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venerdì 17 settembre 2010

Simone Perotti, il manager che ha mollato tutto per ritrovare il sapore della libertà fuori dal carcere della globalizzazione

Quasi vent’anni da manager in aziende italiane e multinazionali, e tutto ciò che sembra dover appagare l’uomo di successo del terzo millennio. Tutto, eccetto la soddisfazione di avere del tempo a disposizione, per sentirsi in comunione con la parte più autentica di se stessi. La storia che Simone Perotti racconta in Adesso Basta (Chiarelettere, 288 pagg.14 euro), è il diario impossibile che molti uomini sognano di scrivere, affidandolo invece bianco al cassetto dei rimpianti. Una vicenda che trova il suo culmine qualche anno fa. Perotti molla tutto e si dedica esclusivamente alle passioni di una vita: la scrittura, il mare e mille altri mestieri. Lavori liberi sospinti dal puro ritmo della passione, lontani dai logoranti automatismi della società dell’efficienza. Parola d’ordine è il downshifting, un calo di marcia che in una partecipe lentezza consente di riscoprire la dedizione spontanea. Come un novello Thoreau, Perotti si lascia alle spalle la società quantitativa, che nei numeri e nella velocità smarrisce l’individuo e lo appiattisce a manovale del business esponenziale. Una svolta affascinante, che è una saggia ribellione contro il ricatto del benessere. Un patto leonino che in cambio di frigoriferi e lavatrici cinque stelle, strappa l’anima di dosso e lascia vuoti e stanchi. Un gesto anarchico e non privo di azzardo, quello di Perotti. Che oltre a un sana invidia, lascia la sensazione di un’altra realtà possibile. Di un altro mondo più vivibile, al di là della siepe di cartapesta che è diventata questo mondo globale.

lunedì 3 maggio 2010

Altro che bamboccioni, ormai è ufficiale anche per l'Istat: l'Italia è il peggior Paese europeo in cui un giovane possa vivere

Da Liberal 1 maggio 2010

Roma. Sono ben al di sopra dei due milioni, gli italiani che cercano occupazione. Più esattamente, due milioni e 194mila unità. Un numero che secondo i dati Istat riferiti a marzo, registra un 2,7 per cento in più rispetto al mese precedente, e un preoccupante più 12 per cento di incremento sull’anno scorso. E che imprime conseguenti riflessi negativi anche sul tasso di disoccupazione attestato all’8,8 per cento, equivalente a uno 0,2 per cento in più rispetto a febbraio, e all’uno per cento rispetto a marzo 2009. 

Ma le notizie peggiori provengono dal tasso di inattività, e cioè dalla percentuale di persone residenti (sul totale) che non lavorano per scelta (casalinghe o gli studenti), o perché troppo anziani e quindi ritirati dal lavoro: un 37,8 per cento che stabilisce il record negativo dal 2002 a oggi. Analizzati nello specifico, i dati Istat fotografano in modo impietoso i morsi che la crisi ha impresso sulla viva carne delle classi meno protette. A partire dalla disoccupazione giovanile, che seppur in lievissimo calo rispetto al mese precedente (0,4 per cento), indica nell’attuale 27,7 per cento un aumento di quasi tre punti percentuali rispetto a marzo del 2009. Non meno sconsolanti, i dati sulla disoccupazione femminile. A oggi sono senza lavoro un milione e 44mila donne italiane, che significa un aumento del 4,8 per cento su base mensile. E per accorgersi di quanto sia stata forzatamente discriminatoria la valanga della crisi, basta comparare il dato con quello che coinvolge l’incremento della disoccupazione maschile, che invece registra uno 0,9 per cento. In termini assoluti, l’Istat valuta i maschi italiani senza occupazione nel numero di un milione e 150mila unità, diecimila in più rispetto al mese precedente. Un dato che vuol dire un fatto molto semplice: nell’ultimo anno hanno perso il lavoro 111mila uomini. Rovesciata la prospettiva sul numero di occupati, la sostanza non cambia. Sono 22 milioni e 753mila gli italiani che lavorano, uno 0,2 per cento in meno rispetto a febbraio e un decremento occupazionale dell’1,6 per cento rispetto all’anno scorso. In brusca sintesi, negli ultimi mesi hanno perso il lavoro 367mila persone. Ma per ritornare al tasso di inattività, ( fermo al 37,8 per cento, meno 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma più 0,5 punti percentuali rispetto a marzo 2009), le statistiche Istat dicono in parole povere che un italiano su due è inattivo nella fascia compresa tra i 15 e i 65 anni. 

Un aspetto che assume tratti inquietanti  in Sicilia, dove sono inattive tre persone su cinque. In termini assoluti, il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari in Italia a 14 milioni 907mila unità, cifra che rappresenta una riduzione di 24mila unità rispetto a febbraio, ma comunque un aumento dell’1,6 per cento rispetto a marzo 2009. Tradotto, si tratta di 239mila italiani inattivi in più in un anno. Secondo il Governo, l’aumento del tasso di disoccupazione non giunge inatteso. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, fa sapere che «il tasso di disoccupazione è leggermente incrementato, ce lo aspettavamo», e tiene a precisare che «molti gufi segnalavano ancor peggio. Come sappiamo l’andamento della disoccupazione è successivo all’andamento dell’economia». Se comparato al tasso di disoccupazione dell’Eurozona, che attestandosi al 10 per cento è il più alto degli ultimi dieci anni, quello italiano dell’8,8 per cento è un po’ meno peggiore  «ma è una magra consolazione perché poi chi cerca lavoro non lo trova», nota Sacconi. Ed è ancora più magra, se si prende a riferimento l’Unione europea a ventisette Paesi, dove la media di disoccupati fa registrare il 9,6 per cento. Il ministro del Lavoro sostiene inoltre che per fronteggiare la drammatica imponenza di questi numeri occorre «la combinazione degli ammortizzatori sociali con la formazione, una sfida obbligata» che è «una risposta tradizionale ma tradizionalmente fallita». 

Ma ciò che rende particolarmente avvilente la condizione italiana, rispetto a quella dei Paesi europei, è un dato che il ministro del Lavoro dimentica di commentare. Tra i giovani italiani compresi tra i quindici e i ventiquattro anni, la disoccupazione sale al 27 per cento: un aumento di tre punti percentuali rispetto all’anno scorso, che spiega come definire i ragazzi della Penisola «bamboccioni», sia obiettivo quanto osservare Brunetta e dedurne che sarebbe titolare inamovibile in qualunque nazionale di basket. Un abbaglio, che può essere facilmente compreso se si paragona la nostra disoccupazione giovanile a quella dell’Europa a ventisette. In Italia, come detto, siamo al 27 per cento. Nel resto del Vecchio continente al 20,6. Quasi sette punti percentuali in più, a fronte di un tasso di disoccupazione generale leggermente inferiore a quello dell’Ue. A qualcuno viene in mente, se non di fare ammenda, se non di fare qualcosa, che al momento l’Italia è il peggior Paese europeo nel quale un giovane (non) possa vivere? (f.l.d)

martedì 30 giugno 2009

Intervista a Rita Clementi «Io "giovane precaria" di 47 anni lascio l'Italia perché umilia chi studia, e offende la dignità di chi lavora.


«Poco tempo fa il più piccolo dei miei tre figli si è fatto serio in volto e mi ha spiegato di avere preso una decisione. 'Mamma – mi ha detto –, ho capito che devo fare una scuola facile, perché se ne scelgo una difficile poi succede che da grande vado a finire come te'. Capisce perché il primo di luglio salirò su quell'aereo? Non posso permettere che i miei ragazzi crescano in un Paese che a molti non concede neppure la speranza di vedere premiati i propri sacrifici, e che nella maggior parte dei casi ignora il merito e tiene in un limbo esistenziale i cosiddetti giovani precari, che nel mio caso hanno ad esempio quarantasette anni, un certo numero di risultati dalla propria e neppure un euro di contributi per la pensione». Le parole di Rita Clementi, una laurea in Medicina, due specializzazioni, e un mucchio di contratti a termine di cui l'ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia, spiegano bene i sentimenti che l'hanno spinta a scrivere ieri al Corriere una lettera d'addio all'Italia indirizzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana», scrive in un passaggio dell'epistola la ricercatrice. Rabbia condivisibile. Perché a Rita, simbolo di altre migliaia di donne e uomini che subiscono sulla propria pelle gli effetti della precarietà, il quasi sistematico disconoscimento del merito a favore del lignaggio vigente nei feudi universitari, e la catastrofica situazione della ricerca italiana che fa miracoli con i fichi (sempre più) secchi, non è bastata neppure un'importante e promettente scoperta. Ha individuato l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, ma la cosa è stata accolta con tiepidezza in Italia e con vivo interesse negli Stati Uniti. E così, il primo di luglio si recherà a Boston, dove avrà finalmente la possibilità di continuare il suo lavoro, e quella di potere crescere i propri figli in un luogo che rispetti la sua dignità di professionista, e di madre.

Dottoressa, nelle sue parole c'è tutta l'amarezza di una resa. Che ricordi porterà con sé dell'Italia?

Magari si fosse trattato di una resa. Quando uno si arrende vuol dire che ha avuto la possibilità di condurre una battaglia. A me, come a centinaia di colleghi, non è stato neppure concesso di lottare. La mia è stata più che altro una storia di resistenza fatta di bocconi amari inghiottiti a forza. Storture, compromessi, taciti ricatti. Ho pazientato per anni e subito l'onere della mia fragilità contrattuale. Purtroppo, come ho detto nella mia lettera, la benevolenza dei propri referenti è in Italia una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Me ne vado perciò con il peso di dovere lasciare il Paese in cui sono nata e cresciuta. Di dovere lasciare un sistema in cui per molti non esiste la libertà di fare ricerca, né quella di poterla sviluppare. Un'Italia in cui chi fa il mio mestiere, e magari dimostra di saperlo fare bene, dovrebbe stare sul proprio banco di ricerca a lavorare, invece che scrivere ai giornali.

Ha voluto rivolgersi alla stampa. Con quali speranze?

L'ho fatto perché prima di partire mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza diretta a favore di centinaia di colleghi che subiscono da anni situazioni simili alla mia. So bene che una lettera su un giornale non serve a nulla e non può cambiare le cose. So che io e miei figli ci adatteremo prima o poi alla nuova vita che ci aspetta. Però non mi preoccupo tanto per me, quanto per il nostro Paese. Finché lo stato della ricerca resterà quello attuale, l'Italia si priverà di ingegni e risorse essenziali nelle sfide che la scienza pone verso il nostro futuro. Io ad esempio sono un medico, e credo nel mio lavoro sui linfomi. Alcune indicazioni emerse dai miei studi, dicono che esiste la probabilità di salvare delle vite umane. Questa stessa possibilità mi ha trasmesso la ferma volontà di provare a tutti i costi ad andare fino in fondo. Non è solo per crescere i miei figli, che me ne vado. Vado via perché spero un giorno di far crescere meglio i figli degli altri, grazie alla mia scoperta.

Dovesse farla capire a un bambino, come gliela spiegherebbe?

Gli direi che ho studiato per qualche tempo una malattia genetica rara, che colpisce quattro o cinque persone l'anno. E che quando questa malattia inizia a svilupparsi, è molto simile a una brutta malattia che si chiama linfoma. Una brutta malattia che secondo i miei studi, dipende dalla mancanza di un gene. E che perciò, con il tempo, può essere evitata grazie al lavoro di alcuni dottori speciali: i ricercatori.

Speciali all'estero. E particolari in Italia, per usare l'aggettivo più elegante che viene in mente rispetto alla loro sistematica umiliazione.

Qui da noi università e ricerca sono da molti anni abbandonati a una drammatica deriva. Si salva chi può, e soprattutto chi deve. Si dimentica che il favore reso al singolo è spesso un immenso torto reso a una comunità intera. Che non perde solo questo o quel ricercatore, ma i frutti del suo lavoro e i benefici enormi che la ricerca può garantire a un Paese intero e al suo avvenire.

Perché non si è scelta una “scuola più facile”?

Durante gli anni di università, la passione era speranza e la speranza era passione. Due cose che si alimentavano a vicenda e mi facevano pensare solo a studiare al meglio, perché poi i risultati sarebbero venuti. I miei genitori hanno fatto enormi sacrifici per mantenermi agli studi. Loro hanno creduto in me quanto io ho creduto in me stessa. Con il tempo inevec è rimasta intatta la passione e la speranza si è trasformata in ostinazione. E se una persona diventa ostinata significa forse che ha smesso di sognare, ma che non è disposta ad arrendersi. E che vuole combattere in qualunque posto del mondo le sia data anche solo la possibilità di farlo.

Da Liberal 30 giugno 2009

venerdì 30 gennaio 2009

Il lavoro nobilita, il precariato offende, ma quello che le fa girare davvero sono le bugie di Veltroni


















Recita un versetto del Talmud che se il mare fosse inchiostro e le canne fossero penne, le nuvole fossero pergamene, e tutti gli uomini fossero scribi, tutto questo non basterebbe per spiegare la difficoltà di governare. Similitudine appropriata, o persino riduttiva, rispetto alla sfrontata e ridondante ipocrisia di Walter Veltroni sul tema dei precari. Non basterebbero i blog, i cahiers de doléance, le strombazzanti filippiche de Il Giornale, le sonnolente orazioni di Dario Franceschini, i concistori di ulivisti revisionisti e dipietristi scissionisti, per rendere giustizia dell’ineffabile paternalismo menzognero del leader del Pd. Perché a parole, in lettere strazianti in cui si erge a paladino dei giovani precari, oggi, e adulti sprecati, domani, Uòlter sembra resuscitare gli ardori civili con cui Ignazio Silone decantò l’epica battaglia dei cafoni in Fontamara. E nei fatti, essendo un romanziere con il vezzo della politica, lascia i suoi giovani (e)lettori con gli occhi pieni e le mani vuote. Che il lavoro nobilita e il precariato offende la dignità dell’essere umano, Veltroni lo declama a gran voce e lo scrive su tutti i muri con l’euforia di un Jovanotti giovanilista e stempiato. Quello che si dimentica di capire è che se il lavoro nobilita, il suo dignitarismo compassionevole con cui liscia il pelo dei giovani, smobilita definitivamente la galassia over 20 che ha creduto per qualche istante in quel pasticciaccio brutto chiamato Pd. Il partito del lavoro, dell’innovazione, della nuova politica. Nei fatti solo il compimento del Veltrusconi e dell’inciucismo condito da una retorica riformista senza costrutto, ricolma però di celluloide e lustrini.

La cronaca vecchia e semivecchia parla chiaro. Se dalle parti del Pdl la sola indicazione fattiva sul precariato è affidata alla provvidenza manzoniana di un buon matrimonio, il sugo della storia del leader del Pd, può sintetizzarsi nella figura di Don Abbondio. Veltroni è un vaso di coccio, tra tanti vasi di liquame. La veltroneide può essere illustrata a casaccio. A novembre 2007, ad esempio, in carica il governo Prodi, un oltremodo stizzito Franco Giordano, allora segretario di Rifondazione, contesta il protocollo sul welfare. Subissato di scomuniche, accusato di giudaici complotti, Giordano è l’unico a ricordare agli esponenti della coalizione che il programma sui precari è rimasto lettera morta. «Non è più possibile che vi sia qualcuno che si tiene sempre le mani libere e altri che devono invece portare sempre la croce dell' essere responsabili», sbottò allora il rifondarolo. La battaglia del Prc sul protocollo è in quel momento una questione squisitamente politica, e il Pd, nonostante la miracolosa brevità della gestazione, mette subito in luce il suo principale pattern genetico: la mossa dello struzzo che affonda la testa nella sabbia. «Veltroni, dov' è Veltroni? – si chiede sconsolato Giordano – Parla tanto di giovani quando polemizza con noi che ci battiamo contro lo scalone, ma ora che si tratta di difendere i precari e stabilizzarne il lavoro, il segretario del Pd stranamente tace». Niente di strano, perché dietro lo strappo di Palazzo Chigi sul protocollo c’è lo zampino di Uolter. O meglio di mister Poltrona Frau, Luca Cordero di Montezemolo. La Confindustria non gradisce i progetti sui precari, e Veltroni si appecorona subito. «Dopo aver passato mesi a parlare dei diritti dei "giovani" adesso sono spariti. Dove sono Veltroni e gli altri ora che serve combattere contro l' uso sistematico dei contratti precari?», cantilena Giordano a conclusione della sacrosanta geremiade. Un fantastico déjà vu che ci riporta ai nostri giorni. Con la differenza che allora Veltroni era al governo. Figuriamoci adesso che è il leader di un governo ombra e chiede un salario minimo di 1000 euro per i precari. In pratica una favoletta. Quella di una mosca cocchiera che si pregia però di un involontario e spassosissimo humour. Entertainer giovanile di giorno, maggiordomo di Confindustria alla sera. Anche nel luglio 2007, Veltroni tuonò contro il sistema che uccide il futuro dei valorosi giovani nostrali. «Ci sono precari con laurea e master che lavorano nei call center, e che vengono licenziati – tuonò – e c' è gente che non sa fare assolutamente nulla e che per questo vince molti denari». Tanta delicata empatia verso i lavoratori a cottimo dei call center, veri e propri schiavi, prigionieri di un cortocircuito politico-economico criminale, Veltroni l’aveva maturata nel 2006. I lavoratori dell’Atesia, colossale call center noto come il più grande lager giovanile d’Italia, si riversano in Campidoglio per chiedere all’allora sindaco Walter Veltroni, un intervento a favore della loro stabilizzazione, promessa e rinviata dai datori di lavoro con impareggiabile sfacciataggine. Dal 1989, «per logiche di mercato», Atesia ha scelto di non contrattualizzare nessuno a tempo indeterminato. Come a dire: sarebbe un autentico spreco, pagare qualcuno che sta male o che si azzarda a pensare a un giorno di ferie. Veltroni naturalmente non muove un dito, e l’apprezzamento per le politiche della Sinistra in materia di precari non manca di manifestarsi i primi di novembre del 2006. «Ministro Damiano, il tuo conflitto di interessi si chiama Tripi», urlano i Cobas della Telecom da un’auto rossa che ha le parvenze di un telefono ambulante. "Tripi è il padrone di Athesia, il call center con tremila precari solo a Roma", specifica un volantino. "Amico dei padroni, vattene", lo omaggia un altro volantino. Damiano, ministro ed esponente di spicco della sinistra riformista di Walter Veltroni, ingoia amaro. L' ex no global Agnoletto, fa notare che c’è un abuso di figure retoriche dietro la protesta. «Amico dei padroni è persino una gentilezza», declama con una rapida e involontaria illustrazione della litote. «Damiano è servo di Confindustria». La ricetta di Uolter e della sinistra riformista per i giovani precari è insomma abbastanza chiara. Il lavoro nobiliterà pure, per carità. Il precariato offenderà senz’altro. Ma di grazia, quello che le fa girare davvero, è la presa per i fondelli.