«A leggere i dati Istat di quest’anno in prospettiva, ciò che desta allarme non è solo la riconferma di un tasso medio di natalità molto basso e un netto calo di matrimoni , ma la grande discrepanza tra informazioni in nostro possesso e politiche economiche e sociali in grado di contrastare o invertire questo trend negativo. Se non si attuano misure conseguenti con una certa sveltezza, lo scenario futuro non potrà che dipingersi a tinte fosche». Antonio Golini, professore di Demografia presso la Facoltà di Scienze Statistiche all’università La Sapienza di Roma, commenta così alcuni degli aspetti più allarmanti emersi dall’ Annuario Statistico dell'Istat.
Professore, un italiano su cinque ha più di 65 anni. Saremo sempre più un paese per vecchi, nel prossimo futuro?
L’invecchiamento della popolazione italiana non va colto come un segnale negativo. Al contrario è indice di un rapporto sempre migliore tra l’avanzare degli anni e il grado di benessere fisico. Ipotizzare o constatare che un Paese non invecchia abbastanza, vorrebbe dire in concreto che l’anzianità non possa essere goduta appieno da tutti, nelle migliori condizioni possibili. D’altra parte, l’idea di non invecchiare è inaccettabile. Ciò che deve far riflettere è semmai la natalità sempre più risicata. Il problema non è tanto che ci saranno sempre più anziani, ma che ci saranno sempre meno giovani.
Di questo passo, non c’è il rischio che il mercato del lavoro diventi sempre più immobile e respingente per il mondo giovanile nel prossimo futuro?
Niente affatto. Si tratta di una obiezione molto comune, che però è statisticamente infondata. La maggior parte degli uomini italiani oggi in età pensionabile, ricopre ruoli lavorativi cui i giovani non aspirano. I lavoratori over 60 sono mediamente provvisti di una licenza elementare o di una licenza media, per cui svolgono mansioni che difficilmente possono essere ambite da un ragazzo tra i venti e i trent’anni. In quella fascia d’età, il titolo di studio più diffuso è il diploma o la laurea. In Italia, nella fascia compresa tra i 55 e i 65 anni, lavora il 32 per cento della popolazione, contro il 70 degli omologhi in Svezia. Quella stessa Svezia, che per inciso, ha il miglior welfare del mondo.
Uno spunto utile per i nostri governanti?
I dati dicono che occorrerebbe dare respiro al nostro welfare. Innalzare l’età pensionabile a settant’anni significherebbe mantenere in attività uomini ancora perfettamente abili, e per certi versi, come già spiegato, insostituibili. E inoltre, spostare in avanti il termine dell’ attività lavorativa, consentirebbe di reperire risorse atte a tutelare l’impiego giovanile e a incentivare forme di lavoro più stabile. Solo un esempio di come le nostre politiche siano inadeguate rispetto alle tendenze demografiche.
Approfondiamo
Devono far riflettere anche le politiche scolastiche. Negli scorsi decenni i bambini che frequentano le elementari sono scesi da cinque a tre milioni, ma in parallelo sono aumentati gli insegnanti.
Si fanno pochi figli in Italia. Anche in questo caso è colpa di politiche poco attente alla famiglia?
È evidente. Le analisi statistiche dicono che più ci sono figli, e più le condizioni delle famiglie peggiorano spingendosi fin dentro o sulla soglia della povertà. La verità è presto detta: le coppie italiane sono talmente trascurate, che oggi, per loro, fare figli equivale a essere penalizzati.
Soluzioni?
Innanzitutto favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, e tutelarne con forza i diritti. I dati dicono che le donne con un lavoro stabile sono quelle più propense ad avere figli. E poi predisporre un numero sufficiente di asili nido, che in Italia sono in numero scandalosamente inadeguato. E poi il terzo punto: introdurre finalmente il quoziente familiare.
Sull’immigrazione si dice tutto e il contrario di tutto. I dati in nostro possesso, che cosa suggeriscono di fare, nel medio e lungo termine?
Occorre fare una premessa indispensabile, per rispondere. Chi conosce i numeri, sa benissimo che l’immigrazione è per l’Italia necessaria, conveniente e incontenibile. In ottica futura essa deve però essere regolamentata, perché le cifre attuali dicono che ogni anno arrivano nel nostro Paese 300-400 mila immigrati. Un numero che, nell’ottica di una perfetta integrazione è eccessivo. Occorrerebbe quindi, se i numeri hanno senso, ridurre i flussi di qualche unità. Ma allo stesso tempo, poiché gli immigrati rivestono un ruolo decisivo nel ringiovanire il nostro Paese e nel ricoprire incarichi di lavoro lasciati vacanti dagli italiani, è necessario concedere quanto prima la cittadinanza a chi nasce e cresce nella Penisola, godendo dei servizi messi a disposizione dalla collettività. Negare questo diritto o condurre politiche poco accoglienti è miope e pericoloso, perché significa innescare nel nostro tessuto sociale delle bombe a orologeria. (f.l.d)
Da Liberal 21 novembre 2009
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lunedì 23 novembre 2009
sabato 7 febbraio 2009
Il nostro Paese è indegno. Discarica che sguazza nel marciume e che tratta i barboni come Ecomostri

In un Paese come il nostro, in cui le piaghe sociali come il precariato e l’immigrazione sono delegate nel migliore dei casi a rubriche dei rotocalchi condite da jingle vagamente melodrammatici, in un Paese come il nostro dove il meglio che si possa fare è monetizzare il disagio trasformandolo in un circo di freak buoni per impennare gli ascolti del Grande Fratello o dell’ultima Isola dei famosi, vige la paradossale regola che gli Ultimi, gli esclusi, gli emarginati risultino intollerabili e perseguibili ogni momento nella vita reale, e che invece vadano benissimo per l’audience e lo share massmediatico. Ciò che davvero offende il cittadino e il politico di turno è il contatto ad personam, l'irresistibile fobia del contagio, la paranoia complottista per cui chiunque è scontento sia necessariamente aizzato da Grillo o Di Pietro, e nutra atteggiamenti settari volti a disarticolare la civile, civilissima società. Dove per società civile, si intende signora ingioiellata che trova offensivo andare a fare una capatina da Bulgari e sentire la propria pelle, anzi la propria pelliccia, in grave pericolo di vita. Andare da Bulgari sotto gli occhi di un Rumeno, è un attentato alla dignità, insomma. Ma se la stessa esponente della società civile, leggi cioè benestante, benpensante, perbenista, osserva lo sfigato di turno dal proprio salottino liberty, allora il disagio si trasforma in una magnifica occasione per indagare morbosamente e maternalisticamente, ciò che non funziona. Non è vero che il disagio generi indifferenza. Mettete un poveraccio davanti una telecamera, e c’è gente che si spellerà le mani per applaudirlo. L’importante è che non dia disturbo in strada. Che non protesti, ma che si limiti a frignare o a chiedere l’elemosina a capo chino per solleticare superbia e buonismo. L’ultimo disegno di legge approvato in Senato, articolo 144, prevede il censimento dei barboni. Non homeless, né clochard. Siamo in rete e le cose devono essere chiamate con il loro nome. Un’altra misura che dimostra come in un Paese come il nostro, le istanze imperialistico consumistiche abbiano trionfato.
In un Paese come il nostro, che ha ormai confinato i moti di coscienza e i sensi di colpa, le lacrime e la rabbia al divano di casa nostra e al minutaggio dell’ultima diretta, vige invece nella vita reale il principio della sorveglianza. Non si lavora per recuperare il disagio. Viene profusa ogni stilla di sudore solo per monitorarlo. Si sorveglia, non si legifera. Si ragiona con la pancia piena: sì ai vigilantes da Bulgari. No ai medici per i Rumeni. L’essere umano si mercifica in cosa. L’individuo diventa elemento architettonico. Gli esseri umani spersonalizzati diventano solo ingombro nel quadro del decoro urbano. Spazzatura che deturpa la facciata dei Centri direzionali, dell’agorà del libero business, delle Torri di controllo vilipese dallo scalpitare di una sgualdrina o dall’insistenza di un lavavetri all’angolo con la nostra pizza a taglio preferita che ci rovina la pausa pranzo.
Prostitute, lavavetri, operai in nero, operai in nero morti, clandestini, clandestini che rompono perché si ammalano anche loro e quindi freghiamoli in ospedali magari tentando di rimpatriarli perché bisogna approfittare se sono entrati in coma lavorando su un ponteggio per due euro l’ora. E poi barboni, giovani incazzati, dipietristi, grillini e travagli. Non esseri umani affondati dalla società e dal capitalismo selvaggio, ma semplicemente elementi architettonici da rimuovere, scorie tossiche da bonificare prima che puzzino troppo e si moltiplichino come virus. Masse tumorali, cancrene da asportare dall’olezzante corpo del business e della vita chic e salottiera. Masse inutili, individui che, non potendo essere reclutati come clienti, non producono utili né ricchezza. Individui che non producono interessi, non accendono mutui, non permettono la conoscenza di nessun’altra persona influente. Zavorre. Il barbone è una zavorra, consuma ma non produce. Siamo ormai all’igienismo urbano, ciò che puzza va catalogato e controllato. Ripulito, bonificato. Non sia mai che possa venire in mente a qualcuno di registrare gli homeless per pianificarne l’inserimento. Uno Stato civile dovrebbe individuare programmi di integrazione per tutti, e in particolar modo per chi vive nel disagio oggi: giovani precari, homeless, prostitute, immigrati. In un Paese come il nostro, incivile, incapace di affrontare i gangli e le metastasi del consumismo, inguattato nel principio dell’utile ad ogni costo, ipocrita e benpensante solo per convenienza, capace di ogni nefandezza nei suoi rappresentanti, inquisiti, corrotti, sfuggenti alla Legge, condannati eppure trionfanti sugli scranni del Parlamento, spendaccioni sul nostro sangue, pronti a tollerare ogni abuso e marciume purché produca reddito e ricchezze per le loro tasche, il barbone indifeso e indifendibile, seduto sulla panchina, va sorvegliato e punito. E invece, il mafioso, va celebrato come eroe. Un eroe che da tempo ha unificato due mondi: la Mafia e lo Stato. Il marcio, il lercio, lo schifo, il fetore che disturba le nari più raffinate, in quel caso non dà fastidio a nessuno. Pecunia non olet. I soldi non puzzano, e neppure il sangue di chi è morto per chi ha tentato di rivelare il gigantesco imbroglio. In questa società barboni, prostitute, precari e clandestini sono solo ECOMOSTRI. Ecomostri da abbattere senza sporcarsi le mani. Ecomostri da lasciare implodere su se stessi nell’abbandono, nell’emarginazione, nell’indifferenza, in uno Stato di vergogna e discrimine generato da una condizione poliziesca. L’attenzione poliziesca dei manganelli, dei nostri sguardi, dei nostri reality che liberano il buonismo fino al prossimo inserto pubblicitario. Che una volta varcato il portone di casa, ci fa diventare complici, aguzzini conniventi di uno Stato criminale, che reclude e uccide i suoi Figli. L'Italia è lo Stivale. Lo Stivale che ha pestato la cacca. Lo Stivale che ha deciso che non tutti gli escrementi puzzano. Che alcuni meritano, per caratteristiche fisiologiche di cristallina e acclamata indegnità, di governare le nostre vite, e i nostri Destini.
In un Paese come il nostro, che ha ormai confinato i moti di coscienza e i sensi di colpa, le lacrime e la rabbia al divano di casa nostra e al minutaggio dell’ultima diretta, vige invece nella vita reale il principio della sorveglianza. Non si lavora per recuperare il disagio. Viene profusa ogni stilla di sudore solo per monitorarlo. Si sorveglia, non si legifera. Si ragiona con la pancia piena: sì ai vigilantes da Bulgari. No ai medici per i Rumeni. L’essere umano si mercifica in cosa. L’individuo diventa elemento architettonico. Gli esseri umani spersonalizzati diventano solo ingombro nel quadro del decoro urbano. Spazzatura che deturpa la facciata dei Centri direzionali, dell’agorà del libero business, delle Torri di controllo vilipese dallo scalpitare di una sgualdrina o dall’insistenza di un lavavetri all’angolo con la nostra pizza a taglio preferita che ci rovina la pausa pranzo.
Prostitute, lavavetri, operai in nero, operai in nero morti, clandestini, clandestini che rompono perché si ammalano anche loro e quindi freghiamoli in ospedali magari tentando di rimpatriarli perché bisogna approfittare se sono entrati in coma lavorando su un ponteggio per due euro l’ora. E poi barboni, giovani incazzati, dipietristi, grillini e travagli. Non esseri umani affondati dalla società e dal capitalismo selvaggio, ma semplicemente elementi architettonici da rimuovere, scorie tossiche da bonificare prima che puzzino troppo e si moltiplichino come virus. Masse tumorali, cancrene da asportare dall’olezzante corpo del business e della vita chic e salottiera. Masse inutili, individui che, non potendo essere reclutati come clienti, non producono utili né ricchezza. Individui che non producono interessi, non accendono mutui, non permettono la conoscenza di nessun’altra persona influente. Zavorre. Il barbone è una zavorra, consuma ma non produce. Siamo ormai all’igienismo urbano, ciò che puzza va catalogato e controllato. Ripulito, bonificato. Non sia mai che possa venire in mente a qualcuno di registrare gli homeless per pianificarne l’inserimento. Uno Stato civile dovrebbe individuare programmi di integrazione per tutti, e in particolar modo per chi vive nel disagio oggi: giovani precari, homeless, prostitute, immigrati. In un Paese come il nostro, incivile, incapace di affrontare i gangli e le metastasi del consumismo, inguattato nel principio dell’utile ad ogni costo, ipocrita e benpensante solo per convenienza, capace di ogni nefandezza nei suoi rappresentanti, inquisiti, corrotti, sfuggenti alla Legge, condannati eppure trionfanti sugli scranni del Parlamento, spendaccioni sul nostro sangue, pronti a tollerare ogni abuso e marciume purché produca reddito e ricchezze per le loro tasche, il barbone indifeso e indifendibile, seduto sulla panchina, va sorvegliato e punito. E invece, il mafioso, va celebrato come eroe. Un eroe che da tempo ha unificato due mondi: la Mafia e lo Stato. Il marcio, il lercio, lo schifo, il fetore che disturba le nari più raffinate, in quel caso non dà fastidio a nessuno. Pecunia non olet. I soldi non puzzano, e neppure il sangue di chi è morto per chi ha tentato di rivelare il gigantesco imbroglio. In questa società barboni, prostitute, precari e clandestini sono solo ECOMOSTRI. Ecomostri da abbattere senza sporcarsi le mani. Ecomostri da lasciare implodere su se stessi nell’abbandono, nell’emarginazione, nell’indifferenza, in uno Stato di vergogna e discrimine generato da una condizione poliziesca. L’attenzione poliziesca dei manganelli, dei nostri sguardi, dei nostri reality che liberano il buonismo fino al prossimo inserto pubblicitario. Che una volta varcato il portone di casa, ci fa diventare complici, aguzzini conniventi di uno Stato criminale, che reclude e uccide i suoi Figli. L'Italia è lo Stivale. Lo Stivale che ha pestato la cacca. Lo Stivale che ha deciso che non tutti gli escrementi puzzano. Che alcuni meritano, per caratteristiche fisiologiche di cristallina e acclamata indegnità, di governare le nostre vite, e i nostri Destini.
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