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venerdì 8 aprile 2011

Oggi nell'aula bunker di Palermo, proprio dove nacque la lotta alla mafia, la cronaca sinfonica dedicata a Falcone e Borsellino: per non dimenticare quel «fresco profumo di libertà»


L’arena si snoda in otto spigoli. Otto spirali di cemento armato bianco come la porcellana. Al loro interno si aprono delle nicche dove si agitano volti truci. Volti noti, notissimi, che però in Sicilia nessuno ha mai visto. Li chiamano mafiosi, in quel bunker attrezzato persino contro gli attacchi aerei, ma della loro esistenza si dubita ancora. Come degli Ufo, di Atlantide e dell’unicorno. C’è chi impreca, chi serra i pugni contro gli agenti di custodia, c’è che si finge pazzo e chi dà del pazzo ai suoi accusatori. Un uomo, uno dei 474 imputati, si affigge una graffetta sulle labbra. Arriva Tommaso Buscetta, l’infame che se l’è strappata di bocca. È il 10 febbraio del 1986. In quell’ottagono di ferro e di sangue, a prova di sparo, è già esplosa una bomba. «Se fosse entrata una mosca, si sarebbe sentito il ronzio delle sue ali», ricorderà più tardi Giuseppe Ayala. Perché quel giorno è esplosa una bomba. Ma ha tutto il rumore di un fragoroso silenzio. Sono trascorsi venticinque anni dal maxiprocesso di Palermo. E proprio laggiù, in quell’aula bunker dell’Ucciardone dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino provarono al mondo intero che esisteva Cosa Nostra, è tempo di ricordare. Di mutare, in musica e poesia, gli orribili acuti di una lunga tragedia. È questo forse, il senso profondo dello straordinario evento che va in scena oggi a Palermo alle 18, nell’aula bunker dell’Ucciardone: Falcone e Borsellino. Gli anni della solitudine, cronaca sinfonica che unisce i testi del giornalista e scrittore Giommaria Monti alla musica del maestro Stefano Fonzi, che per l’occasione dirige l’Orchestra sinfonica del Conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo. E che si affida alla vibrante voce recitante di un attore del calibro di Remo Girone, e alla regia di Claudio Pirandello. Alla presenza, tra gli altri, di alcuni importanti protagonisti di allora come Piero Grasso e Giuseppe Ayala. Patrocinato dalla Fondazione Ignazio Buttitta – sostenuta dall’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana –, dal Sacro Militare Ordine Costantiniano Delegazione Sicilia e dal Conservatorio di Palermo, l’evento risponde a un’esigenza che negli ultimi anni è divenuta sempre più pressante nella società civile, e in particolare in Sicilia. «Il nostro è un Paese che, oggi più che mai, ha bisogno di valorizzare quegli uomini che hanno saputo farsi autentici interpreti di eroismo civile. Per fortuna, all’interno di una società sempre più qualunquista e relativista, resiste una parte dell’opinione pubblica sensibile e responsabile in grado di sostenere iniziative di alto profilo etico e culturale che rappresentano segnali molto incoraggianti. Un sommovimento delle coscienze che nasce dal desiderio di riscoprire il senso profondo dell’essere uomini in società», spiega Ignazio Buttitta, presidente dell’omonima fondazione culturale. Sono molti, i momenti che sommuovono, in quest’opera di Monti e Fonzi nata da un’idea del maestro Vittorio Antonellini e commissionata dall’Istituzione Sinfonica Abruzzese che è stata prodotta da RaiTrade. Attimi che congiungono la cronaca nuda all’emozione della poesia, la lama tagliente del ricordo al soffice sussurro di voci che mai si vollero eroiche, ma solo normali. «È il racconto di come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per dieci anni inflissero colpi micidiali a Cosa Nostra malgrado l’isolamento e le umiliazioni a cui furono sottoposti: “l’infame linciaggio”, come lo definì la Suprema Corte di Cassazione», spiega Giommaria Monti. Ma si trarrebbe in inganno, chi immagina l’opera come un necrologio per voce ed orchestra. Perché in quelle vicende sanguinose, che fermarono il cuore di molti il 23 maggio e il 19 luglio del ’92, palpita anche, e soprattutto, la speranza. «È il racconto di come, nonostante tutto, Falcone e Borsellino riuscirono a portare avanti la loro lotta contro la mafia con risultati straordinari. Come disse proprio Paolo Borsellino poco dopo Capaci, era avvenuto qualcosa di nuovo. Quella prima orribile strage aveva fatto sorgere una speranza: la mafia non sarebbe più stata un valore per i giovani», annota Monti. Nei sedici quadri sinfonici che compongono la tela del maestro Fonzi, c’è insomma l’affresco di una storia crudele e toccante. Le pause in mezzo, le infinite legature con lo Stato, i tromboni della cattiva stampa, gli spartiti perduti e quelli sottratti da mani troppo leste. E soprattutto le loro voci fuori dal coro. Quelle di Paolo e Giovanni, gli avversati solisti che oggi, lasciati alla morte, insospettabili corifei commemorano come eroi. Il giorno delle prove, nell’aula bunker che ospiterà la cronaca sinfonica, l’emozione è palpabile. «Far risuonare quel racconto e la musica che lo accompagna, rivedere scorrere le immagini di Falcone e Borsellino nel luogo dove lo Stato ha portato a compimento il loro lavoro, è un fatto fuori dal comune», annota Monti. «L’Aula Bunker è, infatti, stata lo scenario nel quale sì è materializzata una strategia di lotta a Cosa Nostra come fenomeno criminale ma anche come fatto culturale. Il maxi-processo, celebrato in quel luogo e trasmesso in diretta tv, ha cambiato la storia della lotta alla mafia», prosegue l’autore. «È una opportunità che abbiamo voluto cogliere per rispondere a un’esigenza da tempo avvertita – aggiunge Ignazio Buttitta –. Un patrocinio che nasce dal bisogno di saldare un debito di verità contratto nei confronti di Falcone e Borsellino e di tutti coloro che si sono sacrificati per lottare quel potere mafioso stragista che ha contrassegnato un periodo particolarmente buio della nostra storia». Troppo spesso è accaduto che il peso ingombrante di meriti giudiziari immensi, abbia gettato scarsa luce sulla profetica voce di Paolo e Giovanni. Pur nella cupa odissea di sangue e ammazzamenti, si dimentica ad esempio che la rivoluzione sognata dai due giudici aveva anche, e innanzitutto, i colori della fiducia e della speranza. «La lotta alla mafia – ricordò Borsellino in una frase mai troppo citata –, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». E poco ricordata, come spesso accade quando la retorica sovrabbondante si mangia la carne viva dell’uomo, è la lezione di saggezza di Giovanni Falcone. «L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza». Un abbraccio franco e caloroso alle nuove generazioni. Nessuno strepito, ma solo un appello alla coscienza. Caldo e paterno. Ma che infonde coraggio vero. «I siciliani devono fare i conti con il loro passato antico e recente – commenta Ignazio Buttitta –. Falcone e Borsellino rappresentano due figure esemplari, le cui storie vanno attentamente meditate e costantemente riscoperte per far crescere il nostro Paese libero e giusto nel rispetto dei valori e delle regole civili». C’è una grande storia da raccontare, in quest’opera sinfonica. Una parabola che parla di eroismi, ma anche di piccoli tradimenti, di incomprensioni verso qualcosa di troppo grande che trasse in inganno anche maestri venerabili. Non solo la cronaca giudiziaria, ma anche la cronaca familiare di due eroi che furono anche uomini, e sognarono serenità e avvenire per le loro famiglie. Paolo Borsellino l’aveva detto poco prima di andarsene in quel luglio maledetto: «Non ho paura di morire, mi dispiace soltanto l’idea di recare dolore alla mia famiglia». Molto è stato detto, ma dopo di loro, c’è ancora tanto da scrivere. L’affresco che prese forma dalle parole di Tommaso Buscetta, ha ancora molti spazi da riempire. Ma oggi forse, non molto è cambiato da quanto affermò Giovanni Falcone: «Il quadro realistico dell’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica». A Paolo Borsellino Palermo non piaceva. «Per questo ho imparato ad amarla», spiegò. È tempo che anche gli italiani, si amino di più.
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martedì 10 febbraio 2009

Tutte le bugie e alcune scomode verità su Gioacchino Genchi. L'uomo che scoprì che dietro la morte di Borsellino ci sono le ombre dello Stato


«Sta per uscire uno scandalo che sarà il più grande della storia della Repubblica. Un signore ha messo sotto controllo 350mila persone, dobbiamo essere decisi a non consentire questo sistema di indagine che non deve continuare. Dobbiamo porre dei limiti certi per la sicurezza dei cittadini». Era il 23 gennaio, ma il premier Silvio Berlusconi, presago di luttuose sventure, stavolta era stato tradito dalle sue abilità divinatorie. Se c’era da scandalizzarsi, da lanciare allarmi, da gridare al complotto, sarebbe stato profetico farlo un anno e quattro mesi prima. Il 4 ottobre 2007, La Stampa, nella placida acquiescenza di tutti dava notizia che «De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati». Farlo il 23 gennaio del 2009, è come ammettere di aver fatto un’omissione di soccorso. Nello stesso articolo del quotidiano torinese, figuravano una serie di nomi presenti nel fantomatico archivio. Di cui, molti, smentiti dallo stesso consulente Gioacchino Genchi. Nei piani di chi aveva architettato ad arte la fuga di notizie, aggiungere il nome del procuratore Armando Spataro sarebbe significato aizzare contro De Magistris i tre quarti della magistratura italiana. «Spataro non c'azzecca nulla», ha chiarito Gioacchino Genchi Idem per il prefetto Gianni De Gennaro. Cercare di infangare il consulente di Castelbuono, lasciando credere che avesse avuto l’ardire di indagare il capo della Polizia, era una mossa scaltra. Peccato che De Gennaro non abbia abboccato. Se il premier di solito usa i numeri come figure retoriche, il Corriere ne oscura il talento poetico con un titolo choc. «Genchi, 5 milioni di numeri di telefono». Un italiano su dieci è intercettato, accidenti. George Orwell è vivo e lotta tra noi. L’emozione è effimera. Il tempo di scoprire che si tratta solo di un titolo menzognero e sleale. All’interno del giornale viene chiarito che il numero delle richieste va diviso per quanti sono gli operatori telefonici, e poi ancora per le volte in cui la stessa scheda sim ha cambiato intestatario. Un calcolo neppure troppo impegnativo, renderebbe evidente che le utenze sono dunque non 5 milioni, ma neppure un migliaio. Come chiarito da Gioacchino Genchi ad Anno Zero, «i tabulati sono 752». Quasi tutti i giornali italiani, contestano inoltre a Genchi di aver intercettato cellulari facenti capo a servizi segreti e parlamentari. In primo luogo, Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua. Semmai si occupa di tabulati, perché non spetta ai consulenti intercettare. In secondo luogo, le utenze per cui si chiedono le autorizzazioni, sono semplici numeri di telefono come tutti. «Quando trovo un numero di telefono durante un’indagine – ha chiarito Genchi - lo accerto. E se trovo un numero dei servizi, che posso farci? Non mi pare che siano al di sopra della legge. E nella Why Not? sono state rilevate le utenze di autorevoli soggetti dei servizi e del Ros dei Carabinieri». «La fandonia delle utenze coperte da segreto di Stato – conclude il consulente- ancora non l’avevo sentita. E mi spiace che a parlarne siano stati dei magistrati. Come si può stabilire da un tabulato che un numero di telefono è “coperto da segreto di Stato”? Dove è scritto? Questo è ridicolo». A riprova dell’enorme corbelleria agitata tra gli scranni del Parlamento, De Magistris fa sapere all’Espresso di non avere «potuto sapere, alla fine, chi fossero le persone intestatarie delle varie utenze. Com'è noto, infatti, mi è stato avocato il fascicolo prima di averne la possibilità, mentre a Genchi è stato revocato l'incarico di consulenza. Risultato: non esiste una relazione finale». Panorama, tuttavia, presenta l’attività del consulente siciliano con un rispettoso “Nella rete di Interceptor”, senza dimenticare di condire la biografia di Genchi con un’elegante premessa: un uomo dall’”ego smisurato”. A giudicare dalla carriera, nella vita di Genchi di smisurato c’è stato soltanto il coraggio. Come racconta Salvatore Borsellino, fratello del compianto giudice ucciso barbaramente, «Il giorno stesso della strage di via D’Amelio Genchi si precipita sul luogo della strage con il capo della mobile La Barbera e quella sera stessa compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio». Il motivo è molto semplice. Nella sentenza del processo Borsellino bis si legge che «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo. Il dr. Genchi esponeva tutti gli elementi sulla cui base quella pista era stata considerata tutt’altro che irrealistica. Genchi, spiega Salvatore Borsellino, aveva scoperto utenze clonate, e una rete di comunicazioni lungo il percorso per via D’Amelio già operativa da giorni, intrecci fra pezzi di Stato e “altro”. «Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.E.R.I.S.D.I., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde – conclude la sentenza. A proposito di ipotesi lasciate cadere, veniamo quindi al’inchiesta Why Not. Perché tutti, ma proprio tutti i politici italiani dai nomi chiacchierati blaterano sul Grande Orecchio e sulla democrazia in pericolo? Solo l’imminente stretta sulle intercettazioni? Troppo ovvio. Nel grande gioco delle illazioni, c’è chi ne suggerisce alcune davvero niente male, a proposito dei tabulati di Gioacchino Genchi. «Perché sarebbero così importanti questi tracciati?» – si chiede il giornalista del Sole24ore Roberto Galullo. «Perché – secondo molti – dice Galullo - conterrebbero la prova provata che Cuffaro – sotto inchiesta per i suoi rapporti in odore di mafia – veniva costantemente aggiornato sullo stato dell’arte da Berlusconi. Fantasie? Non lo so, me lo auguro, ma per certo so che il 2 maggio 2008 il Gup di Palermo Fabio Licata ordinò la distruzione di tutte le intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Cuffaro avvenute tra il 2003 e il 2004. Non sarà che Interceptor ha avuto l’unico torto di essere troppo bravo?» In Italia, prima o poi, chi tocca i fili muore. L’importante è che, si tratti di una ragazza moribonda da diciassette anni, o di un uomo che serve lo Stato con onore e coraggio da alcuni lustri, il suo corpo e la sua esistenza siano a disposizione per essere sacrificati. Tutte le volte che i Grandi Cerimonieri hanno bisogno di stordire le genti con i turiboli narcotici. Chi li respira smette di pensare. Il torto di Genchi è di non aver smesso di capire.