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lunedì 7 marzo 2011

Maledetto il giorno che ti ho taggato: per colpa di Facebook i divorzi si impennano

Non è legarsi a una donna che l’uomo teme: è il separarsi da tutte le altre, sibilò la buonanima di Helen Rowland. E alcuni decenni dopo, l’avvisaglia di naufragio fu gorgogliata con tacitiana compostezza da Ambra Angiolini: «Tu stavi con Francesca ma Francesca amava Davide. Abbiamo cominciato in quattro e adesso siamo solo io e te». È la solitudine dei numeri terzi, il vero titolo del matrimonio moderno, una galleria fantasmatica dove soffia il Grande Freddo della nostalgia. A metà tra la Gita Scolastica nel rimorso à la Pupi Avati, e il carosello lacrimoso delle Parole che non ti ho detto, l’eterno ritorno della carrambata, ha trovato su Facebook il palcoscenico perfetto. A tal punto che questa simpatica macchina del tempo, spesso lascia spiaccicate sull’asfalto fior di coppie.
Chiacchere da bar, confessioni imbarazzate, silenzi strategici, risatine alla macchinetta del caffé, cominciano ad avere un contorno più preciso. L’indagine condotta dall’American Academy of Matrimonial Lawyers, è un vero avviso ai naviganti: a Manhattan e dintorni Facebook è responsabile di due divorzi su dieci. E per meglio recepire l’entità della cosa, i matrimonialisti spiegano che l’ottanta per cento delle loro parcelle, viene ormai a seguito di sfortunate attività clandestine sui social network. La rete, insomma, ratifica la crisi dell’amore nell’era della sua riproducibilità tecnica. Il canovaccio è quello scontato della telenovela social: aggiungi un amico, l’amico ti aggiorna sui vecchi tempi, e a te non importa nulla ma sopporti in vista dell’obiettivo più nobile. Finalmente chiedi della vecchia fiamma, lui ti suggerisce l’amicizia (ma non negare, gliel’hai suggerito tu per di più schermendoti come un vecchio cenobita distante dall’arengo mondano) e il gioco è fatto. Quattro ricordi in padella, affettato misto di allusioni e ammiccamenti, e fotocamera con vista (il meno possibile) sulla tua disumana calvizie. Dessert di sospiri, macedonia di rimpianti, e il caffé è servito. Al tavolino di un bar stavolta, eccitati come ladri ma con il volto travisato da un manto di genuina e antica purezza: «Due chiacchiere con te dopo così tanto tempo. Non mi sembra vero, ». E infatti non è vero per niente. Il passo dall’affollato social network a una più recondita camporella è breve, il tutto nobilitato dalla sublime tenerezza di sentirsi ancora prepuberi senza un filo di torbidi intenti. Il destino, il concilio con gli dei, il sublime kantiano, il fanciullino di Pascoli, Silvia rimembri ancor, e lei donzelletta che veniva dalla campagna. Quanta letteratura, per riempire il libretto delle giustificazioni di una chat. Attimi di felicità, dove risuona la struggente melodia di Morricone. In pratica, un bel film strappalacrime di Tornatore, che galeotto il portatile diventa in un secondo un thriller di Polanski, solo un po’ più sanguinoso. La moglie o il marito, entrano nel sogno con tutte le disturbanti credenziali di un progetto di vita comune, e l’ascia di Jack Torrance a suggerire la probabile conclusione dello stesso. E non a caso, ben il 66 per cento degli avvocati divorzisti americani cita la piattaforma di Palo Alto come prova per le cause in cui due coniugi vogliono interrompere la propria unione. «Grazie a Facebook ci si incontra con i vecchi amici del liceo o dell’università e la condivisione di storie personali può portare in breve tempo a un forte senso di intimità che può poi portare al contatto fisico», sintetizza lo psicologo Steven Kimmons, con amorevole spirito eufemistico. Il movente è sempre quello, dunque, dell’equa suddivisione del fardello: quando un coniuge intende divorziare dall’altro la colpa in genere è di tutti e tre. Non va meglio dall’altra parte dell’Oceano, dove secondo lo studio di avvocati britannico Divorce-Online, i social network sono causa di divorzio in un caso su cinque. Ma in parallelo, la bacheca di Facebook spesso funge da galante succedaneo alla mitica “civile discussione, che dopo tanti anni è il minimo”.
Ne sa qualcosa Emma Brady, giovane che ha appreso le intenzioni del marito direttamente dalla sua bacheca, dopo anni di felice matrimonio: «Neil Brady ha messo fine al proprio matrimonio con Emma Brady», ha scritto sul suo status il cazzutissimo Neil.  È la legge del social network, bellezza. Il divorzio è l’apostrofo rosa tra le parole “t’aggiungo”. (f.l.d)

giovedì 18 novembre 2010

Caro Facebook, non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche rivale. Ecco i più strampalati e terribili

«Non arrivi a cinquecento milioni di amici senza farti qualche nemico», recita il martellante tormentone che ha accompagnato l’allarmante pandemia di The social network. Ma se l’adagio è vero per quel tristanzuolo foruncoloso di mister Zuckerberg, altrettanto si può dire della sua vorace creatura, insidiata da rivali così poco credibili da sfiorare l’umorismo involontario. Un rapido viaggio nel network alternativo, basterà a farvi tornare all’ovile di Facebook più consapevoli. Se avete salutato con improperi irripetibili l’ingresso di certi tizi nella schiera dei vostri amici (di quelli che se l’avete perso di vista, forse un motivo c’era), aspettate di conoscere le associazioni virtuali alternative, roba da far sembrare l’Accademia del Gorgonzola una congrega utile e meravigliosa, basilare per la prosecuzione della stirpe umana. Sembrano appartenervi, anche se forse non al cento per cento, le ambiziose madame di MyFreeImplants. Desiderano aggiungere gommosa consistenza al proprio seno striminzito, ma essendo sprovviste della giusta taglia di portafoglio, si rivolgono a generosi mecenati in vena di disinteressata compassione. Ciascuna sventurata ha il proprio profilo, lo sguardo ammiccante, e una tabella in stile Telethon che segna i giorni mancanti all’ambito intervento, e i soldi ancora mancanti. Se siete in vena di cause nobili, è il momento di testare con mano le miracolose virtù della solidarietà. Per chi trascorre notti insonni nell’ansia di fare il punto e croce, ecco Ravelry, community di pasionarie dell’uncinetto che si scambiano l’alfa e l’omega del merletto in affollatissimi meeting virtuali. Tutte le trame segrete del mondo, a portata di clic. Quasi ispirato alla poesia cimiteriale di Lee Masters, sembra invece Eons, una specie di club bocciofilo per ex baby boomer. Lo scopo, dice il sito, è «mettere in contatto 50enni e 60enni ancora indomiti e pieni di gioia di vivere». Così indomiti e pieni di gioia di vivere, da chiedere l’amicizia di sconosciuti. Eravamo come voi, sarete come noi, sembrano dire. Magari con la maggior calma possibile, e il gesto scaramantico più educato che ci viene al pensiero. Imperdibile Line for heaven, dove «puoi diventare un angelo individuando i tuoi punti Karma». Una graduale ascesa verso l’iperuranio, che riesce più agevole se hai qualche monetina da buttare. Secondo molti studi teleologici, le tasche leggere favoriscono le levitazione. Per gli indagatori dell’incubo, l’opzione è REMcloud, dove i sognatori cercano altri utenti con attività oniriche compatibili. Lo scopo è forse dimostrare che nei sogni di tutti esistono somiglianze. Non sia detto per guastare l’atmosfera di ricerca, ma se continuano di questo passo, finisce che scoprono l’esistenza di Freud. Un solo film, e migliaia di registi per Lost Zombies, agguerrita community che da mane a sera progetta un film collettivo che parla di morti ambulanti, dalla sceneggiuatura quanto mai incerta. Vista la divergenza di opinioni creative, forse finirà che sarà composto soltanto da finali alternativi. Tutti orrendi. Se siete già stati fiaccati da tanto sperpero d’ingegno, ecco un’alternativa seria, robusta, di impegno civile: Fit Finder. Permette agli studenti dell’University College londinese di pubblicare brevi messaggi anonimi quando vedono una ragazza carina aggirarsi per l’università. Vuoi mettere il piacere di sentirsi l’Emilio Fede dei poveri?