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mercoledì 22 giugno 2011

Moody's, Censis e Inps confermano: l'Italia di Silvio ha un futuro gratta e vinci

Prima l’allarme pensioni lanciato dall’Istat, poi Moody’s che ci rimanda a settembre e last but not least, il rapporto Censis che descrive gli italiani come insetti intrappolati in un eterno presente perché non hanno una lira per pensare al futuro. Dissolto il velo d’aria fritta sparso a piene mani dai felici meteorologi del berlusconismo, il quadro della nostra situazione è finalmente svelato in ogni parte. ll problema è che assomiglia terribilmente alla Zattera della Medusa di Gericault. Dritti a babordo, a pochi metri dalla Grecia. Ci spieghiamo meglio: se l’Europa può essere paragonata alla famosa fregata francese che si incagliò a Waterloo, l’Italia è sempre più la zattera attaccata all’imbarcazione dei Paesi membri. Da un momento all’altro potranno decidere di tagliare la fune e abbandonarci al nostro destino. Oggi come allora, tutta colpa dell’inettitudine di un comandante sciagurato. Silvio come il De Chaumaray della Seconda Repubblica: bravissimo a intrattenere gli ospiti a bordo, ma senza la minima idea di come si tiene un timone. Il rapporto Censis non esce di metafora. De Rita non parla di un grave cambiamento dei costumi, ma di una mutazione antropologica. «Gli italiani non sono più capaci di guardare al domani, ma sono vittime del “presentismo”», scrive l’istituto nella ricerca illustrata ieri a Roma nell’ambito della XXIII edizione dell’iniziativa “Un mese di sociale”. L’onda lunga del berlusconismo dunque continuerà ad abbattersi sulla Penisola ancora per molti anni. «La società non avanza ma, credendo di avanzare, gira a vuoto e ricade sempre su se stessa, perché appiattita sul presente», mette a verbale l’istituto di De Rita. Tra i segnali più significativi di questa nuova tendenza c’è l’aumento dell’età in cui ci si sposa e si diventa madri. Dalla media del 1990 che era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini, ai corrispettivi 30 e 33 anni di oggi. Il perché è presto detto. «La realtà spinge i giovani ad assumere atteggiamenti attendisti e in questo attendismo rielaborano il loro modo di vedere il mondo», annota il Censis. Un popolo di miopi, incapaci di vedere in prospettiva. In caduta libera, dopo lo tsunami Gelmini, la scuola, che per il 50 per cento dei giovani italiani è ormai un investimento a perdere, contro il 90 della Germania. E fare un’attività in proprio, senza padroni che eternano il precariato? Poche speranze: ci crede soltanto il 27,1 per cento dei nostri ragazzi, contro una media europea del 42. Il motivo di tanta sfiducia? Per la maggior parte uno solo: «Troppo complicato». Ma ci sono altri parametri, apparentemente marginali, che spiegano bene quello che il Censis definisce un generale “rattrappimento sul presente”. Ad esempio il tempo di permanenza su una singola pagina web, che nell’ultimo anno è diminuito tra 33 a 29 secondi: segno che navighiamo a vista, cerchiamo di continuo l’aggiornamento, ma abbiamo rinunciato a ricomporre i pezzi del puzzle italico. Probabilmente, si può aggiungere, cerchiamo di conoscere anzitempo l’ultima fregatura in programma, perché i processi generali li abbiamo capiti benissimo. E poi c’é il boom del consumo low cost, che per il Censis si basa sul «soddisfacimento del gusto dell’acquisto che così può essere ripetuto senza più cercare prodotti che ci accompagneranno a lungo o che abbiamo desiderato a lungo». Ci rifugiamo nello shopping per stemperare la miseria, insomma. Meglio comprare carabattole e cose scadenti, che tornare a casa con le pive nel sacco. Ma nelle tasche italiche, più metaforico di ogni cosa non manca mai il “gratta e vinci”. A fronte del calo dei tagliandi della lotteria, che richiedono settimane di insopportabile impazienza, dieci milioni di italiani si affidano ai giochi istantanei: pochi, maledetti e subito, altro che turista per sempre. Turista per niente, è invece il nostro pensionato medio. Uno su due ha un mensile inferiore ai mille euro ( e cioè circa otto milioni di persone), il 14,7 per cento è sotto i 500 euro (2,4 milioni), mentre il 31,8 (5,3 milioni) annaspa tra i 500 e i 1.000 euro. Ma nonostante tanto impegno nel rendergli la vita impossibile, il risultato è che le pensioni drenano sempre più Pil: dal 15,38 del 2008 al 16,68 dell’ultima indagine. Senza contare che gli uomini hanno quote più elevate nelle classi di importo mensile più alto, e le donne in quelle di importo più basso. La spesa per le prestazioni pensionistiche è salita, prosegue il rapporto Istat, dai 241.165 milioni del 2008 ai 253.480 milioni di euro attuali. La crescita è legata all’importo medio delle prestazioni erogate, che è aumentato del 5 per cento, a fronte di un numero di trattamenti pensionistici rimasto praticamente invariato. Ma se le pensioni assorbono Pil in maniera famelica, niente paura. Giusto il tempo che milioni di precari smettano di lavorare: visto che non avranno una pensione, tutto tornerà in splendido equilibrio. Terzo e ultimo capitolo è il trailer mandato in onda ieri da Moody’s: “Tutto quello che avreste voluto sapere sul nostro debito, ma Minzolini non vi ha mai detto". Dopo aver annunciato un possibile taglio del rating del nostro debito, l’agenzia ha deciso di marcare stretto le nostre principali società partecipate (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste e Terna) e 23 tra città, province, regioni ed enti. E a rischio downgrade ci sono le province autonome di Trento e Bolzano, la Basilicata, l’Emilia Romagna, la Liguria, la Lombardia, le Marche, la Sicilia, la Toscana, l’Umbria e il Veneto. E ancora le province di Arezzo, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Torino, e le città di Bologna, Firenze, Milano, Siena, Venezia. Ma anche la Cassa del Trentino e Finlombarda. «Per le province autonome di Trento e Bolzano e per la regione Lombardia», precisa però Moody’s, «la revisione si focalizzerà sui fattori istituzionali che hanno consentito ai loro rating di restare sopra al livello nazionale». Trento e Bolzano mantengono infatti un rating Aaa, mentre la regione Lombardia gode di un Aa1. La scarsa crescita, i conti pubblici pericolanti, Standard&Poor’s che ha tagliato da stabile a negativo l’outlook sul nostro debito, hanno convinto anche Moody’s a mettere le mani avanti. L’Europa ci guarda dunque, pronta a lasciare la nostra zattera ai marosi. Certo, Bisignani potrebbe tentare una telefonata a Bruxelles. Ma il rischio è che forse, troverebbe occupato.
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lunedì 30 maggio 2011

«I numeri non mentono, l'Italia sta per diventare la prossima Grecia»: Giorgio La Malfa e Irene Tinagli fanno il punto sulla crisi

Roma. Ladri d’auto, zingari, drogati, toghe rosse, ciellini, finiani, insegnanti e grillini. Nell’infinita lista di congiurati che remano contro il partito dell’Amore si sono infine iscritti anche coloro che più di tutti vivono dai tempi di Pitagora al di sopra di ogni sospetto: i numeri. E così, dopo i cosacchi dell’Istat (15 milioni di italiani a rischio povertà, mezzo milione in più di disoccupati negli ultimi due anni, peggior tasso di crescita in Europa, consumi al palo e anzi in discesa), i trotzkisti della Corte dei Conti ( la crisi che pesa sul Pil per 160 miliardi) e i maoisti di Standard & Poor (declassamento dell’outlook italiano), oggi è toccato all’Inps rilanciare il complotto dei matematici comunisti: oltre metà dei pensionati non arriva a 500 euro al mese e otto su dieci non arrivano a mille euro lordi. Stavolta è toccato a Gianni Letta, sventare la macchinazione: «Non è vero che il Paese è allo sfascio. Ereditiamo problemi antichi». Come dire che il Colosseo non versa in condizioni pietose, è che Vespasiano l’ha fatto edificare in una zona piena di smog. Il nuovo fronte di battaglia del governo è quindi aperto: il Pdl contro l’ingratitudine dei numeri primi.

Possibile che i numeri mentano? «Se il governo arriva al punto di smentire un altro organo di governo come l’Istat – spiega a liberal il deputato del Terzo Polo, Giorgio La Malfa – vuol dire che hanno davvero toccato il fondo. La verità è che le bugie hanno le gambe corte, e la verità dei numeri sbugiarda questo governo su tutta la linea. I dati dell’Istat sono il certificato di morte di questo esecutivo: la prova provata del suo fallimento». E anche l’economista Irene Tinagli, docente all’Università Carlos III di Madrid, dirada in fretta qualsiasi dubbio sulla «francamente discutibile» realtà fotografata dall’Istat: «Il nostro è un Paese che è riuscito a tenere sotto controllo il deficit, ma il debito continua a crescere a dismisura e non ci sono in campo strategie capaci di lasciare presagire miracoli. Piuttosto, va considerato che la situazione è persino peggiore di quanto ci dice il rapporto Istat: i cassaintegrati vengono inclusi nel novero degli occupati, e tra i giovani senza lavoro non sono inclusi gli inattivi per effetto di una stima cautelativa: si tratta di milioni di persone che ormai si sono rassegnate e non cercano più lavoro. Non ha senso tentare di indorare la pillola con una selezione di pagine tratte dal rapporto Ocse: novanta pagine che si concentrano soprattutto sulla riforma universitaria, a fronte delle oltre 500 del nostro istituto». Da più parti arriva un messaggio chiaro: non basta tenere a posto i conti, perché senza crescita siamo destinati a sparire, e a stare sempre peggio. «Si sostiene disperatamente – commenta La Malfa – che la medicina dei tagli senza crescita non colpisce il tenore di vita degli italiani, ma poi la realtà ci dice che sempre più connazionali sono in sofferenza ed erodono i loro risparmi per sopravvivere, i disoccupati crescono, i giovani senza lavoro aumentano, i consumi diminuiscono e le fabbriche chiudono. I numeri inchiodano questo governo alla realtà, ma continuano a essere smentiti per non ammettere il fallimento: non hanno la forza di fare le riforme perché sono arrivati al punto di maggiore debolezza dell’intera legislatura. Soltanto un governo di larghe intese potrebbe avere la forza di cambiare passo». I dati più benevoli parlano di una «lenta ripresa», e si è fatto timidamente notare che c’è qualche segnale di recupero in ambito occupazionale. Irene Tinagli precisa però che «si tratta di lavoro a scarso coefficiente qualitativo, demansionato e del tutto estemporaneo perché precario. E che non compensa affatto quello a tempo indeterminato bruciato dalla crisi».

E la professoressa fa chiarezza anche sulla sbandierata ripresa dell’export: «Una mera illusione, perché in parallelo sono aumentati gli import ma questo non lo dice nessuno altrimenti l’effetto annuncio verrebbe guastato». «Il problema vero – spiega la Tinagli – è che le misure escogitate dal governo per contenere il tanto declamato contenimento del deficit non sono strutturali, ma piuttosto soluzioni una tantum non più ripetibili. Cè stato ad esempio il congelamento degli stipendi pubblici fino al 2013. Ma che cosa accadrà dopo che ci saranno elezioni? Non appena sarà scaduto l’effetto tampone, staremo peggio di prima». «Non servono piccole iniziative sporadiche, ma misure strutturali. Bisogna trovare il modo di continuare a tagliare il debito ma senza azzerare la crescita – conferma La Malfa – La scure non dev’essere diretta cioè sulla spesa sociale, ma sulle piccole roccaforti della politica.  Dovrebbero essere venduti beni pubblici non più necessari e poi quelle che io considero la mano morta delle forze di governo. A che cosa servono le municipalizzate che ormai da tempo non svolgono servizio pubblico e non garantiscono tariffe basse ai cittadini? E ancora, come si può pensare a una politica di sviluppo se i fondi della ricerca sono stati annientati?». «Il salto qualitativo del nostro sistema industriale – commenta Irene Tinagli – potrebbe portare nuovi posti di lavoro e opportunità di investimento, ma oltre al fatto che le imprese sono gravate da una fiscalità opprimente, c’è un dato politico indubitabile: gli investitori stranieri non hanno nessuna voglia di azzardare operazioni a largo respiro, in un Paese così instabile come il nostro». «Il governo avrebbe dovuto stimolare gli investimenti grazie alla stabilità – spiega La Malfa – ma Berlusconi ha perso ogni credibilità, e nessuno ha più intenzione di mettere una lira in un Paese che recita a soggetto. L’arte dell’improvvisazione e il folklore non attirano investimenti, ma soltanto prese in giro». «A differenza di quanto è stato percepito – chiosa la professoressa Tinagli – la pressione fiscale è aumentata, e molto di più avrebbero giovato alcune liberalizzazioni invocat da tempo e misure di supporto al lavoro giovanile. Un esempio su tutti è quello dei giovani avvocati consegnati alla mercè di studi legali che li sfruttano e ne ostacolano la crescita. Per contrastare il fenomeno Tremonti non ha cercato di facilitare il loro accesso al lavoro. Ha preferito tenere in piedi le barricate del numero chiuso perché, come lui stesso ha detto “ci sono troppi avvocati”». E quando si parla di giovani, la mente non può che correre allo scientifico smantellamento della pubblica istruzione e del diritto allo studio. «I tagli sociali sono stati fatti alla cieca. La verità è che la spesa sociale avrebbe potuto essere risistemata con un lavoro paziente di “spending revue” – spiega Giorgio La Malfa – che sarebbe dovuto partire a inizio legislatura, e che oggi avrebbe potuto produrre qualche frutto degno di nota. Peccato che nel 2008 il governo negava che ci fosse la crisi. Un po’ di pessimismo in più avrebbe giovato al futuro dei nostri giovani». «È la logica dell’ex-post la vera costante di questa legislatura – conclude Irene Tinagli –, scegliere di intervenire quando il dado è ormai tratto non porta che a soluzioni transitorie. Spostare i problemi in avanti non vuol dire risolverli. Una vera politica ecomonica dovrebbe saperci indicare la meta verso la quale siamo diretti». Un’idea della nostra possibile destinazione la suggerisce Giorgio La Malfa: «Prima ammettono il fallimento, e più velocemente si può intervenire. Siamo all’ultimo chilometro che ci separa dalla Grecia».
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