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mercoledì 6 aprile 2011

Napolitano incontra i magistrati al Quirinale e stoppa la riforma Alfano. Berlusconi come Riccardo III: «Il mio regno, il mio regno per un cavillo!»

Roma. Dopo aver ricevuto i vertici dell’Anm al Quirinale, la sensazione è che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sarà tutt’altro che acquiescente di fronte al golpe politico della riforma Alfano. «L’autonomia e l’indipendenza della magistratura costituiscono principi inderogabili in rapporto a quella divisione tra i poteri che è parte essenziale dello Stato di diritto», ha assicurato il presidente della Repubblica di fronte ai dirigenti del sindacato dei giudici. Ma il dovere di cronaca impone di dire che quando il Colle riceve i rappresentanti delle toghe nelle sue stanze, nessuno si è ancora premurato di inoltrargli il disegno di legge approvato in Consiglio dei ministri lo scorso undici marzo. Una trascurabile dimenticanza che non è imputabile al dicastero di via Arenula. Il ministero ha comunicato di avere girato nottetempo il ddl a Palazzo Chigi. Ma confidando invano nella stretta vicinanza geografica, e semmai nella prodigiosa sveltezza che garantisce alla macchina dello Stato il doppio clic del mouse, il provvedimento è rimasto adagiato negli uffici del premier, dove da tempo si registra il tutto esaurito per via dei curiosi casi dell’illustre condomino. Come che sia, giusto in tempo per la conclusione del meeting al Quirinale, il testo infine approda sulla scrivania di Napolitano. Ma tanta suspense non ha sortito gli effetti sperati, che nella nota diffusa dal Quirinale sono improntati a una forma morbida, ma dal contenuto deciso. «ll capo dello Stato – si legge nel documento a margine dell’incontro con l’Anm – ha riaffermato la legittimità di interventi di revisione di norme della Seconda Parte della Costituzione che possano condurre a una rimodulazione degli equilibri tra le istituzioni quali furono disegnati nella Carta del 1948». Ma il facile appiglio della “rimodulazione”, viene sottratto al fuoco di fila pidiellino prim’ancora che divampi in qualche esternazione di Cicchitto, o chi per lui. Napolitano sottolinea infatti che la revisione della Carta «può risultare convincente in quanto comunque rispettosa della distinzione tra i poteri e delle funzioni di garanzia». Parole che lasciano soddisfatti i vertici dell’Associazione nazionale magistrati, che il 16 marzo scorso, appena varata la riforma Alfano, avevano richiesto un incontro con il presidente della Repubblica, tramite una lettera firmata dal presidente Luca Palamara. I dirigenti del’Anm hanno rappresentato al Quirinale tutto il loro disagio per una riforma che mira alla scientifica disgregazione del potere giudiziario, che «rischia di minare in radice l’indipendenza e l’autonomia» dei magistrati. Un progetto di eversione, che ha mostrato il suo autentico volto in seguito all’improvvisa comparsa dell’emendamento sul processo breve, che tanto ha nociuto alla credibilità del delfino Alfano, e per niente alla cavillosa fantasia degli avvocati del premier. Ma all’ordine del giorno, c’era anche la pericolosa atmosfera sediziosa, lanciata spada in resta dal Guardasigilli nei giorni scorsi: riforma a furor di popolo. «Abbiamo espresso al presidente – racconta Palamara all’uscita dal Quirinale – la nostra forte preoccupazione anche per il clima di manifestazioni di piazza in prossimità dei tribunali e anche nelle aule di giustizia, che rischiano di minare la serenità e l’equilibrio dei giudici chiamati a decidere importanti controversie». «La posizione dell’Anm – ha aggiunto – non è di chiusura corporativa ma di volontà di mantener fermi quei principi che riteniamo capisaldi dello Stato di diritto e che sono a garanzia e tutela dei cittadini come l’autonomia e l’indipendenza della magistratura che riteniamo fortemente alterata nell’eventuale approvazione del disegno di legge sulla riforma costituzionale della giustizia». Ma i vertici del sindacato dei giudici non si sono limitati a esprimere sconcerto. E anzi, ammirati dai nobili propositi costituenti del ministro della Giustizia, hanno voluto illustrare al capo dello Stato il proprio modesto contributo. Per sveltire i processi, hanno fatto sapere, gioverebbero alquanto la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, l’informatizzazione della giustizia, e maggiori risorse. «Abbiamo espresso a Napolitano – ha ribadito il presidente dell’Anm – i nostri timori anche per la riforma per legge ordinaria che per la disorganicità rischia ulteriormente di danneggiare il processo, in particolare quello penale». Ma il presidente dell’Anm ha riservato parte dei colloqui con il presidente della Repubblica, al simpatico effetto Forum divampato tra gli scranni parlamentari: gli interventi di alcune comparse che avevano mandato a memoria il copione dei giudici che non pagano mai i loro errori, a differenza dei cittadini. «Ci siamo soffermati sul tema della responsabilità civile dei giudici che riteniamo sia stato malposto ai cittadini in quanto non è vero che il magistrato se sbaglia non paga», conclude Palamara. E seppure la nota del Quirinale preannuncia vita dura per il ddl Alfano, va detto che il tutto accade mentre nel resto dei Paesi del mondo, infuria la bolgia assordante di guerre, catastrofi naturali e rivoluzioni. Nè stupirebbe che di fronte alla sconfitta più cocente, il premier mostrasse cuore da statista: «Il mio regno, il mio regno per un cavillo!» (f.l.d)
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lunedì 4 aprile 2011

Viavai al Quirinale, Napolitano dà l'ultimo avviso a Berlusconi. Ma può sciogliere le Camere? Ce lo spiega il presidente della Corte Costituzionale, Piero Alberto Capotosti

Roma. «Non è in corso una crisi ministeriale, eppure il presidente della Repubblica convoca i capigruppo al Quirinale come se questa fosse in atto. Si tratta di una pratica del tutto inusuale, e forse senza precedenti. Sorge il dubbio che Giorgio Napolitano ormai non creda più nella consistenza di questa maggioranza, e che l’escalation di comportamenti poco rispettosi delle istituzioni lo abbia fortemente scosso. Quando il capo dello Stato interviene in modo così diretto nell’agone parlamentare, e ricorre a prerogative solitamente considerate come eventuali, è segno che l’equilibrio delle Camere è labile». Presidente emerito della Corte costituzionale, Piero Alberto Capotosti commenta così le allarmanti notizie provenienti dal Colle che vedrebbero ormai notificato al governo Berlusconi il preavviso di sfratto.
Presidente, anche Giorgio Napolitano è stufo di questo governo?
La convocazione dei capigruppo lascia pensare a un Quirinale in forte allarme, che non si accontenta della rituale convocazione dei presidenti delle due Camere, ma intende tastare il polso della situazione direttamente dalle voci di maggioranza e opposizione. Ma c’è dell’altro.
Dica pure.
Non solo si può supporre che Napolitano intenda vagliare se la tenuta di questo governo è fattuale, e non sia invece rimasta soltanto sulla carta. Ma l’operazione del presidente della Repubblica può essere letta anche come un primo sondaggio teso a valutare la presenza di maggioranze alternative.
I recenti teatrini devono averlo spazientito.
Le immagini diffuse in ogni dove in questi giorni lasciano senz’altro basiti, ma oltre a una diffusa condotta sopra le righe, ci sono altre ragioni che possono aver condotto alla minaccia di scioglimento della Camere.
La bagarre sul processo breve?
La disfida sulla giustizia non è che l’ultimo episodio di un lungo cortocircuito. Ma il problema è ancora più sostanziale. Ciò che giustifica lo scioglimento delle Camere è il criterio di funzionalità delle stesse, la loro produttività. E se si osserva a fondo l’attività legislativa di questo governo, i risultati sono alquanto scarni: alcuni decreti, leggi delegate, e un ricorso consistente a voti di fiducia.
In effetti è opinione diffusa che l’unica cosa riuscita bene a questo governo, è la paralisi.
Il fatto è che non basta la presenza di una maggioranza per considerare percorribile il prosieguo della legislatura. Occorre saggiare anche la consistenza della stessa, e come detto, la sua funzionalità rispetto alle necessità del Paese. Inoltre, rispetto al 2008, va annotato che siamo in presenza di un cospicuo rimpasto, in rapporto alla volontà popolare che insediò al potere questo governo
Fli, Responsabili, più di cento “trasferimenti”. Una specie di nuova elezione, in pratica. Ma il Quirinale scioglierà davvero le Camere?
Quella del presidente della Repubblica è un’operazione di moral suasion in piena sintonia con l’altissimo profilo morale proprio di Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato tenta di stimolare il corretto funzionamento delle istituzioni, che evidentemente reputa a rischio. Ma la Costituzione stabilisce che la decisione di porre fine alla legislatura, dovrebbe essere controfirmata anche dal presidente del Consiglio.  
Intesa complicata. Berlusconi accuserà il colpo?
L’attivismo del capo dello Stato è inversamente proporzionale alla solidità del governo. Se il Quirinale implementa le proprie attività al di là delle pratiche consuete, è segno che il quadro politico è diventato fortemente instabile.
Che cosa dice la Costituzione di insulti e schiaffoni?
Ciò che accade è imputabile a un bipolarismo muscolare, che mostra i bicipiti e urla le sue ragioni. Il metodo Calderoli ha infiammato gli animi e liberato i politici dal rispetto per i propri elettori. Ma per la fattispecie dei recenti schiamazzi, non serve scomodare la Carta. È più che sufficiente la buona educazione. (f.l.d)


Da Liberal 2 aprile 2011

martedì 30 giugno 2009

Intervista a Rita Clementi «Io "giovane precaria" di 47 anni lascio l'Italia perché umilia chi studia, e offende la dignità di chi lavora.


«Poco tempo fa il più piccolo dei miei tre figli si è fatto serio in volto e mi ha spiegato di avere preso una decisione. 'Mamma – mi ha detto –, ho capito che devo fare una scuola facile, perché se ne scelgo una difficile poi succede che da grande vado a finire come te'. Capisce perché il primo di luglio salirò su quell'aereo? Non posso permettere che i miei ragazzi crescano in un Paese che a molti non concede neppure la speranza di vedere premiati i propri sacrifici, e che nella maggior parte dei casi ignora il merito e tiene in un limbo esistenziale i cosiddetti giovani precari, che nel mio caso hanno ad esempio quarantasette anni, un certo numero di risultati dalla propria e neppure un euro di contributi per la pensione». Le parole di Rita Clementi, una laurea in Medicina, due specializzazioni, e un mucchio di contratti a termine di cui l'ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia, spiegano bene i sentimenti che l'hanno spinta a scrivere ieri al Corriere una lettera d'addio all'Italia indirizzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana», scrive in un passaggio dell'epistola la ricercatrice. Rabbia condivisibile. Perché a Rita, simbolo di altre migliaia di donne e uomini che subiscono sulla propria pelle gli effetti della precarietà, il quasi sistematico disconoscimento del merito a favore del lignaggio vigente nei feudi universitari, e la catastrofica situazione della ricerca italiana che fa miracoli con i fichi (sempre più) secchi, non è bastata neppure un'importante e promettente scoperta. Ha individuato l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, ma la cosa è stata accolta con tiepidezza in Italia e con vivo interesse negli Stati Uniti. E così, il primo di luglio si recherà a Boston, dove avrà finalmente la possibilità di continuare il suo lavoro, e quella di potere crescere i propri figli in un luogo che rispetti la sua dignità di professionista, e di madre.

Dottoressa, nelle sue parole c'è tutta l'amarezza di una resa. Che ricordi porterà con sé dell'Italia?

Magari si fosse trattato di una resa. Quando uno si arrende vuol dire che ha avuto la possibilità di condurre una battaglia. A me, come a centinaia di colleghi, non è stato neppure concesso di lottare. La mia è stata più che altro una storia di resistenza fatta di bocconi amari inghiottiti a forza. Storture, compromessi, taciti ricatti. Ho pazientato per anni e subito l'onere della mia fragilità contrattuale. Purtroppo, come ho detto nella mia lettera, la benevolenza dei propri referenti è in Italia una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Me ne vado perciò con il peso di dovere lasciare il Paese in cui sono nata e cresciuta. Di dovere lasciare un sistema in cui per molti non esiste la libertà di fare ricerca, né quella di poterla sviluppare. Un'Italia in cui chi fa il mio mestiere, e magari dimostra di saperlo fare bene, dovrebbe stare sul proprio banco di ricerca a lavorare, invece che scrivere ai giornali.

Ha voluto rivolgersi alla stampa. Con quali speranze?

L'ho fatto perché prima di partire mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza diretta a favore di centinaia di colleghi che subiscono da anni situazioni simili alla mia. So bene che una lettera su un giornale non serve a nulla e non può cambiare le cose. So che io e miei figli ci adatteremo prima o poi alla nuova vita che ci aspetta. Però non mi preoccupo tanto per me, quanto per il nostro Paese. Finché lo stato della ricerca resterà quello attuale, l'Italia si priverà di ingegni e risorse essenziali nelle sfide che la scienza pone verso il nostro futuro. Io ad esempio sono un medico, e credo nel mio lavoro sui linfomi. Alcune indicazioni emerse dai miei studi, dicono che esiste la probabilità di salvare delle vite umane. Questa stessa possibilità mi ha trasmesso la ferma volontà di provare a tutti i costi ad andare fino in fondo. Non è solo per crescere i miei figli, che me ne vado. Vado via perché spero un giorno di far crescere meglio i figli degli altri, grazie alla mia scoperta.

Dovesse farla capire a un bambino, come gliela spiegherebbe?

Gli direi che ho studiato per qualche tempo una malattia genetica rara, che colpisce quattro o cinque persone l'anno. E che quando questa malattia inizia a svilupparsi, è molto simile a una brutta malattia che si chiama linfoma. Una brutta malattia che secondo i miei studi, dipende dalla mancanza di un gene. E che perciò, con il tempo, può essere evitata grazie al lavoro di alcuni dottori speciali: i ricercatori.

Speciali all'estero. E particolari in Italia, per usare l'aggettivo più elegante che viene in mente rispetto alla loro sistematica umiliazione.

Qui da noi università e ricerca sono da molti anni abbandonati a una drammatica deriva. Si salva chi può, e soprattutto chi deve. Si dimentica che il favore reso al singolo è spesso un immenso torto reso a una comunità intera. Che non perde solo questo o quel ricercatore, ma i frutti del suo lavoro e i benefici enormi che la ricerca può garantire a un Paese intero e al suo avvenire.

Perché non si è scelta una “scuola più facile”?

Durante gli anni di università, la passione era speranza e la speranza era passione. Due cose che si alimentavano a vicenda e mi facevano pensare solo a studiare al meglio, perché poi i risultati sarebbero venuti. I miei genitori hanno fatto enormi sacrifici per mantenermi agli studi. Loro hanno creduto in me quanto io ho creduto in me stessa. Con il tempo inevec è rimasta intatta la passione e la speranza si è trasformata in ostinazione. E se una persona diventa ostinata significa forse che ha smesso di sognare, ma che non è disposta ad arrendersi. E che vuole combattere in qualunque posto del mondo le sia data anche solo la possibilità di farlo.

Da Liberal 30 giugno 2009

martedì 24 febbraio 2009

Napolitano contro i tagli, la Gelmini contro gli sprechi, e intanto i giovani italiani affondano insieme all'Università


ROMA. «La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile, e apparentemente non contestata nelnostro Paese». In visita all’ateneo di Perugia, che compiva ieri settecento anni dalla sua fondazione, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, striglia il governo in seguito alla drammatica riduzione dei fondi destinati alla ricerca e all’università. «Mi auguroche siano maturi i tempi per ripensare e rivedere scelte di bilancio improntate a tagli indiscriminati», ha auspicato il capo dello Stato, ma la risposta di viale Trastevere non si è fatta attendere. «Premiare le università migliori e tagliare gli sprechi: è questo quello che vuole fare il governo», ha replicato la numero uno del dicastero, Mariastella Gelmini. Che rimarca come «le preoccupazioni del Capo dello Stato sono anche le preoccupazioni del governo». Nell’intervento perugino, Napolitano ha sottolineato che, nonostante la crisi, occorre un deciso rilancio della conoscenza e della ricerca, «leva fondamentale per la crescita economica e sociale» e unica carta vincente nella sfida dei mercati globali. Inevitabile non scorgere dietro il monito presidenziale e la pronta replica del governo, il sorgere di nuove polemiche sul ferreo regime dimagrante imposto agli atenei dall’ultima Finanziaria, che a partire da quest’estate avevano paventato la cessata attività causa mancanza fondi. Nel mirino la manovra triennale approvata dal Parlamento la scorsa estate, un provvedimento presentato dal governo come la fine di sprechi e privilegi a favore della meritocrazia, e accolto dai rettori come un colpo d’accetta del valore di più di un milione e mezzo di euro ai dannidel Fondo di finanziamento ordinario. Un’emorragia di capitali che già da quest’anno ha trasformato il sistema universitario italiano, di suo ingessato e afflitto da meritofobia, in un tronco che sente e che pena. Tra l’azzeramento dei finanziamenti all’edilizia universitaria, i blocchi del turnover, i disagi abitativi e le borse di studio insufficienti, e la sempre più esigua attenzione rivolta al mondo della ricerca, l’Università nostrana ha mostrato quest’anno ulteriori e sinistri scricchiolii. Detto che nel World university rankings 2008, graduatoria britannica stilata da The Times, bisogna scorrere duecento posizioni per trovare traccia di un ateneo italiano, e quattrocento per individuarne altri otto, il numero degli iscritti alle università italiane è calato nel 2009 del 4,4 per cento a fronte di un numero di diplomati notevolmente accresciuto. Un segnale di sconforto dettato sì dalla crisi, ma di certo legato all’aumento conseguente delle tasse universitarie e delle difficoltà logistiche di studenti immersi in un quadro generale che sembra azzopparne le prerogative occupazionali, in funzione di drastici tagli. Bisogna «valorizzare le risorse di capitale umano e di sapere evitando la dispersione di talenti e risultati troppo spesso sottovalutati», ha ricordato a tutti il capo dello Stato, che ha invitato a non abbandonarsi a «generalizzazioni negative e liquidatorie». Fatto sta che, ovunque sia la verità, posti gli atenei italiani come pazienti in debito di ossigeno, premiare quelli più volenterosi è certo meritevole. Il problema è staccare alla spina a quelli in difficoltà. Perché a rimetterci non è chi spreca, ma chi spreca il suo futuro: i giovani.

Da Liberal 24 febbraio 2009