Visualizzazione post con etichetta precari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta precari. Mostra tutti i post

martedì 12 aprile 2011

Dicono che i tunisini sono una minaccia per i giovani in cerca di lavoro. Eppure, sono emigrati all'estero 70mila ragazzi italiani che raccontano la loro nuova vita in “Vivo altrove"

Il 30 per cento di loro è disoccupato con punte che al Sud raggiungono picchi terzomondisti. E tra quelli che lavorano, grossa parte è appesa alla corda del precariato. Nell’era marcescente del berlusconismo, i giovani italiani hanno accesso al barnum mediatico soltanto nelle vesti di entertainer danzerecci, canterini o abbastanza sbarazzini da coniugare il battuage di alto bordo alle ambizioni politiche. Così che gli infausti viziosi del titolo di studio, nella psicotica pretesa di coniugare curriculum e lavoro, vengono posti in quarantena dalle televisioni. Eppure, questa maggioranza di laureati piombata in uno stato di minorità culturale, esiste. Ed è costretta a emigrare. Dalla voce di questi esuli, costretti a portare in un’altra terra l’umiliante fardello della propria istruzione, non è possibile cogliere soltanto le normali prospettive che spettano a chi studia, ma anche l’avvilente condizione di chi resta in Italia e non ha spazio né modo per rivendicare i propri diritti. Specie in questi giorni, in cui si farnetica dell'odissea tunisina, come di una grave minaccia al lavoro giovanile nazionale. Non proprio una tragedia, ma solo un ricambio, visto che circa settantamila rampolli italianissimi sono stati costretti a emigrare all'estero dalla nostra feroce meritocrazia a base di poppe e perizomi. Ed è in questo doppio orizzonte di senso che si muove Vivo altrove (Bruno Mondadori, 228 pagg. 228 euro), splendida collazione di storie che Claudia Cucchiarato raccoglie da tempo nell’omonimo sito a centinaia. Almanacco ragionato di un’altra vita possibile, quello della Cucchiarato si configura come il libro bianco dell’emigrazione giovanile. Tra i venticinque e i quarant’anni, triplicati negli ultimi dieci anni, gli italiani in confino volontario, sono giovani talenti in fuga che all’estero ottengono rapidamente opportunità di carriera e tutele sociali, a prescindere dall'ampiezza del proprio giro vita. Ma guai a pensare che si tratti di soli cervelli in fuga. Ci sono an-
che giovani sdegnati da un Paese in cui l’Inps nasconde il fatto che gli sarà negata
la pensione, ragazzi estenuati da una perenne guerriglia ad personam a causa della solita personam, ragazzi illividiti da un deserto politico e sociale che emana ogni giorno miasmi ributtanti. Storie di successi e prestigi, si contano a decine anche “per chi non ha il grano", per citare il padre costituente di questa nuova Repubblica fondata sulla gnocca. Ma nel libro della Cucchiarato vivono conquiste meno roboanti, e altrettanto vitali: storie di precarietà spezzata, di serenità ritrovata e pacificazione con il mondo. «Ovunque ma non qui», potrebbe essere il sottotitolo di Vivo altrove. E se la felicità non costa niente, o per lo meno quanto un biglietto low-cost, il libro accresce il sordo rancore di chi resta. Di chi, per mille venture, resta in aeroporto a passare la scopa.
Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.


lunedì 27 settembre 2010

Marcegaglia contro Brunetta, Tremonti, Silvio e il partito del Pil: Panzane in Libertà

Viareggio. «C’è stata la paura. E non è detto che sia già arrivato il momento della speranza», aveva concionato Tremonti dalla tribuna di Oggi. Mai aforisma fu più veridico. Che non sia momento di speranze non è semplicemente detto. È proprio scritto, a disposizione delle competenze matematiche di tutti, nei numeri dell’Istat. Non pervenuti a diversi esponenti del governo – o recepiti al massimo come vile dossieraggio di credibilità caraibica– non devono essere sfuggiti a Emma Marcegaglia. Dallo scranno dei tg nazionali, Tremonti ha assicurato fino a due giorni fa che «l’Italia non è in crisi». Ma la leader di Confindustria dev’essere poco avvezza ad andare a letto placidamente dopo il carosello minzoliniano. Perché dall’assise degli industriali toscani riunita a Viareggio, il presidente di viale dell’Astronomia ha dato l’ennesima scossa a un esecutivo sempre più imbarazzante: «Vogliamo che politica si concentri su crescita e occupazione», mette a registro Marcegaglia, che invita la classe dirigente, sempre più rotolante nel fango dei tristi tropici, ad accantonare la ridicola gazzarra sulle barbe finte «che leggiamo in questi giorni sui giornali».

Il ministro dell’Economia, con raro gusto per la litote, battezza questa Penisola bagnata dalla catastrofe come «terra incognita». Ma ai cittadini italiani pare ogni giorno di più di conoscerla a menadito. Balzo della disoccupazione all’8,5 per cento, due milioni abbondanti di italiani senza lavoro, trenta per cento di giovani (al Sud il quaranta) senza occupazione. E soprattutto, a valle e a monte di tutte le impietose statistiche, una cifra sesquipedale che corrisponde a zero. Uno zero assoluto alla voce ammortizzatori sociali e provvedimenti anticrisi nel rendiconto di questo governo. «I problemi dell’occupazione non attendono i passaggi di parlamentari da una parte all’altra», incalza Emma Marcegaglia, ma richiedono «risposte serie e immediate», altrimenti non «riusciremo a riassorbire la disoccupazione, a tenere in piedi il tessuto produttivo, ad aumentare il benessere di tutti». Serve un due per cento di crescita l’anno, spiega la presidente di Confindustria, che rampogna la maggioranza trionfante, colta a dipingere l’Italia come leader nell’export di virtù finanziaria. «Quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi non è vero», attacca Marcegaglia, «c’è la sensazione che stiamo uscendo dalla crisi con una capacità di crescita inferiore alla media europea». Né è meno fosca la proiezione nell’immediato futuro: «Probabilmente non rientreremo a livello nazionale ma anche internazionale in una seconda recessione», chiosa la leader degli industriali, «ma questa rimarrà una cifra chiara e lo sarà, dal nostro punto di vista, anche per i prossimi anni; siamo comunque in un quadro di incertezza. La visibilità che abbiamo davanti è limitata, e siamo in una fase in cui ci sono molto differenziazioni sulle diverse capacità di crescita nelle diverse aree, e appunto dati contrastanti. Il tema dell’incertezza rimarrà una costante con la quale avremo a che fare». E consapevole della differenza tra favola e analisi, Marcegaglia non ha dimenticato di suffragare il tutto con i più recenti dati sul Pil: «Le nostre previsioni parlano di una crescita dell’1,2% nel 2010 – ha spiegato – e dell’1,3 nel 2011 dopo aver perso tra il 2008 e il 2009 il 6». «Il dato che ci preoccupa – annota Marcegaglia – è che siamo entrati nella crisi quando eravamo già in crisi. La percezione che oggi abbiamo di uscire dalla crisi è inferiore alla media di crescita europea. Il mondo sta ricominciando a correre mentre l’Italia cresce troppo poco». Non solo, dunque non siamo usciti dalla crisi. Ma quando ci siamo entrati ufficialmente, a onta dello spietato negazionismo del premier, ci eravamo già dentro mani e piedi. Per conto nostro.

Il primo passo per affrontare i propri problemi – che in questo caso sono quelli di 60 milioni di italiani – è quasi sempre ammetterli, consiglia di solito Riza psicosomatica. E difatti, poco tempo dopo l’intervento della Marcegaglia a Viareggio, è toccato a un contrito Brunetta immolarsi nei dolorosi meandri psicoanalitici dell’assunzione di responsabilità: «Premesso che non ho sentito il discorso del presidente di Confindustria, posso ribadire i dati ufficiali e strutturali che sottolineano come l’Italia abbia attraversato la crisi meglio degli altri Paesi». Peccato che il ministro della Funzione pubblica abbia considerato superflua l’analisi di viale dell’Astronomia. Avrebbe scoperto utili spunti al suo incarico: per esempio che il Pil italiano è il peggiore d’Europa, inferiore anche a quello della Spagna. Brunetta spiega che chiedere all’Italia di crescere come la Germania è troppo, e ha ragione. Agli italiani basterebbe crescere quel tanto che basta per pensare di mettere al mondo dei figli, di mantenerli, e di mantenere anche se possibile – nell’eventualità di averlo mai trovato – il posto di lavoro. Ma tra la crisi e le soluzioni, insomma, c’è di mezzo il Pil. Quello delle Panzane In Libertà. (f.l.d)

venerdì 3 settembre 2010

«Non incontro i precari, sono dipietristi travestiti da insegnanti». La brutta favola di Mariastella Rottermeier, in arte Gelmini


Fossimo nei panni dei precari che da Pordenone a Palermo sono in sciopero della fame da Ferragosto, considereremmo l’idea di attingere qualche caloria dal ricco buffet nuziale che Mariastella Gemini ha elargito agli ospiti del suo sposalizio: capesante, insalate di granchi, tortini di finocchio, risotto all’astice, branzini, spigole. Occorre cibo assai succulento, per drenare la proluvie di succhi gastrici che Mariastella Gemini ha lasciato fluire anche negli stomaci più irsuti. Mentre impazzano le proteste di piazza, il ministro dell’Istruzione ha esibito ancora una volta l’ostinata acrimonia che caratterizza da sempre tutte le uscite pubbliche. Stavolta, l’impermalita avvocatessa, ha annunciato che non incontrerà le migliaia di persone che da anni lavorano nelle scuole italiane senza alcuna garanzia, per motivi politici. «Non occorre strumentalizzare il disagio come stanno facendo in questo momento alcune forze politiche. Si scopre – ha chiosato la ministra con l’aria di chi ha appena scoperto un moscerino infiltrato nel suo consommé – che alcuni di quelli che protestano in piazza non sono precari ma esponenti di Italia dei Valori». Morale della favola, non incontrerà i precari perché dipietristi sotto copertura. Dev’essersi trattato di un lavoro di intelligence sopraffino, perché al netto degli otto miliardi di euro scippati alla scuola, i precari con l’hobby del travestitismo ammontano  a duecento mila. Ma la Gelmini contesta ogni addebito e va all’attacco: «Non è possibile - prosegue - che il 97 per cento delle risorse complessive, 43 miliardi di euro circa, vengano utilizzate per stipendi come adesso. Se vogliamo una scuola di qualità non si può spendere solo il 3 per cento delle risorse». Certo è che se si fossero lasciati i soldi dove stavano, la qualità sarebbe riuscita un po' meglio di questa. Secondo il ministro 760mila docenti in Italia «sono più che sufficienti» e il taglio "vero" sui precari sarebbe di appena 12mila cattedre. E poi Mariastella è una che quando razionalizza, non guarda in faccia nessuno: oltre a lasciare per strada migliaia di precari, e cioè gente che per decadi ha tenuto in piedi una baracca fatiscente  tra ferie non pagate, sedi svantaggiate, mancanza di continuità didattica, mancanza di continuità nell’anzianità di servizio, si è premurata anche di cancellare 87mila cattedre e 42 posti di personale non docente in tre anni. Ecco perché taccia di ingratitudine quanti assediano le piazze italiane al grido di “Futuro rubato“. «Chi protesta – si rammarica il ministro – non sa ancora di essere stato escluso dalle supplenze, questo si vedrà fra qualche settimana e non voglio aggiunge altre tensioni proprio in avvio dell'anno scolastico. Sono disponibile a un incontro con i precari quando vedrò che la nostra azione a sostegno anche dei precari sarà giustamente considerata e poi anche quando verificherò che gli accordi con le Regioni verranno adeguatamente presi in considerazione». È l’indignazione preventiva, insomma, che manda su tutte le furie il ministro. Che sottovaluta forse, quella discreta dose di intuito che suscita nel lavoratore italiano medio, la “razionalizzazione dei costi“. «Duecento mila precari sono il frutto di decenni di politica in cui si sono distribuiti posti che la scuola non era in grado di assorbire – ribadisce la Gemini – Se si vuole far passare l'idea che 200mila precari sono frutto della Finanziaria e dell'azione del governo Berlusconi, allora non sono disponibile. Non sono disponibile a prestare il fianco agli attacchi al governo che può essere anche legittimo, ma noi andiamo avanti a lavorare».

Prestare il fianco giammai. Ci si accontenterebbe di un occhio, magari semichiuso o velato da una cataratta. Tanto basterebbe per riuscire a comprendere, mica occorre un'intelligenza aquilina. E poi c'è l’anno scolastico che incombe come un macigno. Quest’anno si parte con 50mila classi senza insegnanti, mille e 600 senza presidi, 8 miliardi di euro in meno per i prossimi tre anni e 170mila docenti e dipendenti della scuola pubblica sbalzati fuori dalla finestra in nome dell’efficienza. Non tutto il male viene per nuocere, però. Perché ad esempio, in molti casi, sarà risolto il cornuto dilemma che aveva piccato la nostra lady di ferro all'amatriciana. Contro il maestro unico, Umberto Bossi aveva tuonato che «se è un cattivo insegnante, rovina il bambino». Nel dubbio, non ci sarà neppure quello. Le cattedre vacanti sono ancora plurime. Un dato di fatto, che non scuote una sola ciocca della chiccosa Mariastella: «Docenti e dirigenti sono stati messi nelle condizioni di operare al meglio – ha spiegato in conferenza stampa – Le famiglie hanno premiato le novità: come i licei linguistici e i musicali. Inoltre, in un biennio il tempo pieno alla scuola elementare è cresciuto del 3 per cento. I posti per il sostegno cresceranno a 93mila e 700 unità. Nessun disabile rimarrà senza sostegno, ma non ci devono essere sprechi».  E puntuale come un cucù svizzero, fa capolino anche quest’anno il mantra del rigore. Argomento troppo ghiotto, per non essere digerito. E che poi ha pure la grazia di fare pendant con la severa montatura delle lenti ed il muso atteggiato in una smorfia da ruvido molosso. Non aprisse bocca, la ministra godrebbe di un'aria persino rispettabile . «Non si potranno superare i cinquanta giorni di assenza, pena la bocciatura», scandisce la novella signorina Rottermeier  «Questa misura – ha spiegato – servirà anche a bloccare la prassi di certi diplomifici dove si arriva al diploma pur avendo frequentato poco o nulla». Parla per esperienza, l'austera Mariastella, che temprò la sua indole meritocratica proseguendo gli studi superiori in un rigorosissimo liceo privato.  Era ora, per riprendere un suo celebre sfoggio erudito, che qualcuno riportasse la scuola sotto l’“egìda" (con l'accento sulla -i) degli istituti privati.

martedì 3 novembre 2009

Amato, il Dizionario, la Cadillac e i precari: tutto quello che non vi hanno detto sulla Treccani


Provate a immaginare un’opera colossale, capace di raccogliere le storie di tutti gli italiani illustri che hanno messo piede sul suolo patrio dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente a oggi. A occhio e croce, un casting impossibile, da farsi tra più di mille e cinquecento anni di storia. Se intuite che si può fare, ma in pratica è impossibile, avete puntato sul filosofo sbagliato. Perché in barba a Kant, e all’uso empirico della ragione, Giovanni Gentile ideò nel 1925 il Dizionario biografico degli italiani. Ma da bravo idealista, affidò la compilazione dell’immane papello a Fortunato Pintor e Arsenio Frugoni. Il risultato fu che ci vollero quindici anni. Si approntò uno schedario immenso, da cui furono selezionati 40mila compaesani degni di nota. Metterli in fila, raccontandoli uno per uno, avrebbe richiesto la bellezza di cento volumi, esclusi supplementi e appendici. Numeri fuori da ogni logica? Forse. Fatto sta che nel 1960, il primo tomo del Dbi parte del progetto enciclopedico Treccani, viene dato alle stampe. E da allora, fino ad oggi, ne sono stati pubblicati altri settantadue. Quest’anno si è giunti alla lettera M. Ma ecco che, più o meno nel mezzo del cammino, il Dizionario finisce in una selva oscura.


Tutto comincia pochi giorni fa, con un appello firmato da decine di studiosi. Denunciano che negli ultimi mesi è stata sospesa l’assegnazione delle voci biografiche dei futuri volumi. La preoccupazione è che «tale decisione possa preludere alla chiusura dell’opera o alla sua trasformazione in un prodotto diverso, di minore valore scientifico». Dietro la decisione c’è lo zampino di un italiano illustre. Vedere alla lettera A di Giuliano Amato, nuovo presidente della Treccani. Possibile che il Dizionario chiuda i battenti? Il panico si diffonde. «Sospendere il Biografico? Mai detto e mai pensato», fa sapere l’ex presidente del Consiglio. Tutto tranquillo, allora? Non proprio, perché a proposito del Dbi, Amato spiega: «Io arrivo alla Treccani da neopresidente e mi trovo dinanzi questa Salerno-Reggio Calabria della storia culturale italiana. Cominciata nel 1960, dopo cinquant’anni siamo ancora alla voce Giulietta Masina : una storia infinita. Il mio obiettivo è abbreviarne i tempi». La metafora autostradale evoca cupi scenari di sprechi e parassitismi proverbiali. Inevitabile pensare al presidente della Treccani, negli scomodi panni di un Caronte dagli occhi infuocati, che picchia col remo colui che si adagia. Possibile che sarà un uomo colto come Amato a traghettare all’Inferno la cultura italiana? A sentire lo storico Carlo Ginzburg («un’idea grottesca») e i vertici di Italia Nostra («l’ennesimo colpo alla cultura e al sapere scientifico», sembra di sì.
L’idea di Amato consiste nello spostare tutte le voci biografiche, a oggi affidate a studiosi di ogni parte del mondo su decisione della redazione del Biografico, sull’on line. Dalla M alla Z, tutti i personaggi ritardatari sono cioè pregati di cercarsi un autore per conto proprio. Chiaramente gratis, e in modalità random. Entro gennaio la redazione del Dizionario dovrà fornire perciò il lemmario contenente tutte le voci. Poi l’elenco verrà pubblicato sul sito della Treccani, e dopo di che si aprono le danze. Chi vuole compila, su modello Wikipedia? Orrore, cinquant’anni di lavoro buttati. In realtà non è proprio così. «La lista degli studiosi volontari e successivamente le voci redatte saranno sottoposte al vaglio di Caravale (direttore del Dizionario biografico, ndr) e della sua redazione: è qui la sostanziale differenza rispetto a Wikipedia», rassicura il presidente Amato. Sì, ma che cosa succede agli italiani illustri, che però sono in pochi a conoscere? Restano nel limbo? È il momento di fare chiarezza. «Le voci scritte sull’on line, saranno esaminate dai nostri redattori – spiega a liberal il direttore del Dizionario, Mario Caravale – e l’iniziativa potrebbe in effetti accelerare la conclusione dell’opera. Siamo disponibili a sperimentare questa soluzione, ma anche se nel merito si tratta di una proposta condivisibile, sorgono alcuni interrogativi sul metodo».


Per capire come funziona la macchina del Dizionario, bisogna pensare a una specie di ateneo in miniatura, suddiviso in Dipartimenti. Le trenta persone che presiedono al progetto, sono suddivise in aree di competenza: Storia medievale, moderna e contemporanea, Storia dell’Arte, Storia delle Scienze e Storia della Musica. Per ciascun personaggio in lista d’attesa nel lemmario, la “commissione” individua uno studioso che abbia mostrato profonda conoscenza dell’italiano in questione. E, per la modica cifra di quaranta euro a cartella lorde, un quinto circa di quanto occorre per pagare una notiziola di gossip, il professore redige la voce. Ma chi immagina che a questo punto il gioco è fatto, deve ricredersi, perché è qui che inizia il vero lavoro dei “dipartimenti” biografici. Ciascun saggio, prima di avere l’imprimatur, deve infatti affrontare una vera e propria odissea processuale. Ogni singola parola che articola la voce, affronta cioé sei “gradi di giudizio”. Revisioni, controlli, incroci, refusi. Nulla può sfuggire. Dato che negli ultimi quindici anni sono stati pubblicati trenta volumi, per un totale di settecento voci l’anno, i conti sono presto fatti. Presso la redazione del Dizionario, si dà via libera a più di settanta voci al mese. E ciascuna ha affrontato l’esame dei componenti per sei volte. Una fatica di Sisifo. Non è che, come sempre succede ai confini della dignità umana, ci sono di mezzo i precari? Bingo. «In redazione abbiamo tre dipendenti che hanno accettato il contratto di solidarietà, per il resto si tratta di lavoratori flessibili», conferma Caravale. E in effetti la schiena di questi lavoratori è ben flessa: mille euro al mese. E proprio qui nasce il busillis. «La decisione di Amato può essere applicata solo a condizione che il nostro personale venga ampliato e consolidato – spiega il direttore del Dizionario – Infatti non c’è stato nessun contrordine in merito al nostro lavoro ordinario. Noi continueremo cioé a mandare avanti la compilazione dei lemmi, in ordine alfabetico, e la loro valutazione. Il problema è che dovremo farci carico anche delle voci che vengono compilate on line dagli studiosi che si offrono volontari».


E il quadro si fa a questo punto inquietante. Perché la conclusione accelerata della “Salerno – Reggio Calabria”, non solo graverà sulle spalle degli attuali dipendenti a progetto. Ma rispetterà alla lettera la nozione di contratti a termine. Allo stato attuale, e contrariamente agli anni precedenti rispetto a questo periodo, non sono ancora stati rinnovati. Piuttosto, si è detto che occorre ridurre drasticamente le spese. Elegante perifrasi da leggersi voce L: licenziamento. L’ipotesi, è fino a prova contraria, che oberare di una mole di lavoro insostenibile redazionale e on line, sarebbe un ottimo incunabolo per smantellare tutto più in fretta. «Abbiamo incluso nel Dizionario i primi imprenditori, e conservato la memoria di importanti sindacalisti. Abbiamo intuito la statura artistica dei primi fotografi e l’estro di chi ha fatto della moda la sua professione. Il Dizionario ha accompagnato la storia degli italiani, e gli italiani nella storia», argomenta il professor Caravale. In ogni università del mondo, il Dizionario biografico è stato fedele compagno di tesi e dottorati perché di fatto è un’opera unica e irripetibile. Di molti personaggi minori è l’unica fonte conoscitiva. Gherardo da Cremona, ad esempio. Studioso medievale che varò la formula del ”pi-greco”, di cui oggi sapremmo poco o nulla. Tutt’altro progetto, rispetto a Wikipedia. Ma non in senso spregiativo, si badi. Ma perché il Dizionario è complementare al sapere partecipativo, nella misura in cui si rivolge a quello specialistico, insostituibile per il progresso degli studi. «Un gruppo di trenta persone è paragonabile a una Cadillac in tempi in cui dobbiamo adattarci alla Punto», ha chiosato il presidente Amato, arrotando la scure.


E così mentre la Salerno-Reggio Calabria, quella vera, continua a restare incompiuta, si accorcia la vita all’eccellenza italiana. Strategia della fermezza, nessuna trattativa. È la cultura crapulona, la vera piaga. Abbasso gli spreconi e giù botte agli operai. Quelli che, per fabbricare le poche Cadillac di questo Paese, una Punto non potranno mai permettersela neppure a rate. (f.l.d)


da Liberal

venerdì 30 gennaio 2009

Il lavoro nobilita, il precariato offende, ma quello che le fa girare davvero sono le bugie di Veltroni


















Recita un versetto del Talmud che se il mare fosse inchiostro e le canne fossero penne, le nuvole fossero pergamene, e tutti gli uomini fossero scribi, tutto questo non basterebbe per spiegare la difficoltà di governare. Similitudine appropriata, o persino riduttiva, rispetto alla sfrontata e ridondante ipocrisia di Walter Veltroni sul tema dei precari. Non basterebbero i blog, i cahiers de doléance, le strombazzanti filippiche de Il Giornale, le sonnolente orazioni di Dario Franceschini, i concistori di ulivisti revisionisti e dipietristi scissionisti, per rendere giustizia dell’ineffabile paternalismo menzognero del leader del Pd. Perché a parole, in lettere strazianti in cui si erge a paladino dei giovani precari, oggi, e adulti sprecati, domani, Uòlter sembra resuscitare gli ardori civili con cui Ignazio Silone decantò l’epica battaglia dei cafoni in Fontamara. E nei fatti, essendo un romanziere con il vezzo della politica, lascia i suoi giovani (e)lettori con gli occhi pieni e le mani vuote. Che il lavoro nobilita e il precariato offende la dignità dell’essere umano, Veltroni lo declama a gran voce e lo scrive su tutti i muri con l’euforia di un Jovanotti giovanilista e stempiato. Quello che si dimentica di capire è che se il lavoro nobilita, il suo dignitarismo compassionevole con cui liscia il pelo dei giovani, smobilita definitivamente la galassia over 20 che ha creduto per qualche istante in quel pasticciaccio brutto chiamato Pd. Il partito del lavoro, dell’innovazione, della nuova politica. Nei fatti solo il compimento del Veltrusconi e dell’inciucismo condito da una retorica riformista senza costrutto, ricolma però di celluloide e lustrini.

La cronaca vecchia e semivecchia parla chiaro. Se dalle parti del Pdl la sola indicazione fattiva sul precariato è affidata alla provvidenza manzoniana di un buon matrimonio, il sugo della storia del leader del Pd, può sintetizzarsi nella figura di Don Abbondio. Veltroni è un vaso di coccio, tra tanti vasi di liquame. La veltroneide può essere illustrata a casaccio. A novembre 2007, ad esempio, in carica il governo Prodi, un oltremodo stizzito Franco Giordano, allora segretario di Rifondazione, contesta il protocollo sul welfare. Subissato di scomuniche, accusato di giudaici complotti, Giordano è l’unico a ricordare agli esponenti della coalizione che il programma sui precari è rimasto lettera morta. «Non è più possibile che vi sia qualcuno che si tiene sempre le mani libere e altri che devono invece portare sempre la croce dell' essere responsabili», sbottò allora il rifondarolo. La battaglia del Prc sul protocollo è in quel momento una questione squisitamente politica, e il Pd, nonostante la miracolosa brevità della gestazione, mette subito in luce il suo principale pattern genetico: la mossa dello struzzo che affonda la testa nella sabbia. «Veltroni, dov' è Veltroni? – si chiede sconsolato Giordano – Parla tanto di giovani quando polemizza con noi che ci battiamo contro lo scalone, ma ora che si tratta di difendere i precari e stabilizzarne il lavoro, il segretario del Pd stranamente tace». Niente di strano, perché dietro lo strappo di Palazzo Chigi sul protocollo c’è lo zampino di Uolter. O meglio di mister Poltrona Frau, Luca Cordero di Montezemolo. La Confindustria non gradisce i progetti sui precari, e Veltroni si appecorona subito. «Dopo aver passato mesi a parlare dei diritti dei "giovani" adesso sono spariti. Dove sono Veltroni e gli altri ora che serve combattere contro l' uso sistematico dei contratti precari?», cantilena Giordano a conclusione della sacrosanta geremiade. Un fantastico déjà vu che ci riporta ai nostri giorni. Con la differenza che allora Veltroni era al governo. Figuriamoci adesso che è il leader di un governo ombra e chiede un salario minimo di 1000 euro per i precari. In pratica una favoletta. Quella di una mosca cocchiera che si pregia però di un involontario e spassosissimo humour. Entertainer giovanile di giorno, maggiordomo di Confindustria alla sera. Anche nel luglio 2007, Veltroni tuonò contro il sistema che uccide il futuro dei valorosi giovani nostrali. «Ci sono precari con laurea e master che lavorano nei call center, e che vengono licenziati – tuonò – e c' è gente che non sa fare assolutamente nulla e che per questo vince molti denari». Tanta delicata empatia verso i lavoratori a cottimo dei call center, veri e propri schiavi, prigionieri di un cortocircuito politico-economico criminale, Veltroni l’aveva maturata nel 2006. I lavoratori dell’Atesia, colossale call center noto come il più grande lager giovanile d’Italia, si riversano in Campidoglio per chiedere all’allora sindaco Walter Veltroni, un intervento a favore della loro stabilizzazione, promessa e rinviata dai datori di lavoro con impareggiabile sfacciataggine. Dal 1989, «per logiche di mercato», Atesia ha scelto di non contrattualizzare nessuno a tempo indeterminato. Come a dire: sarebbe un autentico spreco, pagare qualcuno che sta male o che si azzarda a pensare a un giorno di ferie. Veltroni naturalmente non muove un dito, e l’apprezzamento per le politiche della Sinistra in materia di precari non manca di manifestarsi i primi di novembre del 2006. «Ministro Damiano, il tuo conflitto di interessi si chiama Tripi», urlano i Cobas della Telecom da un’auto rossa che ha le parvenze di un telefono ambulante. "Tripi è il padrone di Athesia, il call center con tremila precari solo a Roma", specifica un volantino. "Amico dei padroni, vattene", lo omaggia un altro volantino. Damiano, ministro ed esponente di spicco della sinistra riformista di Walter Veltroni, ingoia amaro. L' ex no global Agnoletto, fa notare che c’è un abuso di figure retoriche dietro la protesta. «Amico dei padroni è persino una gentilezza», declama con una rapida e involontaria illustrazione della litote. «Damiano è servo di Confindustria». La ricetta di Uolter e della sinistra riformista per i giovani precari è insomma abbastanza chiara. Il lavoro nobiliterà pure, per carità. Il precariato offenderà senz’altro. Ma di grazia, quello che le fa girare davvero, è la presa per i fondelli.