo, sembra anche il Pd. «Per fare luce sulle trame oscure della P4 e sulla rottura delle regole democratiche secondo noi occorre una commissione di inchiesta del Parlamento», precisa il deputato Roberto Zaccaria. Eppure il ministro Frattini assicura che «ci sono dei principi, come il divieto della pubblicazione di atti non penalmente rilevanti, su cui anche la sinistra è d’accordo». Le cose, come spesso accade quando il Pdl tenta di descrivere la realtà (tipo le bombe pacifiche in Libia) stanno esattamente al contrario. Pier Luigi Bersani ha ricordato che «è inutile che il governo citi la proposta Mastella. Se gli va bene la nostra noi ci stiamo. Il problema è che a Berlusconi non va bene questa soluzione». E considerato che anche Massimo D’Alema sostiene che «ora è molto tardi per fare una legge sulle intercettazioni e del tutto inopportuno intervenire per decreto», è abbastanza immaginifico sperare che l’opposizione si presti al nuovo eccitante capitolo della legge bavaglio. Questione di eterogenesi dei fini. O meglio, per dirla con il lessico spiccio di Bisignani, «con le regole normali lo condannano sicuro, finisce la festa per tutti». Frase penalmente non rilevante, forse. Che purtroppo, adesso, gli italiani conoscono.
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lunedì 27 giugno 2011
Bisignani, il Marchese del Trillo di un'Italia a immagine e somiglianza di Alberto Sordi
Roma. Lui è lui. Ma non è vero che noi non siamo niente. Prima siamo stati lo specchio in cui ha imparato a mimarci. Durante, lungo una carriera cinematografica irripetibile, ci ha presi a braccetto e ci ha fatto diventare macchiette. Ma oggi, famosi nel mondo, compiaciuti da tanta nomea, noi ne siamo la caricatura. Raffinata, parodica, o a volte soltanto ridicola. Noi italiani siamo figli degeneri di Alberto Sordi, insomma. Ostaggi felici, talvolta inconsapevoli, dei suoi personaggi.
Simile a Onofrio del Grillo, è ad esempio Luigi Bisignani. Soffre mortalmente il sistema di vincoli, di convenzioni, di dogmi arcaici e di libertà limitate del Paese. Ma come il nobile papalino non lo combatte perché ansioso di un mutamento: lo aggira da reazionario. Fa lobby per comodo, proprio ed altrui, ma a differenza del Marchese si riserva certe spavalderie («nà stronza, nà mignotta come poche») per le chiacchiere telefoniche. Come del Grillo, ama ordire scherzetti ai suoi nemici (dossier, intervistone, delazioni), ma non disdegna i poveri carbonari, ai quali spesso intesta le schede telefoniche che usa. Rispetto al mentore sordiano, non getta monete arroventate dal Palazzo. I soldi che scottano, lui preferisce non sprecarli. Sor Luigi è l’Onofrio del Grillo che si sente finalmente libero grazie al falso pudore della privacy. Le intercettazioni hanno dunque dato voce a quello che era il più conosciuto degli sconosciuti. Bisignani è il Marchese del Trillo.
Molto illuminante anche un altro personaggio di Sordi: il professor dottor Guido Tersilli. Che ha una storia molto simile a quella del nostro premier. Invece di inseguire i mutuati, neolaureato, comincia a inseguire i dindini, e grazie ad alcuni stratagemmi inizia l’attività quasi come un benefattore. Lavora per gli altri con animo prodigo, e presto si ingrazia un importante primario. Socialista, ma pur sempre potente. Grazie a lui, cominciano ad arrivargli parecchi mutuati, e autorizzazioni per mantenere quelli che ha già grazie ad apposite leggi. Ricorre ad ogni maneggio pur di strappare i legittimi mutuati ai loro medici. Ne ha moltissimi anche off-shore. E siccome l’Italia è il Paese che ama, decide di diventare primario dei primari, e di curarla a modo suo. Oggi gestisce un immenso ospedale, ma sotto di lui sono proliferati tanti piccoli Tersilli meno scaltri. Il finale del film è grottesco: il nostro Guido, stremato da lunghe notti di lavoro, non è più il luminare di una volta. I pazienti li visita a casa. Ispezioni veloci, mentre sorseggia un drink nella sua terrazza. Non paga più lo Stato, come ai bei tempi. Paga lui, in regime di libera concorrenza. Effetti della rivoluzione liberale.
Di Nando Mericoni, poi, se ne potrebbero citare tanti. Ma Flavio Briatore è il nostro americano a Roma. Ad honorem. Nonostante un forte accento cuneese, e un diploma da geometra strappato da privatista, ci tiene a far sapere che è un uomo di mondo. Anche se lui a Cuneo non ci ha fatto nemmeno il militare. Perché è di Verzuolo, un posto che da inquieto cosmopolita ha ribattezzato “Congo”. Ha chiamato suo figlio Nathan Falco, infarcisce il piemotese fluente di continui “business”, e veste come Poncharello. A furia di dire «All right, all right», all’estero ci è stato qualche tempo. Ma i maccheroni più gustosi se li è gustati qui in Italia. Più di qualcuno gli è andato di traverso. Non ci sono Sordi peggiori, di chi è Sordi veramente. (f.l.d.)
Simile a Onofrio del Grillo, è ad esempio Luigi Bisignani. Soffre mortalmente il sistema di vincoli, di convenzioni, di dogmi arcaici e di libertà limitate del Paese. Ma come il nobile papalino non lo combatte perché ansioso di un mutamento: lo aggira da reazionario. Fa lobby per comodo, proprio ed altrui, ma a differenza del Marchese si riserva certe spavalderie («nà stronza, nà mignotta come poche») per le chiacchiere telefoniche. Come del Grillo, ama ordire scherzetti ai suoi nemici (dossier, intervistone, delazioni), ma non disdegna i poveri carbonari, ai quali spesso intesta le schede telefoniche che usa. Rispetto al mentore sordiano, non getta monete arroventate dal Palazzo. I soldi che scottano, lui preferisce non sprecarli. Sor Luigi è l’Onofrio del Grillo che si sente finalmente libero grazie al falso pudore della privacy. Le intercettazioni hanno dunque dato voce a quello che era il più conosciuto degli sconosciuti. Bisignani è il Marchese del Trillo.
Molto illuminante anche un altro personaggio di Sordi: il professor dottor Guido Tersilli. Che ha una storia molto simile a quella del nostro premier. Invece di inseguire i mutuati, neolaureato, comincia a inseguire i dindini, e grazie ad alcuni stratagemmi inizia l’attività quasi come un benefattore. Lavora per gli altri con animo prodigo, e presto si ingrazia un importante primario. Socialista, ma pur sempre potente. Grazie a lui, cominciano ad arrivargli parecchi mutuati, e autorizzazioni per mantenere quelli che ha già grazie ad apposite leggi. Ricorre ad ogni maneggio pur di strappare i legittimi mutuati ai loro medici. Ne ha moltissimi anche off-shore. E siccome l’Italia è il Paese che ama, decide di diventare primario dei primari, e di curarla a modo suo. Oggi gestisce un immenso ospedale, ma sotto di lui sono proliferati tanti piccoli Tersilli meno scaltri. Il finale del film è grottesco: il nostro Guido, stremato da lunghe notti di lavoro, non è più il luminare di una volta. I pazienti li visita a casa. Ispezioni veloci, mentre sorseggia un drink nella sua terrazza. Non paga più lo Stato, come ai bei tempi. Paga lui, in regime di libera concorrenza. Effetti della rivoluzione liberale.
Di Nando Mericoni, poi, se ne potrebbero citare tanti. Ma Flavio Briatore è il nostro americano a Roma. Ad honorem. Nonostante un forte accento cuneese, e un diploma da geometra strappato da privatista, ci tiene a far sapere che è un uomo di mondo. Anche se lui a Cuneo non ci ha fatto nemmeno il militare. Perché è di Verzuolo, un posto che da inquieto cosmopolita ha ribattezzato “Congo”. Ha chiamato suo figlio Nathan Falco, infarcisce il piemotese fluente di continui “business”, e veste come Poncharello. A furia di dire «All right, all right», all’estero ci è stato qualche tempo. Ma i maccheroni più gustosi se li è gustati qui in Italia. Più di qualcuno gli è andato di traverso. Non ci sono Sordi peggiori, di chi è Sordi veramente. (f.l.d.)
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mercoledì 22 giugno 2011
Moody's, Censis e Inps confermano: l'Italia di Silvio ha un futuro gratta e vinci
Prima l’allarme pensioni lanciato dall’Istat, poi Moody’s che ci rimanda a settembre e last but not least, il rapporto Censis che descrive gli italiani come insetti intrappolati in un eterno presente perché non hanno una lira per pensare al futuro. Dissolto il velo d’aria fritta sparso a piene mani dai felici meteorologi del berlusconismo, il quadro della nostra situazione è finalmente svelato in ogni parte. ll problema è che assomiglia terribilmente alla Zattera della Medusa di Gericault. Dritti a babordo, a pochi metri dalla Grecia. Ci spieghiamo meglio: se l’Europa può essere paragonata alla famosa fregata francese che si incagliò a Waterloo, l’Italia è sempre più la zattera attaccata all’imbarcazione dei Paesi membri. Da un momento all’altro potranno decidere di tagliare la fune e abbandonarci al nostro destino. Oggi come allora, tutta colpa dell’inettitudine di un comandante sciagurato. Silvio come il De Chaumaray della Seconda Repubblica: bravissimo a intrattenere gli ospiti a bordo, ma senza la minima idea di come si tiene un timone. Il rapporto Censis non esce di metafora. De Rita non parla di un grave cambiamento dei costumi, ma di una mutazione antropologica. «Gli italiani non sono più capaci di guardare al domani, ma sono vittime del “presentismo”», scrive l’istituto nella ricerca illustrata ieri a Roma nell’ambito della XXIII edizione dell’iniziativa “Un mese di sociale”. L’onda lunga del berlusconismo dunque continuerà ad abbattersi sulla Penisola ancora per molti anni. «La società non avanza ma, credendo di avanzare, gira a vuoto e ricade sempre su se stessa, perché appiattita sul presente», mette a verbale l’istituto di De Rita. Tra i segnali più significativi di questa nuova tendenza c’è l’aumento dell’età in cui ci si sposa e si diventa madri. Dalla media del 1990 che era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini, ai corrispettivi 30 e 33 anni di oggi. Il perché è presto detto. «La realtà spinge i giovani ad assumere atteggiamenti attendisti e in questo attendismo rielaborano il loro modo di vedere il mondo», annota il Censis. Un popolo di miopi, incapaci di vedere in prospettiva. In caduta libera, dopo lo tsunami Gelmini, la scuola, che per il 50 per cento dei giovani italiani è ormai un investimento a perdere, contro il 90 della Germania. E fare un’attività in proprio, senza padroni che eternano il precariato? Poche speranze: ci crede soltanto il 27,1 per cento dei nostri ragazzi, contro una media europea del 42. Il motivo di tanta sfiducia? Per la maggior parte uno solo: «Troppo complicato». Ma ci sono altri parametri, apparentemente marginali, che spiegano bene quello che il Censis definisce un generale “rattrappimento sul presente”. Ad esempio il tempo di permanenza su una singola pagina web, che nell’ultimo anno è diminuito tra 33 a 29 secondi: segno che navighiamo a vista, cerchiamo di continuo l’aggiornamento, ma abbiamo rinunciato a ricomporre i pezzi del puzzle italico. Probabilmente, si può aggiungere, cerchiamo di conoscere anzitempo l’ultima fregatura in programma, perché i processi generali li abbiamo capiti benissimo. E poi c’é il boom del consumo low cost, che per il Censis si basa sul «soddisfacimento del gusto dell’acquisto che così può essere ripetuto senza più cercare prodotti che ci accompagneranno a lungo o che abbiamo desiderato a lungo». Ci rifugiamo nello shopping per stemperare la miseria, insomma. Meglio comprare carabattole e cose scadenti, che tornare a casa con le pive nel sacco. Ma nelle tasche italiche, più metaforico di ogni cosa non manca mai il “gratta e vinci”. A fronte del calo dei tagliandi della lotteria, che richiedono settimane di insopportabile impazienza, dieci milioni di italiani si affidano ai giochi istantanei: pochi, maledetti e subito, altro che turista per sempre. Turista per niente, è invece il nostro pensionato medio. Uno su due ha un mensile inferiore ai mille euro ( e cioè circa otto milioni di persone), il 14,7 per cento è sotto i 500 euro (2,4 milioni), mentre il 31,8 (5,3 milioni) annaspa tra i 500 e i 1.000 euro. Ma nonostante tanto impegno nel rendergli la vita impossibile, il risultato è che le pensioni drenano sempre più Pil: dal 15,38 del 2008 al 16,68 dell’ultima indagine. Senza contare che gli uomini hanno quote più elevate nelle classi di importo mensile più alto, e le donne in quelle di importo più basso. La spesa per le prestazioni pensionistiche è salita, prosegue il rapporto Istat, dai 241.165 milioni del 2008 ai 253.480 milioni di euro attuali. La crescita è legata all’importo medio delle prestazioni erogate, che è aumentato del 5 per cento, a fronte di un numero di trattamenti pensionistici rimasto praticamente invariato. Ma se le pensioni assorbono Pil in maniera famelica, niente paura. Giusto il tempo che milioni di precari smettano di lavorare: visto che non avranno una pensione, tutto tornerà in splendido equilibrio. Terzo e ultimo capitolo è il trailer mandato in onda ieri da Moody’s: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul nostro debito, ma Minzolini non vi ha mai detto". Dopo aver annunciato un possibile taglio del rating del nostro debito, l’agenzia ha deciso di marcare stretto le nostre principali società partecipate (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste e Terna) e 23 tra città, province, regioni ed enti. E a rischio downgrade ci sono le province autonome di Trento e Bolzano, la Basilicata, l’Emilia Romagna, la Liguria, la Lombardia, le Marche, la Sicilia, la Toscana, l’Umbria e il Veneto. E ancora le province di Arezzo, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Torino, e le città di Bologna, Firenze, Milano, Siena, Venezia. Ma anche la Cassa del Trentino e Finlombarda. «Per le province autonome di Trento e Bolzano e per la regione Lombardia», precisa però Moody’s, «la revisione si focalizzerà sui fattori istituzionali che hanno consentito ai loro rating di restare sopra al livello nazionale». Trento e Bolzano mantengono infatti un rating Aaa, mentre la regione Lombardia gode di un Aa1. La scarsa crescita, i conti pubblici pericolanti, Standard&Poor’s che ha tagliato da stabile a negativo l’outlook sul nostro debito, hanno convinto anche Moody’s a mettere le mani avanti. L’Europa ci guarda dunque, pronta a lasciare la nostra zattera ai marosi. Certo, Bisignani potrebbe tentare una telefonata a Bruxelles. Ma il rischio è che forse, troverebbe occupato.
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mercoledì 8 giugno 2011
Silvio Berlusconi e Rai sono lieti di presentare il nuovo capolavoro di regime: L'Olio di Lorenza. Guest star Michele Santoro
Da Liberal 8 giugno 2011
Dopo il seppuku delle comunali, Berlusconi aveva promesso di accelerare sulle riforme. Il vertice ad Arcore doveva produrre soluzioni importanti per il futuro del governo. E infatti, come da minaccia del premier, qualc(uno) s’è finalmente occupato di quel fetido clone televisivo di Pisapia, il ladro di voti che ha strappato tre quarti di Italia al carisma del premier, più noto agli estremisti sotto il nome in codice di Santoro Michele. È arrivata insomma puntuale la cancellazione di Annozero. Nessun editto bulgaro stavolta, ci mancherebbe. L’obiettivo era dare a Santoro quello che era di Biagi: mostrare che il conduttore se n’è andato sua sponte, e con una buonuscita milionaria. Non una becera epurazione, ma un editto consensuale, ecco. Un rimpatrio volontario con biglietto di prima classe. Ritardato dalla goffaggine dell’assistente regista Mauro Masi, finalmente il governo Berlusconi e RaiCinema sono lieti di annunciare il film che tentavano di coprodurre da anni: L’olio di Lorenza. Ricino di alta qualità, naturalmente, da somministrare in separata sede e ad alta resa lubrificante. La stessa benefica sostanza che sarebbe stata difficile da far digerire al cda del servizio pubblico. Prova ne sia che l’allontanamento del conduttore è stato patteggiato in gran segreto tra il direttore generale e lo stesso anchorman di Annozero, passando sopra la testa del consiglio di amministrazione indignato per essere stato scavalcato. Ma i membri del cda Rai non denunciano soltanto l’inaccettabilità del putsch berlusconiano. Ne denunciano anche la sua puntuale, e tradizionale ridicolaggine.
Dopo il seppuku delle comunali, Berlusconi aveva promesso di accelerare sulle riforme. Il vertice ad Arcore doveva produrre soluzioni importanti per il futuro del governo. E infatti, come da minaccia del premier, qualc(uno) s’è finalmente occupato di quel fetido clone televisivo di Pisapia, il ladro di voti che ha strappato tre quarti di Italia al carisma del premier, più noto agli estremisti sotto il nome in codice di Santoro Michele. È arrivata insomma puntuale la cancellazione di Annozero. Nessun editto bulgaro stavolta, ci mancherebbe. L’obiettivo era dare a Santoro quello che era di Biagi: mostrare che il conduttore se n’è andato sua sponte, e con una buonuscita milionaria. Non una becera epurazione, ma un editto consensuale, ecco. Un rimpatrio volontario con biglietto di prima classe. Ritardato dalla goffaggine dell’assistente regista Mauro Masi, finalmente il governo Berlusconi e RaiCinema sono lieti di annunciare il film che tentavano di coprodurre da anni: L’olio di Lorenza. Ricino di alta qualità, naturalmente, da somministrare in separata sede e ad alta resa lubrificante. La stessa benefica sostanza che sarebbe stata difficile da far digerire al cda del servizio pubblico. Prova ne sia che l’allontanamento del conduttore è stato patteggiato in gran segreto tra il direttore generale e lo stesso anchorman di Annozero, passando sopra la testa del consiglio di amministrazione indignato per essere stato scavalcato. Ma i membri del cda Rai non denunciano soltanto l’inaccettabilità del putsch berlusconiano. Ne denunciano anche la sua puntuale, e tradizionale ridicolaggine.
Nel patto siglato da Santoro non è stata infatti allegata Ia clausola di non concorrenza che per un biennio non avrebbe permesso al conduttore di rifare Annozero. Sicché il programma campione d’ascolti potrà continuare a fare sei milioni di spettatori, ma con l’unica differenza che gli introiti milionari generati dal programma finiranno nelle tasche di La7. Un capolavoro di finanza creativa, che non a caso ha già bloccato la riunione che domani avrebbe dovuto definire alcune nomine di un certo peso in seno al cda Rai. A conferma della diffusa sensazione a metà tra il raccapriccio e l’imbarazzo, Santoro ha reso noto che viale Mazzini ha annullato la conferenza stampa prevista nei locali dell’emittente pubblica. Sarebbe stato abbastanza degno del dadaismo berlusconiano, includere nello stesso spazio comunicativo Massimo Liofredi, direttore di Raidue che avrebbe dovuto elencare i numeri record di Annozero, e il conduttore di punta della rete che invece avrebbe chiarito i reali motivi che l’hanno indotto ad accettare il divorzio meno consensuale della storia. «Considerata la decisione della Rai di annullare la conferenza di fine produzione prevista questa mattina a via Teulada», ha spiegato ieri il giornalista di Salerno, «saluterò il pubblico e i colleghi nell’anteprima dell’ultima puntata di domani». Ciò nondimeno, le cautele e la qualità del ricino prescelto per l’attenzionato numero uno dell'Ochrana berlusconica, non sono d’aiuto neanche questa volta. Per oscurare la nitida verità dei numeri di Annozero, non basterebbe neppure una secchiata di quei vasetti per la popò dei bimbi amati da Minzolini. Per restare al 2009, ciascuna puntata del programma di Santoro è costata 194 mila euro e ha avuto in media cinque milioni di spettatori per uno share del 20 per cento. Ma i costi non si sono limitati a essere coperti dai ricavi pubblicitari: la pubblicità ha portato nelle casse dell’azienda il triplo di quanto ha speso per ogni puntata. Più nel dettaglio, ogni inserto pubblicitario di Annozero, della durata di 30 secondi, è stato venduto tra i 59mila e i 66mila euro. Cifra da moltiplicare per cento spot totali, per un ricavo di 600mila euro ogni giovedì. Il tesoro più prezioso del palinsesto Rai, in poche parole. Tanto più utile, quanto più si è rivelata disastrosa la corazzata Potëmkin imposta dal Cavaliere a viale Mazzini: dati alla mano, e fantozzianamente, una rara sequela di “boiate pazzesche”. In primis Qui Radio Londra di Giuliano Ferrara, che per fare un giro di seggiolone ogni sera ci costerà 15 milioni di euro per i prossimi tre anni. Trentaduemila euro a orbitazione per un’impresa giudicata impossibile: riuscire a mettere in fuga un altro milione di spettatori da Rai1, oltre a quelli già allontanati a frotte bibliche dal tg1 dei record (tutti negativi) di Minzolini. In questo caso, non decide il mercato ma la difesa della vera cultura: Ferrara non chiude fino a quando l’ultimo giapponese non lo lascerà a roteare da solo dopo essere morto di inedia. Ed in quota Potëmkin c’è anche recente programma di Vittorio Sgarbi, quattro puntate per 8 milioni di euro di spesa. Esito: chiusura al debutto e assegno in salvo. Quanto basta perché Sgarbi abbia potuto accogliere il flop con un sorriso birichino. Il dramma, dunque, non è che Santoro va via. La vera tragedia sono quelli che restano al guinzaglio della Rai berlusconica. Quelli del nuovo format a spese degli italiani: Hannozero. (f.l.d)
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venerdì 29 aprile 2011
Io che lo conosco bene vi dico: «Silvio non ama nè stima nessuno, si circonda di mediocri e ignoranti per portare avanti i suoi piani
Roma. «È ora di dire come stanno davvero le cose: non c’è più l’Italia, non c’è più la politica e non esiste per noi il minimo credito internazionale. L’ennesima sortita di Berlusconi, passato spericolatamente dalla voglia di non disturbare alla voglia di bombardare Gheddafi, è l’ultimo miglio di un governo che ignora il lessico di base della politica, che ignora principi e valori della vita parlamentare. La parola “Italia” è ormai accompagnata all’estero da risatine, sfottò assortiti e gesti inequivocabili. Il nostro Paese non è mai stato così piccolo, e la nostra politica così disperante e grottesca». Senatrice di Futuro e Libertà, ed esperta di relazioni internazionali che vanta venticinque anni trascorsi in aree di crisi e Paesi in via di sviluppo, Barbara Contini assiste con sconcerto alle ultime incredibili giravolte che hanno portato l’Italia dal baciamano al raìs ai raid aerei.
Senatrice, com’è possibile che il premier decida in splendida solitudine di bombardare senza consultare l’unico alleato rimasto, Umberto Bossi?
Nonostante la lunga permanenza in Parlamento, Berlusconi non ha minimamente compreso quali regole fondino un’assennata vita parlamentare, e quanto sia importante la coerenza e la condivisione di obiettivi comuni. Come si fa a non predisporre ad esempio una strategia unica, di fronte a una scelta drammatica come quella di intervenire militarmente in un altro Paese?
Come si fa a rompere con la Lega, visto che in caso di rottura a Berlusconi resterebbe soltanto Scilipoti?
Bisogna premettere una cosa, innanzitutto. Il bisticcio con la Lega, per quanto sia surreale l’entrata in guerra all’insaputa dell’alleato di governo, è una pura e semplice sceneggiata in vista delle elezioni. I leghisti devono prevenire i mal di pancia del proprio elettorato, atterrito dall’arrivo dei nordafricani in Padania. Bossi e sodali hanno avuto in dono dalla sciagurata decisione di Berlusconi quindici giorni di campagna elettorale.
Resta però il fatto che Berlusconi è particolarmente allergico alle scelte collegiali.
Berlusconi si ostina ad avvalersi di un modello padronale che va bene per la gestione di un supermercato. Se le cose vanno male, lancia offerte promozionali stile prendi tre e paghi due, e licenzia su due piedi l’amministratore di turno che disgraziamente e magari garbatamente si trova in disaccordo. È già successo con la stessa Lega nel ’94, e poi con Follini, con Casini, e in ultimo Fini. Un metodo del genere non poteva che produrre questo risultato: è rimasto con i fondi di magazzino.
Ci spieghi bene.
Sino a qualche tempo fa, la baracca era sorretta da Gianni Letta, ma il progressivo e inesorabile precipizio in cui è caduta l’immagine del premier ha spalancato le porte a personaggi terribili. Conosco da troppo tempo l’ambiente. Le garantisco che Berlusconi è attorniato da gente che non stima, che non ama affatto e di cui non si fida per niente. Sa bene anche lui di quanti incompetenti e parassiti sia attorniato, di quale ignoranza gli si stringe attorno. Solo che non può farci niente perché ha bisogno della loro mediocrità per sentirsi al sicuro. Un vero peccato.
Perché un peccato e non la logica conseguenza dell’idea di Paese che ha creato?
Il premier ha sprecato l’incredibile opportunità di segnare la vita del Paese per altri vent’anni. Aveva una maggioranza spaventosa, poteva contare sull’apporto di gente competente ed esperta, poteva diventare uno statista senza esserlo e vivere di luce riflessa per altri vent’anni senz’alcuna concorrenza capace di insidiarlo. E invece si è circondato di gentaglia, di giganteschi incapaci e furbastri di una piccineria disarmante. Le persone capaci lo irritano, lo adombrano. E anche se odia profondamente i molti servi sciocchi che gli fanno codazzo, li preferisce perché eseguono i suoi voleri senza domande, battono le mani a comando e sorridono alle sue battute.
Nell’ipotesi che dovesse rompere con Bossi, saremmo di fronte alla fine politica di Berlusconi?
La vera resa dei conti sarà dopo questa tornata elettorale. La Lega non potrebbe mai accettare di perdere Milano, e se questo dovesse mai accadere Bossi si smarcherebbe dal Pdl, è certo.
La Lega razzista, il presidente pacifista-interventista, le acrobazie di Frattini: che tipo di clima si respira nei vertici internazionali?
All’estero siamo diventati la barzelletta di tutti. I colleghi ci interpellano soltanto per irriderci, ci danno pacche sulle spalle e ci congedano. Quando c’è da decidere, ormai non ci interpella più nessuno. La Nato aveva tranquillamente fatto a meno di noi, nell’intervenire in Libia. Ed è davvero umiliante, considerato che siamo noi, i vicini di casa di Gheddafi.
È per rilanciare l’immagine all’estero che Berlusconi ha incontrato Sarkozy?
L’improvvisa decisione di partecipare al conflitto non cambia nulla. La Germania ci ignora, la Francia ci tiene per la collottola, e gli Stati Uniti ormai non si rivolgono più a Berlusconi da tempo perché farsi vedere in sua compagnia è ormai considerato sconveniente. Per lo stretto indispensabile, avrete notato che Obama ormai si rivolge esclusivamente al presidente Napolitano.
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martedì 26 aprile 2011
La Rai secondo Berlusconi: un disastro da milioni di euro di debiti, figuracce, e palinsesti ad personam
Nemmeno le pompette salvavino del fido Minzolini, avrebbero potuto preservare meglio l’inconfondibile retrogusto etilico distillato in cooperazione tra viale Mazzini e via XX settembre. Il dicastero del Tesoro comunica che il canone Rai è in caduta libera, 938 milioni di incasso nel primo bimestre del 2011, con una perdita netta di 562 milioni rispetto all’anno scorso. I vertici dell’azienda invece sostengono che non sono mai stati meglio: «I dati riportati dal Bollettino del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia – smentiscono – sono errati. La raccolta del canone nei due mesi gennaio-febbraio 2011 ha avuto un incremento di oltre 15 milioni di euro rispetto al medesimo periodo dello stesso anno».
Due verità diametralmente opposte, che sembrano attingere direttamente alla fonte del paradosso logico berlusconiano. Quello che buon ultimo, proclama urbi et orbi che Ruby non è una prostituta, per poi annunciare che la stessa era sì pagata, ma affinché non si prostituisse più. Nel giugno del 2008, un premier sussiegoso dettava la linea al servizio pubblico: «Abolire il canone Rai? – si faceva una domanda e si dava una risposta – «Dipende dal ruolo che si vuole dare alla tv pubblica. Il canone avrebbe senso se la Rai rinunciasse ad agire come una televisione commerciale». Se è vero quindi che la tassa sul canone registra 562 milioni di euro in meno, gli italiani reputano che la Rai è ormai diventata un televisione commerciale. Viceversa, se gli introiti sono addirittura aumentati di 15 milioni, Berlusconi dovrebbe spiegare agli italiani perché il canone, quella tassa che secondo il premier medesimo avrebbe senso solo se la Rai facesse servizio pubblico, non è stata da lui abrogata. Il presidente del Consiglio spiegava nel 2008 che «la televisione pubblica e la radio pubblica dovrebbero avere come prima funzione quella di formare, poi quella di informare e infine, magari, anche quella di divertire». Nell’ipotesi che il canone è in caduta libera perché la Rai è ormai una tv commerciale, bisogna poi capire in base a quali logiche di mercato si muovano i vertici di viale Mazzini. Innanzitutto i debiti: perdite per oltre 650milioni di euro e un passivo in crescita di 116 milioni, quest’anno sottostimato per almeno venti milioni. In grave ritardo, per far fronte alla cosa, è arrivato perciò il piano industriale del direttore generale Mauro Masi: taglio del 20 per cento di appalti esterni, consulenze e auto blu, una riduzione del personale di oltre mille unità tra prepensionamenti, esodi incentivati e blocco del turnover. Sacrifici per tutti, dunque. Ma non tanti quanti se ne fanno per la riforma lacrime e sangue che ha messo sul piede di guerra i sindacati. È la dura legge del mercato, bisogna fare sacrifici. E se ne fanno moltissimi soprattutto per Vittorio Sgarbi, quattro puntate per uno show ancora incognito dal costo di 8 milioni di euro. E per il seggiolone rotante di Giuliano Ferrara e il suo Qui Radio Londra: 32mila euro a orbitazione, tre anni di contratto per un totale di 15 milioni di euro, e già 1,6 milioni di spettatori in meno rispetto all’esordio, che hanno lasciato l’Elefantino a roteare da solo.
Ma la Rai non si limita a difendere i suoi insuccessi commerciali come un qualsiasi servizio pubblico intento a “formare”. E anzi tenta di azzoppare i suoi cavalli migliori: Ballarò che costa 3 milioni e 500mila euro, e ne ricava 8 in pubblicità; Che tempo che fa, 10 milioni e 400 mila euro di costo e 17 milioni e 600 mila euro di incasso, Report che frutta all’azienda 4 milioni e 100 mila euro di spot, e Anno Zero,6 milioni di incasso puliti. Se la Rai è di fatto una tv commerciale, si tratta di un scelta di marketing suicida, tentare di cancellarle dal palinsesto. E se la Rai è servizio pubblico, non lo dice Berlusconi che la priorità è “informare”, e “infine, magari anche divertire?”. Chi segue il premier, sa bene che gli va data tutta la buona fede: talvolta mente sapendo di smentire. Perché in Rai, negli ultimi tre anni, c’è stato soprattutto di che divertirsi. Soprattutto a pensare al pluralismo. L’Osservatorio di Pavia ha reso noto che soltanto nel mese di gennaio, Tg1, Tg2 e Tg3 hanno visto il presidente del Consiglio presente per 6 ore e quaranta minuti mentre tutti gli altri leader politici messi insieme hanno la metà del suo tempo. Che il presidente della Repubblica Napolitano ha avuto 169 minuti nei tg di Stato, contro i 402 minuti del premier. Quando si tratta di divertire, insomma, il Cavaliere è un intrattenitore che non teme confronti. Vidierre ha calcolato che se unissimo tutte le parole da lui pronunciate nei telegiornali Rai e Mediaset degli ultimi dieci anni otterremmo un monologo di 10.260 minuti, circa una settimana ininterrotta di one man show. Tanta fantasia, non l’avrebbe avuta neppure Shakespeare. Ma il circo della tv pubblica, ha avuto diversi numeri di varia e alta goliardia, in questi ultimi anni. Molto acrobatico quello della Bonev, attrice bulgara premiata alla Mostra del Cinema di Venezia con un riconoscimento ad personam per la celeberrima opera prima Goodbye Mama. Un onore che non è toccato nemmeno a Goddard. Ma anche un onere: un milione di euro scucito da RaiCinema per l’amica del premier. E ancora miss Kulyte, modella lituana improvvisamente balzata da Arcore a il Lotto alle Otto. E ancora attrici, prezzemoline, berlusconiane a vario titolo, planate in fiction, programmi assortiti e quant’altro. Canone o non canone, il disastro della Rai non è affatto incomprensibile. E il bello di Silvio, è che ogni risposta può essere attinta direttamente alla fonte: «In Rai lavorano soltanto quelli di sinistra, e quelle che si prostituiscono». Ci sentiamo di escludere che le talentuose donnine da lui lanciate in Rai, abbiano letto Marx. Un utile indizio per comprendere perché, la gestione di Silvio ha messo il servizio pubblico in ginocchio.
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