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venerdì 24 giugno 2011

Islanda, la Costituzione si scrive su Facebook

Da Liberal 24 giugno 2011
Il vento di primavera che ha scompaginato gli schemi geopolitici di mezzo mondo, non soffia soltanto nel Maghreb, ma anche nell’estremo Nord del Pianeta. Incruenta ma per certi versi altrettanto rivoluzionaria, la democrazia islandese si appresta infatti a sancire una nuova Costituzione. In crowdsourcing. E cioè sul modello Wikipedia, attraverso la potenziale partecipazione di tutti i cittadini del Paese.
Il Parlamento di Reykjavík ha già predisposto le tradizionali piattaforme come Facebook, Flickr, Twitter, e YouTube come veri e propri centri d’ascolto in cui ciascuno potrà formulare e rimodulare i passaggi della carta, dare suggerimenti, commentare, e criticare i passaggi più controversi alla ricerca del comma perfetto in grado di esprimere la voce della collettività. L’operazione è suggestiva, ma molto meno caotica e demagogica di quanto la si possa ritenere. Bisogna considerare infatti che la popolazione dell’isola atlantica, nota ai più per via dell’impronunciabile vulcano che fu responsabile delle ceneri che paralizzarono il traffico aereo alcuni mesi fa, conta trecentomila abitanti. E due terzi di loro, sono dotati di connessione internet. Dati che significano, insieme al livello di istruzione media assai elevato, soltanto una cosa: l’Islanda si avvia ad essere una nazione di padri costituenti.Indipendente dalla Danimarca dal 1944, l’Islanda è una nazione giovane ma molto fiera della propria peculiarità insulare. Fino al 2008 il Paese godeva di uno Human Development Index (Indice di Sviluppo Umano), che era secondo, in tutto il mondo, soltanto alla Norvegia. Ma non molti sanno che proprio in questa terra distante, non lontana dalla Groenlandia e che molti immaginano inospitale e appena uscita da un’era glaciale, i cittadini erano stati benissimo finché gli speculatori finanziari non ne minarono le fondamenta. È proprio qui che partì lo tsunami finanziario che ha travolto il Pianeta. Ma qui, trattandosi di un Paese civile, la vergogna è stata punita. Il governo aveva traccheggiato, prima di prendere posizione sul sistema bancario. A causa delle simpatiche politiche di Wall Street, le tre banche del Paese – Landsbanki, Glitnir e Kaupthing – operavano con un’esposizione di 11 volte il Pil islandese, chiaramente impossibile da rimborsare per gli istituti e per lo Stato. Il governo si offrì di rimborsare i correntisti inglesi e olandesi con le tasse dei cittadini. Ma gli isolani sono scesi in piazza, hanno votato contro il rimborso con un quorum del 93 per cento, hanno mandato a casa il governo “collaborazionista” e le banche sono state nazionalizzate. La nuova Costituzione on line è dunque l’atto che sancisce un mutamento politico incessante e prepotente, il culmine di un desiderio di partecipazione che restituisce davvero la res-pubblica ai legittimi proprietari. Va detto inoltre che l’Islanda non ha mai posseduto una costituzione propria, perché all’atto della proclamazione della Repubblica, l’isola si dotò della carta danese, ovviamente emendata ad hoc in quel passaggio che consegna l’autorità, invece che al re, al presidente della Repubblica. Ma l’attesa per la Costituzione 2.0 è stata preceduta da un lavoro preparatorio encomiabile. I venticinque costituenti che siedono in Parlamento da novembre sono stati eletti in base a requisiti elementari: la maggiore età e il sostegno di 30 persone. Tutti tranne i minorenni e gli eletti nazionali, in pratica: si sono presentati in 522, e venticinque di loro sono ascesi agli onori pubblici Dalle linee guida emerse in questi giorni, si possono già elencare alcuni principi cardine della Costituzione secondo gli islandesi: separazione tra Chiesa e Stato, la nazionalizzazione di tutte le risorse naturali e una chiara separazione di potere esecutivo e legislativo. Particolarmente sentito, dopo il tentativo di scippo delle solite multinazionali a caccia di business, i temi ambientali. È prevista infatti nella nuova Carta una stretta a tutela del patrimonio paesaggistico dell’Isola, che vanta più di ottanta tar parchi, monumenti naturali, riserve paesaggistiche e rifugi faunistici. Basti dire soltanto che il Paese ha il miglior indice di performance ambientale del 2010: qualità dell’aria, utilizzo delle risorse idriche, forestali, sfruttamento della pesca, biodiversità e agricoltura, sono quanto di meglio c’è al mondo in termini di qualità e sostenibilità. Un vero paradiso perduto, che suggeriremmo di cuore per il buen retiro del nostro presidente del Consiglio. Non fosse che al momento governa una coalizione di sinistra formata da socialdemocratici, femministe ed ex-comunisti. E che qui, tendenzialmente, la legge è uguale per tutti.
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mercoledì 22 giugno 2011

Moody's, Censis e Inps confermano: l'Italia di Silvio ha un futuro gratta e vinci

Prima l’allarme pensioni lanciato dall’Istat, poi Moody’s che ci rimanda a settembre e last but not least, il rapporto Censis che descrive gli italiani come insetti intrappolati in un eterno presente perché non hanno una lira per pensare al futuro. Dissolto il velo d’aria fritta sparso a piene mani dai felici meteorologi del berlusconismo, il quadro della nostra situazione è finalmente svelato in ogni parte. ll problema è che assomiglia terribilmente alla Zattera della Medusa di Gericault. Dritti a babordo, a pochi metri dalla Grecia. Ci spieghiamo meglio: se l’Europa può essere paragonata alla famosa fregata francese che si incagliò a Waterloo, l’Italia è sempre più la zattera attaccata all’imbarcazione dei Paesi membri. Da un momento all’altro potranno decidere di tagliare la fune e abbandonarci al nostro destino. Oggi come allora, tutta colpa dell’inettitudine di un comandante sciagurato. Silvio come il De Chaumaray della Seconda Repubblica: bravissimo a intrattenere gli ospiti a bordo, ma senza la minima idea di come si tiene un timone. Il rapporto Censis non esce di metafora. De Rita non parla di un grave cambiamento dei costumi, ma di una mutazione antropologica. «Gli italiani non sono più capaci di guardare al domani, ma sono vittime del “presentismo”», scrive l’istituto nella ricerca illustrata ieri a Roma nell’ambito della XXIII edizione dell’iniziativa “Un mese di sociale”. L’onda lunga del berlusconismo dunque continuerà ad abbattersi sulla Penisola ancora per molti anni. «La società non avanza ma, credendo di avanzare, gira a vuoto e ricade sempre su se stessa, perché appiattita sul presente», mette a verbale l’istituto di De Rita. Tra i segnali più significativi di questa nuova tendenza c’è l’aumento dell’età in cui ci si sposa e si diventa madri. Dalla media del 1990 che era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini, ai corrispettivi 30 e 33 anni di oggi. Il perché è presto detto. «La realtà spinge i giovani ad assumere atteggiamenti attendisti e in questo attendismo rielaborano il loro modo di vedere il mondo», annota il Censis. Un popolo di miopi, incapaci di vedere in prospettiva. In caduta libera, dopo lo tsunami Gelmini, la scuola, che per il 50 per cento dei giovani italiani è ormai un investimento a perdere, contro il 90 della Germania. E fare un’attività in proprio, senza padroni che eternano il precariato? Poche speranze: ci crede soltanto il 27,1 per cento dei nostri ragazzi, contro una media europea del 42. Il motivo di tanta sfiducia? Per la maggior parte uno solo: «Troppo complicato». Ma ci sono altri parametri, apparentemente marginali, che spiegano bene quello che il Censis definisce un generale “rattrappimento sul presente”. Ad esempio il tempo di permanenza su una singola pagina web, che nell’ultimo anno è diminuito tra 33 a 29 secondi: segno che navighiamo a vista, cerchiamo di continuo l’aggiornamento, ma abbiamo rinunciato a ricomporre i pezzi del puzzle italico. Probabilmente, si può aggiungere, cerchiamo di conoscere anzitempo l’ultima fregatura in programma, perché i processi generali li abbiamo capiti benissimo. E poi c’é il boom del consumo low cost, che per il Censis si basa sul «soddisfacimento del gusto dell’acquisto che così può essere ripetuto senza più cercare prodotti che ci accompagneranno a lungo o che abbiamo desiderato a lungo». Ci rifugiamo nello shopping per stemperare la miseria, insomma. Meglio comprare carabattole e cose scadenti, che tornare a casa con le pive nel sacco. Ma nelle tasche italiche, più metaforico di ogni cosa non manca mai il “gratta e vinci”. A fronte del calo dei tagliandi della lotteria, che richiedono settimane di insopportabile impazienza, dieci milioni di italiani si affidano ai giochi istantanei: pochi, maledetti e subito, altro che turista per sempre. Turista per niente, è invece il nostro pensionato medio. Uno su due ha un mensile inferiore ai mille euro ( e cioè circa otto milioni di persone), il 14,7 per cento è sotto i 500 euro (2,4 milioni), mentre il 31,8 (5,3 milioni) annaspa tra i 500 e i 1.000 euro. Ma nonostante tanto impegno nel rendergli la vita impossibile, il risultato è che le pensioni drenano sempre più Pil: dal 15,38 del 2008 al 16,68 dell’ultima indagine. Senza contare che gli uomini hanno quote più elevate nelle classi di importo mensile più alto, e le donne in quelle di importo più basso. La spesa per le prestazioni pensionistiche è salita, prosegue il rapporto Istat, dai 241.165 milioni del 2008 ai 253.480 milioni di euro attuali. La crescita è legata all’importo medio delle prestazioni erogate, che è aumentato del 5 per cento, a fronte di un numero di trattamenti pensionistici rimasto praticamente invariato. Ma se le pensioni assorbono Pil in maniera famelica, niente paura. Giusto il tempo che milioni di precari smettano di lavorare: visto che non avranno una pensione, tutto tornerà in splendido equilibrio. Terzo e ultimo capitolo è il trailer mandato in onda ieri da Moody’s: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul nostro debito, ma Minzolini non vi ha mai detto". Dopo aver annunciato un possibile taglio del rating del nostro debito, l’agenzia ha deciso di marcare stretto le nostre principali società partecipate (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste e Terna) e 23 tra città, province, regioni ed enti. E a rischio downgrade ci sono le province autonome di Trento e Bolzano, la Basilicata, l’Emilia Romagna, la Liguria, la Lombardia, le Marche, la Sicilia, la Toscana, l’Umbria e il Veneto. E ancora le province di Arezzo, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Torino, e le città di Bologna, Firenze, Milano, Siena, Venezia. Ma anche la Cassa del Trentino e Finlombarda. «Per le province autonome di Trento e Bolzano e per la regione Lombardia», precisa però Moody’s, «la revisione si focalizzerà sui fattori istituzionali che hanno consentito ai loro rating di restare sopra al livello nazionale». Trento e Bolzano mantengono infatti un rating Aaa, mentre la regione Lombardia gode di un Aa1. La scarsa crescita, i conti pubblici pericolanti, Standard&Poor’s che ha tagliato da stabile a negativo l’outlook sul nostro debito, hanno convinto anche Moody’s a mettere le mani avanti. L’Europa ci guarda dunque, pronta a lasciare la nostra zattera ai marosi. Certo, Bisignani potrebbe tentare una telefonata a Bruxelles. Ma il rischio è che forse, troverebbe occupato.
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lunedì 27 settembre 2010

Marcegaglia contro Brunetta, Tremonti, Silvio e il partito del Pil: Panzane in Libertà

Viareggio. «C’è stata la paura. E non è detto che sia già arrivato il momento della speranza», aveva concionato Tremonti dalla tribuna di Oggi. Mai aforisma fu più veridico. Che non sia momento di speranze non è semplicemente detto. È proprio scritto, a disposizione delle competenze matematiche di tutti, nei numeri dell’Istat. Non pervenuti a diversi esponenti del governo – o recepiti al massimo come vile dossieraggio di credibilità caraibica– non devono essere sfuggiti a Emma Marcegaglia. Dallo scranno dei tg nazionali, Tremonti ha assicurato fino a due giorni fa che «l’Italia non è in crisi». Ma la leader di Confindustria dev’essere poco avvezza ad andare a letto placidamente dopo il carosello minzoliniano. Perché dall’assise degli industriali toscani riunita a Viareggio, il presidente di viale dell’Astronomia ha dato l’ennesima scossa a un esecutivo sempre più imbarazzante: «Vogliamo che politica si concentri su crescita e occupazione», mette a registro Marcegaglia, che invita la classe dirigente, sempre più rotolante nel fango dei tristi tropici, ad accantonare la ridicola gazzarra sulle barbe finte «che leggiamo in questi giorni sui giornali».

Il ministro dell’Economia, con raro gusto per la litote, battezza questa Penisola bagnata dalla catastrofe come «terra incognita». Ma ai cittadini italiani pare ogni giorno di più di conoscerla a menadito. Balzo della disoccupazione all’8,5 per cento, due milioni abbondanti di italiani senza lavoro, trenta per cento di giovani (al Sud il quaranta) senza occupazione. E soprattutto, a valle e a monte di tutte le impietose statistiche, una cifra sesquipedale che corrisponde a zero. Uno zero assoluto alla voce ammortizzatori sociali e provvedimenti anticrisi nel rendiconto di questo governo. «I problemi dell’occupazione non attendono i passaggi di parlamentari da una parte all’altra», incalza Emma Marcegaglia, ma richiedono «risposte serie e immediate», altrimenti non «riusciremo a riassorbire la disoccupazione, a tenere in piedi il tessuto produttivo, ad aumentare il benessere di tutti». Serve un due per cento di crescita l’anno, spiega la presidente di Confindustria, che rampogna la maggioranza trionfante, colta a dipingere l’Italia come leader nell’export di virtù finanziaria. «Quando si dice che siamo andati meglio di altri Paesi non è vero», attacca Marcegaglia, «c’è la sensazione che stiamo uscendo dalla crisi con una capacità di crescita inferiore alla media europea». Né è meno fosca la proiezione nell’immediato futuro: «Probabilmente non rientreremo a livello nazionale ma anche internazionale in una seconda recessione», chiosa la leader degli industriali, «ma questa rimarrà una cifra chiara e lo sarà, dal nostro punto di vista, anche per i prossimi anni; siamo comunque in un quadro di incertezza. La visibilità che abbiamo davanti è limitata, e siamo in una fase in cui ci sono molto differenziazioni sulle diverse capacità di crescita nelle diverse aree, e appunto dati contrastanti. Il tema dell’incertezza rimarrà una costante con la quale avremo a che fare». E consapevole della differenza tra favola e analisi, Marcegaglia non ha dimenticato di suffragare il tutto con i più recenti dati sul Pil: «Le nostre previsioni parlano di una crescita dell’1,2% nel 2010 – ha spiegato – e dell’1,3 nel 2011 dopo aver perso tra il 2008 e il 2009 il 6». «Il dato che ci preoccupa – annota Marcegaglia – è che siamo entrati nella crisi quando eravamo già in crisi. La percezione che oggi abbiamo di uscire dalla crisi è inferiore alla media di crescita europea. Il mondo sta ricominciando a correre mentre l’Italia cresce troppo poco». Non solo, dunque non siamo usciti dalla crisi. Ma quando ci siamo entrati ufficialmente, a onta dello spietato negazionismo del premier, ci eravamo già dentro mani e piedi. Per conto nostro.

Il primo passo per affrontare i propri problemi – che in questo caso sono quelli di 60 milioni di italiani – è quasi sempre ammetterli, consiglia di solito Riza psicosomatica. E difatti, poco tempo dopo l’intervento della Marcegaglia a Viareggio, è toccato a un contrito Brunetta immolarsi nei dolorosi meandri psicoanalitici dell’assunzione di responsabilità: «Premesso che non ho sentito il discorso del presidente di Confindustria, posso ribadire i dati ufficiali e strutturali che sottolineano come l’Italia abbia attraversato la crisi meglio degli altri Paesi». Peccato che il ministro della Funzione pubblica abbia considerato superflua l’analisi di viale dell’Astronomia. Avrebbe scoperto utili spunti al suo incarico: per esempio che il Pil italiano è il peggiore d’Europa, inferiore anche a quello della Spagna. Brunetta spiega che chiedere all’Italia di crescere come la Germania è troppo, e ha ragione. Agli italiani basterebbe crescere quel tanto che basta per pensare di mettere al mondo dei figli, di mantenerli, e di mantenere anche se possibile – nell’eventualità di averlo mai trovato – il posto di lavoro. Ma tra la crisi e le soluzioni, insomma, c’è di mezzo il Pil. Quello delle Panzane In Libertà. (f.l.d)

mercoledì 8 settembre 2010

«Dalla maggioranza nessun segnale dopo la morte di Vassallo: è ora che questo Governo se ne vada a casa»

Da Liberal 8 settembre 2010

Roma. «Il termometro della situazione morale del Paese è tutta nelle prime pagine dei nostri quotidiani. A poche ore dalla barbara uccisione del sindaco Vassallo, i giornali continuano a inseguire l’inconcludente teatrino di finiani e berluscones. È la vicenda di un uomo coraggioso come il primo cittadino di Pollica, che deve essere raccontata ai giovani. Come si può pretendere di ridestare le coscienze se le si ottunde con le insopportabili fumisterie di una politica assente? La morte di Vassallo, passata inosservata a una classe dirigente troppo impegnata in ridicole baruffe chiazzotte, è il segnale di rottura definitivo: occorre subito un governo di unità nazionale. Abbiamo toccato l’apice della vergogna, ed è tempo che la politica torni a fare il suo mestiere per salvare il Paese dal collasso civile». È un Antonio Ghirelli assai sconfortato, quello che raggiungiamo al telefono nell’intento di raccogliere i cocci di un’Italia sempre più abbandonata a se stessa. Decano dei giornalisti italiani, napoletano doc,  l’ex portavoce di Sandro Pertini è amreggiato, ma non ancora rassegnato allo sfacelo.
Ghirelli. Lo chiediamo a lei che ne ha viste tante: è davvero possibile il Risorgimento del meridione?
È ancora possibile, ma non a queste condizioni. Serve una rivoluzione morale a partire dal basso, che possa avere il sostegno della politica. Mai come oggi servirebbe in Campania la forte presenza dello Stato. E invece, questo governo sembra del tutto indifferente alla parabola di un uomo come Vassallo, che è stato assassinato per la sola colpa di aver difeso la bellezza della sua terra da mani turpi. In altri tempi si sarebbero mobilitati i giovani, e la politica avrebbe immediatamente adunato le sue forze contro una morte insopportabile. E invece, si fanno raffinate esegesi e stupidi conciliaboli, ipotesi e conte senza senso: sulle prime pagine campeggia Mirabello, e intanto Roma tace lasciando campo aperto alla camorra.
E di certo, la totale assenza di politiche giovanili e misure contro la disoccupazione, non strapperà troppe braccia alla manovalanza criminale.
Altro punto non più soffribile della questione. Giovani e disoccupati sono stati abbandonati, la scuola disastrata, la formazione e l’università falcidiate. Ma come si spera di riportare i giovani a valori morali sani, di avvicinarli alla speranza di un futuro dignitoso? Una politica assente fa il gioco del crimine organizzato, che punta tutto sull’egemonia incontrastata della propria cultura assassina.
Tutti progetti a lungo termine, che non sembrano far parte dell’ordine del giorno.
I più volenterosi devono stringersi in un patto per salvare questo Paese dalla deriva. Non è più possibile accettare che il primo punto dell’agenda politica italiana sia l’odio quotidiano, il veleno e il chiacchericcio. È il momento di mettere in campo delle idee vere, e persino dei sogni di un’Italia nuova. La verità è che siamo all’autunno di una stagione politica, e serve del nuovo carburante per rimettere in moto la macchina. Non farlo, significa regalare in modo definitivo l’intero Mezzogiorno a coloro che davvero presidiano il territorio. Alle loro regole, e con i loro mezzi.
C’è un’altra cosa indigesta, dietro la morte di Vassallo. Perché abbiamo dovuto conoscere la sua storia soltanto nel momento in cui il sindaco è morto?
Ciò fa parte della terribile apatia in cui è sprofondata la stampa al guinzaglio della politica. È ormai considerato fisiologico, che i pochi individui ribelli alle regole della criminalità organizzata, debbano scontrarsi ogni giorno con un sistema di potere abusivo che ne sovrasta i poteri e li costringe a una battaglia morale quotidiana.
Da dove ripartire, in attesa che si stacchi il sondino a questa classe politica moribonda?
Trovo necessarie due mosse, tra loro intimamente collegate. L’alleanza politica tra volenterosi, tra chi sente prepotente l’esigenza di risollevare questo Paese, dev’essere ispirata a un grande ritorno della Chiesa sulla scena civile. Sono già alcuni mesi, come nel caso degli Scola e dei Tettamanzi, che la comunità cristiana avverte il bisogno di riprendere in mano il bandolo della matassa. E dalla Chiesa, può ripartire la mobilitazione delle coscienze, e il ritorno di una massa critica decisiva nell’agone politico.
Crede che l’esempio di Vassallo riuscirà a scuotere qualcuno, o tutto finirà nel dimenticatoio come al solito?
Molta gente amava il sindaco di Pollica, perché era stato capace di risvegliare nei cittadini l’amore per la propria terra sopito da tempo. E nell’indifferenza, nell’avidità individualistica e distruttiva che fiorisce la malapianta della camorra. Ma esempi di limpidezza morale e impegno civile come quello di Vassallo, seppur in questo deserto dello Stato, non resteranno senza seguito. (f.l.d)

giovedì 29 aprile 2010

Poco pane e tanta crisi: le famiglie italiane non residenti ad Arcore sono ridotte alla Caritas

Se l’ottimismo è il profumo della vita, la preziosa boccetta dev’essere stata fabbricata in edizione talmente limitata da essere pervenuta soltanto nelle ariose stanze di Palazzo Chigi. Perché nel resto d’Italia, e nei tinelli delle famiglie italiane, domina incontenibile il tanfo della crisi, e neppure la televisione accesa sembra per ora addolcirne la sgradevolezza. È tutto nero su bianco nell'indagine realizzata dall' Iref, istituto di ricerca delle Acli, presentata ieri nel corso del 34° Convegno nazionale delle Caritas Diocesane a San Benedetto del Tronto. Un lavoro condotto su un totale di 4500 famiglie italiane, che sono state intervistate a maggio del 2009, a settembre dello stesso anno, e infine lo scorso febbraio.

Il quadro che ne emerge, una specie di topografia ragionata dei bisogni dei nuclei familiari della Penisola, è poco confortante da qualunque lato si osservino i tre i focus della ricerca: i fabbisogni di cura delle famiglie e il “welfare fatto in casa”, il legame tra famiglia e welfare, l’effetto della crisi economica. E proprio da quest’ultimo punto bisogna partire per cogliere dalla viva voce di padri e madri italiani, gli effetti della recessione. I dati della ricerca Acli dicono che il 56,7 per cento delle famiglie considera il 2009 «un anno in affanno, più difficile del precedente», il 41,1 per cento lo ritiene un anno come gli altri, e soltanto il 2,2 per cento sostiene di aver migliorato la propria condizione economica in questo stesso periodo. Ma a chi considera l’atavica ignavia del Mezzogiorno come una variabile indipendente, la ricerca della Caritas riserva un dato interessante: la crisi ha colpito al Sud tanto quanto nell’operoso Nord Est, dove le regioni dei capannoni e dell’economia diffusa registrano un saldo simile a quello delle aree sottoindustralizzate del Meridione. Appena migliori, invece, le condizioni del triangolo industriale e delle regioni italiane che contano su un’alta presenza di impiego pubblico. La crisi morde al cuore le famiglie, si diceva. Un assunto ben dimostrato dai dati registrati tra settembre 2009 e febbraio 2010. Le famiglie interpellate dalla Caritas denunciano una coatta riduzione dei consumi, che investe innanzitutto le spese per la cura della persona, ma anche una drastico ridimensionamento nel consumo di acqua, luce, gas, viaggi, vacanze, tempo libero e divertimenti. "Francia o Spagna, purché se magna", direbbe l’antico adagio. E invece la crisi sembra avere infranto anche il mito delle mamme italiche che moltiplicano pani e pesci a scapito di magri stipendi. Perché pane, pasta e carne sembrano essere diventate sulle tavole italiane guest star sempre più sfuggenti e dal cachet non troppo accessibile: se il 19,8 per cento delle famiglie con una solidità economica alta ne lamenta consumi ridotti, ben sette famiglie su dieci dal reddito medio-basso, fanno sapere che non hanno abbastanza soldi in tasca per comprare quantitativi sufficienti di alimenti base. Un bell’esempio di dieta mediterranea, insomma. Ma il cibo non è l’unico tabù che la crisi ha mandato a gambe all’aria. La ricerca Acli spiega chiaramente che sotto il materasso di molti non ci sono più euro da nascondere. E che anzi è meglio stare attenti al materasso. L’impoverimento del ceto medio suburbano impedisce infatti a numerose famiglie di risparmiare, e le trasforma in nuove classi a rischio. «Al di là delle situazioni estreme è interessante notare come in termini comparativi, le famiglie che possono contare su dei risparmi, anche se titolari di mutui o affitti, tendono ad avere una condizione migliore di quelle che, pur essendo proprietarie di casa, non riescono a risparmiare: difatti, il risparmio alimentare interessa nel primo caso il 30,6 per cento delle famiglie, nel secondo il 47,8 per cento», scrivono i ricercatori. Una situazione che rende molto utile fare il punto sulle famiglie italiane giovani, sorte in una congiuntura enormemente sfavorevole. Come affrontano la crisi? «Approfondendo i diversi profili delle famiglie nelle quali entrambi i partner hanno meno di 40 anni – spiega il presidente delle Acli, Andrea Olivero – si nota che alcune hanno retto alla crisi meglio di altre». Ci si riferisce in questo caso a nuclei familiari a doppio reddito nei quali l’occupazione femminile ha svolto un ruolo di compensazione. Ma nonostante le difficoltà, pare che le giovani famiglie continuino ad avere rispetto a quelle consolidate, maggiori aspettative verso il futuro. Il 61,8 per cento di queste è infatti poco o per nulla d’accordo rispetto all’affermazione “oggi è inutile fare progetti perché il futuro è carico di rischi”, a fronte di un campione totale del 47,7 per cento che la condivide. «La crisi di fiducia non è quindi generalizzata: ci sono ancora famiglie che guardano più in là di oggi. Questi elementi ci suggeriscono, in modo chiaro, alcune piste di lavoro rispetto alle quali sollecitare anche un pronto intervento della politica», argomenta Olivero.

In un’ideale agenda politica in grado di fronteggiare la crisi, Acli e Caritas pongono in testa il tema dell’occupazione delle donne, e «il mantenimento e possibilmente l’incremento degli attuali livelli occupazionali». Dare cioè piena attuazione al reddito di garanzia, favorire misure in grado di conciliare i tempi di lavoro a quelli familiari, ridurre il costo dei mutui, e incentivare il part-time. Suggerimenti preziosi, che per le famiglie non hanno prezzo. Per tutto il resto, c’è social card. (f.l.d)

venerdì 26 marzo 2010

L'Italia compie centocinquant'anni: i parenti serpenti fanno la festa alla vecchia zia

Tra coriandoli avvizziti e trombette sfiatate l’ Italia sta per spegnere centocinquanta candeline. Basta guardarsi attorno per accorgersi che è un compleanno malinconico. La festeggiata somiglia tanto a una vecchia zia che non gode di buona salute. E gli italiani sembrano nipoti da tempo distanti, che cercano di farsene un vago ricordo dai tempi delle elementari. I motivi di unione, di quelli che ti fanno cantare fianco a fianco alle feste, sono pochi e non troppo lieti. Quella nostra sembra una famiglia in cui ciascuno è andato per la sua strada. Se ci si ritrova insieme per qualche minuto, è solo per maledire il gelo d’inverno o lamentare le tasse o gli acciacchi. La cronaca, da mesi e mesi, suona come un disco rotto: festini, favori, ricatti, corruzione. C’è chi tuona, chi invoca indulgenza, chi se la prende con apposita legge. Il nostro Paese sembra un Titanic che galleggia nel suo baratro. Mentre imbarchiamo acqua, non c’è neanche un violino che continua a suonare. Continua soltanto una zuffa ossessiva e maniacale, che non lascia all’osservatore nemmeno uno scampolo di compassione. Perché gli italiani, oggi come non mai, sono accomunati soltanto da costumi sin troppo disinvolti, e abitudini morali piuttosto spregiudicate? Qualche spunto di riflessione può essere trovato in un recente saggio di Antonello Caporale: Peccatori (Baldini Castoldi, 272 pagg. 18 euro).  Un titolo biblico, sfacciatamente moralistico. Che esprime però in modo preciso, l’essenza di questo disfacimento. Più che trasgressori di leggi divine, gli italiani somigliano a funamboli sul filo del senso etico. È qualcosa di simile a una religione civile, ciò che ci manca. Qualcosa che leghi insieme e ci tenga stretti, nel senso originario di religio. Non è un fatto di fede, di quella che abbonda sulla bocca di tutti. È piuttosto una visione complessiva di se stessi come parte di un sistema più ampio. Molto più grande dell’arcinoto particulare contro cui si scagliò secoli fa Guicciardini. Fuori da uno Stato efficiente, capace di rassicurare le nostre vite e quelle dei nostri familiari, noi italiani ci comportiamo come cellule impazzite. Incapaci di integrarci in un organismo sano, provvediamo a noi stessi con i mezzi più disparati. Scatta la furbizia, lo spregio della regola, l’irrisione di chi non fa come fanno tutti. Si innesta l’ammirazione per l’uomo di ventura rotto ad ogni vizio ma ripagato dal trionfo. È come se ogni italiano si sentisse superstite di un naufragio. Siamo brava gente, sembriamo dire. Il problema è che sono tempi duri. Un refrain isolato, che ripetizione dopo ripetizione è diventato il nuovo inno nazionale di una Nazione che si autoassolve sempre. Ma un popolo pronto a tendersi la mano, solo perché un’altra gliela ripulisca alla meglio, non è un popolo. La festa dei centocinquant’anni deve farci pensare. Giù il volume, abbasso la retorica. Fermiamoci prima che il tappo salti, e lo champagne colerà via dai nostri bicchieri.(f.l.d)

giovedì 5 marzo 2009

No alla riforma delle pensioni. No agli assegni ai disoccupati. Il Governo si ricorda della crisi solo se i poveretti in questione fanno i banchieri


Roma. «Siamo pronti a dialogare con chiunque sia disponibile a fare le riforme in nome della modernizzazione di un Paese in cui esiste l’assoluta necessità di adattare il welfare nazionale a questi tempi di crisi. Abbiamo il compito di far sentire ai cittadini, specie a quelli più indifesi, che lo Stato non li abbandona. In questi momenti moltissimi italiani corrono il serio pericolo di essere risucchiati in questa spirale di recessione. Chiunque abbia in mente di sostenere l’occupazione e la flessibilità in un quadro di riforme condivise capaci di tutelare i più deboli, è il benvenuto. A una condizione però: il Governo assuma una posizione netta, e dica con chiarezza come intende affrontare la questione». Linda Lanzillotta, responsabile del dipartimento della Pubblica amministrazione del Pd, apre la porta a quell’ “alleanza di ragionevoli”, che nelle intenzioni di Casini dovrebbe sciogliere il contorto nodo delle pensioni. Un tema tornato prepotentemente d’attualità, in seguito alla proposta di indennità ai disoccupati, lanciata dal neosegretario del Pd, Dario Franceschini.
Onorevole, questa santa alleanza sulla riforma delle pensioni è possibile?
Non soltanto è possibile, ma è anche necessaria. Riformare il welfare, progettare ammortizzatori sociali capaci di calmierare l’impatto della crisi, consentire che la flessibilità abbia maggiori tutele in un mercato del lavoro che impone misure sempre più rigorose in tempi di recessione come quelli che stiamo vivendo, non è però il modo di tamponare un’emergenza. È una misura indispensabile anche in prospettiva, e per questo va pensata in maniera lungimirante, tenendola a riparo da tentazioni nocive.
Ci spieghi meglio.
Bisogna fare attenzione a non mettere le mani sulle pensioni, nell’idea di ricavare fondi da dirottare altrove. Agire sulle pensioni non significa cercare tagli o risparmi a spese di qualcun altro, ma fronteggiare al meglio la crisi attuale per dare ossigeno ai lavoratori e alle lavoratrici che dalle riforme devono trarre giovamento, e nessun peggioramento.
Provo a tradurre. Gli assegni per i disoccupati non possono essere ricavati dalla riforma delle pensioni.
Lo dico chiaro e tondo: la proposta lanciata dal Pd per i disoccupati, non ha nulla a che vedere con la riforma delle pensioni. I fondi vanno reperiti altrove. Per esempio riducendo gli sprechi e riprendendo a contrastare l’evasione fiscale. Il recente crollo delle entrate indirette la dice lunga. Ma prima di aprire qualunque tavolo, bisogna che il Governo spieghi agli Italiani come stanno le cose, e che cosa ha intenzione di fare per aiutarli.
A proposito di pensioni, che cosa ne pensa dell’allungamento dell’età pensionabile per le donne?
Penso che sia il segno di una grande indecisione. Il ministro Brunetta ha parlato di una bozza inviata all’Unione europea, per poi essere smentito dal collega Sacconi. Ogni commento è inutile in questo momento.
Come saranno le pensioni che verranno? Ho letto che lei vorrebbe diminuirle e Mussi si è adirato.
Neanche per sogno. Si è trattato soltanto di un errore di trascrizione. Tutto chiarito. Le pensioni non verranno intaccate.
Crede sia necessario riparlare di scaloni?
Ripeto. Il Governo ha fatto sapere che la riforma del welfare non è all’ordine del giorno. Chiunque auspichi misure a sostegno del disagio, con particolare attenzione all’occupazione femminile e alla modernizzazione, è il benvenuto. Ma prima il Governo chiarisca da che parte sta.
Da Liberal 5 marzo 2009