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giovedì 7 aprile 2011

L'ultima beffa di Mariastella: i precari in prima serata a fare lezione ai somari dei reality show

Mariastella Gelmini aveva assicurato che l’odiosa persecuzione dei precari era soltanto un’invenzione di stampa. E il ministro dell’ex Pubblica istruzione è stata di parola. Equivalente culturale della social card, la piccola lotteria sociale vede in questo caso vincitori alcuni insegnanti precari benevolmente sorteggiati da Mediaset per I ripetenti, nuovo programma di Canale 5 che pone la scuola al centro delle sue dinamiche. Sui banchi della formazione secondo il Biscione, numerose vecchie glorie dei reality show attualmente in precoce prepensionamento, che sotto gli occhi della telecamera metteranno a duro cimento la propria colossale asineria. Al timone del programma, che coprirà il prime time della rete ammiraglia berlusconica, ci sarà Barbara D’Urso, che già da tempo lamentava l’improvviso accantonamento da parte dei vertici aziendali. Meno certa al suo fianco la presenza di Nicola Savino, che però sembra aver espresso più di una perplessità per un progetto che non rispecchia esattamente i suoi trascorsi professionali. Rinnovato in grande stile il fortunato concept de La pupa e il secchione, il programma della D’Urso punta dunque su i pupi e il precario, in metaforica rappresentazione delle sorti della scuola pubblica. La lavagna elettronica invece di quella di legno, il quiz al posto dell’interrogazione, le cosce in funzione della preparazione, e i pupazzi di prima serata a ripulire l’immagine triste dell’insegnante precario. Guai a pensarli come sfigati d’ora in poi. Il Governo lede, Mediaset provvede.
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martedì 8 marzo 2011

Un, due, tre MariaStella. Da Almalaurea la conferma: l'Italia del Bunga Bunga diventerà il Paese del Bora Bora

Giovani, carini e disoccupati, li voleva un cult generazionale infarcito di insopportabile egualitarismo. Ma in terre d’elezione come la nostra, la lunga crociata estetizzante per i diritti delle meteorine, ha finalmente lasciato in mutande tutti quegli spregevoli maniaci del corso universitario, in larga parte terroni, che in mancanza di un adeguato giro vita avevano osato prevaricare quel gran pezzo dell’Ubalda con quel fetido pezzo di carta. La chiamavano assicurazione per l’avvenire, biglietto omaggio per la dirigenza a prescindere dalla classe sociale di provenienza, la laurea. E siccome uno dei più interessanti dati proposti ieri da Almalaurea dice che otto italiani su dieci della nostra classe dirigente non ne possiedono una, non è difficile immaginare quanto i cosiddetti lavori a chiamata guardino con disgusto a quei dottori tristanzuoli che hanno letto due libri e vogliono rubarti il mestiere.
Non è una lunga geremiade di fallimenti, il rapporto Almalaurea 2011, ma la fedele cartina di tornasole di un Paese gerontocratico e di una classe politica di rara sensibilità sociale. Che risponde a un tasso di disoccupazione giovanile che al Sud sfonda il 40 per cento con una meravigliosa social-card per quaranta ragazzine estratte a sorte dai book di Emilio Fede: macchine, appartamenti, gioielli, soldi. Ovviamente trattabili, in base a disponibilità e spirito di sacrificio. Per gli altri, per quelli che hanno fallito l'orale all'università di Arcore, o hanno preferito disertare  perché poco flessibili verso il moderno mercato del lavoro, non ci sono buone notizie. Che si tratti di triennale o specialistica, i senza lavoro sono in perenne crescita. A un anno dal titolo di studio, il 16,2 per cento dei laureati brevi è a spasso, contro l’11 per cento del 2008. La musica non cambia con la specialistica: a dodici mesi dalla proclamazione non lavora il 17,7 per cento dei giovani, contro il 10,8 per cento di due anni fa. C’è però un piccolo premio di consolazione, per chi frequenta ancora oggi un ateneo: Almalaurea stabilisce che presa in considerazione l’intera vita lavorativa, laurearsi è meglio, perché i giovani diplomati negli ultimi anni hanno un tasso di occupazione inferiore di undici punti percentuali a quella dei dottori. Male i diplomati, sul corpo dei quali rimorde maggiormente la crisi, ma non si sentono troppo bene neppure i laureati a cinque anni dal titolo.  Tra il 2005 e il 2010 la contrazione occupazionale che li riguarda è aumentata di quasi cinque punti percentuali: un lustro fa erano il 90 per cento di quelli che avevano trovato impiego. Di che tipo di mansioni si tratti, è presto detto: a fronte dell’inflazione più rognosa della storia d’Italia, le condizioni contrattuali del primo impiego sono in costante peggioramento. E per quattro laureati triennali su dieci, si tratta di lavoro atipico. Nel ramo specialistico, si parla invece di un contratto atipico per ogni due laureati del 2010, mentre hanno ottenuto un contratto stabile solo tre fortunati su dieci. Di conseguenza, vincono a mani basse i datori di lavoro. Naturalmente in nero.
Sempre più giovani laureati lavorano infatti senza contratto e senza diritti, e ovviamente obbligati a imperitura riconoscenza. Tra chi ha concluso la specialistica, i laureati occupati senza contratto sono oggi il 7 per cento (il doppio del 2008). E crescono anche i giovani men in black della laurea breve: il 6 per cento contro il 3,8 del 2008. ). Soldi? Pochi, maledetti, e il più tardi possibile. Lo stipendio dei laureati ”brevi”, è sceso del 5 per cento, mentre gli specialistici sono a quota dieci. Problemi da adulti, e portafoglio da ragazzini, insomma. Ma lungi dall’essere soltanto una sequela di conti, lo studio AlmaLaurea dà l’esatta proporzione del miracolo italiano. Un miracolo di incompetenza e vocazione al disastro. A cinque anni dal titolo, il 73 per cento dei laureati di estrazione borghese ha un contratto stabile, mentre l’operazione dignità riesce soltanto al 68 per cento dei loro coetanei di famiglie operaie. Stessa solfa in termini di retribuzione: i laureati della borghesia superano i 1400 euro dopo cinque anni, mentre i self made man restano al palo dei 1200 euro. Un ascensore sociale al contrario, insomma. La bocconiana Tommasi e le altre del cenacolo di Ipazia con il vento in poppa, i ricercatori nello scantinato. Destini opposti accomunati dalla stessa strategia: la fuga dei cervelli. La maggior parte dei giovani che emigra, è però legata a un certo benessere, e ha studiato al Nord. All’estero partono da circa 1500 euro di stipendio, gli specialistici, in Italia o non lavorano o guadagnano 1000 euro. C’entra qualcosa la somma del Pil che l’Italia investe in sviluppo e ricerca: 0,66 per cento, come la Slovacchia. «Il concreto sviluppo della ricerca in tutti i campi delle scienze, rappresenta una priorità assoluta, sulla quale le istituzioni devono investire con coraggio, nella consapevolezza che su questo terreno si gioca una larga parte del futuro del nostro Paese», ha scritto ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera all’indirizzo di Telethon. E dire che su questo terreno, non si è ancora stagliata la tragica notte della riforma Gelmini. Lasciato il Paese alle nobili maitresse del Bunga Bunga, l'università di UnduetreMariaStella prepara ai ragazzi la sorpresa più bella: l'Italia del Bora Bora, esotico atollo del Mediterraneo fondato sul turismo. Orsù avvocata nostra, a che serve lavorare con un mare così bello? (f.l.d)

mercoledì 1 dicembre 2010

Clamoroso, ecco il vero volto di Gelmini la meritocratica, il ministro di ferro che regala i soldi pubblici all'università della Cepu

Roma. Ripristinare la meritocrazia. Guerra senza quartiere ai baroni. Razionalizzazione degli sprechi. Il ministro Mariastella Gelmini ha ingaggiato una titanica lotta per riformare l’università pubblica. Ma forse, l’eccesso di furore agonistico le ha impedito di conservare altrettanta determinazione nei confronti delle università telematiche. Le stesse che a giorni, vituperate da Mariastella in persona, siederanno grazie alla riforma da lei sottoscritta allo stesso tavolo della Luiss e della Bocconi per spartirsi i fondi destinati agli atenei privati (rimasti abbondanti nonostante la scientifica falcidie di quelli pubblici e i rilievi critici del Cnsvu sulla credibilità di alcune).
A capotavola degli illustri commensali, è atteso soprattutto lui, Francesco Polidori, magnifico rettore dell’eCampus, patron della Cepu, nonché amico di Silvio e magari nipote di Mubarak pure lui. Un uomo di grande carisma, evidentemente. Perché sulle università on line, ha spinto l’inquilino di viale Trastevere a fare un’inversione a -u- da action movie hollywoodiano. Il 16 ottobre 2009, il ministro tatcheriano tuonava contro i “furbetti dello statino”: «È arrivato il tempo della tolleranza zero, delle regole certe, affidabili e improntate al rigore». Era stato il Cnsvu (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario) a lanciare l’allarme. In Italia ci sono ben undici università telematiche, dalla qualità didattica quanto meno opinabile, denunciava il comitato. La Gelmini non aveva perso un attimo, prima di lanciare il suo ukase contro le “facili scorciatoie” alternative al merito. «Mi attendo spiegazioni dettagliate – minacciava il dispaccio contro i rettori con il vizietto del clic – e proposte di soluzione, per evitare che degenerino in una vera e propria patologia generalizzata». Nel corso di quest’anno, l’inquilina di viale Trastevere dev’essere stata rassicurata a dovere, perché la riforma del ministro della Pubblica istruzione sembra tagliata su misura per le università on line. La meritocrazia secondo Mariastella, come Belzebù, si annida nei dettagli. E precisamente all’articolo 6 del Decreto ministeriale per la programmazione 2010-2012, dove al punto “c” si prevede, «nelle prospettive del potenziamento della formazione a distanza presso le università non telematiche, la trasformazione delle università non statali telematiche esistenti in università non statali (non telematiche), su proposta delle interessate». Interessate è dire poco, perché questa è manna dal cielo. Alle università da tastiera basta in pratica la conversione in università tradizionale, e il gioco è fatto: anche queste potranno spartirsi i fondi pubblici, o meglio ciò che ne resta. Ovviamente a spese nostre e in pronta consegna. Il cambio di rotta del ministro ha una data fatidica. Il 19 luglio 2010, mentre infuria la protesta contro i tagli a università e ricerca, il ministro Gelmini e il presidente del Consiglio si recano in visita a Novedrate, presso la ridente università della Cepu, eCampus. È un ateneo un po’ particolare. È marcato stretto dal Consiglio universitario nazionale e dal Comitato nazionale per la valutazione, che nutrono dubbi sull’attendibilità della didattica, fa capo a un intricatissimo gioco di scatole cinesi legate a una fiduciaria lussemburghese, la Jmd International Sa, di cui non è chiara la proprietà, e poi è caldamente consigliatata dalla Cepu. Il paradiso dei ripetenti propone l’iscrizione ai corsi di laurea dell’ateneo di Novedrate, ma ai suoi studenti non fa mancare niente, perché offre loro (circa 3mila iscritti) anche lauree fabbricate alla libera università di Herisau, vera maglia nera dei titoli taroccati, che appare in grande evidenza nella blacklist del ministero dell’Università. Ma al titolare dello stesso, l’inflessibile Gelmini, non sembra importare. La giornata scorre via tra risa e applausi, e Mariastella si compiace quando il Cavaliere elogia la nuova Berkeley: «È un ateneo in cui si laureano ragazze belle e preparate e che non assomigliano a Rosy Bindi», trasecola il premier, sorboniano honoris causa. Tanto entusiasmo è presto spiegato. L’8 agosto, il re di Cepu, Francesco Polidori, annuncia: «Venderò Berlusconi porta a porta». Tre giorni prima, a Palazzo Grazioli, l’uomo che ha saputo trasformare la Scuola Radio Elettra nell’impero delle lezioni private, ha convinto il Cavaliere ad adottare il metodo Cepu in vista delle prossime elezioni. «Noi vendiamo formazione, dai corsi di recupero, all’inglese, all’università – ragiona il ciarliero mister Cepu – e loro vendono politica. Ma in fondo il metodo non cambia e per me è un’occasione di business come altre: bisogna bussare a tutte le porte». Berlusconi resta folgorato: applicare la tattica del Cepu alla campagna elettorale del Pdl. Polidori gli metterà a disposizione le oltre 120 sedi della Cepu, e ogni sezione, secondo la consolidata usanza, martellerà in media 300 famiglie per convincere ad acquistare Silvio, come si farebbe per un corso di inglese. Brambilla e soci all’assalto dei pianerottoli, dei cortili, delle riunioni di condominio, ad ogni ora del giorno e della notte, a promuovere la libertà in comode rate, e fino a eusarimento scorte. Geniale. Polidori dev’essere gratificato.  E visto che in tre anni accademici il numero degli iscritti alle università telematiche è aumentato del 900 per cento, che cosa c’è di meglio che una riforma ad ateneum per esprimere riconoscenza? Per Polidori è il coronamento di un sogno su cui lavora sottotraccia dal 2006. Al ministero c’è l’allora ministro, Letizia Moratti. È lei ad autorizzare l’Ateneo eCampus mediante apposito decreto. La creatura di Polidori (un nome che di per sé evoca umori vampireschi) diventa l’unica università telematica autorizzata con il parere contrario del Consiglio universitario nazionale (Cun) e dal Comitato nazionale per la valutazione (Cnvu). Una singolare situazione, che i due organi hanno segnalato anche all’attuale ministro, prima del pellegrinaggio di luglio che le ha concesso per la prima e unica volta l’ebbrezza di qualche applauso studentesco. Che sarà mai, di fronta alla macchina da guerra di Polidori. La sua Cepu assicura che bastano due ore di studio al giorno in compagnia di un simpatico tutor, per passare un esame ogni mese e mezzo. Due ore al giorno. Come la panca per gli addominali di Mediashopping.
Che barba che noia il diritto allo studio. Nel futuro c’è eCampus, cribbio. Lauree pronta consegna. Per i primi dieci clic c’è un simpatico omaggio. Un piccolo Silvio sorboniano in miniatura. Vale la pena. Soprattutto se si hanno molti denari da spendere, e qualche etto di dignità superflua da smaltire. Con Cepu puoi. Anzi, Cepuoi riuscì. (f.l.d)

lunedì 29 novembre 2010

Magari i modi sono talvolta sbagliati, ma i giovani che protestano hanno ragione da vendere perché gli hanno rubato il futuro


Roma. Manifestazioni in tutta Italia, forti tensioni da Palermo, dove hanno lanciato petardi e fumogeni, a Torino, dove hanno occupato la Mole Antonelliana. E poi, secondo la triste abitudine consolidatasi da qualche tempo, cariche della polizia e tafferugli. Gli studenti universitari in rivolta contro la riforma Gelmini sono saliti sui tetti dei luoghi simbolo italiani per gridare il loro disagio. Anche a Roma, dove in netta contrapposizione con la diagnosi di Mariastella Gelmini, hanno affidato il malumore a uno striscione simbolico: “Né manager né baroni, i privati fuori dai maroni”. Ma il disordine impera per le strade, tanto quanto nei media, e non è facile tracciare una precisa geografia della protesta. «I media amplificano tutto, ma la verità è che la maggioranza degli studenti universitari è del tutto rassegnata ai cambiamenti imposti dall’alto», commenta Giulio Ferroni, ordinario di Letteratura italiana all’università La Sapienza di Roma. «I rivoltosi sono una minoranza – prosegue  Ferroni – mentre la maggior parte degli allievi solidarizza con la protesta in senso puramente simbolico». Meno disposto a concedere ragioni ai cortei di protesta è invece il sociologo Aldo Bonomi: «I giovani sono sempre indisponibili ad accogliere i cambiamenti, perché li reputano negativi a priori. La riforma Gelmini, che pure ha degli aspetti necessari a svecchiare gli atenei, viene percepita come una minaccia al loro avvenire». «Operazioni come l’assalto al Senato sono inqualificabili – annota Giovanni Sabbatucci, professore di Storia contemporanea alla Sapienza – Slogan e rivendicazioni sanno di vecchio e hanno una filosofia sorpassata, ma sebbene la riforma non sia male, all’origine della rabbia  c’è un fatto incontestabile: il blocco delle risorse rende qualunque intervento legislativo indigesto. Più che le nuove norme e gli accorpamenti dei dipartimenti, ai giovani interessa un dato preciso: non ci sono soldi per la loro istruzione, per il loro futuro e per la loro condizione precaria. È questo che muove la loro agitazione. Che seppure in forme sbagliate, è del tutto lecita».
Minaccia, paura per il futuro. Sembra la chiave di volta, a giudicare dalla concorde opinione di Giulio Ferroni: «Non è la riforma il vero motore delle proteste studentesche, ma piuttosto uno scontento esistenziale che origina da uno scarso o nullo interesse mostrato dalle istituzioni per l’avvenire dei giovani, per il loro lavoro e il loro benessere. Naturalmente il gioco di farli passare per terroristi ha la meglio su tutto, ma ciò che viene eclissato è un fatto drammatico e palese: il taglio dei fondi mette a rischio il futuro delle università e della formazione. E questo va detto senza inganni: la qualità e la completezza della didattica peggioreranno ancora di molto, e in certi casi studiare sarà per i meno abbienti ancora più costoso e difficile». «È la conseguenza più probabile – concorda Sabbatucci – il diritto allo studio, senza investimenti pubblici, diventerà sempre più debole a spese dei giovani che hanno condizioni familiari meno agiate». «Alla Sapienza non mi pare che la protesta abbia attecchito granché – osserva Tommaso Gastaldi, professore di Statistica nell’ateneo capitolino – ma certo è che le regole dei concorsi devono cambiare, bisogna debellare questo sistema di assunzioni di stampo mafioso, e non so se la riforma Gelmini, che insedia i privati nel management universitario, potrà risultare efficace in tal senso». «In qualche caso i baroni appoggiano la protesta, perché hanno l’intenzione di fare muro contro il cambiamento. Si arroccano pure loro con gli studenti, nel mantenere lo status quo», commenta Bonomi. La riforma della discordia, quella del ministro azzurro. Che lettura ne danno gli studenti? «I tecnicismi propri del burocratese non favoriscono certo la comprensione dei nuovi dispositivi», argomenta Giulio Ferroni, «ma ad ogni modo il ministro dovrebbe comprendere come i giovani non possono e non vogliono focalizzare gli aspetti positivi del nuovo assetto universitario, se prima non vengono restituiti i fondi sottratti agli atenei. Di per sè è difficile fare le nozze con i fichi secchi. Figurarsi adesso che sono stati portati via pure i fichi».
«È un governo che non ha mostrato particolare sensibilità per la cultura e il mondo giovanile – osserva Tommaso Gastaldi – e adesso la rabbia di molti esplode. «La rabbia è diffusa, è vero, ma non sono molti quelli che battagliano. La maggior parte degli studenti si informa, teme, simpatizza, condivide, ma i tempi gli suggeriscono di anteporre l’interesse individuale a quello di tutti. Sono anni duri, di futuro incerto e presente senza orizzonti. E i più non scendono in piazza, perché provano ad arrangiarsi da soli». «I modi della protesta sono sbagliati – conclude Sabbatucci – ma la verità è che i giovani non si agitano senza ragione. Ne hanno motivo».

venerdì 3 settembre 2010

«Non incontro i precari, sono dipietristi travestiti da insegnanti». La brutta favola di Mariastella Rottermeier, in arte Gelmini


Fossimo nei panni dei precari che da Pordenone a Palermo sono in sciopero della fame da Ferragosto, considereremmo l’idea di attingere qualche caloria dal ricco buffet nuziale che Mariastella Gemini ha elargito agli ospiti del suo sposalizio: capesante, insalate di granchi, tortini di finocchio, risotto all’astice, branzini, spigole. Occorre cibo assai succulento, per drenare la proluvie di succhi gastrici che Mariastella Gemini ha lasciato fluire anche negli stomaci più irsuti. Mentre impazzano le proteste di piazza, il ministro dell’Istruzione ha esibito ancora una volta l’ostinata acrimonia che caratterizza da sempre tutte le uscite pubbliche. Stavolta, l’impermalita avvocatessa, ha annunciato che non incontrerà le migliaia di persone che da anni lavorano nelle scuole italiane senza alcuna garanzia, per motivi politici. «Non occorre strumentalizzare il disagio come stanno facendo in questo momento alcune forze politiche. Si scopre – ha chiosato la ministra con l’aria di chi ha appena scoperto un moscerino infiltrato nel suo consommé – che alcuni di quelli che protestano in piazza non sono precari ma esponenti di Italia dei Valori». Morale della favola, non incontrerà i precari perché dipietristi sotto copertura. Dev’essersi trattato di un lavoro di intelligence sopraffino, perché al netto degli otto miliardi di euro scippati alla scuola, i precari con l’hobby del travestitismo ammontano  a duecento mila. Ma la Gelmini contesta ogni addebito e va all’attacco: «Non è possibile - prosegue - che il 97 per cento delle risorse complessive, 43 miliardi di euro circa, vengano utilizzate per stipendi come adesso. Se vogliamo una scuola di qualità non si può spendere solo il 3 per cento delle risorse». Certo è che se si fossero lasciati i soldi dove stavano, la qualità sarebbe riuscita un po' meglio di questa. Secondo il ministro 760mila docenti in Italia «sono più che sufficienti» e il taglio "vero" sui precari sarebbe di appena 12mila cattedre. E poi Mariastella è una che quando razionalizza, non guarda in faccia nessuno: oltre a lasciare per strada migliaia di precari, e cioè gente che per decadi ha tenuto in piedi una baracca fatiscente  tra ferie non pagate, sedi svantaggiate, mancanza di continuità didattica, mancanza di continuità nell’anzianità di servizio, si è premurata anche di cancellare 87mila cattedre e 42 posti di personale non docente in tre anni. Ecco perché taccia di ingratitudine quanti assediano le piazze italiane al grido di “Futuro rubato“. «Chi protesta – si rammarica il ministro – non sa ancora di essere stato escluso dalle supplenze, questo si vedrà fra qualche settimana e non voglio aggiunge altre tensioni proprio in avvio dell'anno scolastico. Sono disponibile a un incontro con i precari quando vedrò che la nostra azione a sostegno anche dei precari sarà giustamente considerata e poi anche quando verificherò che gli accordi con le Regioni verranno adeguatamente presi in considerazione». È l’indignazione preventiva, insomma, che manda su tutte le furie il ministro. Che sottovaluta forse, quella discreta dose di intuito che suscita nel lavoratore italiano medio, la “razionalizzazione dei costi“. «Duecento mila precari sono il frutto di decenni di politica in cui si sono distribuiti posti che la scuola non era in grado di assorbire – ribadisce la Gemini – Se si vuole far passare l'idea che 200mila precari sono frutto della Finanziaria e dell'azione del governo Berlusconi, allora non sono disponibile. Non sono disponibile a prestare il fianco agli attacchi al governo che può essere anche legittimo, ma noi andiamo avanti a lavorare».

Prestare il fianco giammai. Ci si accontenterebbe di un occhio, magari semichiuso o velato da una cataratta. Tanto basterebbe per riuscire a comprendere, mica occorre un'intelligenza aquilina. E poi c'è l’anno scolastico che incombe come un macigno. Quest’anno si parte con 50mila classi senza insegnanti, mille e 600 senza presidi, 8 miliardi di euro in meno per i prossimi tre anni e 170mila docenti e dipendenti della scuola pubblica sbalzati fuori dalla finestra in nome dell’efficienza. Non tutto il male viene per nuocere, però. Perché ad esempio, in molti casi, sarà risolto il cornuto dilemma che aveva piccato la nostra lady di ferro all'amatriciana. Contro il maestro unico, Umberto Bossi aveva tuonato che «se è un cattivo insegnante, rovina il bambino». Nel dubbio, non ci sarà neppure quello. Le cattedre vacanti sono ancora plurime. Un dato di fatto, che non scuote una sola ciocca della chiccosa Mariastella: «Docenti e dirigenti sono stati messi nelle condizioni di operare al meglio – ha spiegato in conferenza stampa – Le famiglie hanno premiato le novità: come i licei linguistici e i musicali. Inoltre, in un biennio il tempo pieno alla scuola elementare è cresciuto del 3 per cento. I posti per il sostegno cresceranno a 93mila e 700 unità. Nessun disabile rimarrà senza sostegno, ma non ci devono essere sprechi».  E puntuale come un cucù svizzero, fa capolino anche quest’anno il mantra del rigore. Argomento troppo ghiotto, per non essere digerito. E che poi ha pure la grazia di fare pendant con la severa montatura delle lenti ed il muso atteggiato in una smorfia da ruvido molosso. Non aprisse bocca, la ministra godrebbe di un'aria persino rispettabile . «Non si potranno superare i cinquanta giorni di assenza, pena la bocciatura», scandisce la novella signorina Rottermeier  «Questa misura – ha spiegato – servirà anche a bloccare la prassi di certi diplomifici dove si arriva al diploma pur avendo frequentato poco o nulla». Parla per esperienza, l'austera Mariastella, che temprò la sua indole meritocratica proseguendo gli studi superiori in un rigorosissimo liceo privato.  Era ora, per riprendere un suo celebre sfoggio erudito, che qualcuno riportasse la scuola sotto l’“egìda" (con l'accento sulla -i) degli istituti privati.

martedì 25 maggio 2010

Tutti a scuola a ottobre e viva il turismo: i disastri della Gelmini e l'elogio del mare

Roma. «Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre». Le diciassette parole che fanno del ddl presentato dal senatore del Pdl Giorgio Costa, il provvedimento più conciso della storia repubblicana, avrebbero potuto mandare in visibilio un maestro della Semplificazione come il ministro Calderoli. E invece, nonostante la sallustiana concinnitas, il fuoco leghista si è sparso in abbondanti vampate contro lo smilzo codicillo degli alleati di Governo.

A versare benzina sull’ennesimo stucchevole dibattito di un Paese che rischia il crac da un giorno all’altro, le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, che è apparsa alquanto lusingata dal posticipo delle lezioni. «È una proposta sulla quale si può discutere – ha detto la Gelmini dai microfoni di Sky Tg24 – io sono molto aperta su questo tema perché effettivamente il nostro Paese vive di turismo e oggi le vacanze per le famiglie non sono più concentrate a luglio e agosto». Ma il ministro ha voluto evidenziare anche come «a settembre si possono avere migliori opportunità sul piano economico. Per certi versi uno slittamento dell’inizio dell’anno scolastico – ha spiegato – potrebbe aiutare le famiglie a organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare anche un aiuto al turismo. Vedremo come deciderà il Parlamento». Una discreta apertura di credito, che ai lumbàrd non è affatto piaciuta. «È inattuabile», chiosa la senatrice della Lega Nord, Irene Aderenti, «in quanto la direttiva europea prevede 200 giorni e va rispettata, perché se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo». Ma ciò che adombra il Carroccio, non è certo la sacrilega violazione della legislatura europea, altre volte conculcata senza grandi imbarazzi. «Le Regioni formulano già il calendario regionale delle lezioni – annota la senatrice – quindi ognuna di esse ha già questo tipo di autonomia di decisione formulandola in base alle problematiche climatiche e turistiche del territorio». Per il Governo della devolution, del federalismo padano che salverà noi tutti dal tracollo, la scuola centralistica a regioni unificate non è esattamente un omaggio alla secessione. «Ci sono le regioni del Nord che hanno temperature, climi diversi e calendari turistici diversi: una provincia come il Trentino preferirebbe avere più vacanze nella stagione invernale», precisa la Aderenti venendo finalmente al punto. Prima il grembiulino, poi il ritorno alla votazione numerica, ora il calendario unico dettato da Roma ladrona. Che cosa spinge il Governo che ha dato abbrivo all’epopea padana , verso l’irresistibile fascinazione dei Sixties? Di certo non il boom economico. L’idea di Costa è secondo il segretario della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo «un po’ stravagante. Dato il parere favorevole anche della Gelmini, posticipare l’inizio dell’anno serva al ministero per prendere tempo per risolvere le mille incertezze in cui oggi versa il sistema. Le vacanze estive sono una scusa, dietro il progetto di posticipare ci sono le conseguenze delle politiche sbagliate del governo». Ancora più esplicito il Pd, che parla di «macelleria scolastica». «Subordinare l’inizio della scuola alle esigenze del turismo – commenta il senatore Giuseppe Lumia – è un’idea barbara, frutto di una cultura politica rozza e cinica. La stessa che ha decretato i tagli e che adesso vuole continuare a tagliare, cancellando un altro mese di scuola».

Sarcastica la responsabile scuola del Pd, Francesca Puglisi: «Se ne è accorta perfino la Lega che con questa proposta si finirebbe sotto i 200 giorni previsti dalle direttive europee». «Con chi dovrebbero stare in vacanza gli studenti, mentre i genitori lavorano?», si domanda la Puglisi. «Pensare di rilanciare il turismo facendo cassa di nuovo sulla scuola è da irresponsabili», commenta Fabio Evangelisti dell’Idv. «Il fatto che si parli di slittamento dell’inizio e non della fine ci fa pensare che si voglia ridurre l’offerta formativa», aggiunge il capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni. Ma in fondo, con un sole e un mare così belli, chissenefrega.(f.l.d)

Da Liberal 25 maggio 2010

lunedì 23 novembre 2009

Ritorna l'Onda, e i soliti schizzi di fango della Gelmini si sollevano contro l'oceano di proteste


Lo tsunami scatenato dalla riforma del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini , ieri ha sollevato di nuovo le onde per niente anomale del mondo studentesco. Sono state più di cinquanta le città italiane che ieri hanno ospitato manifestazioni di protesta. In occasione della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio, i giovani  hanno sfilato da Torino a Palermo, concedendo ben poco al beneficio d’inventario. Nel capoluogo piemontese gli studenti si sono resi protagonisti di un fitto lancio di uova e carta igienica contro la sede regionale del Miur, mentre altri hanno occupato il rettorato.
Tra i molti episodi, una finta rapina in banca messa in scena da due giovani, che portavano a spasso due caschi neri colmi di banconote che recavano l’effigie della Gemini. Toni non troppo collaborativi anche a Milano, dove numerosi studenti hanno levato voci di protesta contro il ministro, dopo lo sgombero di sabato scorso del liceo civico Gandhi. Il corteo ha concluso il percorso a piazza Mercanti, dove l’incontro con i carabinieri in assetto antisommossa ha prodotto più di qualche tafferuglio. Non priva di coloriture situazioniste le ondate di protesta nella Capitale, dove i partecipanti hanno percorso le vie cittadine tenendo in pugno delle banane, frutti che ispirarono a O.Henry la celebre metafora che saluta tutt’oggi le repubbliche dittatoriali di stampo latino-americano. La manifestazione è partita da piazza Vittorio per concludersi all’università La Sapienza con un’assemblea pubblica. Cortei di protesta anche nei due principali poli universitari siciliani. A Palermo una manifestazione che è partita da piazza Politeama per concludersi davanti alla presidenza della Regione, a Catania un corteo partito da piazza Roma. Da Nord a Sud, gli slogan si sono incentrati sul futuro dell’istruzione. In particolare quella pubblica, sottoposta negli ultimi mesi a pesanti riduzioni di fondi.
Nel mirino della mobilitazione studentesca, coordinata da Unione degli universitari, coordinamento degli studenti universitari “Link”, e da Unione degli studenti e Rete degli studenti in rappresentanza delle superiori, i tagli alla formazione scolastica e universitaria, il conseguente disegno di legge che spalanca ai privati le porte degli atenei, l’ulteriore ridimensionamento del diritto allo studio e la riforma delle superiori. Cahiers de doléances che trovano nel motto della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio un’efficace sintesi: Education is not for sale, l’istruzione non è in vendita. «Un momento importante per riaffermare un movimento studentesco che in più occasioni è stato capace di far tremare i palazzi dei governi: una giornata in difesa del valore pubblico della formazione e del libero accesso ai saperi», fa sapere  Stefano Vitale, membro del coordinamento nazionale dell'Unione degli studenti,
Particolarmente sgradito ai giovani universitari, all’interno del disegno di legge già approvato in Consiglio dei ministri, il passaggio sui nuclei di valutazione. «Dovrebbero fare verifiche qualitative – spiega Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari – ma verranno affidati a mani esterne all'ateneo, togliendo qualsiasi freno ad una dequalificazione della didattica». Invisa a molti anche la riforma delle superiori, che entrerà in vigore a partire da settembre. «Gli studenti si troveranno meno ore di scuola e più difficoltà nel raggiungere il successo formativo», nota la Rete degli studenti. Il sindacato ha chiesto uno slittamento della riforma della scuola secondaria, in quanto promossa dal ministro Gemini «senza il dovuto confronto sul merito e senza che ci siano informazione e orientamento per chi si deve iscrivere alle superiori. È inaccettabile che la riforma cambi in corso d’opera il curriculum di studi agli studenti degli istituti tecnici e professionali senza che loro lo sappiano». Situazione molto calda anche a Bari, stavolta sul fronte universitario. Gli studenti hanno occupato l’ingresso del rettorato e invitato il Magnifico, Corrado Petrocelli, ad assumere una linea più dura contro l’allarmante penuria di fondi in cui versa l’ateneo pugliese, insieme alla maggior parte di quelli della Penisola. Ma le ondate di protesta di ieri non sono che l’inizio di un bollente inverno. Già annunciate per i prossimi giorni ulteriori manifestazioni di protesta,  – il 20 novembre si svolgerà un'assemblea indetta alla Sapienza di Roma dai ricercatori precari, il 7 dicembre alcuni studenti presenzieranno al controvertice di Copenaghen – è stato fissato per l’undici dicembre a Roma un mega corteo in direzione viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell’Istruzione. Al centro del malcontento il decreto “salva-precari” firmato Gelmini, rifiutato in itinere dagli stessi esponenti del Pdl, in quanto prevedeva che i contratti a tempo determinato per il conferimento di supplenze non potessero "in alcun caso" trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo determinato, e poi anche il disegno di legge Aprea sulla scuola e la riforma universitaria, ancora griffata Gelmini. «Il progetto del Governo Berlusconi in materia di istruzione pubblica è incentrato su due elementi: tagliare e impoverire la scuola e aprire il settore della formazione e della conoscenza al mercato. Strumento chiave di questa politica è il ddl Aprea, il cui obiettivo è quello di trasformare le scuole da istituzioni democratiche in fondazioni private», commenta il coordinamento Precari. Lamentata da più parti la costante assenza di dialogo e la totale indisponibilità al confronto da parte dei vertici del Miur, gli studenti promettono battaglia. La Gelmini liquida migliaia di giovani in piazza contro le sue politiche "scolastiche" dicendo che «è gente dei centri sociali». Tipico. Chi protesta o non innalza monumenti all'avvocato Gelmini, improvvisato ministro della pubblica istruzione, lo fa perché è di sinistra. Sbagliato. È gente che frequenta la scuola pubblica che lei stessa giorno per giorno sta radendo al suolo. Dopo il secco rifiuto opposto alla nursery, il ministro Mariastella Gelmini farà bene a dotare viale Trastevere di una sala tv. Magari non sintonizzata sul Tg1. (f.l.d)



martedì 3 marzo 2009

Scuole elementari: per molti ma non per tutti


Il rapporto diffuso dal ministero dell'Istruzione lascia poco spazio alla finanza creativa, e molto all'arte di arrangiarsi: se da viale Trastevere non arriveranno revisioni ai tagli adottati in Finanziaria, nove famiglie su dieci dovranno rinunciare alle trenta ore settimanali richieste per i propri figli iscritti alla scuola primaria. A fronte di un impegno di spesa che computa gli organici disponibili sulla base del modello a ventisette ore settimanali, la dura legge dei numeri sembra sconfessare le scelte del ministro Mariastella Gelmini, che ha scommesso forte sul ritorno del maestro unico. A giudicare dalle scelte di mamme e papà, un azzardo che complica terribilmente le cose . A sparigliare le fiche sul tavolo, la netta vittoria dei modelli consolidati. I numeri delle iscrizioni scolastiche per l'anno 2009- 2010 dicono che i genitori italiani, a larga maggioranza, hanno scelto i programmi scolastici a trenta ore (56 per cento) e quelli a tempo pieno di quaranta (34 per cento). Dati alla mano, su settembre calano dunque previsioni nere. Perché se è vero, come ha ricordato la stessa Gelmini, che «tutti i modelli orari prevedono il maestro unico di riferimento e non solo quello a ventiquattro ore come qualcuno sostiene in maniera imprecisa», è pur veritiero, sulla scorta delle prime stime, notare che i soldi disponibili non potranno accontentare i desiderata delle famiglie italiane. Si calcola che su circa 20mila prime classi elementari, potranno esserne messe a regime seicento a 24 ore settimanali, e altrettante a trenta. Il che equivale a dire che, sulle 294mila famiglie che hanno optato per le trenta ore, potranno esserne accontentate soltanto 16mila.
Per il governo un bel grattacapo, che arriva per giunta in coincidenza con una maggiore severità di valutazione e un deciso incremento di insufficienze e cinque in condotta. Allo stato attuale, infatti, le proiezioni parlano chiaro: in media, ha scelto le 24 ore a settimana un bambino per plesso, mentre ad aver scelto l'orario a 27 sono in due. Conti che lasciano presagire accorpamenti, ed evasione della maggior parte delle domande presentate dai genitori. Perché una classe possa definirsi tale, serve un quorum di almeno dieci elementi, e la partenza del ciclo scolastico, non potrà quindi che essere subordinata a un generale rimpasto, a molte rinunce, e a una diaspora di molti bambini dalla scuola geograficamente più vicina a quella più vicina ai dividendi del Ministero. «Non credo che in realtà cambierà molto per gli studenti – commenta Giuseppe Bertagna, pedagogista di fama e docente all'università di Bergamo – se queste proiezioni venissero confermate, si tratterà soprattutto di rivedere le compresenze. Si dovranno cioè raggiungere le ore prefissate con meno insegnanti a disposizione». Molto più allarmati invece, Cisl e Uil, che paventano un aumento della dispersione scolastica e l'inabissamento del sistema scolastico primario, ritenuto a oggi , in magnifica solitudine, il fiore all'occhiello della scuola italiana. «Giungere a questa situazione era inevitabile – spiega Bertagna – si è giunti a soluzioni così rigide perché i sindacati, che adesso le contestano, si opposero a ipotesi più lungimiranti come quelle prospettate dal ministro Moratti».
E se il ministro ombra dell'Istruzione, Giuseppe Fioroni, osserva che «senza soldi e con tanta demagogia non si educano i nostri figli», e che «i fatti renderanno chiaro agli italiani chi dice la verità e chi le bugie», il ministro in carica non tarda a rispedire le accuse al mittente. «Le risorse per il tempo pieno non solo non sono state tagliate ma sono state confermate. E grazie a un migliore impiego, sono aumentate. Quindi, non ci saranno problemi e sarà possibile rispettare il tempo pieno e la scelta delle famiglie». Anche le scienze matematiche sono insomma, e in Italia sommamente, branche letterarie. La resa dei conti è rimandata a settembre.
Da Liberal 3 marzo 2009

martedì 24 febbraio 2009

Napolitano contro i tagli, la Gelmini contro gli sprechi, e intanto i giovani italiani affondano insieme all'Università


ROMA. «La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile, e apparentemente non contestata nelnostro Paese». In visita all’ateneo di Perugia, che compiva ieri settecento anni dalla sua fondazione, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, striglia il governo in seguito alla drammatica riduzione dei fondi destinati alla ricerca e all’università. «Mi auguroche siano maturi i tempi per ripensare e rivedere scelte di bilancio improntate a tagli indiscriminati», ha auspicato il capo dello Stato, ma la risposta di viale Trastevere non si è fatta attendere. «Premiare le università migliori e tagliare gli sprechi: è questo quello che vuole fare il governo», ha replicato la numero uno del dicastero, Mariastella Gelmini. Che rimarca come «le preoccupazioni del Capo dello Stato sono anche le preoccupazioni del governo». Nell’intervento perugino, Napolitano ha sottolineato che, nonostante la crisi, occorre un deciso rilancio della conoscenza e della ricerca, «leva fondamentale per la crescita economica e sociale» e unica carta vincente nella sfida dei mercati globali. Inevitabile non scorgere dietro il monito presidenziale e la pronta replica del governo, il sorgere di nuove polemiche sul ferreo regime dimagrante imposto agli atenei dall’ultima Finanziaria, che a partire da quest’estate avevano paventato la cessata attività causa mancanza fondi. Nel mirino la manovra triennale approvata dal Parlamento la scorsa estate, un provvedimento presentato dal governo come la fine di sprechi e privilegi a favore della meritocrazia, e accolto dai rettori come un colpo d’accetta del valore di più di un milione e mezzo di euro ai dannidel Fondo di finanziamento ordinario. Un’emorragia di capitali che già da quest’anno ha trasformato il sistema universitario italiano, di suo ingessato e afflitto da meritofobia, in un tronco che sente e che pena. Tra l’azzeramento dei finanziamenti all’edilizia universitaria, i blocchi del turnover, i disagi abitativi e le borse di studio insufficienti, e la sempre più esigua attenzione rivolta al mondo della ricerca, l’Università nostrana ha mostrato quest’anno ulteriori e sinistri scricchiolii. Detto che nel World university rankings 2008, graduatoria britannica stilata da The Times, bisogna scorrere duecento posizioni per trovare traccia di un ateneo italiano, e quattrocento per individuarne altri otto, il numero degli iscritti alle università italiane è calato nel 2009 del 4,4 per cento a fronte di un numero di diplomati notevolmente accresciuto. Un segnale di sconforto dettato sì dalla crisi, ma di certo legato all’aumento conseguente delle tasse universitarie e delle difficoltà logistiche di studenti immersi in un quadro generale che sembra azzopparne le prerogative occupazionali, in funzione di drastici tagli. Bisogna «valorizzare le risorse di capitale umano e di sapere evitando la dispersione di talenti e risultati troppo spesso sottovalutati», ha ricordato a tutti il capo dello Stato, che ha invitato a non abbandonarsi a «generalizzazioni negative e liquidatorie». Fatto sta che, ovunque sia la verità, posti gli atenei italiani come pazienti in debito di ossigeno, premiare quelli più volenterosi è certo meritevole. Il problema è staccare alla spina a quelli in difficoltà. Perché a rimetterci non è chi spreca, ma chi spreca il suo futuro: i giovani.

Da Liberal 24 febbraio 2009