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martedì 21 giugno 2011

Ciao Big Man, lo spirito soul che ha soffiato su Springsteen

A un certo punto, sembrava non dovesse morire più. Ti aspettavi che quel colosso d’ebano semovente, quasi due metri d’altezza, polmoni grandi come mantici, si sollevasse d’un balzo dal letto e si scrollasse via di dosso quell’ictus scuotendolo via con le sue treccioline. Come un elefante con un moscerino. Ci avevano creduto tutti, a vederlo sdraiato nel suo letto da qualche parte della Florida. Clarence era paralizzato. E poi di punto in bianco aveva ripreso a muovere gli occhi, a stringere la mano, a muovere le dita per dire che c’era. Clarence l’aveva promesso: «Finché la mia bocca, le mie mani e il mio cervello funzioneranno, continuerò a suonare». Sfidare la paralisi. Era il suo modo per restare in allenamento. Per dire a Bruce e alla band che non si azzardassero a cancellare uno straccio di data. Lui era Big Man, e gente della sua stazza ti fa sempre pensare a un’eccezione alla regola: «È un combattente, lui ce la farà». Clarence Clemons ne aveva vinte tante. Il suo soprannome s’è l’era conquistato sul campo, mica con un doppio giro della bilancia. Diverse le operazioni alle ginocchia, molti gli interventi alla schiena, anche un infarto. E lui niente. Sempre in piedi sul palco, gli occhiali scuri, il sax a tracolla pronto a esplodere sotto il sibilo prepotente del suo fiato. Portava anche un paltò nero. Ed era lì che aveva nascosto tutti i suoi mali. Li aveva messi dentro un armadio nero. Solo il suo sassofono doveva brillare, il resto doveva fare da sfondo.
Gigante buono, si è detto. Ma anche la bontà non dà garanzie, quando si tratta di contraddire un gigante. Forse fu questo che accadde quella notte di settembre del ’71. Una «notte buia e tempestosa», come la definiva lui. Si presentò allo Student Prince dove il Boss stava provando. «Aprii la porta, e Bruce si interruppe con un leggero moto di fastidio», racconta. Ma poi dall’ombra emerse la mole di un uomo immane, dietro a una coreografia naturale di lampi e tempesta. «Voglio suonare con voi», intimò a Springsteen senza battere ciglio. E Bruce: «Certo, puoi fare tutto quello che ti pare». Stagliato sulla porta, sembrava di vedere John Coffey. E di essere finiti d’un tratto sul proprio miglio verde. C’era il rischio che ti facesse vomitare le farfalle dello stomaco. Big Man salì sul palco in quella notte spettrale. Sfoderò il suo strumento e iniziò a suonare con Bruce senza dire un parola. Eseguirono insieme Spirit In The Night, Stephen King avrebbe apprezzato. Big Man e il suo Boss avrebbero raccontato questa storia per anni, in giro per gli stadi del mondo. La storia dell’amicizia di Bruce e della E-street band, tutte le volte che attaccavano Tenth Avenue Freeze-Out. A un certo punto della canzone, arrivava l’incontro con Big Man. E lui prendeva a raccontarlo con un assolo di sax che mandava in visibilio un po’ tutti. Clarence era lo “special one” del gruppo. Il copione voleva che a ogni tappa, non appena si avvicinava il finale, Springsteen cominciasse a fare lo spelling del suo nome con l’entusiasmo di una cheerleader. «Datemi una C, datemi una L, datemi una A… che nome viene fuori? E tutto lo stadio giù a scandire il suo nome: Clarence Big Man, «l’uomo più grande che io abbia mai visto», diceva il Boss coram populo.
Era il rock dell’uomo piccolo, bianco e paroliere, che chiamava sul palco il rhythm’n’blues dell’uomo nero e grosso. Che parlava soltanto la lingua di fuoco che nasce tra lamina e oncia. I rivoli del soul e del beat che abbattevano i paletti dell’apartheid. Come solo la musica ha fatto, in modo travolgente, con un secolo d’anticipo sulla politica. Tra il 1970 e il 1980, Clemons non saltò neppure un disco di Springsteen. E il Boss lo volle accanto nella copertina di Born to Run: faccia a faccia con il leader della band. Big Man gli regalò gli assoli arroventati di Thunder Road e Jungleland, soffiò su Badlands crome e semicrome di tenore d’alta scuola. E ancora in The Ties That Bind, Sherry Darling, I Wanna Marry You, Independence Day. e poi nell’85, Bobby Jean e I’m Goin’ Down. Figlio di un pescatore della Virginia, aveva abboccato alle lenza ancora bambino. Un sax sotto l’albero, regalo di suo padre. Lo scartò, e cominciò a soffiare. Aveva nove anni, ma non avrebbe più smesso. Passò dall’alto al baritono, e dal baritono al tenore. Certo, avrebbe potuto giocare a football, con quelle spalle da discobolo del Kilimangiaro. Era molto promettente. Ma un incidente decise per lui e tanti saluti alla Nfl. Non ancora ventenne si esibì accanto a Daniel Petraitis, che a Nashville era più o meno il sinonimo di leggenda. Prestò fondà una sua band che faceva le cover di James Brown, i Vibratones. Ma tanto fiato veniva anche da un cuore possente. Alternava la musica al mestiere di educatore al Jamesburg Training School for Boysn, nel New Jersey. Ci restò otto anni, dal 1962 al 1970. Insegnare a ragazzi che non credevano in nessuno, gli insegnò a credere in se stesso. E così ha potuto credere che un giorno, sulla porta dello Student avrebbe guardato Bruce in faccia in una notte di tempesta. E gli avrebbe chiesto di suonare, così, semplicemente. Senza neppure chiedere per favore.
Non si identificano con lui vita morte e miracoli del bebop. Né record di assoli di oltre un’ora in stile Goodnight. Ma da Charlie e Sonny, dall’atelier dell’artista all’arena oceanica del rock, Big Man si è portato a tracolla la nota legata fuori dal pentagramma: vivere a pieni polmoni, senza prendere fiato.(f.l.d)
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venerdì 3 dicembre 2010

Aretha Franklin sta male. Le preghiere dei fan: God save The black queen

Per una regina come lei, l’avanzata implacabile degli anni e degli acciacchi è un atto di lesa maestà. Ma a dispetto di una voce incorruttibile, sottratta per sempre all’osceno ticchettio del metronomo, Aretha Franklin non sta bene. La signora del soul è stata ricoverata ieri in ospedale per un delicato intervento chirurgico. Proprio lei, il bene naturale dichiarato patrimonio dell’umanità dallo stato del Michigan. Improvvisamente aggredita da un flash-mob chimico-carnale che l’ha condotta senza rispetto in un letto d’ospedale. Filtrata, amorevolmente deviata agli assi delle temporalità spicciola, la notizia del malore alla fine si è sparsa. E a Detroit, sono state organizzate in quattro e quattr’otto veglie di preghiera e sit-in. Deve trattarsi di una brutta vicenda, perché Aretha debba rinunciare al suo canto. Il suo portavoce aveva già annunciato per tempo che i concerti dei prossimi mesi devono considerarsi annullati. A partire dalla data del 9 dicembre, un atteso live natalizio che avrebbe portato la sovrana di Memphis sul palco di Detroit. Sussurri, poi indiscrezioni. Infine conferme. Dall’inquietudine si è venuta l’apprensione. Sono moltissimi, in queste ore, i fan che hanno voluto recapitare alla Franklin i propri messaggi di incoraggiamento. In tanti si sono rivolti alla fede, e lei non ha voluto far mancare un segnale di gratitudine. «Tutte le preghiere sono buone», ha commentato Aretha, che forse così ha voluto alludere a uno stato di salute non troppo incoraggiante.
Per la verità, i sentori di una scarsa forma fisica c’erano tutti. Il mese scorso la stessa diva aveva annunciato una sospensione delle attività su ordine dei sanitari. Dopo 21 Grammy Awards, migliaia di concerti e sessant’anni di carriera, il concetto è chiaro. Se una così, capace di prendere cinque ottave di pianoforte a piena voce si ferma, il motivo è grave. Perché Aretha ha sempre avuto polmoni d’amianto. E quando decide di ficcarci dentro l’aria per sparare un do sovracuto di petto, è meglio se ti affidi a un reggimano. Non l’ha mai fermata niente, sin da piccola. Lei che a quindici anni aveva già sfornato due figli, e si ostinava a cantare il gospel e a picchiare sui tasti dell’organo nella chiesa bigotta di un padre predicatore. Lei che sfila di mano Respect a Otis Redding, la strapazza per bene, e la trasforma nell’inno di battaglia delle milizie femministe. Lei che nel 1998, quando ormai era data bollita da tutti, sostituisce Pavarotti da un minuto all’altro, e trasforma un Nessun dorma improvvisato lì per lì in quella che è considerata una delle più grandi performance musicali del ’900. Indomabile, ma anche romantica. In un modo imperioso e selvatico che ha significato per molte la voglia di gridare l’amore, senza sentirsi per questo vulnerabili. Aretha l’ha cantato, prima di truccarsi, mentre si pettina i capelli, quando pensa a che cosa indossare, la voglia di amare. La vita e l’amore. A Detroit sono tutti in attesa impaziente. E certo qualcuno si affida alla forza degli aneddoti, perché è così che si fa per ingannare l’incertezza. C’è un desiderio. Aretha che si alza, il petto che risale mentre l’aria lo gonfia. Un do sovrumano, uno tsunami che strappa via le asticelle del pentagramma. Il metronomo osceno, finalmente immobile, incantato.

giovedì 2 dicembre 2010

«Della realtà italiana meglio non parlare». Ecco Nelson, il nuovo grande disco di Paolo Conte

Dopo l’infausta avventura nei territori sintetici di Psiche, più di qualche critico aveva sfoggiato l’aria superciliosa delle grandi occasioni. Ma quando l’artista in questione ha il conforto anagrafico di chiamarsi Paolo Conte, gli scontri a fuoco si risolvono con una spolverata al paltò. L’avvocato con il ticchio del piano bar, non è tipo da patrocinare le cause di lesa maestà, e noncurante produce con Nelson una preziosa testimonianza a sua discolpa. Gioiosamente inattuale, restio ad ammannire i tiepidi consommé da supermercato del pop, il maestro artigiano confeziona quindici canzoni «per chi non è schiavo della moda e libero nei suoi pensieri». E nulla gli importa di apparire retrò, perché semmai il problema è conformarsi alla corrente per non sembrare antiquati nelle chiacchiere da salotto postmoderno. Mandato in soffitta l’inglorioso synth del precedente lavoro, Conte sciorina con Nelson il consueto repertorio di ballate d’altri tempi. Scanditi dal solito guazzabuglio di lingue, gli accenti gaddiani del maestro viaggiano tra napoletano e spagnolo, inglese e francese senza cercare le boe rassicuranti del marketing. Paolo tiene saldo il timone lungo le onde scintillanti della letteratura. Lungo la crociera nei suoni galeotti di una vita, guizzano le solite trovate brillanti che accostano lo spirito di Manitou e il Jeeves di Wodehouse, le «galosce selvagge dall’instancabile andar» e «l’esasperante languor di un’odalisca», le orchestrine di sapore felliniano insieme alla consueta passerella di ombrosi pagliacci e uomini da operetta impressi sulle note come primi piani cinematografici caduti per caso dentro a un pentagramma. Acronico e surreale, Conte lancia l’esca in mari disabitati, dove l‘attuale è una costa lontana che sbrillucica appena senza alcuna promessa. «Della realtà meglio non parlare – spiega Conte – Ci sono battaglie perse in partenza contro certi modi di fare, contro slealtà, cattiveria, volgarità, cattivo gusto, in generale e all’italiana». Resistenza senza consistenza, fragile e augusta perché serva soltanto del fantasticare. Il vascello di Conte è di nuovo su mare.

venerdì 8 ottobre 2010

Tra la via Emilia e il folk ci sono settant'anni di Francesco Guccini. Omaggio a un maestro antisociale

Cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, non poteva che odiare la vita moderna fatta a scandali e cambiali. Eppure tra l’Emilia e il folk, c’è la sua vita messa in musica e parole, che raccontano l’Italia insieme alla sua storia. Lui è Francesco Guccini,  chierico vagante e Don Chisciotte antisociale, cantautore che ha immesso nei suoi testi la stessa forza della dinamite. E seppure gli eroi son tutti giovani e belli, il modenese burbero ha compiuto settant’anni. Per Francesco l’occasione di fare il punto su una vita controcorrente, che l’autore ripercorre in Storia Di Altre Storie, florilegio impossibile che raccoglie i passi scelti in un doppio cd. Ti sembra di vederlo quel piccolo baccelliere avvolto in quattro stracci di grazia e di tormento: sigaretta e penna nella mano destra, fiero del suo sognare, a scrivere la canzone per un’amica o un’amante indegna d’amore. Ti pare di immaginarlo sulla Stradale 17 o a sorseggiare birra in un Autogrill. Orgoglioso del suo incespicare, Guccini ha attraversato le angosce della società  contemporanea,  di cui è stato a lungo presago. Ha stigmatizzato il divismo televisivo e certi carnevali televisivi prim’ancora che inghiottisero  l’Italia e le coscienze, Francesco. Che pure, nella sdegnosa solitudine, si è sempre concepito giullare da niente. Saggio perché sa di non sapere niente, l’emiliano è stato a torto definito un elitario nutrito di saccenza. Ma solo chi non ne conosce le liriche, racconti verseggiati strappati dalla strada e fatti eterni, può sentirsi a suo agio nell’equivoco. Perché quel misantropo barbuto, non ha fatto altro che cantare versi su una chitarra folk  sgangherata. Ha fatto questo per cinquant’anni di fila, concependo la composizione come un intervallo rubato alle stanze quotidiane di ogni giorno. Le chiacchiere nei bar, le osterie di fuori porta, i treni da cui scendere o fuggire. È stato un lungo corpo a corpo, quello di Francesco. Ora euforico, spesso malinconico, talvolta drammatico. A differenza di noi tutti, non si è imposto di amare nulla e nessuno a meno che non ne sentisse davvero il bisogno. Lontano dalle convenzioni, dai patti sociali, dalle promozioni furbe del mercato discografico, oggi Francesco può guardare il mondo negli occhi e sentire di non avergli mentito neppure per un secondo. Da artista vero, non ci ha nascosto nulla. E non ha mai taciuto di fronte a niente. È questa la forza di Guccini, una libertà enorme fino all’autodistruzione che però l’ha affrancato persino da se stesso. A lui, meraviglioso nichilista in solitaria, il nostro  grazie per essere esistito in questi primi splendenti settant’anni. 

venerdì 26 marzo 2010

Tre dischi al mese: tutto quello che in radio non ti faranno ascoltare

Petter Ericson Stakee e Terry Wolfers, duo angloamericano di stanza a New York City, amano il roots rock e si sente. Tra sventagliate di chitarra alla Zeppelin (Atx), gorgheggi bluesy (Song Three Blues) e umori lisergici, gli Alberta Cross riannodano le file del rock primigenio in un ordito polveroso quanto basta, per regalare impennate psych immerse in un soffuso tepore country (Old Man Chicago). Neil Young e Bob Dylan a braccetto con Allman Brothers e Robert Plant. Suonerà vintage, ma la verità è un po’ più semplice: Broken Side Of Time è un disco da applausi.




C’è il marchio dei Soulwax dietro l’irresistibile freschezza dei Das Pop. Provenienti dal Belgio, ma pienamente calati nelle frequenze radiofoniche europee, la band di Ghent mette in fila in questo Das Pop un paio di perle da rock-party come Underground e You Don’t Wanna Know. E poi tanto ritmo contagioso (Wings), il riff di Saturday Night, vagamente simile a My sharona, e le beatlesiane The last thing e Let me in. Un colorato viaggio nel pop degli ultimi trent’anni che non lascia ferite insanabili, ma di sicuro lusinga le orecchie. 




Uscire dal cunicolo defilippiano di Amici per Grazia Di Michele non era facile, ma Passaggi segreti  testimonia di un’artista che ce l’ha fatta. Tredici tracce raccolte, ballate intime venate di folk che spaziano dal piccolo cabotaggio quotidiano (Il mare in una stanza) a piaghe sociali drammatiche (L’ultimo dolore), che spesso intersecano la poesia quando raccontano di madri e donne spezzate dal carcere (Il diritto di amare) o dalla fine di un amore (Fino all’ultima carezza). Portfolio cantautoriale di livello, che ha il pregio di restituirci una voce autentica. Un respiro di sollievo, per la ragazza di Gauguin: avevano ammazzato Grazia, ma Grazia è viva.

Le strade del tempo: il ritorno delle Vibrazioni

Un riff rovente e la voce sinuosa di Francesco Sarcina. Qualche battuta incrinata dal vocoder, e poi via alla sarabanda chitarristica di Va così. Non poteva esserci ouverture migliore, a gettare luce su Le strade del tempo tracciate da Le Vibrazioni. Rock trascinante tutto distorsioni e psichedelica, sulle orme dell’ultimo album di studio, Officine Meccaniche, che aveva segnato il definitivo distacco dalle alchimie pop, in nome di quel suono Seventies che ha contraddistinto gli anni di gavetta della band milanese. L’impressione è confermata dalle sventagliate ritmiche di Parlo col vento, batteria al galoppo e linea di basso pulsante firmata dal nuovo acquisto Emanuele Gardossi. E dalla successiva Senza indugio, avvolta in una soffice patina di arpeggi che lasciano posto a un refrain esplosivo piazzato al punto giusto. Triade tosta, tutta grinta e ritmo. È il momento buono per le cadenze flessuose di Respiro, dove le tastiere di Stefano Verderi emulano con successo il piano dei Coldplay, per poi infrangersi in un crescendo di sbilenca psichedelia. Giusto il tempo di riprendere fiato e siamo nei pressi di E volar via, traccia interlocutoria che nulla aggiunge ad altri tipici esiti della band. A questo punto l’aggressione di Le strade del tempo coglie impreparati tra bassi distorti e theremin pungenti incastonati in un ritmo che non lascia scampo. Oggi no pullula di nervose lamine sonore spezzate d’improvviso da un ritornello non privo di richiami dance, ma la successiva Le sirene del mare, introdotta dall’arpa di Cecilia Chailly, riporta la barca in alto mare in vista di un tempestoso crescendo che è tra i migliori momenti dell’album. L’effetto Coldplay (complice il produttore Davide Rossi) soffia anche sulla sofferta Malie, dove si scatena il miglior assolo del disco. Straziante la metafisica Ridono gli dei, che piano e minimoog avvolgono in irresistibili spire. L’arpa chiude la ninna psichedelica di Come ieri. Sarcina distende la voce, tintinnano i carillon e il tempo si ferma. Ma gli anni che passano, per il suono de Le Vibrazioni, sono una manna. (f.l.d)

lunedì 9 marzo 2009

Se ti piacciono gli Afterhours, ascolta Moltheni. Il nuovo album gioiello


«Tanto alternativo ed insolito quanto dolce e psichedelico, il disco, supervisionato e prodotto da Giacomo Fiorenza, esplora territori lirici e sonori decisamente nuovi, visionari ed enigmatici». Così, altatensione.it, presenta I segreti del corallo, ultima fatica discografica di Moltheni. In perenne crossover, le strade del cantautore marchigiano incrociano anche in quest’album il folk e il rock a ogni crocicchio, conferendo al suono una gamma emotiva che svaria dal minimalismo più metodico alla potenza più dirompente e massiva delle percussioni. Tritolo puro, e piuma d’oca, che Moltheni, al secolo Umberto Giardini, alterna sempre con tempismo sopraffino. Una tela tessuta a perfezione dagli intarsi di Pietro Canali al piano, Barbara Adly nella sezione vocale e Carmelo Pipitone alla chitarra elettrica. Registrato e mixato in analogico, tradizionale e fresco insieme, I segreti del corallo è un lavoro asincrono e atipico, che non mancherà di risollevare gli animi dopo i postumi sanremesi.

martedì 27 gennaio 2009

Vi ricordate la splendida canzone che introduce "L'amico di famiglia"? Antony and the Johnsons sono tornati con un nuovo magnifico album

Reduci da due apprezzati cammei negli album di Franco Battiato e Marianne Faithfull, Antony and the Johnsons proseguono il loro originale percorso artistico iniziato nel 2000, con The Crying Light, nuovo attesissimo album, in uscita questa settimana, che dovrà confermare giubili e gaudi suscitati nel 2005 da I Am A Bird Now . Disorientate, perdute in un labirinto sonoro che dirotta di continuo le attese tra le anse del rock, i languori pop, e i raffinati vocalizzi soul di Antony Hegarty, le tracce del nuovo album disegnano una cifra espressionistica che fa pensare al primo cinema di Fritz Lang. Inquieta e nervosa, a tratti leziosa, la scia sonora di Hegarty insegue un ideale bucolico, oscillante fra la georgica simmetria di Everglade e la cocente tetraggine di Another World. Dedicato al danzatore e coreografo giapponese Kazuo Ohno, raffigurato sulla copertina dell'album, The Crying Light è un lavoro spinoziano, che cerca un’impossibile unanimità con il mondo e le sue leggi. Una tentazione animista, continuamente frustrata, che trova in una felice istantanea sinestesia, il precario appiglio per non scivolare nel baratro di se stessi.

Torna il mitico festival dell'Isola di Wight. I primi nomi per l'edizione 2009


Finì con un deficit di 125mila sterline e l’eco trentennale dell’ultima grande esibizione di Jimi Hendrix, con gli strepiti degli abitanti dell’Isola, non avvezzi a tanto clamore, e lo strascico leggendario della fine di un’epoca. Il Festival di Wight del 1970 è rimasto un tabù inaccessibile fino al 2002, ma pur non avendo raggiunto i fasti documentati in Message to love, dal 2002 ha saputo mantenere buon seguito e dignità artistica. Per l’edizione del 2009, annunciano gli organizzatori, sono stati scelti come apripista i Prodigy, che sfrutteranno l’esibizione sull’isolotto britannico per presentare alcuni brani del nuovo album Invaders must die. A completare la giornata inaugurale anche Ting Tings, Pendulum e Basement Jaxx. Rese note le tariffe, pass con campeggio a 140 sterline a persona, e venti in meno senza pernottamento, vige ancora il più stretto riserbo sugli ospiti delle due serate conclusive. Pare certo, invece, che come nella scorsa edizione, parte del budget verrà impiegata per ridurre l’impatto ambientale del Festival nella verdissima isola.

domenica 25 gennaio 2009

Cat Power: voce d'angelo e classe da vendere per il suo nuovo ep

«Ci sono fuoriclasse che si permettono il lusso di riservare pezzi da novanta in uscite minori». Così, Elena Raugei, presenta su ilmucchio.it Dark End Of The Street , ultimo brillante extended play di Cat Power. La cantautrice americana, apprezzata anche in Italia nella soundtrack di Io non sono qui , sciorina trenta minuti di genuina passione musicale con apparente nonchalance. Contro l’abituale pitoccheria con cui anche sommi artisti smerciano i propri materiali di riporto, le sei cover che compongono l’ep di Charlyn Marie Marshall, stupiscono per l’apparente svagatezza con cui sanno raggiungere picchi emotivi di assoluto valore. Registrate a margine del precedente Jukebox, spirano da un retroterra polveroso e fumogeno, le brezze cristalline di Dark end of the street e It Ain’t Far, scippate con sprezzo del pericolo alla Franklin, e poi I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) di Otis Redding, che pur lontane dalle radici musicali dell’artista, profumano di ispirata maturità." I pastosi arrangiamenti della Dirty Delta Blues Band leganol’eterea voce della Marshall a una nuova temperie sonora. Quella che abbiamo di fronte, è un’elegante signora della musica.

Da Morgan a Battiato, una voce unanime. Settant'anni fa nasceva quel genio di Giorgio Gaber


«Confrontarsi con lui imponeva, impone, onestà intellettuale; la scelta di preferirsi persona piuttosto che maschera. E non è mai facile accettare chi ci mette di fronte alle nostre finzioni, trasformandosi in uno specchio capace di mostrare esattamente chi e come siamo dentro». A settant’anni dalla sua nascita, Dalia Gaber ricorda così la straordinaria personalità del padre in Gaber, Giorgio, il signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti (Kowalski, 251 pagg. 13 euro). Curato da Andrea Pedrinelli, il volume è un’antologia di interventi in memoria dello chansonnier milanese. Da Maurizio Costanzo a Morgan, da Vincenzo Mollica a Eugenio Finardi, viene rievocata la vena ironica e surreale dell’artista, il lascito poetico e aguzzo che i suoi testi teatrali affidano a tempi così pragmatici e rudi, destinato a perdersi in rivoli flebili. Franco Battiato, che per lui curò Polli d’allevamento, è amaro: (Gaber, ndr.) «non poteva immaginare che nel giro di qualche anno tutto quello che lui ha combattuto (l’inciviltà, l’incompetenza, il pressappochismo, il delinquere come filosofia di vita) sarebbe diventato per mezza Italia un sano obbiettivo, finalmente raggiunto».

lunedì 19 gennaio 2009

No line on the Horizon: firmato U2



Una lingua di terra di foggia lunare, tagliata a metà da un cielo di barbara vuotezza. Tinteggiature scarne dalle cromie patibolari, che oscillano in un grigiore surreale. L’immagine di Hiroshi Sugimoto, fotografo giapponese che griffa la cover del nuovo album degli U2, consacra l’orizzonte infinito e l’eternità dei sogni, che sopravvivono a dispetto del reale e delle meschinerie individuali, nel deserto della contemporaneità. Una pausa di riflessione, a metà fra vita vissuta e vita pensata, coronata dall’omonimo simbolo dell’interruzione, reso celebre dai comandi analogici degli apparati video sonori, posto dall’artista giapponese a metà fra cielo e terra. No Line on the Horizon, ennesimo crack annunciato di Bono e compagni, si presenta ancora una volta intenso e disperato, lirico e possente, come nell’abituale universo immaginifico della band. Un lavoro complesso e a tratti difficile che vedrà la luce il 16 febbraio, ma già battezzato dal primo singolo estratto, Get on your boots, su tutte le radio da lunedì 19 gennaio. Undici tracce, da Moment of Surrender a Cedars of Lebanon, che scalderanno questo lungo cogitabondo inverno.