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martedì 12 aprile 2011

Dicono che i tunisini sono una minaccia per i giovani in cerca di lavoro. Eppure, sono emigrati all'estero 70mila ragazzi italiani che raccontano la loro nuova vita in “Vivo altrove"

Il 30 per cento di loro è disoccupato con punte che al Sud raggiungono picchi terzomondisti. E tra quelli che lavorano, grossa parte è appesa alla corda del precariato. Nell’era marcescente del berlusconismo, i giovani italiani hanno accesso al barnum mediatico soltanto nelle vesti di entertainer danzerecci, canterini o abbastanza sbarazzini da coniugare il battuage di alto bordo alle ambizioni politiche. Così che gli infausti viziosi del titolo di studio, nella psicotica pretesa di coniugare curriculum e lavoro, vengono posti in quarantena dalle televisioni. Eppure, questa maggioranza di laureati piombata in uno stato di minorità culturale, esiste. Ed è costretta a emigrare. Dalla voce di questi esuli, costretti a portare in un’altra terra l’umiliante fardello della propria istruzione, non è possibile cogliere soltanto le normali prospettive che spettano a chi studia, ma anche l’avvilente condizione di chi resta in Italia e non ha spazio né modo per rivendicare i propri diritti. Specie in questi giorni, in cui si farnetica dell'odissea tunisina, come di una grave minaccia al lavoro giovanile nazionale. Non proprio una tragedia, ma solo un ricambio, visto che circa settantamila rampolli italianissimi sono stati costretti a emigrare all'estero dalla nostra feroce meritocrazia a base di poppe e perizomi. Ed è in questo doppio orizzonte di senso che si muove Vivo altrove (Bruno Mondadori, 228 pagg. 228 euro), splendida collazione di storie che Claudia Cucchiarato raccoglie da tempo nell’omonimo sito a centinaia. Almanacco ragionato di un’altra vita possibile, quello della Cucchiarato si configura come il libro bianco dell’emigrazione giovanile. Tra i venticinque e i quarant’anni, triplicati negli ultimi dieci anni, gli italiani in confino volontario, sono giovani talenti in fuga che all’estero ottengono rapidamente opportunità di carriera e tutele sociali, a prescindere dall'ampiezza del proprio giro vita. Ma guai a pensare che si tratti di soli cervelli in fuga. Ci sono an-
che giovani sdegnati da un Paese in cui l’Inps nasconde il fatto che gli sarà negata
la pensione, ragazzi estenuati da una perenne guerriglia ad personam a causa della solita personam, ragazzi illividiti da un deserto politico e sociale che emana ogni giorno miasmi ributtanti. Storie di successi e prestigi, si contano a decine anche “per chi non ha il grano", per citare il padre costituente di questa nuova Repubblica fondata sulla gnocca. Ma nel libro della Cucchiarato vivono conquiste meno roboanti, e altrettanto vitali: storie di precarietà spezzata, di serenità ritrovata e pacificazione con il mondo. «Ovunque ma non qui», potrebbe essere il sottotitolo di Vivo altrove. E se la felicità non costa niente, o per lo meno quanto un biglietto low-cost, il libro accresce il sordo rancore di chi resta. Di chi, per mille venture, resta in aeroporto a passare la scopa.
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lunedì 11 aprile 2011

Too big too fail, i segreti della crisi ecomonica spiegati ai comuni mortali

Giovane e brillante giornalista finanziario del  New York Times Andrew Ross Sorkin racconta l’apocalisse economica del 2008 in Too big to fail  De Agostini, 620 pagg. 21 euro). A partire dal settembre più nero che il mondo ricordi dopo il default degli anni Trenta,  Sorkin affonda la lama nel ventre molle di Lehman Brothers, colosso americano che generò un effetto domino capace di mettere in ginocchio l’economia globale.  Documenti riservati, riunioni segrete, incontri alla Federal Reserve e al Tesoro statunitense: passo dopo passo il giornalista assembla un mosaico minuzioso dal disegno ampio e catastrofico in ogni sua parte.  Ma nello scorrere dell’inchiesta non c’è alcun intoppo o paragrafo troppo ardito, perché frasi celebri, carriere, rancori e disperazione, rapacità e malafede grondano in pagine costruite con la lucida spietatezza di un thriller. Sorkin prende le mosse dal salvataggio di un’altra delle “big five” di Wall Street, Bear Stearns, ceduta a JP Morgan nei primi mesi del 2008. Un preludio che precede di poco il grande crollo dell’autunno. I salvataggi di Fannie Mae e Freddie Mac, in particolare, esprimono per Sorkin il concetto su cui si fonda l’intero impianto dell’opera:  too big to fail, ovvero troppo grandi per fallire, tanto quanto il golem economico  delle assicurazioni Aig.  La cronaca minuta si alterna alla sapida descrizione di protagonisti attoniti e piangenti dopo aver esercitato per anni una sordida e avida arroganza che aveva fatto di Wall Street l’ubi consistam dell’esistenza terrena.  Verbosi teologhi del libero mercato, osannanti chierichetti della bruta finanza, i bancari che hanno disfatto il mondo, che hanno predicato per anni la non ingerenza fondamentalista del privato ad ogni costo, cadono in ginocchio in questo saggio amaro da leggere tutto d’un fiato come fosse un romanzo. Ma l’America non è certo addentro ai sacri fuochi di redenzione del grande Dostoevskji. E l’ombra inquietante di un eterno ritorno della speculazione folle ed egoista, incombe in un finale senza troppa consolazione. Troppo grande per fallire, l’idrovora del capitalismo selvaggio che generato squilibri vergognosi, è destinata a portare tutti con sé nella rovina. Lasciando l’apparenza che tutto cambi, affinché ogni cosa resti uguale.
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martedì 5 aprile 2011

Omicidio di Stato? Cospirazione? Dopo anni di imbrogli e manipolazioni, ecco finalmente la verità sull'attentato a Malcolm X

«L’uomo bianco ha commesso l’errore di farmi leggere i suoi libri di storia», amava ripetere Malcolm X quando già presentiva che gliene sarebbero stati dedicati un bel mucchio. Ma fra tutti quelli a lui dedicati, virati fra i due estremi del pamphlet e del mito prometeico, Omowale rischia di essersi perduto il più completo. Che per uno strano balzello imposto dal destino ne ha castigato l’autore, tre giorni prima che la monumentale biografia vedesse la luce. Non aveva ancora sessant’anni, Manning Marable,  storico e attivista afroamericano, professore alla Columbia University di New York. E venti abbondanti li aveva trascorsi tra archivi e bibliografie sterminate, nel compilare quella che si preannuncia  come la più rivoluzionaria opera storica dedicata all’attivista nero: Malcolm X: A Life of Reinvention, che il New York Times preannuncia ricca di rivelazioni scottanti.
Al centro delle molte controversie documentate dal libro c’è il clamoroso passo indietro della polizia, che di fronte alle minacce di morte rivolte a Malcolm X, si lavò le mani in quanto i pericoli a cui era esposto un pericoloso estremista come lui non avevano priorità assoluta nell’agenda della sicurezza nazionale. Curare, insomma, era assai più vantaggioso che prevenire nell’esplosivo clima che portò all’assassinio del 14 febbraio 1965. E altrettanto sommarie, furono di conseguenza le vicende legali seguite all’attentato. Il professor Marable sostiene infatti che per l’omicidio furono condannati ingiustamente due uomini, e che altri quattro loschi figuri coinvolti nell’assassinio furono prosciolti senza fondate ragioni. E non inganni il forte coinvolgimento di Marable nell’indagine, nè la facile tentazione di dare libero corso all’emotività come di solito accade nel revisionismo d’assalto. «Ogni parte del suo corpo è stata dedicata a questo libro. È davvero straziante il fatto che non sarà qui con noi per il giorno dell’uscita», conferma l’editore di Marable all’indomani del triste annuncio. Durante la sua vita l’accademico afflitto da tempo da gravi problemi di salute ha messo in fila migliaia di brogliacci dell’Fbi e della Cia, che tra l’altro dimostrano a scanso di accuse di partigianeria come il leader nero volle enfatizzare i suoi trascorsi delinquenziali, per dimostrare al popolo nero quanto fosse prodigioso il potere salvifico della Nation of Islam. E inoltre, le ricerche di Marable, tratteggiano un leader molto meno acerrimo di quanto lo si dipingesse, attraversato com’era da forti perplessità su religione e polizia.
Contrariamente a quanto tramandato dalla tradizionale opera guida firmata da Alex Haley, su cui Mirable annota: «Haley era repubblicano. Era estremamente contrario al nazionalismo nero. Il suo scopo era dimostrare che il separatismo razziale della N.O.I. fosse qualcosa di patologico, la logica estremizzazione di esclusione e isolazionismo razziali. E Malcolm, carismatico com’era, una figura molto affascinante, nondimeno riassumeva in sé questi tratti negativi. Haley sentiva di poter creare un forte argomento a favore dell’integrazione razziale, mostrando all’America bianca quali fossero le conseguenze del suo appoggio al separatismo razziale, che avrebbe finito di produrre solo odio». Ma Marable, a proposito di quello che è ritenuto il testamento spirituale del leader nero, ha importanti rivelazioni:tre capitoli sono stati espunti, e li ha in custodia  Greg Reed, un avvocato di Detroit che li tiene gelosamente custoditi. Il perché fu suggerito dal professore in un’intervista a Democracy Now: «Credo che se potessimo leggere i capitoli mancanti del libro, capiremmo meglio perché forse, sottolineo forse, l’Fbi, la Cia, la polizia di New York e altri componenti delle forze dell’ordine, temessero fortemente i progetti di Malcolm X, dato che stava tessendo una inedita, trasversale e larghissima coalizione nera, tra nazionalisti e integrazionisti. In un certo modo, preconizzava con trent’anni di anticipo la Million Man March». Ma veniamo ai terribili eventi della Audubon Ballroom, che chiusero a 39 anni la parabola di Malcolm X.
Il professor Marable argomenta nel libro che «alla fine si dimostrerà che non c’è stata una vera e propria cospirazione, quanto una convergenza di interessi nell’eliminazione della voce e della visione di Malcolm X». Concorso in omicidio, dunque. È questa la scomoda eredità che contro il quetismo diffuso tra le cattedre del pianeta, ci lascia Mirable in un’opera che segna la fine della sua esistenza. E forse l’inizio di una lunga cammino, alla ricerca della verità. (f.l.d)

giovedì 3 febbraio 2011

L'eminente dignità di Maltese e Dylan Dog, moderni antieroi di un'Italia provvisoria

«Divertiti fino a una certa età, poi pentiti e vai oltre». Apostata felice del precetto agostiniano, Roberto Alfatti Appetiti non ha mai declinato le parole sprezzanti che l’highbrow nazionale ha da sempre riservato al fumetto. Cresciuto insieme ad Alan Ford e Corto Maltese, Zagor e Mister No, il giornalista del Secolo non ha mai avvertito l’esigenza di denunciare i segreti compagni di carta all’occhiuto doganiere dello Strapaese intellettuale. Quello che “appartato e schizzinoso”, secondo la lezione di Michele Serra, tira giù la sbarra di fronte a fenomeni popolari clandestinamente importati nella sacra terra del radical-chic. Ecco perché All’armi siam fumetti (Il Fondo, 210 pagg. 12,50 euro), giunge in libreria come una ventata d’aria fresca. Tanto più sferzante, quanto il tono signorile disegna con sagacia una traccia storica spesso depistata e scomodamente inattuale. Ci voleva l’“intelligenza dissoluta” di Appetiti, per mandare gambe all’aria l’ordine dei segni che incardina il fumetto nelle camerette dell’adolescente brufoloso. Ma nonostante Andy Capp e soci abbiano le carte in regola per assurgere a eroi della letteratura disegnata, il nostro non cerca sponde nell’ufficio brevetti della bottega aristotelica. Ciò che gli importa non è fare istanza di appello perché la storia del fumetto entri nei curricula accademici. L’autore sa bene che la canonizzazione spegnerebbe per sempre il fuoco sovversivo che agita gli eroi. A sentirsi nominare come “influenti esponenti dell’arte sequenziale”, Dylan Dog e Tex Willer menerebbero cazzotti che non ti dico. E d’altra parte, ciò che stava a cuore ai loro padri – da Sergio Bonelli che creò Mister No, alla coppia Bunker e Magnus che si inventò spauracchi come Kriminal e Satanik – non era la corona d’alloro dispensata dal critico, ma la libera cittadinanza del piacere e dell’avventura. Una nota stonata, nel coro polifonico dell’impegno politico a tutti i costi. Perché l’avventura, come ogni sortita nelle terre selvagge, si pretende nichilista, anarchica e individualista. E se risulta eroica è un problema altrui, perché è un bisogno o una necessità, e preferibilmente la si affronta controvoglia. Nelle pagine di Appetiti sfila dunque la piccola controstoria di un mondo che ci è stato raccontato in modo univoco dagli anni ’60 ai giorni nostri. E la cronaca di un pianeta, fatto di nuvolette parlanti finché si vuole, che racconta però di uomini con i piedi per terra. Che ad ogni passo sollevano la polvere di sogni residuali e battaglie perdute, di viaggi da fermo e tenaci resistenze ai circuiti spediti dell’embedded.
È il caso di Andy Capp, «figliolo di china» del mai troppo compianto (e misconosciuto) Reginald Smythe. «Ha rappresentato l’altro 68 – chiosa Appetiti a proposito dell’uomo più attaccato alla poltrona che l’antipolitica abbia mai conosciuto – quello anglosassone: nessuna velleità ideologica di stampo marxista, neanche una briciola di luoghi comuni. Bandita ogni retorica. Non c’è in lui rabbia né frustrazione. La lotta di classe non lo sfiora, non è affar suo. Della società se ne frega e ne è ricambiato con reciproca soddisfazione. In confronto a lui Paperino è un arrivista». Ma di questa prattiana figliolanza «desiderosa di sentirsi inutile», il critico non trascura neppure l’eroe più avventuroso e disperatamente romantico cresciuto nel clima postbellico. Inquieto marinaio, un po’per piacere e un po’per bisogno, Corto Maltese emerge negli scritti di Appetiti come simbolico deracinè salpato verso un porto del tutto invisibile. Superstite in un mondo nel quale non può e non vuole fare scalo, Maltese è un proscritto. E qui, come in molti altri casi, Alfatti sfodera l’arma più seducente di questo All’armi. Alzato il sipario, dissipata la nuvoletta, l’eroe di carta svela le sembianze dell’uomo che ne fa le veci. Ed ecco Pratt spiegare che «con la fine delle ostilità, arrivò l’obbligatorio impegno per l’impegno. La parola avventura fu messa al bando. Non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. L’uomo di avventure, come Corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo». Dalle nuvole alle zolle accidentate della storia. Alfatti ci mena per l’aria fresca del fantasy, per farci cascare ogni volta nella cronaca rimossa del secolo scorso. Accade così per i tanti personaggi che dagli anni Sessanta ai giorni nostri, si accompagnano sempre in questo saggio in un’originale intrico di valor artistici e snodi storici. Da Nathan Never, per l’autore novello paradigma del modello sicurezza di Bossi e soci, a Dylan Dog, indagatore di incubi ben più concreti degli zombie come l’eutanasia e l’annoso dibattito che la sviscera. Inevitabile non lasciare queste pagine, con la sensazione di aver assistito a uno spettacolare detournement: tutti gli eroi a fumetti in campo a seminare scompiglio nell’ordine dei segni, negli altari della cultura officiata, a impadronirsi degli spazi vuoti per esprimere il non detto nella straniante fissità della singola tavola.
Ecco perché ridurre il lavoro di Appetiti a un’arguta controstoria ideologica sarebbe uno sgarbo imperdonabile. Ci perderemmo infatti ciò che forse più di ogni altro preme negli intenti del nostro. Gli eroi dei fumetti non sono null’altro che l’accettabile sineddoche dell’aspirazione umana. Una parte di uomini, che vivono ribelli, solitari, giusti, ad esprimere tutti gli altri. Conviviali per necessità, conformisti per spavento, prudenti per principio. Ma non ancora disposti ad abbandonare del tutto i propri sogni. Di gloria o di ozio che siano. Sono gli uomini che vorrebbero camminare da soli. Che poi rinunciano perché si chiedono: «Chi mai vorrebbe camminare con me?». (f.l.d)

mercoledì 17 novembre 2010

«La vita è più facile se si teme un giorno alla volta». Auguri a Charlie Brown, splendido sessantenne che mette allo specchio noi “piccola gente"

In barba alla robotica solerzia dei manager di se stessi, alla fine di una giornata uggiosa inzuppata nell’indigesto biscotto del profitto, al riparo dei lussuosi riflettori della success story di turno, c’è una coperta calda pronta ad accoglierti. È in questo tepore bambinesco che Charles Schulz ha nascosto il segreto di un impareggiabile conforto. Un manto tessuto a falci lunari d’umorismo frammisti ad arabeschi quotidiani, sospesi tra l’eterno dilemma della noia e il tampone provvisorio dell’ironia.
La buonanima di Saint Paul la disegnò per il suo Linus un giorno di sessant’anni fa, ma nelle sue spire morbide ci siamo avvoltolati noi tutti, noi peanuts senza parte in commedia e pochi posti a sedere al gran varietà del Trionfo. Tanti, sembra, quelli che si sono riconosciuti nei Li’l folks. Schulz avrebbe voluto chiamarli così, Charlie Brown e soci. La “piccola gente”. Invece furono “peanuts”, noccioline, ma anche “personcine”. Il fumettista non lo prese bene, quello sghiribizzo della United Feature. «È il peggior nome mai escogitato per un fumetto», si piccò. Ma il pubblico non gliene volle mai, nemmeno un po’. Pubblicate in 2600 giornali, per un bacino di lettori di 355 milioni di lettori, in 75 paesi nel mondo e in 21 lingue diverse, le strisce di Snoopy sono state le più lette della storia del fumetto. Il debutto avvenne il 2 ottobre 1950 su sette quotidiani statunitensi: dal Washington Post al Chicago Tribune. Sei giorni a settimana, esclusa la domenica. E proprio alle tavole festive di mister Sparkly, partite nel ’52, è dedicato il volume celebrativo che Baldini Castoldi tributa ai sessant’anni di Snoopy & friends: Il grande libro dei Peanuts - Le domenicali degli anni ’70 (272 pagg. 33 euro). Scelta particolarmente felice. Perché è nei cassetti spigolosi dei Seventies, che è custodito il valore iconico dei Peanuts, ordinary people quanto vuoi, ma capace di pensare con la propria testa. E di essere ora irriverenti, ora smaliziati, di fronte agli spettri di quegli anni. C’è Snoopy, ad esempio, Grande Bracchetto in capo che tiene un orgoglioso discorso all’Allevamento della Quercia, e viene tempestato da un lancio di scodelle. Conquista però la bracchetta dei suoi sogni e può tornarsene a casa. Dimissionato, ma felice. Utile parallelo per quest’Italia tanto cedevole alla cuccia calda dell’amore su procura. In quella di Snoopy ci sono anche le zampate di Secondo Conflitto Mondiale. È il gatto dei vicini, Snoopy lo odia, e l’analogia non può essere più graffiante. Il quadrupede è l’animalesco antenato di Allen, uno zelig camaleontico che ancora cammina gattoni nel mondo ma già lo guarda in cagnesco. Vedi le le atroci megalomanie da campione dello sport. Snoopy si dedica al tennis, all’hockey, al football, all’agonismo dipinto in colori epici da sponsor colossali e urlanti banditori, e il pensiero corre subito ai veleni della fabbrica del mito. Già nel 1963, il cast dei “peanuts” si era arricchito di un personaggio emblematico come il bimbo di nome 5, e le sue sorelle 3 e 4. Loro padre aveva cambiato il cognome della famiglia con il codice postale, un rifiuto identitario da manuale. Picchi critici ben assortiti, dalla guerra del Vietnam ai regolamenti sull’abbigliamento scolastico alla “nuova matematica”, per non parlare dei disastri pedagogici che impongono ai pargoli il rito ossessivo compulsivo dei lavori di gruppo. «Sa cosa diceva Oscar Wilde, signora?», dice Piperita Patty alla maestra, «Nulla d’importante può venir insegnato. Niente di personale, signora. Continui pure». Non manca la deformazione parodica della politica, naturalmente. Ed ecco Charlie Brown andare in campeggio. Tiene un sacchetto di carta in testa, ma tutti lo eleggono inopinatamente presidente del campo. Ha un disturbo alla vista che deforma ogni cosa, ma il plebiscito gli fa credere di essere guarito. Salvo che, un mattino, scorge in cielo al posto del sole, un faccione che lo scruta con aria canzonatoria. Pigri e contestatari, sognatori e nichilisti, teneri e spietati. In bilico tra l’aurea mediocritas e la giusta distanza, i peanuts ci scrutano ancora. «Ho imparato che quello che chiedi e quello che ottieni sono due cose diverse», dice Piperita. La “piccola gente” vive di inquietudini perenni. Finiscono a letto, in una coperta che forse è troppo corta, ma scalda a dovere. In fondo è questo il segreto di Schulz: «La vita è più facile se si teme soltanto un giorno alla volta». (f.l.d)

Donne d'Italia, le nuove desaparecide della Penisola

«I vecchi non vendono, non piacciono, non hanno appeal: su quotidiani e telegiornali appaiono soltanto quando sono vittime di una truffa o di un colpo di calore. O quando, se donne, osano innamorarsi di un uomo più giovane. Se concepiscono dopo i sessant’anni, sono la vergogna del loro sesso. Dura, comunque, poco: una copertina, un articolo nelle pagine interne la settimana successiva, un trafiletto, e tutto è dimenticato». Già a partire dall’introduzione, Loredana Lipperini chiarisce quali sensazioni sobbollono nel suo Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 206 pagg. 15 euro). Ideale sequel di Ancora dalla parte delle bambine, il saggio della poliedrica giornalista prende le mosse dalle discriminazioni di genere illustrate con perizia lungo un tragitto rosa, che dall’infanzia alla senescenza, resta accidentato e irto di negligenze. Complice l’avanzata età anagrafica, e la diffusa sensazione di irrilevanza sociale attribuita a una donna in età avanzata e non più avvenente, la lady italiana tratteggiata dalla Lipperini è una creatura da tenere accuratamente alla larga da riviste patinate e lustrini da cabaret televisivo. Gli esempi sono numerosi e irritanti: dalle politiche economiche, che hanno partorito per le anziane abbandonate a se stesse una micragnosa social-card, alle comparsate nei salotti televisivi in cui le donne di una certa età possono apparire solo a patto di soddisfare i gusti di chi le vuole scorbutiche, ridicole o dementi. L’autrice mette le dita in una piaga profonda, e poco rappresentata. Un esercito di donne, sopra i sessanta anni, ridotte nella società contemporanea a rango di nuove e inquietanti desaparecide.
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giovedì 11 novembre 2010

Da Platone a Totti, quando pensare con i piedi fa diventare filosofi


Ci sarebbe piaciuto incominciare con un bell’epinicio alla maniera di Pindaro, con la coppa del mondo che splende più brillante di ogni altra stella tra i guantoni inoperosi di Buffon. E invece sappiamo bene com’è andata in Sudafrica, e perciò ci avanza appena una scolatura di Sartre. Poco raccomandabili per fare baldoria, dal retrogusto amarognolo, i soavi licori del francese sono cose da mescere in occasioni così. Diceva il messieur che il calcio è la metafora della vita. E quello espresso dalla Nazionale, è stato una specie di slide-show del nostro Paese: a prevalenza azzurra ma pieno di correnti interne, affidato a una cricca di quattro pensionati al servizio di Cesare, punitivo verso i giovani, tendente alla simulazione e allergico alle critiche. Sarebbe facile rifugiarsi nella nausea. Non fosse che i campionati del mondo, risvegliano con l’allenatore l’esteta che dorme in ogni tifoso di calcio. E che persino quelli più avviliti troveranno adeguato conforto filosofico nel nuovo libro di Giancristiano Desiderio, Il divino pallone, metafisica dei piedi da Platone a Totti (Vallecchi , 312 pagg.15 euro). Se vi state chiedendo che cosa c’entra il Pupone con la gnoseologia, Diego Maratona con la Critica del giudizio, e Pelè con Zenone, è il momento di aprire l’almanacco del pensiero: Heidegger era un'ottima ala sinistra, Derrida un buon centravanti e Camus giocava in porta. E se non pochi impararono a filosofare con i piedi, spiega Desiderio, in molti si servirono delle gambe altrui per tenere in piedi le proprie teorie. Ad esempio Wittgenstein giunse alla svolta del suo pensiero guardando una partita di calcio. E Merleau-Ponty snocciolò la fenomenologia parlando di pallone. Se ancora vi sfugge il nesso tra mondo del calcio e mondo delle Idee, chiedetevi come fate a riconoscere di solito una bella punizione, una prodezza dal limite o un dribbling ubriacante. Se vi frullano per la mente filmati d’archivio di Platini, Zico e Garrincha, non perdete tempo con i giudizi sintetici a priori perché sapete già tutto. Nel passare in rassegna le imprese dei calciatori più celebrati, l’autore mette in atto una fulminea serpentina nella storia del pensiero. E ne deduce che al centro del calcio c’è una serie di dualismi che sembra rubata di peso alla scuola di Atene. C’è la sostanza del singolo gesto tecnico, ma essa si dà nella forma che lo rappresenta, c’è l’individuo, ma questi esiste solo nella molteplicità, c’è la potenza ma essa si coglie soltanto nell’atto. Nel gioco del pallone c’è l’essere stesso che si mostra nell’ente. E c’è la perenne contesa tra gli infiniti condizionali che si affollano attorno al calciatore, nello stesso momento in cui questi entra in possesso di palla. Può passare, tirare, perdere goffamente il controllo del pallone. E può anche fingere un essere che non sarà: far finta di andare a destra per sgusciare a sinistra. Fintare un suggerimento sulla fascia, per dare in mezzo un pallone no look. Il calciatore, ci dice Giancristiano, è l’uomo stesso alle prese con il paradosso dell’esistenza. Nel momento in cui sceglie, impoverisce l’infinità del suo essere. Ma solo in questa finitezza, riesce a esprimere la sua specifica ricchezza. E qui, siamo a un dipresso del cuore del Divino pallone, e del pensiero occidentale stesso: nessuno possiede il gioco ma ciascuno ne viene posseduto. E vivere senza mettersi in gioco, sul rettangolo verde come nell’arengo quotidiano, è del tutto impossibile. È la disponibilità al dialogo, la precondizione per il fischio d’inizio di una gara. Ed è la necessità del dialogo, ciò che nutre l’autentica filosofia, quanto la ricerca della verità. Una speciale alchimia che è fatta di controllo e di abbandono, di smania di possesso e slancio altruistico, di spinta verso il limite e conoscenza dei propri confini. La stessa che vibra in uno stop di petto o in un triangolo stretto, in un dribbling azzardato o in una sgroppata sulla fascia, in un’azione alla Maratona o in un assist al compagno dopo quaranta metri palla al piede. Sul liso campetto di borgata come nel velluto verde del Maracanà, va in scena ogni volta il grande teatro dell’essere. È questa l’intuizione che accompagna le piacevolissime pagine di Giancristiano. Un’intuizione che si accompagna a un ammonimento: bisogna tornare al puro piacere del gioco del pallone, sempre più avvelenato da millantatori, magnati famelici e virus parapolitici. Se Goethe diceva che «i perché sono giochi che solo nelle imprevedibili domande dei bambini trovano la loro dimora», l'autore rovescia la prospettiva d'un balzo: nel gioco del calcio ci sono le imprevedibili risposte che noi adulti non sappiamo più ospitare. Non è un caso che il football più bello sia quello bailado dai brasiliani. Il calcio è una danza. O se Kant non si offende, un twist perenne tra il noumeno e il fenomeno.

mercoledì 10 novembre 2010

Larlun, il piacere di riaccogliere il mondo da capo al confine tra Nietzsche e Lao Tzu

Walter Benjamin sognava di scrivere un libro che avesse vita propria, senza che in esso vi fosse contenuta una sola riga che non fosse già stata scritta da qualcun altro. E sette decenni dopo, l’affascinante impresa vagheggiata dal filosofo di Charlottenburg, è stata realizzata con Larlun (La Lepre, 86 pagg. 12 euro) da Marco Barbiani. Fianco a fianco, giustapposti con mirabile arguzia e salda prospettiva, Dostoevskij e Lao-Tzu, Eraclito e Krishnamurti, Heisenberg e Suzuki, Nietzsche e Nagarjuna intessono sotto la regia dell’autore un prezioso universo dottrinale capace di convogliare in un unico testo, istanze distanti e apparentemente inconciliabili come quelle maturate in seno alla millenaria cultura orientale e alla scuola filosofica d’Occidente. Fuori dagli schematismi, tra le gabbie concettuali in cui il pensiero viene di consueto incarcerato, c’è un dettato limpido capace di sgravare il dotto europeo dal peso increscioso di uno sguardo appesantito, ormai incapace di vedere davvero oltre i filtri del categorico. Ormai ipovedenti, si prospettano per gli occhi dei lettori nuove diottrie capaci di correggere la lente: il valore del silenzio, dell'attesa, il bisogno di distogliere lo sguardo per poter vedere, l’apertura di credito a nuove concezioni di se stessi e al modo di mettersi a fuoco nel panorama del mondo. Non inganni la brevità di Larlun, né si ceda alla lusinga di leggerlo semplicemente. Perché tutte le volte che l’ingombro dell’ego e la violenza metodologica ci costringeranno a forzare il lucchetto della realtà pur di piegarla a una logica irragionevole, le voci di Larlun ci saranno di sollievo. E passo dopo passo, distogliendoci da noi stessi,  ci restituiranno per qualche tempo la verginale emozione di potere accogliere il mondo da capo.

La scuola è arrivata al collasso. Tagli disastrosi ma non solo, parola di Israel

Sostiene Giorgio Israel che di fronte a certi cronici malanni, occorrerebbe chiedersi se la mancata guarigione possa dipendere da una diagnosi sbagliata, piuttosto che da un impiego troppo blando dei farmaci prescritti. In modo analogo, raccolti attorno al suo capezzale da più di vent'anni, esperti e professionisti delle riforme, hanno sottoposto la scuola a un accanimento terapeutico infruttuoso. Nessuno di loro si è chiesto cioè se qualche veleno sia stato da loro scambiato per una buona medicina, e noncuranti ne hanno moltiplicato le dosi. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è stato il decorso senza fine di una malattia contagiosa, il disastro dell'istruzione pubblica, che ha trascinato con sé migliaia di piccole cavie in quel bislacco esperimento che è stato - e continua a essere - la nostra scuola dell'obbligo.

Lungi dall'essere una noiosa anamnesi di date, documenti e interventi che a vario titolo hanno accelerato il collasso, Chi sono i nemici della scienza?, ultimo lavoro del professor Giorgio Israel, si segnala come un'analisi originale e impietosa di alcune tra le più grandi e troppo spesso taciute aberrazioni ideologiche che hanno tramutato la scuola in una creatura, acefala e deforme, che oggi rappresenta fedelmente quella stessa fallimentare pervicacia che l'ha alimentata a dispetto dei risultati. Un'ostinata battaglia, continuamente perduta e rilanciata, che ha ridotto la cultura, scientifica e non, e il modo di trasmetterla, a una baggiana kermesse carnevalesca infarcita di lustrini hi-tech e ciancie salottiere ispirate all' infotainment. Come in un carnevale bachtiniano, mentre la maschera di Democrito ride nei wine bar scientifici e nella didattica liberatutti, la scuola e il sapere sono da tempo i grotteschi prosceni degli opposti. In nome di una risibile ideologia antiautoritaria, che ha mutato l'autorevolezza in permissivismo sfrenato, è accaduto anzitutto che ai maestri sia stato fatto fermo divieto di insegnare, e men che meno di educare ai principi minimi del merito e della responsabilità.

Agli insegnanti è oggi concesso,in nome di un discutibile principio che pone lo studente al centro del sistema, in teoria, e lo trasforma in un cliente bizzoso alle prese con un qualunque prodotto, di fatto, la facoltà di stimolare l'autopprendimento secondo coordinate preconfezionate. Guai al protervo maestrino di Vigevano che si curi di insegnare a tenere in mano la penna come si deve. I bimbi di oggi, nel refrain pedagoghese in voga, sono capaci di farlo perché abituati a manipolare il pongo. Un piccolo esempio, posto simbolicamente da Israel, di come il sistema educativo, zeppo di sovrastutture, abbia smarrito i suoi pilastri: la trasmissione del sapere e la formazione dell'individuo sulla scorta del patrimonio comune di conoscenze. Private dei loro specifici contenuti, storia e geografia hanno perduto i loro crismi disciplinari - la fascinazione del racconto e la curiosità dell'altrove che tanta presa avevano e hanno su un bambino - per essere disciolte in complicate fumisterie metodologiche come la nozione di temporalità, di spazialità e di altre assortite chincaglierie.

 Capriola inversa e parallela per la matematica, che legata mani e piedi, e rovesciata su stessa, è ripartita dalla concretezza del far di conto, e viene ammannita con un singolare senso di horror vacui per tutto ciò che di astratto e di più peculiare presenta nella sua natura. L'ossessione per la praticità e la spasmodica ricerca di un americano, troppo americano problem solving, ha occultato una semplice verità: il saper fare, senza sapere, non crea uomini ma mestieri. La deriva sempre più tecnocratica verso le competenze, non è pero qui da noi l'epicentro del sisma, ma solo una delle crepe attraverso cui è proceduto il dissesto. Si è voluto infatti, in forza di un egualitarismo nobile negli intenti, e scellerato negli esiti, livellare verso il basso l'apprendimento, affinché nessun allievo restasse indietro. Una classica eterogenesi dei fini che, attraverso i sei rossi e l'abolizione malcelata degli esami di riparazione, premia la mediocrità, incoraggia il minimo sforzo, e danneggia i più meritevoli in un'ottica che vorrebbe elidere le differenze di classe, e che invece le rende ancora più dirimenti.

Correlativo, per niente oggettivo, di questo egualitarismo populista, è la docimologia, riverita scienza della valutazione che si arroga il diritto di monitorare l'attività didattica e i risultati dell'apprendimento, offrendo una copertura dogmatica, e iperscientista, alle trappole dell'égalité in salsa quantitativa. Una metadisciplina giustizialista che assomma in sé, le magnifiche sorti e progressive di un pedagogismo esasperato, tutto proteso a garantire che tra i banchi non si insegni ma ci si limiti ad imparare, che le conquiste socioculturali non avvengano tramite lunghi lavorii e sudate carte,ma che escano belle e pronte dai distributori dell'apprendimento. Ridurre gli insegnanti a pony-express di competenze, e i saperi in supplì precotti, ha permesso che l'allievo avesse sempre ragione. E che, almeno a scuola, non imparasse mai niente. Niente di buono che valga la pena di leggere, o di continuare a studiare poi, lontano dai banchi.  Nell'era dell'autonomia delle miserie, e della socializzazione del successo e dell'appeal aziendalistico, le scuole non possono che scimmiottare le dinamiche d'impresa, e negarsi alla propria missione educativa, del tutto estranea all'idea del profitto.

Naturalmente in nome dell'eguaglianza, e dello share, che hanno prodotto i disastri più evidenti nell'attuale panorama scientifico. Una storia, fitta di mistificazioni e contraddizioni, per la quale rimandiamo alla lettura del libro di Israel.  Una voce, quella dell'ordinario di Matematica presso La Sapienza di Roma, fuori dal coro e dalle conventicole politiche, che ha il coraggio di descrivere ciò che tutti fingono di non vedere. Torturata da pinze e martelletti di ogni genere, la cultura è ormai il cadavre exquis che la modernità insolentisce, limitandosi a vellicarne l'epidermide a titolo ludico, e lasciandone morire frattanto i fluidi vitali, che tanta parte hanno avuto, nel nutrire i piccoli e i grandi uomini di ogni tempo.

Peccatori, gli italiani mostruosi di Antonello Caporale

Tra coriandoli avvizziti e trombette sfiatate l’ Italia sta per spegnere centocinquanta candeline. Basta guardarsi attorno per accorgersi che è un compleanno malinconico. La festeggiata somiglia tanto a una vecchia zia che non gode di buona salute. E gli italiani sembrano nipoti da tempo distanti, che cercano di farsene un vago ricordo dai tempi delle elementari. I motivi di unione, di quelli che ti fanno cantare fianco a fianco alle feste, sono pochi e non troppo lieti. Quella nostra sembra una famiglia in cui ciascuno è andato per la sua strada. Se ci si ritrova insieme per qualche minuto, è solo per maledire il gelo d’inverno o lamentare le tasse o gli acciacchi. La cronaca, da mesi e mesi, suona come un disco rotto: festini, favori, ricatti, corruzione. C’è chi tuona, chi invoca indulgenza, chi se la prende con apposita legge. Il nostro Paese sembra un Titanic che galleggia nel suo baratro. Mentre imbarchiamo acqua, non c’è neanche un violino che continua a suonare. Continua soltanto una zuffa ossessiva e maniacale, che non lascia all’osservatore nemmeno uno scampolo di compassione. Perché gli italiani, oggi come non mai, sono accomunati soltanto da costumi sin troppo disinvolti, e abitudini morali piuttosto spregiudicate? Qualche spunto di riflessione può essere trovato in un recente saggio di Antonello Caporale: Peccatori (Baldini Castoldi, 272 pagg. 18 euro).  Un titolo biblico, sfacciatamente moralistico. Che esprime però in modo preciso, l’essenza di questo disfacimento. Più che trasgressori di leggi divine, gli italiani somigliano a funamboli sul filo del senso etico. È qualcosa di simile a una religione civile, ciò che ci manca. Qualcosa che leghi insieme e ci tenga stretti, nel senso originario di religio. Non è un fatto di fede, quella abbonda sulla bocca di tutti. È piuttosto una visione complessiva di se stessi come parte di un sistema più ampio. Molto più grande dell’arcinoto particulare contro cui si scagliò secoli fa Guicciardini. Fuori da uno Stato efficiente, capace di rassicurare le nostre vite e quelle dei nostri familiari, noi italiani ci comportiamo come cellule impazzite. Incapaci di integrarci in un organismo sano, provvediamo a noi stessi con i mezzi più disparati. Scatta la furbizia, lo spregio della regola, l’irrisione di chi non fa come fanno tutti. Si innesta l’ammirazione per l’uomo di ventura rotto ad ogni vizio ma ripagato dal trionfo. È come se ogni italiano si sentisse superstite di un naufragio. Siamo brava gente, sembriamo dire. Il problema è che sono tempi duri. Un refrain isolato, che ripetizione dopo ripetizione è diventato il nuovo inno nazionale di una Nazione che si autoassolve sempre. Ma un popolo pronto a tendersi la mano, solo perché un’altra gliela ripulisca alla meglio, non è un popolo. La festa dei centocinquant’anni deve farci pensare.  Giù il volume, abbasso la retorica. Fermiamoci prima che il tappo salti, e lo champagne colerà via dai nostri bicchieri.