Da Liberal 30 gennaio 2010
Era stato buon profeta, quel cocciuto novelliere che abitava a Cornish. Aveva lasciato la vita schifa di Manhattan, per rifugiarsi nel New Hampshire. Per lui che accoglieva i fans a colpi di pallettoni, essere lasciato in pace era diventato una specie di mestiere. E così, pur di fare l’ultimo dispetto ai suoi scocciatori, ha deciso di morire. Solo un po’ più vecchio, ma arrabbiato come sempre. Anche dopo morto. Salinger l’aveva detto: una volta tirate le cuoia, avrebbe voluto essere scaraventato in un fiume. Ma tutto, da quando non c’è più, è proprio come l’aveva immaginato. Gente che gli mette mazzi di fiori sulla pancia, e che insieme ai coccodrilli poggia sulla sua lapide una cospicua dose di cretinate.
C’è chi gli sussurra in un orecchio che è stato «Il Che Guevara dell’upper class pre-globalizzata», chi gli rimprovera di aver fatto sfoggio di stile ma che in fondo ha assemblato temi e situazioni trite e ritrite, chi non concepisce che abbia potuto scrivere un solo romanzo. E chi gli fa pesare inorridito il disimpegno. Un’occasione propizia per scoprire, ad esempio, che secondo i criteri di analisi in voga qui da noi, Canova è formalmente perfetto, ma nella sostanza è solo un pirla che ha copiato Mirone e Policleto. O che Moccia ha ragione a pubblicare tutto quello che gli viene in mente, senza scusarsi mai se qualcuno lo chiama orrore.
«La fama di Salinger – dice a liberal Alfonso Berardinelli, critico che ha dedicato numerosi saggi alla letteratura italiana – sembra essere affidata alla sua opera più famosa, in italiano Il giovane Holden, e alla sua meravigliosa misantropia. Quel suo famoso personaggio ha avuto il torto di aver dato il nome alla scuola di scrittura Holden di Baricco. Se Salinger avesse visto Baricco, forse lo avrebbe fatto scappare imbracciando il suo fucile. Questo strano rapporto Salinger-Baricco è uno dei segni di quanto spesso la fama letteraria sia fondata sul travisamento. Riuscire a immaginare Salinger che dà lezioni di scrittura creativa? Non è riuscito a darle neppure a se stesso, tanto è vero che quanto a creatività ha presto smesso del tutto». «A chi gli rimprovera l’ostinata fuga, bisogna rispondere che è privilegio di pochissimi fare un unico atto immenso e poi dissolversi nel niente. Magari fosse così per tutti, lieviterebbe il numero di scrittori veri, e sarebbe molto più facile riconoscere quelli fasulli – argomenta Raffaele La Capria, decano dei narratori italiani – È auspicabile che un grande scrittore, riesca a dire tutto ciò di cui ha bisogno in un’opera unica. Dovrebbe essere il sogno di chiunque si confronta con la pagina. E poi Salinger ruppe l’odioso precetto dell’obbligo di frequenza. La realtà può essere raccontata una sola volta, perché nessuno deve imporre a chi scrive, di interpellare di continuo i fatti che gli si parano dinnanzi. Non si riceve la patente di intellettuale dietro prescrizione medica. «Quando The Catcher in the Rye fu dato alle stampe – racconta Gordon Poole, docente di Letteratura nordamericana che da più di cinquant’anni insegna l’amore per Hemighway e soci all’ Orientale di Napoli – avevo la stessa età di Holden Caulfield. E nelle parole di quell’irriverente ragazzino, come tanti giovani americani di allora, sentii di aver trovato, finalmente espresso, quell’inconfessabile disagio di cui allora soffrivo interiormente. Era il tempo del maccartismo e del sorriso imposto per decreto. Dalla musica alla cultura, era tutto un pullulare di sorrisi. Nella canzoni fiorivano smile e love, l’ottimismo si era fatto dogma e l’happy-end colorava le pellicole. Il libro di Salinger ci tuffò nel dubbio e nell’inquietudine e ci obbligò a ripensare noi stessi. Ad andare oltre quello che ci insegnavano i libri. Ricordo ancora di un mio vecchio professore gallese di filosofia alla Boston University che si interrogava insieme a noi studenti sui criteri che distinguono il vero dal falso. Io, con un po’ di arroganza giovanile, gli risposi che il modo giusto era distinguere per intuito ciò che era autentico da ciò che invece era phoney, fasullo. L’avevo imparato da Holden».
E della comparsa de Il giovane Holden, porta con sé un vivido ricordo anche Raffaele La Capria: «Mi ricordo di averlo letto con passione non appena uscì. Dentro quelle pagine sentii subito una forza nuova. Era come se da quelle righe scomposte e scapigliate, così come potevano apparire di primo acchito, si trasferisse d’un colpo nella letteratura occidentale quell’atmosfera zen che veniva dall’Oriente. C’era una valutazione dell’attimo che si rarefaceva subito ma scompigliava il modo di vivere il tempo, tipico del mondo occidentale. Un approccio che scardinava la ragione dai suoi perni e modellava una diversa percezione. In Salinger lo stupore e la meraviglia, diventavano i nuovi cronometri del mondo. Non si trattava di un’invenzione studiata, ma piuttosto di una scoperta. Holden riportava alla luce, sepolto tra le macerie positiviste, il diritto all’inadeguatezza, al rifiuto che non si faceva ricattare dall’obbligo della soluzione. La difficoltà di essere adulti non apparteneva soltanto a quel giovanotto, ma ci strappava tutti, d’un tratto, da quell’enorme sipario che nascondeva la modernità». «Tutto ciò che Holden sapeva – gli fa eco Poole – era in ciò che vedeva intorno a lui, senza filtri o lezioni di vita preimposte. In lui c’era l’istinto puro, l’incanto o il disgusto che affioravano a pelle e non lasciavano scampo all’intelletto. Dopo Il giovane Holden, noi ripensammo alla libertà, e ci mettemmo in discussione: capimmo che non tutto può sottostare all’imperio della ragione. Proprio come teorizzava Marcuse: la razionalità oppressiva del sistema andava contestata dall’irrazionalità rivoluzionaria. A molti giovani americani il pragmatismo non bastava più. Holden ci aveva mostrato ciò che si nascondeva nei nostri sorrisi. Nel suo incantato disincanto, nel suo impietoso candore, c’era già l’America di James Dean e di Marlon Brando, della psicoanalisi freudiana di massa e dell’Actor’s Studio. Certo, ognuno sapeva già di essere infelice, ma ora imparavamo a esprimere la nostra infelicità, a confrontarci, quindi a porla come problema, non solo privato ma collettivo. Basti pensare che quel disagio descritto da Holden si articolò come punto di partenza della Dichiarazione di Port Huron, documento fondamentale per l’SDS (students for a democratic society) e per le lotte degli anni Sessanta».
Non è poco, per quell’asociale di Salinger. Quello del one-shot più invidiato del Pianeta. «Holden fu il vindice profeta della scomparsa di Salinger. Lo nascose per sempre nei suoi diciassette anni, affinché restasse per sempre nella luce. Una e una sola volta, per tutta la vita. Come un lampo che si fissa per sempre nella grande fotografia del mondo», commenta La Capria. «Alcuni si sono chiesti per quale insondabile ragione questo scrittore abbia smesso di scrivere. In fondo credo che oggi appaia incredibile ciò che non dovrebbe mai esserlo. Per quale mai ragione dovrebbe essere garantito che un artista, come un impiegato o un burocrate, debba continuare a produrre arte per tutta la vita?» – si chiede Berardinelli –. Le ragioni per cui si scrive sono così tante che nessuno può immaginare di averle a disposizione ininterrottamente. Nel caso di Salinger credo la ragione più ovvia potrebbe essere questa: semplicemente non aveva più voglia di comunicare alcunché né ai suoi connazionali né al genere umano. Forse era disgustato da quelli che potevano essere i suoi lettori. Succede. Naturalmente tutto questo in un’allegra scuola di scrittura non è concepibile. Ma la letteratura non è detto che vada d’accordo con le scuole in cui si insegna».
Forse Salinger aveva fatto abbastanza. Aveva fatto molto di più di un romanzo, per pretendere di ripetersi. «Negli anni Sessanta Holden rappresentò l’urgenza di faredrop-out, di abbandonare il sistema per rifare il mondo daccapo. E a partire da Salinger, la beat-generation mise al centro delle sue istanze di ribellione, quella ricerca interiore sperimentata da Caulfield», spiega Poole. «C’è un paradosso, che mostra quale sia stata l’importanza di Salinger – conclude il professore – Lui, scrittore in fuga dal mondo che si radicò in un’ostinata solitudine, contribuì alla politicizzazione di una massa di giovani che combatterono per un mondo più vicino ai loro desideri, più libero, più giusto». «Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti», diceva Salinger. Un po’ ci mancherà pure lui. (f.l.d)
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lunedì 1 febbraio 2010
martedì 17 marzo 2009
Il piccolo teatro antico de L'Ultimo Pulcinella
«Mano a mano che noi giravamo a Napoli e a Parigi il nostro L'ultimo Pulcinella, ci rendevamo conto che il film era una sorta di canto di vita per tanti di noi che si chiedono quale sarà il suo futuro, se ci sarà, e ci sarà, dei cantastorie, dei poeti, di tutti coloro che pensano che il sogno sia una componente fondamentale della realtà». Maurizio Scaparro, pluridirettore artistico e regista di cinema e teatro, presenta così il suo ultimo lavoro. Un'opera che giunge all'indomani delle polemiche scaturite sui finanziamenti pubblici alla cultura. «Contro tutti i Baricchi del mondo, il teatro non può e non deve morire», scandisce fiero il regista. E in effetti, L'ultimo Pulcinella è un'ode malinconica al teatro che fu, e contemporaneamente un inno alla sua sopravvivenza. Senza più pubblico né gioventù, braccato da una Napoli che ha consunto i suoi simboli e li ha rubricati ad anticaglia folkloristica, l’ultimo Pulcinella di Scaparro emigra nelle banlieu. Nel passo di Massimo Ranieri, che presta corpo e voce alla maschera, c'è il racconto di un padre incerto, e al contempo di un attore infallibile, perché fallito. Una maschera che ritrova se stessa mettendosi a nudo, mostrando un volto che ha nell'artista napoletano l’esatta raffigurazione di un tempo andato che ritrova la gioventù, il pubblico, l’identificazione tra gli emarginati di Parigi. La storia è quella di Michelangelo Fracanzani, attore ostinato nel riproporre il vecchio teatro tradizionale, in un mondo che non lo vuole più. Ha un figlio, Francesco, che lo apprezza poco a causa della sua testardaggine, e una moglie da cui si è separato per lo stesso motivo. Quando il ragazzo assiste a un omicidio di stampo camorristico, lascia Napoli per la Francia e Michelangelo, abbandonato il suo vestito d’attore, lo insegue. In un vecchio teatro gestito da un’anziana attrice (una splendida Adriana Asti), ritroverà il rapporto con il figlio, l’amore del palcoscenico, e il suo ruolo nella realtà. Capobastone degli umiliati e offesi, il Pulcinella di Scaparro ritrova l’intensità della sua foga popolare, in un’Europa che è piena di molte Napoli. Ghetti in cui il disagio, la convivenza, la convergenza verso atti politici salutari e aggreganti come il teatro, latitano da un pezzo. La prima parte del film, di ambientazione partenopea, ha il respiro di un cinema antico. Massimo Ranieri e il giovane Domenico Balsamo vagabondano per la città immersi in una tensione padre-figlio che ha il respiro del primo neorealismo di De Sica. La seconda parte, cuore del film di Scaparro, rilegge un soggetto di Roberto Rossellini, semplice e sognante come una favola. Nel vecchio teatro scoperto da Ranieri, c’è la bellezza di una cattedrale nel deserto, e il piacere di vedere due grandi istrioni a confronto. Adriana Asti, milanese camuffata in soubrette parigina, e Ranieri, danno vita a duetti godibili in cui si nasconde tutta la malinconia di due istrioni al capolinea. Ottimo anche Jean Sorel, che nel ruolo di un professore universitario della Sorbona, accantona la compostezza accademica per mettersi al servizio di un folle sogno, sorto nelle banlieu e non nei rassicuranti circuiti ufficiali della cultura. Ma ciò che colpisce, è soprattutto la delicatezza e l’ironia con cui la regia di Scaparro narra l’integrazione tra les italiens e il crogiuolo multietnico della banlieu. Lontano dai cliché oleografici, dall’odioso pregiudizio positivo imposto dalla retorica verso l’altro – lo straniero – la parabola di convivenza e accettazione delineata da Scaparro passa anche dallo scontro, dall’ironia e dalla diffidenza. Per poi serrarsi semmai in Liberté, Égalité, Fraternité solo di fronte all’attività, vagamente persecutoria, della polizia. Memorabile, in questo senso, la battuta di Massimo Ranieri che affronta a muso duro le forze dell’ordine nel sottofinale. Battuta perfetta, vittoria morale, Michelangelo può calcare adesso la maschera di Pulcinella sulla faccia. Segue il canto vecchio e irredento di un Pulcinella nuovo, che ha ritrovato il suo pubblico. È la canzone napoletana, che ritrova in Francia slancio e qualità sopraffina. «È una musica colta che però non è diventata razionale, è rimasta legata a un sentimento. Io quindi ho cercato di metterci poco di mio e lasciare intatta la profondità delle canzoni», spiega il maestro Mauro Pagani che ha presieduto agli arrangiamenti dei brani, fra tutti Fenesta vascia e Palombella. Così come colta e dolente è la voce di Ranieri, che chiude il film. A molti critici è parsa un'elegia, ma si tratta piuttosto di una testimonianza, cupa ma possente, di un Pulcinella che giura a se stesso di non essere l'ultimo. Ritornato un uomo con una storia e un ruolo, il volto dietro la maschera guadagna il palco e canta la sopravvivenza dell’arte a dispetto della repressione e dell’ostilità. Si canta, si balla, ci si libera. Il teatro, «contro tutti i Baricchi di questo mondo», non può morire.
Da Liberal 17 marzo 2009
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mercoledì 25 febbraio 2009
La cultura italiana contro Baricco: «dice solo baggianate»

Ha scritto che dinanzi a un'esplosione imminente, nei film americani restano agli incauti protagonisti due strade: pensare molto velocemente o darsi alla fuga. Ma negli ambienti culturali italiani, poco avvezzi all'adrenalina del turning point hollywoodiano, le reazioni suscitate dall'intervento di Alessandro Baricco ondeggiano fra la perplessa contemplazione antonioniana, e il leggero friccicorio della slapstick comedy. «Basta soldi pubblici al teatro , meglio puntare su scuola e tv», ha fiammeggiato ieri sulle colonne di Repubblica lo scrittore di Castelli di Rabbia. Che di fronte alla valanga della crisi, propone in brusca sintesi di strappare la cultura dalla fecondazione assistita dello Stato, di lasciar fare al mercato, ormai maturo per un'offerta degna dell'intelligenza di massa, e di reinvestire i soldi risparmiati dalle sovvenzioni pubbliche nei settori più importanti e più trascurati: scuola e televisione. Prendi ad esempio il teatro di regia, spiega Baricco, «l'unico riconosciuto in Italia», laddove fare teatro potrebbe essere semplice semplice. «Uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire», chiosa l'autore di Novecento, potrebbe trasformarlo in un gesto naturale. «Baricco non sa quello che dice, per questo che ha scritto tante baggianate». La voce di Gabriele Lavia, regista e attore di teatro che non ha bisogno di presentazioni, rompe subito l'arcano tentatore di quel «fare rotondo e naturale», che nella lingua lussuosa di Baricco è fare teatro libero. «Voglio sperare si tratti di una provocazione, perchè tuonare contro il sistema teatrale italiano, in un momento come questo in cui migliaia di attori sono in giro per l'Italia a portare i loro spettacoli senza ricevere un euro per mancanza di fondi, mi sembra come assestare il colpo di grazia a una creatura agonizzante, che ha tanto bisogno di vivere», spiega il regista. Eppure Baricco ha tentato di rassicurare tutti: l'editoria, in mano ai privati, vende e offre cultura di svariato genere. Perchè non il teatro? «È un esempio fuori luogo, quello dei libri. Dei libri si fanno le copie. Ma del teatro, della danza, della musica, che sono legati a eventi irripetibili, a una persona fisica che converge verso un altro che guarda e produce senso a sua volta, che farne? Una riproduzione seriale? Stimo Baricco come narratore, ma confermo la prima impressione: dice sciocchezze», conclude irremovibile Lavia. Passiamo oltre e ritentiamo con Glauco Mauri. «I privati pronti a investire nella cultura? Mi piacerebbe che Baricco ce ne presentasse qualcuno, perchè a me risulta che a proporgli l'Edipo, se la danno a gambe levate», spiega l'attore e regista impegnato da cinquant'anni a portare emozioni e nobiltà in giro per l'Italia. «Banalità e mediocrità sono ormai metastasi troppo estese, per potere ragionevolmente estromettere lo Stato dall'iniziativa culturale. Sottrarre le ultime risorse ad arti corporee, che producono scintille per contatto fisico, significa dichiarare morto il paziente. La cultura di questo Paese ha bisogno dello Stato, per tenere vivi i suoi anticorpi», commenta Mauri. E il mercato libero, domanda e offerta sintonizzata sui consumi culturali, quel fare rotondo e naturale del business secondo Baricco? «I privati italiani mettono soldi soltanto dove sono sicuri di farne molti di più di quanti ne investono. È questa l' unica verità», spiega l'attore. E così la mente pensa velocemente all'Orestea di Eschilo del 1972, che lo vide splendido protagonista sotto la regia di Luca Ronconi. Poi la mente pensa velocemente al simpatico Marco Carta che interpreta l'ipotetico musical di Amleto in mezzo a ragazzine che si strappano i capelli alla Scala, e cerchi un gancio in mezzo al cielo per dartela a gambe anche tu. Dov'è finita l'intelligenza di massa? Meglio scoprirlo mentre si corre. Per darsi alla fuga. Ma qualcuno pronto a sottoscrivere un gesto anglosassone, a un fare rotondo e naturale? Tentiamo con Fioravante Cozzaglio, già presidente dell'Antpi (Associazione Nazionale del Teatro Privato Indipendente). La domanda è sempre la stessa. Pronti a questa joint-venture nel mondo della cultura? «Senza dubbio. I privati sono pronti a supportare il sistema teatrale», ci dice Cozzaglio portando una ventata di baricchiano ottimismo a questo giro d'orizzonte finora drammatico. Non fai in tempo a vedere i pianisti italiani che improvvisano mirabilie a largo di tutte le isole italiane, non fai in tempo a immaginare il pubblico esultante che sventola i fazzoletti dalle navi crociera, che arriva subito la mazzata. «Il problema è che non ci sono privati che possono riuscire a combinare qualcosa di importante senza l'aiuto dello Stato», prosegue Cozzaglio. Niente da fare. L'operazione Goodbye novecento dev'essere rimandata. Serve la ciccia di Stato, di quella sana che ci ha fatti crescere sani e belli come vuole mamma Rai. Ma dare i soldi pubblici alla televisione, neppure? «I soldi pubblici alla tv li diamo già, con l'effetto che comanda lo stesso la pubblicità». Le parole di Glauco Mari suonano abbastanza suadenti, ma chiediamo lumi anche a Cozzaglio. «La televisione è un contenitore, bisogna capire che cosa volere ficcarci dentro, e chi decide cosa. Ma la mia preoccupazione è un'altra. Non vorrei che l'intervento di Baricco venisse preso al balzo da chi è intenzionato ad azzerare i finanziamenti allo spettacolo e al teatro. Non vorrei che qualcuno facesse leva su questo per dire: ecco, lo dice anche l'intellighenzia, tagliamo via i fondi». E la scuola, anche i fondi da destinare alla scuola sono una "baggianata"? «Laddove Baricco dice che bisogna rialfabetizzare i giovani, penso si possa essere tutti d'accordo - spiega Cozzaglio - ma bisogna vedere che cosa andiamo ad insegnare, e che cosa intendiamo per valorizzare la cultura alla luce dei consumi reali». Pensi velocemente a Sal Da Vinci che scalza l'omonimo invendibile Leonardo, e capisci perché della soluzione Baricco non riesci a far innamorare nessuno.
«Le premesse e le considerazioni di Baricco sono condivisibili, ma le conclusioni sono invece pericolose, e forse devastanti. Per il teatro, e non solo», argomenta il pluridirettore artistico e regista Maurizio Scaparro. Che ha un sogno anche lui: «Da grande vorrei dirigere il Lincoln Center. Un gigante privato che ha una magnifica attenzione verso il pubblico. In Italia i privati hanno solo interesse per il privato». Un coro a più voci che risponde a Baricco "non possumus", insomma. All'era dell'intelligenza di massa, il teatro italiano, l'opera, la musica contemporanea, non sono ancora pronti. Bisogna prima smaltire lo shock. Magari cercando di costruirla prima, a partire dalla scuola, come dice da par suo lo stesso Baricco. Siamo ancora, sembra, liberali all'amitriciana, bravi a investire i soldi degli altri. Quel «fare rotondo e naturale» è per noi ancora troppo anglosassone. Forse era solo una provocazione futurista, quella di Baricco, uomo di lettere e di cinema. Se siamo fortunati resterà un'invenzione senza futuro.
Da Liberal 25 febbraio 2009
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