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martedì 28 giugno 2011

Io, leghista doc vi dico: «Siamo diventati ridicoli, Bossi e i suoi ormai sono come Totò, Peppino e i ministeri»

Roma. «È sconsolante vedere il Carroccio ridotto così. Bossi e i suoi si sono lasciati trainare da Berlusconi per anni, nella speranza di ottenere il tanto sospirato federalismo. Il problema è che del progetto originario è rimasto poco e niente e oggi abbiamo soltanto un terribile pasticcio che non fa altro che riconfermare il centralismo romano. Falliti i veri obiettivi, la mia Lega tenta di arrabbattarsi come può e colleziona ormai da tempo compromessi e scivoloni per tentare di arginare il malcontento. La questione dei dicasteri, ad esempio, sembra la parodia di un film: Totò, Peppino e i ministeri». Leghista della prima ora, ex ministro del Bilancio del Berlusconi I, Giancarlo Pagliarini ha lasciato il Carroccio nel 2007, in aperto contrasto alla linea del partito, sin troppo acquiescente nel permettere molto a Silvio, e poco al federalismo da lui immaginato. Di quel progetto, spiega lui, «non è rimasto niente, urlano contro Roma ladrona, ma resta tutto tale e quale».
Scatenare una canea per strappare i ministeri a Roma e portarli a Milano: non sarà che andando con la ladrona, la Lega ha scoperto che le piace latrocinare?
Questa dei ministeri è una cosa da manicomio. Ci siamo scagliati da sempre contro il centralismo romano, e oggi ci ritroviamo a elemosinare qualche stanza del Palazzo da mettere su un camioncino e trasportare al Nord. Roba da matti.
Restiamo in tema. Che ne pensa di Bossi che urla per avere le banche?
Una boiata pure questa. Da troppo tempo strilliamo per avere pezzi di potere che abbiamo sempre combattuto in nome di un ideale che si chiama federalismo.
Di che si lamenta? In fondo Berlusconi, almeno con voi è stato di parola. Ve l’ha dato.
Nemmeno per sogno. Questo federalismo è una presa in giro che serve soltanto a fare meno trasferimenti. Afferma il principio che se una Regione fa la buona viene premiata, e se è discola viene punita. Ma indovini un po’? È sempre lo Stato a fare la pagella, e a decidere sui soldi.
E com’è possibile che soltanto Bossi non se ne sia accorto, di quest’imbroglio?
C’è una sola spiegazione: è in buona fede perché non ha letto i decreti del federalismo fiscale. E poi Bossi sa bene che Berlusconi non ha tenuto fede alla settima missione.
Settima missione? Urgono approfondimenti.
Il premier aveva sottoscritto con Bossi un impegno in sette punti. L’ultimo di questi era portare in Gazzetta ufficiale una legge approvata dalla Regione Lombardia che avrebbe avviato il processo del vero federalismo: l’ottanta per cento dell’Iva da lasciare sul territorio, e la perequazione tra Regione e Regione.
E quindi come la vede la spiegazione della cattiva fede di Bossi?
Forse è stanco, perde colpi, si accontenta perché “piuttosto è meglio che niente“. In alternativa bisogna pensare che abbia una strategia il cui senso mi sfugge. Resta il fatto che gli scontenti aumentano ogni giorno di più, nella base.
Ce n’è uno abbastanza rinomato come Maroni. Che cosa si nasconde dietro al litigio tra i due?
Nella Lega ci sono due anime: una che predica la politica dei piccoli passi, l’alleanza con Berlusconi, il lavoro paziente all’interno del sistema di potere. E un’altra a vocazione solitaria nella quale mi iscrivo. La verità è che sia con Berlusconi, che con Bersani, non cambierà mai niente: per ottenere qualcosa, la Lega deve fare da sola. Avere le mani libere.
La convince una Lega guidata da Maroni?
La linea Maroni è quella dei servitori dello Stato. Una stupidaggine, perché i servi non sono liberi, e semmai è lo Stato che deve servire i cittadini.
Torniamo a Bossi. Mettersi di traverso sul decreto rifiuti è la mossa demagogica di un leader in difficoltà?
Probabilmente c’è il tentativo di rinsaldare i legami con gli elettori scontenti, lo ammetto. Ma resta il fatto che Napoli non può essere aiutata ogni anno. Dare una mano alla città, significa ritrovarsi l’anno prossimo nella stessa situazione. È ora che la Campania impari a fare da sola, senza cercare salvacondotti. De Magistris si inventi qualcosa per fare funzionare la sua città.
Beh, anche il vostro Formentini si inventò la solidarietà altrui nel 1995, per liberarsi dai rifuti.
Imparagonabile. Napoli si è servita di milioni e milioni di euro di soldi pubblici senza aver mai risolto il problema.
Sicuro di aver lasciato la Lega?
Vede, io resto leghista perché continuo a credere nel federalismo attuato con successo in Svizzera. Quel federalismo che in premessa, nella Costituzione, dice che ciascun cantone è diverso. Ammettere la diversità è il primo passo per far funzionare davvero le cose anche in Italia.
È così che andra?
Sono molto scettico, ma siccome ho indovinato su Pisapia sindaco a Milano, faccio un pronostico. Non si arriva a fine legislatura. Tra poco si andrà ad elezioni e vincerà la sinistra.
Scusi, e il federalismo?
Già. Appunto. E il federalismo?
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mercoledì 27 aprile 2011

Bossi e Bertinotti di lotta e di governo, i gemelli della demolizione con l'hobby del populismo

Roma. Aveva peccato di eccessivo ottimismo, Umberto Bossi, in quel lontano marzo del 1994: «Berlusconi è un grosso imprenditore che ha mille interessi e se fosse presidente del Consiglio si troverebbe a discutere dei suoi interessi una legge sì ed una no». Un vaticinio sin troppo roseo, a giudicare dagli ultimi diciotto anni. Che però non impedì al Senatùr di allearsi con il Biscione nonostante l’acclarata fama di cui fu instancabile narratore: «Povero pirla», «messo lì dalla mafia», «delinquente», «capocomico del teatrino della politica», «Peròn della mutua», «palermitano che parla meneghino». A staccare la spina di quel primo governo post Tangentopoli, fu proprio il leader del Carroccio. Sognava un’Italia divisa in nove regioni, ma a differenza di oggi mancò di pazienza. E fece saltare il tavolo dopo pochi mesi. Le dimissioni, oggi inaudite, le diede proprio il Cavaliere. Ma a far cadere il governo furono le ansie prerisorgimentali dell’Umberto. Ampiamente tradite, scatenarono i mastini della Padania contro gli oscuri trascorsi del «mafioso di Arcore». Roba da far apparire le domande di D’Avanzo come teneri pigolii di un avvocaticchio imberbe. La campagna contro il Cavaliere sortì esiti disastrosi per il futuro partito dell’Amore. La Lega si presentò da sola alle elezioni, Berlusconi fu sconfitto, e un altro matrimonio controverso portò Romano Prodi a Palazzo Chigi, con il contributo di un’altra moglie riottosa. Fausto Bertinotti boccia il programma di governo del Professore, sigla comunque con l’Ulivo un patto di desistenza elettorale, dà l’appoggio esterno al vincente centrosinistra, e poi decide di affossarlo. Nel gennaio del 1997 Bertinotti indirizza aspre critiche all’Ulivo sulla questione dei metalmeccanici. A ottobre Diliberto, Bertinotti e Cossutta bocciano la finanziaria presentata dal governo e Prodi rassegna le dimissioni. La crisi di governo si ricompone, il Prc ottiene dal governo le 35 ore lavorative settimanali e pensioni congrue alle attività usuranti, ma Fausto non è pago. Rifondazione disapprova a maggioranza la finanziaria, e infine, il 9 ottobre, il governo Prodi cade per un solo voto: 314 a 313. Non del tutto infelice, è invece il secondo matrimonio tra Bossi e Berlusconi, di nuovo al Governo (il più longevo della storia repubblicana)nel 2001. L’ictus del 2004 sottrae il Senatùr all’arengo parlamentare per molti mesi, ma la sua inconfondibile regia si avverte eccome. Berlusconi preme per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, ma la Lega Nord che da tempo ha esteso l’odio per i terroni ai loro prossimi parenti islamici si mette di traverso. Proprio in quegli anni, nasce uno dei leitmotiv del Senatùr. Pochi, invariabili, ed estesi pressochè a qualunque tema di politica estera: «Il modo migliore è aiutare la gente a casa loro». Che siano turchi, o tunisini poco importa. Ma naturalmente, gli stranieri che più stanno a cuore al Carroccio sono soprattutto i meridionali. Nessuno più di loro merita di starsene a casa propria. E così la secessione impossibile del ’94, ricompare sotto forma di un più accettabile federalismo. Il patto del 2001 è chiaro, e del tutto somigliante a quello odierno: la Lega salva il premier dai processi, i berluscones danno al Carroccio il federalismo. Nel novembre 2005  arriva il sì del Parlamento alla devolution, ma a guastare tutto arriva il referendum che la boccia. Bossi si dice «deluso da questa Italia un po’ triste» ma si solleva subito l’umore con un accordo che non crea altrettanto entusiasmo nel Cavaliere. In vista delle elezioni del 2006, la Lega Nord firma un accordo con l’Mpa di Lombardo nell’intento di indebolire al Sud il Cavaliere. Perse le regionali del 2005, il terzo governo Berlusconi subisce un grosso scrollone dalle dimissioni del delfino di Bossi, Calderoli, e della sua simpatica maglietta antimusulmana che in un crescendo di provocazioni divenne famigerata con l'attentato di Bengasi.  La seconda notte di nozze di Prodi e Bertinotti parte invece sotto i migliori auspici nel maggio del 2006. Rifondazione fa parte dell’esecutivo a pieno titolo, ma è così abituata a fare opposizione che non rinuncia neppure a farla a se stessa. Nonostante il programma comune nascono i senatori dissidenti, Cacciari si dimette, e Bertinotti, presidente della Camera, porta a compimento l’opera di demolizione. Fausto bolla Prodi come «il più grande poeta morente», paragona il suo governo ad un «brodino caldo», e annuncia che «questo governo ha fallito». Oggetto del contendere è soprattutto il rifinanziamento delle missioni all’estero. Ma anche la finanziaria non è molto gradita, e molti rifondaroli scendono in piazza contro la loro stessa maggioranza. L’espulsione di Turigliatto dal partito radicalizza lo scontro, nasce la Cosa Rossa e il risultato è che la nuova Sinistra Arcobaleno viene bocciata dagli elettori di riferimento. È proprio a causa di questi disastri, che il Paese torna fermamente sotto l’egida di Bossi e Berlusconi nel 2008, che giunti alla terza avventura coniugale, non sembrano però uniti da un amore maturo. Nell’inverno della loro avventura politica, il Senatùr e il Cavaliere, bisticciano ancora: «Si è sposato con la Lega e ora deve eseguire gli ordini», aveva detto l’Umberto nel 2008. Che più volte ha precisato di essersi sfrantumato i cosiddetti, per dirla elegante, perché il federalismo non è ancora arrivato. Più che un matrimonio, un film di Bunuel.
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venerdì 8 aprile 2011

Via le odiose leggi dei sindaci sceriffi leghisti: ecco una carrellata delle più stupide

Giustizia è fatta. Il pacchetto sicurezza sarà rispedito al mittente, insieme alle assurde leggi dei sindaci sceriffi. La Corte Costituzionale boccia la legge 125 del 2008 nella parte in cui consente che il sindaco adotti provvedimenti «a contenuto normativo ed efficacia a tempo indeterminato» per prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano la sicurezza urbana, anche al di fuori dai casi di urgenza». E naturalmente la Lega e il Pdl, dall'alto del sommo amore per la democrazia si permettono di giudicare «inaccettabile», la sentenza del più alto organo di giustizia italiano. La decisione della Corte è arrivata, in seguito a una decisione del Tar del Veneto che aveva contestato la legittimità dell'ennesima ordinanza anti-accattonaggio emessa dal sindaco di Selvazzano Dentro (Padova). Insieme alla simpatica trovata, ovviamente diretta contro i più deboli e più indifesi, diventeranno finalmente illegali molte leggine odiose varate dai sindaci sceriffi. Vediamone una breve carrellata.
A Treviso ci sono le invenzioni di Giancarlo Gentilini, sceriffo in capo della contea leghista: è dal lontano 1997 che tormenta i disgraziati con ordinanze che hanno tolto le panchine agli immigrati e hanno abolito il burqa.
A Padova, Flavio Zanonato si è scagliato in un'epica battaglia contro i lavavetri, i clienti delle prostitute (che magari non dispongono di ville adeguatamente attrezzate per le festicciole private) e lo spaccio di droghe.
A Firenze c'è una meravigliosa ordinanza comunale contro i lavavetri e i vu cumpra: la polizia urbana persegue chiunque si sdrai per terra e ostruisce il passaggio. Ma se ti chiami Ferrara, per ostruire il passaggio basta stare in piedi, e senza neanche allargare le braccia.
A Cortina d'Ampezzo il sindaco lotta con noi contro la terribile piaga di chi chiede l'elemosina, allo scopo di contrastare le molestie contro cittadini e turisti. Vedi mai se eleganti signore e nobildonne, debbano mai essere disturbati mentre escono dalla gioielleria con gli occhi pieni di gioia.
Anche a Trieste lotta spietata contro il crimine: il sindaco combatte contro l'accattonaggio e i lavavetri.
A Cittadella, in provincia di Padova, puoi essere residente solo se hai un reddito minimo di 5mila euro, cos' come a Biassono, Cogliate, Lazzate, Lesmo, Lissone e Seregno. Chissà che non caccino un sacco di italiani, visto che pensioni e stipendi dei precari arrivano a 5mila euro solo per pochi fortunati.
A Voghera è vietato l'uso delle panchine pubbliche a partire dalle 23 a gruppi composti da più di 3 persone. In pratica, se papà, mamma e figlio vogliono mangiarsi un gelato in santa pace, è meglio se noleggiano un camper apposta.
A Verona Flavio Tosi vieta l'accattonaggio, pena la confisca del denaro proveniente dall'attivita' illecita e una sanzione di 100 euro. Il primo cittadino propone inoltre multe da 500 euro per i clienti delle prostitute (in strada, naturalmente).
A Chiarano, provincia di Treviso si aggirano le ronde per il controllo del territorio costituite da volontari che si riuniscono nell'associazione 'Veneto Sicuro'. Ma il colmo dei colmi è ad Assisi, il luogo natale di San Francesco e della carità cristiana. È vietato l'accattonaggio, e pure il nomadismo: un gentile omaggio a “Sorella Povertà".
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giovedì 25 novembre 2010

Zaia e Cota, i re magi del bambinello federalista che respingono i rifiuti clandestini

Roma. Non più tardi di tre giorni fa, ebbro nel trasfigurare il meridionale Gaetano Salvemini nel patrigno biologico del leghismo, Maroni elencava da Fazio: «Il federalismo è l’unica via per la soluzione della questione meridionale. Date all’Italia meridionale una costituzione federale e in pochi anni il Mezzogiorno diventerà nella vita italiana un magnifico elemento di progresso». Ma per comprendere di quali fraterne intenzioni cristiane sia lastricata la tav secessionista, basta seguire le impronte lasciate ieri da Cota e Zaia sulla via dei rifiuti. Giunti da lontano alla conferenza delle Regioni convocata dal ministro Fitto per fronteggiare l’emergenza rifiuti, i re magi devoti al bambinello federalista, si sono imbattuti nella putrida concretezza della spazzatura. Il Cavaliere aveva assicurato che era sparita. E invece, a sua insaputa, esiste ancora. O magari è risorta. Tipici effetti collaterali dei miracoli, di cui i due governatori di Piemonte e Veneto non vogliono farsi cattivi apostoli. I due presidenti al traino del Carroccio non ascoltano Regioni. Piemonte e Veneto non sono disponibili ad accogliere i rifiuti di Napoli, mandano a dire i due rais in camicia verde. E se la Lombardia temporeggia, Renata Polverini, governatrice del Lazio, è l’unica ad aprire senza se e senza ma alla richiesta: «Disposti a prenderci di rifiuti di Napoli».
«Il governo devechiedere l’impegno e la collaborazione a tutte le regioni perché dobbiamo dare un segnale concreto che tutto il sistema istituzionale si muove con grande responsabilità. E di questo deve essere garante il governo nella sua collegialità», aveva auspicato il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani. Ma l’onda lunga della solidarietà, del magnifico progresso maroniano sembra essersi smarrita dunque prima di affluire nel Po. A specificare le ragioni del beau geste di Zaia e Cota, viene in soccorso il leader padano Umberto Bossi: «Non si risolve il problema spostando la spazzatura – proclama – il rischio è che dovunque la porti, scateni il casino. Bisogna colpire chi è responsabile come il sindaco di Napoli». «L’unico che può dire qualcosa è Berlusconi – dribbla Bossi – perché ha dimostrato di saper fare». Messaggio di chiarezza palmare: Silvio ha voluto la spazzatura, e ora che se la sversi da solo. I rifiuti, in questa camera con vista sulle elezioni, sarebbero come la stella delle Alpi nelle aule di Adro: una vera monnezza. Ma in tema di gran rifiuti, c’è da registrare nella giornata di ieri anche il colloquio tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il coordinatore del Pdl campano, Nicola Cosentino. Al centro il ddl che ha portato a il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, verso le dimissioni. Cosentino e gli altri delegati campani hanno assicurato anche l’immediata apertura della discarica di Macchia Soprana. Ma nelle stesse ore in cui i granducati padani respingono i rifiuti clandestini, si è conclusa la missione degli ispettori Ue. Il portavoce del responsabile all’Ambiente, Janez Potocnik, annuncia che «la Commissione europea tratterà con urgenza il dossier dei rifiuti. Ora spetta a noi decidere se dobbiamo aprire una seconda procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia», dopo la condanna già comminata nel marzo scorso dalla prima sentenza della Corte di giustizia europea. Un bis che ha portato in Aula un clima di pacificazione e responsabilità. Il deputato dell’Idv, Franco Barbato, si è presentato al suo seggio agitando un sacchetto di rifiuti. Ma un paio di probiviri del Pdl, non meglio identificati, hanno sedato l’atto rivoltoso a suon di ceffoni. L’Aula come la Padania, dunque. Afflitte entrambe da un sogno comune: vietato introdurre spazzatura. Meglio avrebbe fatto Libero,a rompere gli indugi metaforici. Invece di scomodare Saviano, bisognava gettare il cuore oltre l’ostacolo, e fare un titolo più fervido, più schiettamente democratico: “Il Sud ha rotto i Maroni”. (f.l.d)

martedì 21 settembre 2010

«È ora di svelarlo agli italiani: con il federalismo sono a rischio un milione di posti di lavoro»

Roma. «Un progetto utopistico». Giacomo Vaciago, docente di Politica economica e Economia monetaria all’università Cattolica di Milano, boccia senza esitazione i nuovi decreti sul federalismo fiscale che saranno discussi giovedì mattina dai governatori alla Conferenza delle regioni. «Vorrei capire – si chiede il professore – quale esagitato ottimismo possa spingere a credere di definire dei costi standard comuni a tutte le latitudini del Paese: il Governo ha avuto a disposizione 149 anni, ma non mi pare che in tale senso siano mai stati prodotti risultati di qualche rilievo. E che il federalismo possa riuscirci mi pare abbastanza improbabile».
Professore, sono in molti a temere che il modello dei costi standard possa acuire il divario delle prestazioni. In primis quelle sanitarie. Anche lei nel club delle Cassandre?
Il punto di partenza del federalismo è ottimo: garantire risorse adeguate ai costi reali e premiare la virtù di gestione onde evitare sprechi. Difficile essere in disaccordo. Il fatto è che però non ci si schioda dall’intento iniziale. Si fissa il punto di partenza, senza disegnare il giusto percorso che conduca all’arrivo.
Sta parlando di programmazione, mi pare di capire.
Di programmazione, certo, ma anche di un autentico labirinto burocratico. Delineare dei costi standard è possibile se si prendono in considerazione grandi aggregati. Ma come si può pretendere anche solo di immaginare che si possano catalogare un’infinità di elementi base, che dalla otturazione di un dente arrivano fino al costo di una comune biro? Si tratta di un lavoro immane. Per la classificazione dei piccoli aggregati servirebbero 182mila pagine, roba da far perdere la testa anche agli amanuensi dei tempi d’oro.
Eppure tutti garantiscono che il federalismo è pronto in tavola.
Impresa ardua. Come si fa a determinare la qualità dei capitali umani, a conteggiare le rilevanti differenze di competenze e strutture sulle quali calibrare l’erogazione dei fondi? Trasformare l’assenteismo, l’inefficienza e la sbadataggine in elementi algebrici è un’operazione di alta ingegneria sociale. I divari di prestazione sono lì da un secolo e mezzo, e non credo basteranno un paio di decreti a fare piazza pulita. Ma di questo, sono sicuro che abbia contezza anche Tremonti.
Il ministro non è mai apparso troppo scettico, in proposito.
I costi medi sono una chimera teorica del Tremonti accademico, ma il Tremonti politico non può mentire a se stesso. Sa benissimo che i costi standard, in un Paese come l’Italia, non possono essere stabiliti con lavagna e gessetto.
Lavagna e gessetto. Torneranno molto utili tra qualche tempo, visto che l’80 per cento delle spese burocratiche è dovuto al pagamento del personale. In nome della virtù, è possibile immaginare una bella ondata di licenziamenti.
Ammesso che i costi medi possano essere fissati, imporre efficienza alle Regioni significa proprio questo: alti costi sociali, e un milione di italiani lasciati per strada come una zavorra. Che cosa ne facciamo di quanti verranno considerati superflui, di tutti gli stipendiati che fanno sforare il budget e rovinano la condotta virtuosa delle singole Regioni? Li mandiamo in Romania in stile Sarkozy?
Dei costi sociali dell’operazione non parlano in molti. Ma perché l’Italia è l’unico Paese al mondo dove dici “efficienza” e traduci “licenziamento”?
Questo federalismo è la riprova della filosofia di cui ha fatto mostra in molte occasioni questo governo. L’esecutivo ritiene troppo spesso che per decidere qualcosa basti scrivere una legge. La legge consente, ma se poi non si mettono a punto i meccanismi per realizzarla, questa rimane soltanto una noterella scritta sulla Gazzetta ufficiale. Questo federalismo fiscale resta una scatola vuota piena di promesse. Ma per realizzare davvero ciò che lo ispira occorrerebbero vent’anni: si tratterebbe di aumentare la produzione, di far crescere i redditi, di elevare la qualità del capitale umano. Non basta un decreto attuativo scritto in venti minuti per cambiare un Paese che resta immutato da 150 anni.
E d’altra parte, i governatori del Sud chiedono maggiori perequazioni.
Proprio così. Le perequazioni sono al momento necessarie. Non si può voltare pagina all’improvviso. Per colmare il divario tra Nord e Sud occorerebbe sapere da dove parte il treno, costruire i binari per farlo viaggiare, e sapere qual è la destinazione. Invece siamo in presenza di un disegno confuso appuntato su un foglio, che non elabora soluzioni capaci di colmare queste differenze qualitative.
La convince il federalismo in salsa municipale di cui parla il ministro Tremonti?
Le faccio io una domanda. Riesce a immaginare che paesini di 61 abitanti abbiano autonomia fiscale e tributaria? A me, francamente, scappa da ridere. (f.l.d)

martedì 25 maggio 2010

Tutti a scuola a ottobre e viva il turismo: i disastri della Gelmini e l'elogio del mare

Roma. «Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre». Le diciassette parole che fanno del ddl presentato dal senatore del Pdl Giorgio Costa, il provvedimento più conciso della storia repubblicana, avrebbero potuto mandare in visibilio un maestro della Semplificazione come il ministro Calderoli. E invece, nonostante la sallustiana concinnitas, il fuoco leghista si è sparso in abbondanti vampate contro lo smilzo codicillo degli alleati di Governo.

A versare benzina sull’ennesimo stucchevole dibattito di un Paese che rischia il crac da un giorno all’altro, le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, che è apparsa alquanto lusingata dal posticipo delle lezioni. «È una proposta sulla quale si può discutere – ha detto la Gelmini dai microfoni di Sky Tg24 – io sono molto aperta su questo tema perché effettivamente il nostro Paese vive di turismo e oggi le vacanze per le famiglie non sono più concentrate a luglio e agosto». Ma il ministro ha voluto evidenziare anche come «a settembre si possono avere migliori opportunità sul piano economico. Per certi versi uno slittamento dell’inizio dell’anno scolastico – ha spiegato – potrebbe aiutare le famiglie a organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare anche un aiuto al turismo. Vedremo come deciderà il Parlamento». Una discreta apertura di credito, che ai lumbàrd non è affatto piaciuta. «È inattuabile», chiosa la senatrice della Lega Nord, Irene Aderenti, «in quanto la direttiva europea prevede 200 giorni e va rispettata, perché se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo». Ma ciò che adombra il Carroccio, non è certo la sacrilega violazione della legislatura europea, altre volte conculcata senza grandi imbarazzi. «Le Regioni formulano già il calendario regionale delle lezioni – annota la senatrice – quindi ognuna di esse ha già questo tipo di autonomia di decisione formulandola in base alle problematiche climatiche e turistiche del territorio». Per il Governo della devolution, del federalismo padano che salverà noi tutti dal tracollo, la scuola centralistica a regioni unificate non è esattamente un omaggio alla secessione. «Ci sono le regioni del Nord che hanno temperature, climi diversi e calendari turistici diversi: una provincia come il Trentino preferirebbe avere più vacanze nella stagione invernale», precisa la Aderenti venendo finalmente al punto. Prima il grembiulino, poi il ritorno alla votazione numerica, ora il calendario unico dettato da Roma ladrona. Che cosa spinge il Governo che ha dato abbrivo all’epopea padana , verso l’irresistibile fascinazione dei Sixties? Di certo non il boom economico. L’idea di Costa è secondo il segretario della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo «un po’ stravagante. Dato il parere favorevole anche della Gelmini, posticipare l’inizio dell’anno serva al ministero per prendere tempo per risolvere le mille incertezze in cui oggi versa il sistema. Le vacanze estive sono una scusa, dietro il progetto di posticipare ci sono le conseguenze delle politiche sbagliate del governo». Ancora più esplicito il Pd, che parla di «macelleria scolastica». «Subordinare l’inizio della scuola alle esigenze del turismo – commenta il senatore Giuseppe Lumia – è un’idea barbara, frutto di una cultura politica rozza e cinica. La stessa che ha decretato i tagli e che adesso vuole continuare a tagliare, cancellando un altro mese di scuola».

Sarcastica la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi: «Se ne è accorta perfino la Lega che con questa proposta si finirebbe sotto i 200 giorni previsti dalle direttive europee». «Con chi dovrebbero stare in vacanza gli studenti, mentre i genitori lavorano?», si domanda la Puglisi. «Pensare di rilanciare il turismo facendo cassa di nuovo sulla scuola è da irresponsabili», commenta Fabio Evangelisti dell’Idv. «Il fatto che si parli di slittamento dell’inizio e non della fine ci fa pensare che si voglia ridurre l’offerta formativa», aggiunge il capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni. Ma in fondo, con un sole e un mare così belli, chissenefrega.(f.l.d)

Da Liberal 25 maggio 2010

lunedì 19 aprile 2010

«Vi spiego perché Fini è destinato a scomparire». L'analisi dello storico Francesco Perfetti

Roma. «A differenza che negli scontri precedenti, stavolta la frattura tra Fini e Berlusconi è insanabile. Il presidente della Camera non può più tornare indietro, perché ne deriverebbe un brutto colpo per la sua immagine. E il presidente del Consiglio, d’altra parte, non potrebbe accettare di buon grado ulteriori correzioni di rotta, o altre prese di posizione in contrasto con la sua volontà politica. Certo, la rottura sarebbe assai più traumatica per le sorti di Fini, che per quelle del leader azzurro. Nel caso assai probabile che loro le strade si dividessero, si arriverebbe a una crisi all’interno della maggioranza. Ma è scarsamente plausibile che si potrebbe giungere a un rimpasto, perché in questo caso Berlusconi si rivolgerebbe di nuovo alle urne per rinsaldare la sua leadership, mentre Fini dovrebbe fare i conti con una base elettorale che in buona parte non si riconosce più nelle sue posizioni politiche. Per il presidente della Camera, insomma, c’è il forte rischio di riscoprirsi irrilevante al di fuori del Pdl. Di essere finito in un vicolo cieco». L’analisi di Francesco Perfetti, docente di storia contemporanea alla Luiss Guido Carli, non lascia spazio a troppe speranze. La forzata convivenza tra Silvio e Gianfranco, insomma, sembra giunta all’epilogo.

Professore, Fini può ancora tornare indietro o siamo in presenza di un ”divorzio tardivo”?
I margini per un recupero sostanziale del rapporto sono molto risicati. Le poche chance di ricucire lo strappo tra il premier e il presidente della Camera sarebbero più che altro legate a uno scenario compromissorio, una soluzione formale nell’interesse dei due contendenti. L’impressione è però che l’altro giorno si sia consumato un atto definitivo.

Si parla di gruppi autonomi. Che scenari si aprirebbero per il Pdl-Italia a trazione finiana?

La rottura sancirebbe una crisi all’interno della maggioranza e trovarne una alternativa sarebbe poco agevole per Berlusconi. Il presidente del Consiglio avrebbe tutto l’interesse a spingere per nuove elezioni, e in quel caso i finiani si troverebbero a nuotare in acque pericolose.

Ci spieghi meglio.

Non c’è soltanto il fatto che Gianfranco Fini ha grossi problemi con il Pdl. C’è il problema, ancora più grande, che l’ex leader di An ha con il suo popolo. Dubito che il presidente della Camera possa trovare ancora consenso nella sua base tradizionale. L’evoluzione politica di cui si è reso protagonista negli ultimi anni, lo ha allontanato dai temi forti che stavano a cuore al suo elettorato: dalla bioetica all’immigrazione.

Dove crede che siano finiti i voti di Gianfranco Fini?

La vecchia destra missina è ormai divisa: quelli di area cattolica sono ormai confluiti nel Pdl, mentre gli elettori che votavano Alleanza Nazionale in nome dell’ordine e della sicurezza, si sentono ormai pienamente rappresentati dalla Lega. E come è noto, chi finisce nelle braccia di Umberto Bossi non torna più indietro.

Prospettive poco allettanti, per il presidente della Camera.

Fini mi sembra in difficoltà, inutile negarlo. Fare un passo indietro equivarrebbe a un brutto danno d’immagine e credibilità politica, farne uno avanti significherebbe consegnarsi a una condizione di fragilità. Ma ciò che conta, è soprattutto il suo futuro politico. L’ex leader di An era un tempo un punto di riferimento per l’anticomunismo. E oggi, l’“adozione a distanza della sinistra” lo mette in grave difficoltà. Viaggiare a destra, è per lui molto complicato. E viceversa, il tragitto sarebbe impervio anche sterzando il volante a sinistra.

Torniamo al prossimo futuro. Davvero Fini dovrebbe lasciare l’incarico di presidente della Camera, come preteso da Berlusconi?
A livello giuridico non esiste nessun vincolo. Si tratterebbe piuttosto di un problema politico, di forti pressioni che lo spingerebbero a lasciare l’incarico. In qualità di presidente della Camera, Gianfranco Fini riveste di un ruolo chiave nel disciplinare l’ordinato fluire della vita parlamentare. E proprio per questo, Berlusconi avrebbe tutto da guadagnare a far saltare il banco.

Viene da pensare che Fini dà fastidio perché è la rappresentazione plastica degli endemici difetti degli azzurri: assenza di collegialità, mancanza di strutture, vocazione “dadaista”
Credo che il problema vada rovesciato. Fini rappresenta la persistenza di modelli politici tradizionali all’interno di un partito che ha fatto della rottura con gli schemi del passato il suo punto cardine. Il Pdl è un partito atipico, qualcosa di molto simile a un comitato elettorale funzionale a un sistema bicefalo: da una parte il proporzionale legato a uno schema multipartitico, dall’altra il maggioritario puro. I vecchi partiti, dall’attuale Pd all’An che fu, sono legati ad altre coordinate politiche, dissimili da quelle contemporanee.

La vecchia politica è quindi destinata allo scacco?
La fortuna del Cavaliere è basata sull’ansia di rinnovamento di una parte del Paese che chiede le riforme. E in questo cammino, la vocazione di Fini alla politica tradizionale è stata e sarebbe per Berlusconi un inciampo.

Senza Fini, però, la grande rivoluzione liberale del Cavaliere finirebbe nel piccolo signoraggio localistico della Lega.
Non credo che il distacco di Fini produrrebbe conseguenze di questo tipo. A ben guardare, il “nordismo” del Carroccio è ben bilanciato dall’attenzione mostrata dal Cavaliere per il Meridione. Da Napoli alla Sicilia, il Pdl si è mostrato sensibile alla salvaguardia di una porzione del Paese oggi più che mai strategica dopo l’exploit della Lega alle ultime elezioni.

Quanto ha inciso l’inarrestabile marcia di Bossi sulla marginalizzazione di Fini?

È stato determinante. Fini oggi rischia di scomparire. (f.l.d)

lunedì 23 novembre 2009

«I numeri dicono che l'immigrazione è necessaria, conveniente e incontenibile», la Lega se ne faccia una ragione


«A leggere i dati Istat di quest’anno in prospettiva, ciò che desta allarme non è solo la riconferma di un tasso medio di natalità molto basso e un netto calo di matrimoni , ma la grande discrepanza tra informazioni in nostro possesso e politiche economiche e sociali in grado di contrastare o invertire questo trend negativo. Se non si attuano misure conseguenti con una certa sveltezza, lo scenario futuro non potrà che dipingersi a tinte fosche». Antonio Golini, professore di Demografia presso la Facoltà di Scienze Statistiche all’università La Sapienza di Roma, commenta così alcuni degli aspetti più allarmanti emersi dall’ Annuario Statistico dell'Istat.


Professore, un italiano su cinque ha più di 65 anni. Saremo sempre più un paese per vecchi, nel prossimo futuro?

L’invecchiamento della popolazione italiana non va colto come un segnale negativo. Al contrario è indice di un rapporto sempre migliore tra l’avanzare degli anni e il grado di benessere fisico. Ipotizzare o constatare che un Paese non invecchia abbastanza, vorrebbe dire in concreto che l’anzianità non possa essere goduta appieno da tutti, nelle migliori condizioni possibili. D’altra parte, l’idea di non invecchiare è inaccettabile.  Ciò che deve far riflettere è semmai la natalità sempre più risicata. Il problema non è tanto che ci saranno sempre più anziani, ma che ci saranno sempre meno giovani.

Di questo passo, non c’è il rischio che il mercato del lavoro diventi sempre più immobile e respingente per il mondo giovanile nel prossimo futuro?

Niente affatto. Si tratta di una obiezione molto comune, che però è statisticamente infondata. La maggior parte degli uomini italiani oggi in età pensionabile, ricopre ruoli lavorativi  cui i giovani non aspirano. I lavoratori over 60 sono mediamente provvisti di una licenza elementare o di una licenza media, per cui svolgono mansioni che difficilmente possono essere ambite da un ragazzo tra i venti e i trent’anni. In quella fascia d’età, il titolo di studio più diffuso è il diploma o la laurea. In  Italia, nella fascia compresa tra i 55 e i 65 anni, lavora il 32 per cento della popolazione, contro il 70 degli omologhi in Svezia. Quella stessa Svezia,  che per inciso, ha il miglior welfare del mondo.

Uno spunto utile per i nostri governanti?

I dati dicono che occorrerebbe dare respiro al nostro welfare. Innalzare l’età pensionabile a settant’anni significherebbe mantenere in attività uomini ancora perfettamente abili, e per certi versi, come già spiegato, insostituibili. E inoltre, spostare in avanti il termine dell’ attività lavorativa, consentirebbe di reperire risorse atte a tutelare l’impiego giovanile e a incentivare forme di lavoro più stabile. Solo un esempio di come le nostre politiche siano inadeguate rispetto alle tendenze demografiche.

Approfondiamo

Devono far riflettere anche le politiche scolastiche. Negli scorsi decenni i bambini che frequentano le elementari sono scesi da cinque a tre milioni, ma in parallelo sono aumentati gli insegnanti.

Si fanno pochi figli in Italia. Anche in questo caso è colpa di politiche poco attente alla famiglia?

È evidente. Le analisi statistiche dicono che più ci sono figli, e più le condizioni delle famiglie peggiorano spingendosi fin dentro o sulla soglia  della povertà. La verità è presto detta: le coppie italiane sono talmente trascurate, che oggi, per loro, fare figli equivale a essere penalizzati.

Soluzioni?

Innanzitutto favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, e tutelarne con forza i diritti. I dati dicono che le donne con un lavoro stabile sono quelle più propense ad avere figli. E poi predisporre un numero sufficiente di asili nido, che in Italia sono in numero scandalosamente inadeguato. E poi il terzo punto: introdurre finalmente il quoziente familiare.

Sull’immigrazione si dice tutto e il contrario di tutto. I dati in nostro possesso, che cosa suggeriscono di fare, nel medio e lungo termine?

Occorre fare una premessa indispensabile, per rispondere. Chi conosce i numeri, sa benissimo che l’immigrazione è per l’Italia necessaria, conveniente e incontenibile. In ottica futura essa deve però essere regolamentata, perché le cifre attuali dicono che ogni anno arrivano nel nostro Paese  300-400 mila immigrati. Un numero che, nell’ottica di una perfetta integrazione è eccessivo. Occorrerebbe quindi, se i numeri hanno senso, ridurre i flussi di qualche unità. Ma allo stesso tempo, poiché gli immigrati rivestono un ruolo decisivo nel ringiovanire il nostro Paese e nel ricoprire incarichi di lavoro lasciati vacanti dagli italiani, è necessario concedere quanto prima la cittadinanza a chi nasce e cresce nella Penisola, godendo dei servizi messi a disposizione dalla collettività. Negare questo diritto o condurre politiche poco accoglienti è miope e pericoloso, perché significa innescare nel nostro tessuto sociale delle bombe a orologeria. (f.l.d)

Da Liberal 21 novembre 2009