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mercoledì 31 agosto 2011

Divieto di riscatto degli anni universitari? Resta sempre la suggestiva ipotesi di vendere grattachecche a Ostia

Roma. Se c’è una morale da trarre alla fine di questo ventennio tremebondo, è che a furia di gridare allo scandalo, si rischia di restare afoni. Troppi occhi, indici e colli tortili, bisognerebbe possedere per riuscire a rendere conto dell’incredibile quantità di operazioni condotte contro il diritto da questo governo. Buon ultima giunge quindi la notizia che gli anni dell’università e del servizio militare non potranno più essere conteggiati per calcolare l’età pensionabile. Per molti giovani, laureati ergo disoccupati, gli unici anni sui cui speravano di fare affidamento (dietro lauto assegno) nella suprema aspirazione di strappare un giorno la fatidica social card. Ci sono state d’altra parte in questo Paese numerose profezie che si sono autodeterminate. Tutte cattive, naturalmente. Perché quelle buone («nessuna crisi, siamo al sicuro») si sono dimostrate clamorose menzogne. Diceva il ministro Tremonti che «la cultura non si mangia». Falsità spettacolosa. Ma Thomas ci insegna che se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, in Italia diventano reali nelle loro conseguenze. A patto che facciano pena. Con il risultato che, dopo l’ignobile falcidie del diritto allo studio operata dal ministro della ex Pubblica istruzione Tremonti (nessun refuso, se il ministro fosse stata la Gelmini Giulio gliel’avrebbe detto), non solo con la cultura non si mangia più. Ma ci si mangia anche quello che ne resta in via del tutto ipotetica: “vado all’università perché spero in un futuro migliore”. «Vista e considerata la trovata del governo», spiega a liberal il coordinatore dell’Udc Lazio, Mario Falconi, «al diciottenne neodiplomato non resta che un’alternativa: o prendere la fuga verso l’estero, o restare in Italia. Più precisamente in Versilia o sul litorale di Ostia, dove troverebbe molto più saggio, confortato dalla bella stagione, andare a vendere grattachecche per cinque mesi l’anno». Stabilito dunque che è severamente vietato riscattare ai fini pensionistici gli anni universitari, peraltro a peso d’oro, la dura lezione impartita a quegli sciamannati dei nostri bamboccioni, presenta risvolti tragicomici. Specie se questi possano avere l’ardire, ad esempio, di studiare medicina. «Molti medici giungono spesso a esercitare in pianta stabile la professione all’età di quarantacinque anni», chiosa Falconi, che dell’Ordine dei medici di Roma è presidente. «Non potere riscattare circa dieci anni di studio ai fini pensionistici, significherebbe creare un gerontocomio che penalizzerà i giovani due volte. Non solo gli universitari di oggi si avventureranno negli studi con la prospettiva di lavorare mezzo secolo per una pensione vicina all’elemosina. Ma in più si troveranno la strada sbarrata perché i vecchi saranno costretti a restare sul posto di lavoro». Non bastano neppure le convincenti tesi di Benedetto Croce per lasciarsi scivolare addosso le conseguenze. Sia pure che il medico non debba essere onesto ma competente.

Ma quale schietto ed autentico liberale, accetterebbe di farsi fare un’iniezione sottocutanea dall’emulo di Abacuc, costretto a restare sul pezzo dal ministro Tremonti oltre la soglia degli ottant’anni? Epigramma e farsa sono ormai un genere indistinguibile, in questo Paese. E bisogna chiedersi semmai, dietro la serrata degli anni universitari, non sia leggibile l’atto conclusivo di una lunga guerriglia contro il diritto allo studio, alla formazione, al lavoro, condotto da questo governo contro quello che ormai, nelle dichiarazioni, si legge sotterraneo come un chiaro approdo: lo switch-off del diritto allo studio. Che non è più un diritto, libero e in chiaro per tutti, ma un pacchetto criptato acquistabile in scomode rate. Alla portata di pochi. «È una mossa di una violenza gratuita che peraltro non copre nemmeno quei quattro o cinque miliardi che mancano all’appello per far tornare i conti», commenta il coordinatore centrista, che però dissente dalla teoria di un disegno antidemocratico portato a compimento. «Sarebbe troppo prodigo attribuire al governo pretese di natura filosofica. Qui si tratta dell’ennesimo coniglio tirato fuori dal cilindro da una maggioranza che non sa a che santo votarsi. È l’ennesimo colpo last minute, che dimostra l’approccio dilettantesco di questo governo ai mali del Paese. La politica dei veti incrociati genera mostri». Ma davvero, non c’è connessione tra un governo che a oggi si compone di ombre, di seconde file della Prima Repubblica, di scorie piduiste che vivono nella Seconda meglio che nella prima, e l’assoluta indifferenza verso il nuovo? La ricerca, la formazione, il lavoro? In una parola, i giovani? Se per avere un incarico di rilievo, l’unico titolo di studio riconosciuto dal governo è un master alla Playboy Mansion di Arcore, si può poi sospettare che tanto disamore per i giovani che preferiscono tenersi addosso i vestiti, sia consequenziale? «Si dimostra ancora una volta», risponde il presidente Falconi, «che la crisi è la cartina di tornasole di una politica che resta sempre medesima, uguale a sé stessa. Si autocondanna, si getta la cenere sul capo e promette di dimagrire, di cancellare vizi e sperperi. E invece, di tutti quei comuni da accorpare, di tutte quelle province da abolire, alla prova dei fatti non resta che l’eco beffarda dell’annuncio. Togliere a chi è più debole è più facile».
Come immaginare oggi la parabola di un giovane che voglia fortissimamente studiare? «È un salto nel vuoto. Anni e anni di studio, più di dieci se l’incauto ragazzo sceglie medicina. Chi glielo dice che non basterà nemmeno aprire il forziere di famiglia, per riuscire ad andare in pensione sotto i settant’anni?», si interroga Falconi. Qual è in questa nera valle, «la risultanza e il premio d’ogni sforzo e sacrifizio umano?». Se vi piace Monicelli, vi sarete già risposti per le rime. È tornato il tempo del Cavaliere amaro.(f.l.d)
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martedì 21 giugno 2011

Ichino e altri senatori del Pd fanno una proposta shock: Università a pagamento con debiti da risanare a strozzo. Ma questi ci sono o ci fanno?

Fatemi capire, gentili senatori del Pd: prima vi scagliate contro la devastazione del diritto allo studio, vi levate come un sol uomo contro l'incompetenza della Gelmini, e tutti a dire, me compreso: "Sì, giù la mani dall'università pubblica". E poi, Ichino e un altro drappello di senatori propongono l'università Mastercard, con i soldi prestati a debito da restituire con gli interessi? Non siamo clienti, ma cittadini. Non si capitalizzano i diritti a spese nostre. Le buffonate dei neoliberisti che hanno affossato il pianeta, lasciamole a una certa America. E poi dov'è il lavoro che dovrebbe permetterci di restituire il malloppo? Non avete capito a che prezzo si pagano le truffe verso gli elettori? Che cosa significa prendere per i fondelli le giovani generazioni? Non sarà risparmiato nessuno. E il vento, se vuole, spazzerà via anche voi.  Qui uno dei pochi giornali che ne ha parlato, il Fatto Quotidiano. Nel complice silenzio (involontario o calcolato che fosse) di quasi tutta la stampa. A voi http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/20/caro-ichino-gli-studenti-non-sono-clienti/120629/

martedì 8 marzo 2011

Un, due, tre MariaStella. Da Almalaurea la conferma: l'Italia del Bunga Bunga diventerà il Paese del Bora Bora

Giovani, carini e disoccupati, li voleva un cult generazionale infarcito di insopportabile egualitarismo. Ma in terre d’elezione come la nostra, la lunga crociata estetizzante per i diritti delle meteorine, ha finalmente lasciato in mutande tutti quegli spregevoli maniaci del corso universitario, in larga parte terroni, che in mancanza di un adeguato giro vita avevano osato prevaricare quel gran pezzo dell’Ubalda con quel fetido pezzo di carta. La chiamavano assicurazione per l’avvenire, biglietto omaggio per la dirigenza a prescindere dalla classe sociale di provenienza, la laurea. E siccome uno dei più interessanti dati proposti ieri da Almalaurea dice che otto italiani su dieci della nostra classe dirigente non ne possiedono una, non è difficile immaginare quanto i cosiddetti lavori a chiamata guardino con disgusto a quei dottori tristanzuoli che hanno letto due libri e vogliono rubarti il mestiere.
Non è una lunga geremiade di fallimenti, il rapporto Almalaurea 2011, ma la fedele cartina di tornasole di un Paese gerontocratico e di una classe politica di rara sensibilità sociale. Che risponde a un tasso di disoccupazione giovanile che al Sud sfonda il 40 per cento con una meravigliosa social-card per quaranta ragazzine estratte a sorte dai book di Emilio Fede: macchine, appartamenti, gioielli, soldi. Ovviamente trattabili, in base a disponibilità e spirito di sacrificio. Per gli altri, per quelli che hanno fallito l'orale all'università di Arcore, o hanno preferito disertare  perché poco flessibili verso il moderno mercato del lavoro, non ci sono buone notizie. Che si tratti di triennale o specialistica, i senza lavoro sono in perenne crescita. A un anno dal titolo di studio, il 16,2 per cento dei laureati brevi è a spasso, contro l’11 per cento del 2008. La musica non cambia con la specialistica: a dodici mesi dalla proclamazione non lavora il 17,7 per cento dei giovani, contro il 10,8 per cento di due anni fa. C’è però un piccolo premio di consolazione, per chi frequenta ancora oggi un ateneo: Almalaurea stabilisce che presa in considerazione l’intera vita lavorativa, laurearsi è meglio, perché i giovani diplomati negli ultimi anni hanno un tasso di occupazione inferiore di undici punti percentuali a quella dei dottori. Male i diplomati, sul corpo dei quali rimorde maggiormente la crisi, ma non si sentono troppo bene neppure i laureati a cinque anni dal titolo.  Tra il 2005 e il 2010 la contrazione occupazionale che li riguarda è aumentata di quasi cinque punti percentuali: un lustro fa erano il 90 per cento di quelli che avevano trovato impiego. Di che tipo di mansioni si tratti, è presto detto: a fronte dell’inflazione più rognosa della storia d’Italia, le condizioni contrattuali del primo impiego sono in costante peggioramento. E per quattro laureati triennali su dieci, si tratta di lavoro atipico. Nel ramo specialistico, si parla invece di un contratto atipico per ogni due laureati del 2010, mentre hanno ottenuto un contratto stabile solo tre fortunati su dieci. Di conseguenza, vincono a mani basse i datori di lavoro. Naturalmente in nero.
Sempre più giovani laureati lavorano infatti senza contratto e senza diritti, e ovviamente obbligati a imperitura riconoscenza. Tra chi ha concluso la specialistica, i laureati occupati senza contratto sono oggi il 7 per cento (il doppio del 2008). E crescono anche i giovani men in black della laurea breve: il 6 per cento contro il 3,8 del 2008. ). Soldi? Pochi, maledetti, e il più tardi possibile. Lo stipendio dei laureati ”brevi”, è sceso del 5 per cento, mentre gli specialistici sono a quota dieci. Problemi da adulti, e portafoglio da ragazzini, insomma. Ma lungi dall’essere soltanto una sequela di conti, lo studio AlmaLaurea dà l’esatta proporzione del miracolo italiano. Un miracolo di incompetenza e vocazione al disastro. A cinque anni dal titolo, il 73 per cento dei laureati di estrazione borghese ha un contratto stabile, mentre l’operazione dignità riesce soltanto al 68 per cento dei loro coetanei di famiglie operaie. Stessa solfa in termini di retribuzione: i laureati della borghesia superano i 1400 euro dopo cinque anni, mentre i self made man restano al palo dei 1200 euro. Un ascensore sociale al contrario, insomma. La bocconiana Tommasi e le altre del cenacolo di Ipazia con il vento in poppa, i ricercatori nello scantinato. Destini opposti accomunati dalla stessa strategia: la fuga dei cervelli. La maggior parte dei giovani che emigra, è però legata a un certo benessere, e ha studiato al Nord. All’estero partono da circa 1500 euro di stipendio, gli specialistici, in Italia o non lavorano o guadagnano 1000 euro. C’entra qualcosa la somma del Pil che l’Italia investe in sviluppo e ricerca: 0,66 per cento, come la Slovacchia. «Il concreto sviluppo della ricerca in tutti i campi delle scienze, rappresenta una priorità assoluta, sulla quale le istituzioni devono investire con coraggio, nella consapevolezza che su questo terreno si gioca una larga parte del futuro del nostro Paese», ha scritto ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera all’indirizzo di Telethon. E dire che su questo terreno, non si è ancora stagliata la tragica notte della riforma Gelmini. Lasciato il Paese alle nobili maitresse del Bunga Bunga, l'università di UnduetreMariaStella prepara ai ragazzi la sorpresa più bella: l'Italia del Bora Bora, esotico atollo del Mediterraneo fondato sul turismo. Orsù avvocata nostra, a che serve lavorare con un mare così bello? (f.l.d)

mercoledì 1 dicembre 2010

Clamoroso, ecco il vero volto di Gelmini la meritocratica, il ministro di ferro che regala i soldi pubblici all'università della Cepu

Roma. Ripristinare la meritocrazia. Guerra senza quartiere ai baroni. Razionalizzazione degli sprechi. Il ministro Mariastella Gelmini ha ingaggiato una titanica lotta per riformare l’università pubblica. Ma forse, l’eccesso di furore agonistico le ha impedito di conservare altrettanta determinazione nei confronti delle università telematiche. Le stesse che a giorni, vituperate da Mariastella in persona, siederanno grazie alla riforma da lei sottoscritta allo stesso tavolo della Luiss e della Bocconi per spartirsi i fondi destinati agli atenei privati (rimasti abbondanti nonostante la scientifica falcidie di quelli pubblici e i rilievi critici del Cnsvu sulla credibilità di alcune).
A capotavola degli illustri commensali, è atteso soprattutto lui, Francesco Polidori, magnifico rettore dell’eCampus, patron della Cepu, nonché amico di Silvio e magari nipote di Mubarak pure lui. Un uomo di grande carisma, evidentemente. Perché sulle università on line, ha spinto l’inquilino di viale Trastevere a fare un’inversione a -u- da action movie hollywoodiano. Il 16 ottobre 2009, il ministro tatcheriano tuonava contro i “furbetti dello statino”: «È arrivato il tempo della tolleranza zero, delle regole certe, affidabili e improntate al rigore». Era stato il Cnsvu (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario) a lanciare l’allarme. In Italia ci sono ben undici università telematiche, dalla qualità didattica quanto meno opinabile, denunciava il comitato. La Gelmini non aveva perso un attimo, prima di lanciare il suo ukase contro le “facili scorciatoie” alternative al merito. «Mi attendo spiegazioni dettagliate – minacciava il dispaccio contro i rettori con il vizietto del clic – e proposte di soluzione, per evitare che degenerino in una vera e propria patologia generalizzata». Nel corso di quest’anno, l’inquilina di viale Trastevere dev’essere stata rassicurata a dovere, perché la riforma del ministro della Pubblica istruzione sembra tagliata su misura per le università on line. La meritocrazia secondo Mariastella, come Belzebù, si annida nei dettagli. E precisamente all’articolo 6 del Decreto ministeriale per la programmazione 2010-2012, dove al punto “c” si prevede, «nelle prospettive del potenziamento della formazione a distanza presso le università non telematiche, la trasformazione delle università non statali telematiche esistenti in università non statali (non telematiche), su proposta delle interessate». Interessate è dire poco, perché questa è manna dal cielo. Alle università da tastiera basta in pratica la conversione in università tradizionale, e il gioco è fatto: anche queste potranno spartirsi i fondi pubblici, o meglio ciò che ne resta. Ovviamente a spese nostre e in pronta consegna. Il cambio di rotta del ministro ha una data fatidica. Il 19 luglio 2010, mentre infuria la protesta contro i tagli a università e ricerca, il ministro Gelmini e il presidente del Consiglio si recano in visita a Novedrate, presso la ridente università della Cepu, eCampus. È un ateneo un po’ particolare. È marcato stretto dal Consiglio universitario nazionale e dal Comitato nazionale per la valutazione, che nutrono dubbi sull’attendibilità della didattica, fa capo a un intricatissimo gioco di scatole cinesi legate a una fiduciaria lussemburghese, la Jmd International Sa, di cui non è chiara la proprietà, e poi è caldamente consigliatata dalla Cepu. Il paradiso dei ripetenti propone l’iscrizione ai corsi di laurea dell’ateneo di Novedrate, ma ai suoi studenti non fa mancare niente, perché offre loro (circa 3mila iscritti) anche lauree fabbricate alla libera università di Herisau, vera maglia nera dei titoli taroccati, che appare in grande evidenza nella blacklist del ministero dell’Università. Ma al titolare dello stesso, l’inflessibile Gelmini, non sembra importare. La giornata scorre via tra risa e applausi, e Mariastella si compiace quando il Cavaliere elogia la nuova Berkeley: «È un ateneo in cui si laureano ragazze belle e preparate e che non assomigliano a Rosy Bindi», trasecola il premier, sorboniano honoris causa. Tanto entusiasmo è presto spiegato. L’8 agosto, il re di Cepu, Francesco Polidori, annuncia: «Venderò Berlusconi porta a porta». Tre giorni prima, a Palazzo Grazioli, l’uomo che ha saputo trasformare la Scuola Radio Elettra nell’impero delle lezioni private, ha convinto il Cavaliere ad adottare il metodo Cepu in vista delle prossime elezioni. «Noi vendiamo formazione, dai corsi di recupero, all’inglese, all’università – ragiona il ciarliero mister Cepu – e loro vendono politica. Ma in fondo il metodo non cambia e per me è un’occasione di business come altre: bisogna bussare a tutte le porte». Berlusconi resta folgorato: applicare la tattica del Cepu alla campagna elettorale del Pdl. Polidori gli metterà a disposizione le oltre 120 sedi della Cepu, e ogni sezione, secondo la consolidata usanza, martellerà in media 300 famiglie per convincere ad acquistare Silvio, come si farebbe per un corso di inglese. Brambilla e soci all’assalto dei pianerottoli, dei cortili, delle riunioni di condominio, ad ogni ora del giorno e della notte, a promuovere la libertà in comode rate, e fino a eusarimento scorte. Geniale. Polidori dev’essere gratificato.  E visto che in tre anni accademici il numero degli iscritti alle università telematiche è aumentato del 900 per cento, che cosa c’è di meglio che una riforma ad ateneum per esprimere riconoscenza? Per Polidori è il coronamento di un sogno su cui lavora sottotraccia dal 2006. Al ministero c’è l’allora ministro, Letizia Moratti. È lei ad autorizzare l’Ateneo eCampus mediante apposito decreto. La creatura di Polidori (un nome che di per sé evoca umori vampireschi) diventa l’unica università telematica autorizzata con il parere contrario del Consiglio universitario nazionale (Cun) e dal Comitato nazionale per la valutazione (Cnvu). Una singolare situazione, che i due organi hanno segnalato anche all’attuale ministro, prima del pellegrinaggio di luglio che le ha concesso per la prima e unica volta l’ebbrezza di qualche applauso studentesco. Che sarà mai, di fronta alla macchina da guerra di Polidori. La sua Cepu assicura che bastano due ore di studio al giorno in compagnia di un simpatico tutor, per passare un esame ogni mese e mezzo. Due ore al giorno. Come la panca per gli addominali di Mediashopping.
Che barba che noia il diritto allo studio. Nel futuro c’è eCampus, cribbio. Lauree pronta consegna. Per i primi dieci clic c’è un simpatico omaggio. Un piccolo Silvio sorboniano in miniatura. Vale la pena. Soprattutto se si hanno molti denari da spendere, e qualche etto di dignità superflua da smaltire. Con Cepu puoi. Anzi, Cepuoi riuscì. (f.l.d)

lunedì 29 novembre 2010

Magari i modi sono talvolta sbagliati, ma i giovani che protestano hanno ragione da vendere perché gli hanno rubato il futuro


Roma. Manifestazioni in tutta Italia, forti tensioni da Palermo, dove hanno lanciato petardi e fumogeni, a Torino, dove hanno occupato la Mole Antonelliana. E poi, secondo la triste abitudine consolidatasi da qualche tempo, cariche della polizia e tafferugli. Gli studenti universitari in rivolta contro la riforma Gelmini sono saliti sui tetti dei luoghi simbolo italiani per gridare il loro disagio. Anche a Roma, dove in netta contrapposizione con la diagnosi di Mariastella Gelmini, hanno affidato il malumore a uno striscione simbolico: “Né manager né baroni, i privati fuori dai maroni”. Ma il disordine impera per le strade, tanto quanto nei media, e non è facile tracciare una precisa geografia della protesta. «I media amplificano tutto, ma la verità è che la maggioranza degli studenti universitari è del tutto rassegnata ai cambiamenti imposti dall’alto», commenta Giulio Ferroni, ordinario di Letteratura italiana all’università La Sapienza di Roma. «I rivoltosi sono una minoranza – prosegue  Ferroni – mentre la maggior parte degli allievi solidarizza con la protesta in senso puramente simbolico». Meno disposto a concedere ragioni ai cortei di protesta è invece il sociologo Aldo Bonomi: «I giovani sono sempre indisponibili ad accogliere i cambiamenti, perché li reputano negativi a priori. La riforma Gelmini, che pure ha degli aspetti necessari a svecchiare gli atenei, viene percepita come una minaccia al loro avvenire». «Operazioni come l’assalto al Senato sono inqualificabili – annota Giovanni Sabbatucci, professore di Storia contemporanea alla Sapienza – Slogan e rivendicazioni sanno di vecchio e hanno una filosofia sorpassata, ma sebbene la riforma non sia male, all’origine della rabbia  c’è un fatto incontestabile: il blocco delle risorse rende qualunque intervento legislativo indigesto. Più che le nuove norme e gli accorpamenti dei dipartimenti, ai giovani interessa un dato preciso: non ci sono soldi per la loro istruzione, per il loro futuro e per la loro condizione precaria. È questo che muove la loro agitazione. Che seppure in forme sbagliate, è del tutto lecita».
Minaccia, paura per il futuro. Sembra la chiave di volta, a giudicare dalla concorde opinione di Giulio Ferroni: «Non è la riforma il vero motore delle proteste studentesche, ma piuttosto uno scontento esistenziale che origina da uno scarso o nullo interesse mostrato dalle istituzioni per l’avvenire dei giovani, per il loro lavoro e il loro benessere. Naturalmente il gioco di farli passare per terroristi ha la meglio su tutto, ma ciò che viene eclissato è un fatto drammatico e palese: il taglio dei fondi mette a rischio il futuro delle università e della formazione. E questo va detto senza inganni: la qualità e la completezza della didattica peggioreranno ancora di molto, e in certi casi studiare sarà per i meno abbienti ancora più costoso e difficile». «È la conseguenza più probabile – concorda Sabbatucci – il diritto allo studio, senza investimenti pubblici, diventerà sempre più debole a spese dei giovani che hanno condizioni familiari meno agiate». «Alla Sapienza non mi pare che la protesta abbia attecchito granché – osserva Tommaso Gastaldi, professore di Statistica nell’ateneo capitolino – ma certo è che le regole dei concorsi devono cambiare, bisogna debellare questo sistema di assunzioni di stampo mafioso, e non so se la riforma Gelmini, che insedia i privati nel management universitario, potrà risultare efficace in tal senso». «In qualche caso i baroni appoggiano la protesta, perché hanno l’intenzione di fare muro contro il cambiamento. Si arroccano pure loro con gli studenti, nel mantenere lo status quo», commenta Bonomi. La riforma della discordia, quella del ministro azzurro. Che lettura ne danno gli studenti? «I tecnicismi propri del burocratese non favoriscono certo la comprensione dei nuovi dispositivi», argomenta Giulio Ferroni, «ma ad ogni modo il ministro dovrebbe comprendere come i giovani non possono e non vogliono focalizzare gli aspetti positivi del nuovo assetto universitario, se prima non vengono restituiti i fondi sottratti agli atenei. Di per sè è difficile fare le nozze con i fichi secchi. Figurarsi adesso che sono stati portati via pure i fichi».
«È un governo che non ha mostrato particolare sensibilità per la cultura e il mondo giovanile – osserva Tommaso Gastaldi – e adesso la rabbia di molti esplode. «La rabbia è diffusa, è vero, ma non sono molti quelli che battagliano. La maggior parte degli studenti si informa, teme, simpatizza, condivide, ma i tempi gli suggeriscono di anteporre l’interesse individuale a quello di tutti. Sono anni duri, di futuro incerto e presente senza orizzonti. E i più non scendono in piazza, perché provano ad arrangiarsi da soli». «I modi della protesta sono sbagliati – conclude Sabbatucci – ma la verità è che i giovani non si agitano senza ragione. Ne hanno motivo».

lunedì 23 novembre 2009

Ritorna l'Onda, e i soliti schizzi di fango della Gelmini si sollevano contro l'oceano di proteste


Lo tsunami scatenato dalla riforma del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini , ieri ha sollevato di nuovo le onde per niente anomale del mondo studentesco. Sono state più di cinquanta le città italiane che ieri hanno ospitato manifestazioni di protesta. In occasione della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio, i giovani  hanno sfilato da Torino a Palermo, concedendo ben poco al beneficio d’inventario. Nel capoluogo piemontese gli studenti si sono resi protagonisti di un fitto lancio di uova e carta igienica contro la sede regionale del Miur, mentre altri hanno occupato il rettorato.
Tra i molti episodi, una finta rapina in banca messa in scena da due giovani, che portavano a spasso due caschi neri colmi di banconote che recavano l’effigie della Gemini. Toni non troppo collaborativi anche a Milano, dove numerosi studenti hanno levato voci di protesta contro il ministro, dopo lo sgombero di sabato scorso del liceo civico Gandhi. Il corteo ha concluso il percorso a piazza Mercanti, dove l’incontro con i carabinieri in assetto antisommossa ha prodotto più di qualche tafferuglio. Non priva di coloriture situazioniste le ondate di protesta nella Capitale, dove i partecipanti hanno percorso le vie cittadine tenendo in pugno delle banane, frutti che ispirarono a O.Henry la celebre metafora che saluta tutt’oggi le repubbliche dittatoriali di stampo latino-americano. La manifestazione è partita da piazza Vittorio per concludersi all’università La Sapienza con un’assemblea pubblica. Cortei di protesta anche nei due principali poli universitari siciliani. A Palermo una manifestazione che è partita da piazza Politeama per concludersi davanti alla presidenza della Regione, a Catania un corteo partito da piazza Roma. Da Nord a Sud, gli slogan si sono incentrati sul futuro dell’istruzione. In particolare quella pubblica, sottoposta negli ultimi mesi a pesanti riduzioni di fondi.
Nel mirino della mobilitazione studentesca, coordinata da Unione degli universitari, coordinamento degli studenti universitari “Link”, e da Unione degli studenti e Rete degli studenti in rappresentanza delle superiori, i tagli alla formazione scolastica e universitaria, il conseguente disegno di legge che spalanca ai privati le porte degli atenei, l’ulteriore ridimensionamento del diritto allo studio e la riforma delle superiori. Cahiers de doléances che trovano nel motto della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio un’efficace sintesi: Education is not for sale, l’istruzione non è in vendita. «Un momento importante per riaffermare un movimento studentesco che in più occasioni è stato capace di far tremare i palazzi dei governi: una giornata in difesa del valore pubblico della formazione e del libero accesso ai saperi», fa sapere  Stefano Vitale, membro del coordinamento nazionale dell'Unione degli studenti,
Particolarmente sgradito ai giovani universitari, all’interno del disegno di legge già approvato in Consiglio dei ministri, il passaggio sui nuclei di valutazione. «Dovrebbero fare verifiche qualitative – spiega Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari – ma verranno affidati a mani esterne all'ateneo, togliendo qualsiasi freno ad una dequalificazione della didattica». Invisa a molti anche la riforma delle superiori, che entrerà in vigore a partire da settembre. «Gli studenti si troveranno meno ore di scuola e più difficoltà nel raggiungere il successo formativo», nota la Rete degli studenti. Il sindacato ha chiesto uno slittamento della riforma della scuola secondaria, in quanto promossa dal ministro Gemini «senza il dovuto confronto sul merito e senza che ci siano informazione e orientamento per chi si deve iscrivere alle superiori. È inaccettabile che la riforma cambi in corso d’opera il curriculum di studi agli studenti degli istituti tecnici e professionali senza che loro lo sappiano». Situazione molto calda anche a Bari, stavolta sul fronte universitario. Gli studenti hanno occupato l’ingresso del rettorato e invitato il Magnifico, Corrado Petrocelli, ad assumere una linea più dura contro l’allarmante penuria di fondi in cui versa l’ateneo pugliese, insieme alla maggior parte di quelli della Penisola. Ma le ondate di protesta di ieri non sono che l’inizio di un bollente inverno. Già annunciate per i prossimi giorni ulteriori manifestazioni di protesta,  – il 20 novembre si svolgerà un'assemblea indetta alla Sapienza di Roma dai ricercatori precari, il 7 dicembre alcuni studenti presenzieranno al controvertice di Copenaghen – è stato fissato per l’undici dicembre a Roma un mega corteo in direzione viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell’Istruzione. Al centro del malcontento il decreto “salva-precari” firmato Gelmini, rifiutato in itinere dagli stessi esponenti del Pdl, in quanto prevedeva che i contratti a tempo determinato per il conferimento di supplenze non potessero "in alcun caso" trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo determinato, e poi anche il disegno di legge Aprea sulla scuola e la riforma universitaria, ancora griffata Gelmini. «Il progetto del Governo Berlusconi in materia di istruzione pubblica è incentrato su due elementi: tagliare e impoverire la scuola e aprire il settore della formazione e della conoscenza al mercato. Strumento chiave di questa politica è il ddl Aprea, il cui obiettivo è quello di trasformare le scuole da istituzioni democratiche in fondazioni private», commenta il coordinamento Precari. Lamentata da più parti la costante assenza di dialogo e la totale indisponibilità al confronto da parte dei vertici del Miur, gli studenti promettono battaglia. La Gelmini liquida migliaia di giovani in piazza contro le sue politiche "scolastiche" dicendo che «è gente dei centri sociali». Tipico. Chi protesta o non innalza monumenti all'avvocato Gelmini, improvvisato ministro della pubblica istruzione, lo fa perché è di sinistra. Sbagliato. È gente che frequenta la scuola pubblica che lei stessa giorno per giorno sta radendo al suolo. Dopo il secco rifiuto opposto alla nursery, il ministro Mariastella Gelmini farà bene a dotare viale Trastevere di una sala tv. Magari non sintonizzata sul Tg1. (f.l.d)



martedì 30 giugno 2009

Intervista a Rita Clementi «Io "giovane precaria" di 47 anni lascio l'Italia perché umilia chi studia, e offende la dignità di chi lavora.


«Poco tempo fa il più piccolo dei miei tre figli si è fatto serio in volto e mi ha spiegato di avere preso una decisione. 'Mamma – mi ha detto –, ho capito che devo fare una scuola facile, perché se ne scelgo una difficile poi succede che da grande vado a finire come te'. Capisce perché il primo di luglio salirò su quell'aereo? Non posso permettere che i miei ragazzi crescano in un Paese che a molti non concede neppure la speranza di vedere premiati i propri sacrifici, e che nella maggior parte dei casi ignora il merito e tiene in un limbo esistenziale i cosiddetti giovani precari, che nel mio caso hanno ad esempio quarantasette anni, un certo numero di risultati dalla propria e neppure un euro di contributi per la pensione». Le parole di Rita Clementi, una laurea in Medicina, due specializzazioni, e un mucchio di contratti a termine di cui l'ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia, spiegano bene i sentimenti che l'hanno spinta a scrivere ieri al Corriere una lettera d'addio all'Italia indirizzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana», scrive in un passaggio dell'epistola la ricercatrice. Rabbia condivisibile. Perché a Rita, simbolo di altre migliaia di donne e uomini che subiscono sulla propria pelle gli effetti della precarietà, il quasi sistematico disconoscimento del merito a favore del lignaggio vigente nei feudi universitari, e la catastrofica situazione della ricerca italiana che fa miracoli con i fichi (sempre più) secchi, non è bastata neppure un'importante e promettente scoperta. Ha individuato l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, ma la cosa è stata accolta con tiepidezza in Italia e con vivo interesse negli Stati Uniti. E così, il primo di luglio si recherà a Boston, dove avrà finalmente la possibilità di continuare il suo lavoro, e quella di potere crescere i propri figli in un luogo che rispetti la sua dignità di professionista, e di madre.

Dottoressa, nelle sue parole c'è tutta l'amarezza di una resa. Che ricordi porterà con sé dell'Italia?

Magari si fosse trattato di una resa. Quando uno si arrende vuol dire che ha avuto la possibilità di condurre una battaglia. A me, come a centinaia di colleghi, non è stato neppure concesso di lottare. La mia è stata più che altro una storia di resistenza fatta di bocconi amari inghiottiti a forza. Storture, compromessi, taciti ricatti. Ho pazientato per anni e subito l'onere della mia fragilità contrattuale. Purtroppo, come ho detto nella mia lettera, la benevolenza dei propri referenti è in Italia una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Me ne vado perciò con il peso di dovere lasciare il Paese in cui sono nata e cresciuta. Di dovere lasciare un sistema in cui per molti non esiste la libertà di fare ricerca, né quella di poterla sviluppare. Un'Italia in cui chi fa il mio mestiere, e magari dimostra di saperlo fare bene, dovrebbe stare sul proprio banco di ricerca a lavorare, invece che scrivere ai giornali.

Ha voluto rivolgersi alla stampa. Con quali speranze?

L'ho fatto perché prima di partire mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza diretta a favore di centinaia di colleghi che subiscono da anni situazioni simili alla mia. So bene che una lettera su un giornale non serve a nulla e non può cambiare le cose. So che io e miei figli ci adatteremo prima o poi alla nuova vita che ci aspetta. Però non mi preoccupo tanto per me, quanto per il nostro Paese. Finché lo stato della ricerca resterà quello attuale, l'Italia si priverà di ingegni e risorse essenziali nelle sfide che la scienza pone verso il nostro futuro. Io ad esempio sono un medico, e credo nel mio lavoro sui linfomi. Alcune indicazioni emerse dai miei studi, dicono che esiste la probabilità di salvare delle vite umane. Questa stessa possibilità mi ha trasmesso la ferma volontà di provare a tutti i costi ad andare fino in fondo. Non è solo per crescere i miei figli, che me ne vado. Vado via perché spero un giorno di far crescere meglio i figli degli altri, grazie alla mia scoperta.

Dovesse farla capire a un bambino, come gliela spiegherebbe?

Gli direi che ho studiato per qualche tempo una malattia genetica rara, che colpisce quattro o cinque persone l'anno. E che quando questa malattia inizia a svilupparsi, è molto simile a una brutta malattia che si chiama linfoma. Una brutta malattia che secondo i miei studi, dipende dalla mancanza di un gene. E che perciò, con il tempo, può essere evitata grazie al lavoro di alcuni dottori speciali: i ricercatori.

Speciali all'estero. E particolari in Italia, per usare l'aggettivo più elegante che viene in mente rispetto alla loro sistematica umiliazione.

Qui da noi università e ricerca sono da molti anni abbandonati a una drammatica deriva. Si salva chi può, e soprattutto chi deve. Si dimentica che il favore reso al singolo è spesso un immenso torto reso a una comunità intera. Che non perde solo questo o quel ricercatore, ma i frutti del suo lavoro e i benefici enormi che la ricerca può garantire a un Paese intero e al suo avvenire.

Perché non si è scelta una “scuola più facile”?

Durante gli anni di università, la passione era speranza e la speranza era passione. Due cose che si alimentavano a vicenda e mi facevano pensare solo a studiare al meglio, perché poi i risultati sarebbero venuti. I miei genitori hanno fatto enormi sacrifici per mantenermi agli studi. Loro hanno creduto in me quanto io ho creduto in me stessa. Con il tempo inevec è rimasta intatta la passione e la speranza si è trasformata in ostinazione. E se una persona diventa ostinata significa forse che ha smesso di sognare, ma che non è disposta ad arrendersi. E che vuole combattere in qualunque posto del mondo le sia data anche solo la possibilità di farlo.

Da Liberal 30 giugno 2009

martedì 3 marzo 2009

Scuole elementari: per molti ma non per tutti


Il rapporto diffuso dal ministero dell'Istruzione lascia poco spazio alla finanza creativa, e molto all'arte di arrangiarsi: se da viale Trastevere non arriveranno revisioni ai tagli adottati in Finanziaria, nove famiglie su dieci dovranno rinunciare alle trenta ore settimanali richieste per i propri figli iscritti alla scuola primaria. A fronte di un impegno di spesa che computa gli organici disponibili sulla base del modello a ventisette ore settimanali, la dura legge dei numeri sembra sconfessare le scelte del ministro Mariastella Gelmini, che ha scommesso forte sul ritorno del maestro unico. A giudicare dalle scelte di mamme e papà, un azzardo che complica terribilmente le cose . A sparigliare le fiche sul tavolo, la netta vittoria dei modelli consolidati. I numeri delle iscrizioni scolastiche per l'anno 2009- 2010 dicono che i genitori italiani, a larga maggioranza, hanno scelto i programmi scolastici a trenta ore (56 per cento) e quelli a tempo pieno di quaranta (34 per cento). Dati alla mano, su settembre calano dunque previsioni nere. Perché se è vero, come ha ricordato la stessa Gelmini, che «tutti i modelli orari prevedono il maestro unico di riferimento e non solo quello a ventiquattro ore come qualcuno sostiene in maniera imprecisa», è pur veritiero, sulla scorta delle prime stime, notare che i soldi disponibili non potranno accontentare i desiderata delle famiglie italiane. Si calcola che su circa 20mila prime classi elementari, potranno esserne messe a regime seicento a 24 ore settimanali, e altrettante a trenta. Il che equivale a dire che, sulle 294mila famiglie che hanno optato per le trenta ore, potranno esserne accontentate soltanto 16mila.
Per il governo un bel grattacapo, che arriva per giunta in coincidenza con una maggiore severità di valutazione e un deciso incremento di insufficienze e cinque in condotta. Allo stato attuale, infatti, le proiezioni parlano chiaro: in media, ha scelto le 24 ore a settimana un bambino per plesso, mentre ad aver scelto l'orario a 27 sono in due. Conti che lasciano presagire accorpamenti, ed evasione della maggior parte delle domande presentate dai genitori. Perché una classe possa definirsi tale, serve un quorum di almeno dieci elementi, e la partenza del ciclo scolastico, non potrà quindi che essere subordinata a un generale rimpasto, a molte rinunce, e a una diaspora di molti bambini dalla scuola geograficamente più vicina a quella più vicina ai dividendi del Ministero. «Non credo che in realtà cambierà molto per gli studenti – commenta Giuseppe Bertagna, pedagogista di fama e docente all'università di Bergamo – se queste proiezioni venissero confermate, si tratterà soprattutto di rivedere le compresenze. Si dovranno cioè raggiungere le ore prefissate con meno insegnanti a disposizione». Molto più allarmati invece, Cisl e Uil, che paventano un aumento della dispersione scolastica e l'inabissamento del sistema scolastico primario, ritenuto a oggi , in magnifica solitudine, il fiore all'occhiello della scuola italiana. «Giungere a questa situazione era inevitabile – spiega Bertagna – si è giunti a soluzioni così rigide perché i sindacati, che adesso le contestano, si opposero a ipotesi più lungimiranti come quelle prospettate dal ministro Moratti».
E se il ministro ombra dell'Istruzione, Giuseppe Fioroni, osserva che «senza soldi e con tanta demagogia non si educano i nostri figli», e che «i fatti renderanno chiaro agli italiani chi dice la verità e chi le bugie», il ministro in carica non tarda a rispedire le accuse al mittente. «Le risorse per il tempo pieno non solo non sono state tagliate ma sono state confermate. E grazie a un migliore impiego, sono aumentate. Quindi, non ci saranno problemi e sarà possibile rispettare il tempo pieno e la scelta delle famiglie». Anche le scienze matematiche sono insomma, e in Italia sommamente, branche letterarie. La resa dei conti è rimandata a settembre.
Da Liberal 3 marzo 2009

martedì 24 febbraio 2009

Napolitano contro i tagli, la Gelmini contro gli sprechi, e intanto i giovani italiani affondano insieme all'Università


ROMA. «La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile, e apparentemente non contestata nelnostro Paese». In visita all’ateneo di Perugia, che compiva ieri settecento anni dalla sua fondazione, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, striglia il governo in seguito alla drammatica riduzione dei fondi destinati alla ricerca e all’università. «Mi auguroche siano maturi i tempi per ripensare e rivedere scelte di bilancio improntate a tagli indiscriminati», ha auspicato il capo dello Stato, ma la risposta di viale Trastevere non si è fatta attendere. «Premiare le università migliori e tagliare gli sprechi: è questo quello che vuole fare il governo», ha replicato la numero uno del dicastero, Mariastella Gelmini. Che rimarca come «le preoccupazioni del Capo dello Stato sono anche le preoccupazioni del governo». Nell’intervento perugino, Napolitano ha sottolineato che, nonostante la crisi, occorre un deciso rilancio della conoscenza e della ricerca, «leva fondamentale per la crescita economica e sociale» e unica carta vincente nella sfida dei mercati globali. Inevitabile non scorgere dietro il monito presidenziale e la pronta replica del governo, il sorgere di nuove polemiche sul ferreo regime dimagrante imposto agli atenei dall’ultima Finanziaria, che a partire da quest’estate avevano paventato la cessata attività causa mancanza fondi. Nel mirino la manovra triennale approvata dal Parlamento la scorsa estate, un provvedimento presentato dal governo come la fine di sprechi e privilegi a favore della meritocrazia, e accolto dai rettori come un colpo d’accetta del valore di più di un milione e mezzo di euro ai dannidel Fondo di finanziamento ordinario. Un’emorragia di capitali che già da quest’anno ha trasformato il sistema universitario italiano, di suo ingessato e afflitto da meritofobia, in un tronco che sente e che pena. Tra l’azzeramento dei finanziamenti all’edilizia universitaria, i blocchi del turnover, i disagi abitativi e le borse di studio insufficienti, e la sempre più esigua attenzione rivolta al mondo della ricerca, l’Università nostrana ha mostrato quest’anno ulteriori e sinistri scricchiolii. Detto che nel World university rankings 2008, graduatoria britannica stilata da The Times, bisogna scorrere duecento posizioni per trovare traccia di un ateneo italiano, e quattrocento per individuarne altri otto, il numero degli iscritti alle università italiane è calato nel 2009 del 4,4 per cento a fronte di un numero di diplomati notevolmente accresciuto. Un segnale di sconforto dettato sì dalla crisi, ma di certo legato all’aumento conseguente delle tasse universitarie e delle difficoltà logistiche di studenti immersi in un quadro generale che sembra azzopparne le prerogative occupazionali, in funzione di drastici tagli. Bisogna «valorizzare le risorse di capitale umano e di sapere evitando la dispersione di talenti e risultati troppo spesso sottovalutati», ha ricordato a tutti il capo dello Stato, che ha invitato a non abbandonarsi a «generalizzazioni negative e liquidatorie». Fatto sta che, ovunque sia la verità, posti gli atenei italiani come pazienti in debito di ossigeno, premiare quelli più volenterosi è certo meritevole. Il problema è staccare alla spina a quelli in difficoltà. Perché a rimetterci non è chi spreca, ma chi spreca il suo futuro: i giovani.

Da Liberal 24 febbraio 2009