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martedì 8 marzo 2011

Un, due, tre MariaStella. Da Almalaurea la conferma: l'Italia del Bunga Bunga diventerà il Paese del Bora Bora

Giovani, carini e disoccupati, li voleva un cult generazionale infarcito di insopportabile egualitarismo. Ma in terre d’elezione come la nostra, la lunga crociata estetizzante per i diritti delle meteorine, ha finalmente lasciato in mutande tutti quegli spregevoli maniaci del corso universitario, in larga parte terroni, che in mancanza di un adeguato giro vita avevano osato prevaricare quel gran pezzo dell’Ubalda con quel fetido pezzo di carta. La chiamavano assicurazione per l’avvenire, biglietto omaggio per la dirigenza a prescindere dalla classe sociale di provenienza, la laurea. E siccome uno dei più interessanti dati proposti ieri da Almalaurea dice che otto italiani su dieci della nostra classe dirigente non ne possiedono una, non è difficile immaginare quanto i cosiddetti lavori a chiamata guardino con disgusto a quei dottori tristanzuoli che hanno letto due libri e vogliono rubarti il mestiere.
Non è una lunga geremiade di fallimenti, il rapporto Almalaurea 2011, ma la fedele cartina di tornasole di un Paese gerontocratico e di una classe politica di rara sensibilità sociale. Che risponde a un tasso di disoccupazione giovanile che al Sud sfonda il 40 per cento con una meravigliosa social-card per quaranta ragazzine estratte a sorte dai book di Emilio Fede: macchine, appartamenti, gioielli, soldi. Ovviamente trattabili, in base a disponibilità e spirito di sacrificio. Per gli altri, per quelli che hanno fallito l'orale all'università di Arcore, o hanno preferito disertare  perché poco flessibili verso il moderno mercato del lavoro, non ci sono buone notizie. Che si tratti di triennale o specialistica, i senza lavoro sono in perenne crescita. A un anno dal titolo di studio, il 16,2 per cento dei laureati brevi è a spasso, contro l’11 per cento del 2008. La musica non cambia con la specialistica: a dodici mesi dalla proclamazione non lavora il 17,7 per cento dei giovani, contro il 10,8 per cento di due anni fa. C’è però un piccolo premio di consolazione, per chi frequenta ancora oggi un ateneo: Almalaurea stabilisce che presa in considerazione l’intera vita lavorativa, laurearsi è meglio, perché i giovani diplomati negli ultimi anni hanno un tasso di occupazione inferiore di undici punti percentuali a quella dei dottori. Male i diplomati, sul corpo dei quali rimorde maggiormente la crisi, ma non si sentono troppo bene neppure i laureati a cinque anni dal titolo.  Tra il 2005 e il 2010 la contrazione occupazionale che li riguarda è aumentata di quasi cinque punti percentuali: un lustro fa erano il 90 per cento di quelli che avevano trovato impiego. Di che tipo di mansioni si tratti, è presto detto: a fronte dell’inflazione più rognosa della storia d’Italia, le condizioni contrattuali del primo impiego sono in costante peggioramento. E per quattro laureati triennali su dieci, si tratta di lavoro atipico. Nel ramo specialistico, si parla invece di un contratto atipico per ogni due laureati del 2010, mentre hanno ottenuto un contratto stabile solo tre fortunati su dieci. Di conseguenza, vincono a mani basse i datori di lavoro. Naturalmente in nero.
Sempre più giovani laureati lavorano infatti senza contratto e senza diritti, e ovviamente obbligati a imperitura riconoscenza. Tra chi ha concluso la specialistica, i laureati occupati senza contratto sono oggi il 7 per cento (il doppio del 2008). E crescono anche i giovani men in black della laurea breve: il 6 per cento contro il 3,8 del 2008. ). Soldi? Pochi, maledetti, e il più tardi possibile. Lo stipendio dei laureati ”brevi”, è sceso del 5 per cento, mentre gli specialistici sono a quota dieci. Problemi da adulti, e portafoglio da ragazzini, insomma. Ma lungi dall’essere soltanto una sequela di conti, lo studio AlmaLaurea dà l’esatta proporzione del miracolo italiano. Un miracolo di incompetenza e vocazione al disastro. A cinque anni dal titolo, il 73 per cento dei laureati di estrazione borghese ha un contratto stabile, mentre l’operazione dignità riesce soltanto al 68 per cento dei loro coetanei di famiglie operaie. Stessa solfa in termini di retribuzione: i laureati della borghesia superano i 1400 euro dopo cinque anni, mentre i self made man restano al palo dei 1200 euro. Un ascensore sociale al contrario, insomma. La bocconiana Tommasi e le altre del cenacolo di Ipazia con il vento in poppa, i ricercatori nello scantinato. Destini opposti accomunati dalla stessa strategia: la fuga dei cervelli. La maggior parte dei giovani che emigra, è però legata a un certo benessere, e ha studiato al Nord. All’estero partono da circa 1500 euro di stipendio, gli specialistici, in Italia o non lavorano o guadagnano 1000 euro. C’entra qualcosa la somma del Pil che l’Italia investe in sviluppo e ricerca: 0,66 per cento, come la Slovacchia. «Il concreto sviluppo della ricerca in tutti i campi delle scienze, rappresenta una priorità assoluta, sulla quale le istituzioni devono investire con coraggio, nella consapevolezza che su questo terreno si gioca una larga parte del futuro del nostro Paese», ha scritto ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in una lettera all’indirizzo di Telethon. E dire che su questo terreno, non si è ancora stagliata la tragica notte della riforma Gelmini. Lasciato il Paese alle nobili maitresse del Bunga Bunga, l'università di UnduetreMariaStella prepara ai ragazzi la sorpresa più bella: l'Italia del Bora Bora, esotico atollo del Mediterraneo fondato sul turismo. Orsù avvocata nostra, a che serve lavorare con un mare così bello? (f.l.d)

lunedì 23 novembre 2009

«I numeri dicono che l'immigrazione è necessaria, conveniente e incontenibile», la Lega se ne faccia una ragione


«A leggere i dati Istat di quest’anno in prospettiva, ciò che desta allarme non è solo la riconferma di un tasso medio di natalità molto basso e un netto calo di matrimoni , ma la grande discrepanza tra informazioni in nostro possesso e politiche economiche e sociali in grado di contrastare o invertire questo trend negativo. Se non si attuano misure conseguenti con una certa sveltezza, lo scenario futuro non potrà che dipingersi a tinte fosche». Antonio Golini, professore di Demografia presso la Facoltà di Scienze Statistiche all’università La Sapienza di Roma, commenta così alcuni degli aspetti più allarmanti emersi dall’ Annuario Statistico dell'Istat.


Professore, un italiano su cinque ha più di 65 anni. Saremo sempre più un paese per vecchi, nel prossimo futuro?

L’invecchiamento della popolazione italiana non va colto come un segnale negativo. Al contrario è indice di un rapporto sempre migliore tra l’avanzare degli anni e il grado di benessere fisico. Ipotizzare o constatare che un Paese non invecchia abbastanza, vorrebbe dire in concreto che l’anzianità non possa essere goduta appieno da tutti, nelle migliori condizioni possibili. D’altra parte, l’idea di non invecchiare è inaccettabile.  Ciò che deve far riflettere è semmai la natalità sempre più risicata. Il problema non è tanto che ci saranno sempre più anziani, ma che ci saranno sempre meno giovani.

Di questo passo, non c’è il rischio che il mercato del lavoro diventi sempre più immobile e respingente per il mondo giovanile nel prossimo futuro?

Niente affatto. Si tratta di una obiezione molto comune, che però è statisticamente infondata. La maggior parte degli uomini italiani oggi in età pensionabile, ricopre ruoli lavorativi  cui i giovani non aspirano. I lavoratori over 60 sono mediamente provvisti di una licenza elementare o di una licenza media, per cui svolgono mansioni che difficilmente possono essere ambite da un ragazzo tra i venti e i trent’anni. In quella fascia d’età, il titolo di studio più diffuso è il diploma o la laurea. In  Italia, nella fascia compresa tra i 55 e i 65 anni, lavora il 32 per cento della popolazione, contro il 70 degli omologhi in Svezia. Quella stessa Svezia,  che per inciso, ha il miglior welfare del mondo.

Uno spunto utile per i nostri governanti?

I dati dicono che occorrerebbe dare respiro al nostro welfare. Innalzare l’età pensionabile a settant’anni significherebbe mantenere in attività uomini ancora perfettamente abili, e per certi versi, come già spiegato, insostituibili. E inoltre, spostare in avanti il termine dell’ attività lavorativa, consentirebbe di reperire risorse atte a tutelare l’impiego giovanile e a incentivare forme di lavoro più stabile. Solo un esempio di come le nostre politiche siano inadeguate rispetto alle tendenze demografiche.

Approfondiamo

Devono far riflettere anche le politiche scolastiche. Negli scorsi decenni i bambini che frequentano le elementari sono scesi da cinque a tre milioni, ma in parallelo sono aumentati gli insegnanti.

Si fanno pochi figli in Italia. Anche in questo caso è colpa di politiche poco attente alla famiglia?

È evidente. Le analisi statistiche dicono che più ci sono figli, e più le condizioni delle famiglie peggiorano spingendosi fin dentro o sulla soglia  della povertà. La verità è presto detta: le coppie italiane sono talmente trascurate, che oggi, per loro, fare figli equivale a essere penalizzati.

Soluzioni?

Innanzitutto favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, e tutelarne con forza i diritti. I dati dicono che le donne con un lavoro stabile sono quelle più propense ad avere figli. E poi predisporre un numero sufficiente di asili nido, che in Italia sono in numero scandalosamente inadeguato. E poi il terzo punto: introdurre finalmente il quoziente familiare.

Sull’immigrazione si dice tutto e il contrario di tutto. I dati in nostro possesso, che cosa suggeriscono di fare, nel medio e lungo termine?

Occorre fare una premessa indispensabile, per rispondere. Chi conosce i numeri, sa benissimo che l’immigrazione è per l’Italia necessaria, conveniente e incontenibile. In ottica futura essa deve però essere regolamentata, perché le cifre attuali dicono che ogni anno arrivano nel nostro Paese  300-400 mila immigrati. Un numero che, nell’ottica di una perfetta integrazione è eccessivo. Occorrerebbe quindi, se i numeri hanno senso, ridurre i flussi di qualche unità. Ma allo stesso tempo, poiché gli immigrati rivestono un ruolo decisivo nel ringiovanire il nostro Paese e nel ricoprire incarichi di lavoro lasciati vacanti dagli italiani, è necessario concedere quanto prima la cittadinanza a chi nasce e cresce nella Penisola, godendo dei servizi messi a disposizione dalla collettività. Negare questo diritto o condurre politiche poco accoglienti è miope e pericoloso, perché significa innescare nel nostro tessuto sociale delle bombe a orologeria. (f.l.d)

Da Liberal 21 novembre 2009

venerdì 24 aprile 2009

Emergenza alcol: 8 giovani su 10 a rischio in Italia


I giovani italiani che fanno consumo di bevande ad alta gradazione sono sempre di più, sempre più precoci, e sempre più inclini alla sbornia di gruppo. Un fenomeno che riguarda ormai quasi tutti gli adolescenti. Nove su dieci si ubriacano nei fine settimana in pub e discoteche, e molti hanno meno di 18 anni. L'allarme è stato lanciato ieri a Roma nella giornata per la prevenzione dell'alcolismo, al convegno organizzato dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) in collaborazione con ministero del Welfare e Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Un moto a pendolo, quello descritto dal rapporto. Perché se l'età minima dei bevitori scende verso il basso, quantità dei consumi e numero di persone alzano l'asticella sempre più in alto. A partire dagli adolescenti. Su cento, venti maschi e quindici femmine compresi tra gli undici e i quindici anni hanno assunto alcolici in Italia negli ultimi 12 mesi. Dati allarmanti, che rappresentano solo l'innesco di un trend che culmina nella maggiore età. Con otto diciottenni su dieci nella categoria uomini, e sei nella categoria donne, i nuovi adulti italiani eguagliano i consumi medi della popolazione nazionale nel suo complesso. E considerato che i picchi di chi assume alcol sono toccati dagli uomini nell'età compresa tra i 65 e i 74 anni (60 per cento) e dalle donne nella forbice tra i 60 e i 64 (25 per cento) per poi scendere bruscamente dopo i 75 in entrambi i casi, l'entità degli abusi giovanili si rivela a livello statistico ancora più preoccupante. In aumento anche il consumo giornaliero tra i minorenni (tre maschi e una ragazza su cento) e quello di adolescenti che bevono fuori pasto fra i quattordici e i diciassette anni, passato in un decennio dal 12,6 per cento al 18,7. Nello specifico, particolarmente attratti dal drink a digiuno i ragazzi, in crescita dal 15,2 per cento al 22,7 per cento dal 1998, e in ascesa anche le teenager dell'aperitivo senza cena, che passano da 9,7 punti percentuali a 14,4. Cifre che collocano a pieno titolo l'Italia nell'Unione europea. Almeno dal punto di vista etilico, che apparenta i giovani consumatori di “bevande graduate” nostrani, a ridosso dei pari categoria scandinavi, campioni del settore. Sempre più di tendenza tra i ragazzi italiani anche la pratica del binge drinking, l'abitudine di ingurgitare almeno sei bicchieri di alcolici assortiti, con il 22 per cento di maschi e il 7 di femmine. Numeri da leggere alla luce dell'appello dell'Oms, che raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni. Anche una sola unità alcolica, (pari a un bicchiere di 125mm) è considerata infatti secondo gli studi dell'Organizzazione mondiale della sanità come un comportamento a rischio. Lo stesso rischio che, in quest'ottica, corrono in Italia il 20 per cento di maschi under 15, e il 15 di femmine.
«Non sono mai stati così tanti i giovani attratti dall'alcol», sintetizza il presidente della Società Italiana di Alcologia, Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol e del Centro per la ricerca sull'alcol dell' Oms. «La prima misura da attuare é l'innalzamento da 16 a 18 anni dell' età minima per la vendita di alcolici – commenta Carlo Rienzi, presidente del Codacons – e poi controlli serrati su tutto il territorio e sanzioni severe contro i trasgressori, perché il divieto di somministrare alcolici dopo le 2 all'interno delle discoteche viene ormai violato con una certa sistematicità». Crescita quantitativa, ma anche qualitativa. Perché a fronte della riduzione dei consumatori di vino o birra, aumentano quelli che inclinano verso aperitivi, amari e superalcolici, o che combinano le due tipologie. Ma le notizie peggiori vengono dall'incrocio dei numeri con il ritratto intergenerazionale emerso dal rapporto Istat 2008: 8,5 milioni di italiani sono a rischio alcolismo. Una cifra che accoglie quanti fanno consumo giornaliero di drink o sono dediti a cumularne più di quattro a sera. L'Italia del bicchiere di vino dopo il panino, sembra alle spalle insomma. E molto meno rassicurante di Albano, l'alcol è l'ospite inquietante che siede a tavola con i giovani italiani del terzo millennio.

Da Liber
al 24 aprile 2009

venerdì 3 aprile 2009

Il Maestro e Margherita. Intervista a Pupi Avati, amico dei semplici al bar della memoria


«Siamo nel pieno degli anni Cinquanta e io, sedicenne, somiglio nella sfrontatezza delle mie aspettative a quell’Italia in cui nessuno si prende la briga di richiamarmi alla ragionevolezza. Ho l’età dei miei sogni che è l’età della città in cui vivo e della sua gente.
Tutti insieme condividiamo le stesse attese nei riguardi di uno sconfinato futuro». Dietro la barba folta e il cipiglio antico, Pupi Avati nasconde un inesausto stupore. Qualcosa che balugina nella voce incrinata, e somiglia a un’ipotesi di leggenda. All’idea di fare cinema per svelarla. Nelle sale arriva oggi Gli amici del Bar Margherita, opus numero 40 di una carriera straordinaria. Cantore degli umili, amico dei semplici, il regista emiliano racconta ancora una volta quel piccolo mondo antico che è stato la provincia italiana: vestale del nostro passato, e presenza fantasmatica del nostro presente.
Perché ha scelto di raccontare gli amici del bar Margherita?
Avevo sedici anni quando osservavo il bar Margherita. Era il 1954 e allora, dalla finestra di casa mia, guardavo con ammirazione tutti coloro che erano ammessi in quel luogo. A distanza di più di 50 anni, e di 370 chilometri, è diventato per me un simbolo. È per me il ricordo dell’Italia del dopoguerra, luogo fisico e luogo dello spirito insieme, in cui la cultura si declinava al maschile.
Com’erano viste le donne?
Le figure femminili erano immerse nei nostri discorsi in un alone di diffidenza, e le logiche di gruppo non facevano che addensarne il mistero. La donna era motivo di fascinazione e di turbamento. Le risate, le battute, i racconti avventurosi, non facevano che nascondere la paura, e sciogliere nella risata i nodi di questo gioioso tormento, l’amore e le donne, che ci univa tutti.
Tra i personaggi del film, ha detto di identificarsi nel giovane Taddeo, detto “Coso”.
In lui mi riconosco del tutto. Anch’io, da ragazzo, facevo fatica a farmi notare. E anche lui, come molti giovani di allora, non contava nulla. L’approvazione o la disapprovazione, giungevano per noi dal tavolino di un bar, da un occhio rugoso che ci scrutava, da una smorfia che ci irrideva dietro un bicchiere, o da un ciglio che si inarcava nel fumo di una sigaretta. Erano anni di distrazione, e di educazione sentimentale.
Dopo le bombe, voglia di evasione?
Naturalmente c’erano anche allora giovani che avevano scelto di investire nell’impegno, nella lotta, nella politica. Ma di certo posso dire che seduti sui gomiti ai tavolini del bar, tutti cercavamo la nostra voce, quella che non trovavamo seduti a tavola nelle nostre case. Senza pressioni, né aspettative di nessuno, i giovani erano liberi di cercare la propria storia perché erano liberi di sbagliare. Molto più di quelli di oggi, che invece sono al centro di un’enorme attenzione.
Davvero crede che lo siano?
Lo sono, ma solo in apparenza. A questo proposito credo infatti che le mie dichiarazioni siano state fraintese. Quando parlo di attenzione verso i giovani mi riferisco alla loro importanza prettamente mediatica, a quella strategica del marketing o della politica che nell’ansia di svecchiarsi cavalca spesso linguaggi e temi giovanili. Si ammicca e si sonda, il mondo dei giovani, ma in funzione di un target. Si viaggia nel loro universo come se si facesse una visita guidata: quello che si deve vedere è spesso stabilito in partenza.
È forse per questo che i ragazzi si aggregano ora nella baraonda della discoteca, oppure nel silenzio virtuale di una chat?
La “cultura del bar” che racconto nel mio film, permetteva ai ragazzi di solidarizzare senza avvertire troppo il peso della responsabilità. Allora, come dicevo, sentire di non contare nulla era normale per tutti. Era una regola del gioco, e la cosa si viveva spesso con gioia, come una libertà. Al contrario, i ragazzi di oggi hanno la sensazione di non contare nulla individualmente, e a volte sfogano quest’ansia in uno stare insieme, ma da soli, che spesso è tutto tranne che leggerezza. Le pressioni di oggi, l’avere obbedito a infiniti input tecnologici e rituali di massa, in cui si celebrano, a prescindere da meriti e valori, i vincenti, fa vivere loro l’idea di non contare con grande terrore.
E questo forse spiega perché nel nostro cinema sembrano marionette di un romanzetto teenageriale.
Non conosco abbastanza a fondo la produzione degli ultimi anni, ma mi sembra che in alcuni film in voga siano rappresentati come testimonial di prodotti, piuttosto che come testimoni della loro generazione. Semmai, se può incuriosirla, vorrei aggiungere qualcosa sul nostro cinema.
Curiosissimo, dica pure.
Ho notato che circa il 99 per cento dei film italiani ruota ossessivamente attorno al presente. Come a dire che il passato debba svaporare via perché è vecchio e inservibile. Proporne uno in costume equivale spesso in Italia a essere osservati, bene che vada, con aria compassionevole. «Le cose del passato non tirano», ci si sente dire. Il rischio c’è perché sono film complicati, costosi, e non attirano i giovani in sala, perché loro con il passato non vogliono avere niente a che fare. Un’obiezione ragionevole, se si guarda al botteghino, ma che in senso più filosofico è fasulla.
Ci spieghi.
Io resto convinto che raccontare ciò che è dietro di noi, e non fuori, serva a tirare meglio le fila della nostra storia, di quella che viviamo nel presente. E a ristabilire un rapporto equilibrato con la nostra percezione, e la nostra memoria.
Avverte qualche squilibrio, insomma.
Oggi esiste la sensazione diffusa che, da qualsiasi angolazione si guardino, le cose stanno regredendo. È innegabile che i mutamenti ci siano stati, e ce ne sono in corso, ma spesso c’è dietro una lente deformante che mitizza il passato e gli conferisce un’aura di mondo migliore. Il passato che racconto ne Gli amici del Bar Margherita è per esempio carico di nostalgia. Ma se in film come Jazz Band o Cinema!!! mi ero reso conto di aver dato vita ad affreschi troppo solari, in questa e altre pellicole c’è un carnet di piccole nefandezze: lo scherzo a Fabio De Luigi, un aspirante cantante che sogna Sanremo e se ne torna con le pive nel sacco. Oppure il matrimonio di un uomo ingenuo (Neri Marcorè, ndr) fatto saltare da un suo amico (Diego Abatantuono, ndr) grazie a una entreneuse (Laura Chiatti, ndr). E che dire del ragazzetto, mio alter-ego di quando avevo sedici anni, che chiude il nonno morto nella sua stanza per non perdere l’occasione di ballare con la ragazza che gli piace?
Ci dica che non è successo davvero.
No, non è successo davvero. Ma confesso che mi sarebbe potuto accadere. Di più: avrei fatto la stessa cosa. Fare film, molte volte, è far succedere quello che avremmo voluto accadesse. I miei racconti sono parte di una biografia immaginaria, vera e desiderata allo stesso tempo. E perciò avverata.
L’amicizia è stata larga parte della sua, sembra.
Lo è stata e lo è, come me per tutte le persone che la vivono nel presente. Quella che si respira al bar Margherita è amicizia vera, di quelle che spesso ne svelano i risvolti crudeli e beffardi. E il passato di questi amici, è simile al presente di tanti altri che possono riconoscerlo e dire: succede anche tra i miei amici!
Eppure, il Pupi Avati ragazzino, è un passo indietro dagli amici del bar.
Il ragazzino, proprio come me allora, è attratto da quel mondo ma non riesce a farne parte. E siccome vuol essere comunque un tassello di quel mosaico, se ne allontana per vederlo meglio, e raccontarlo.
Metafora della sua avventura di regista, emigrato a Roma da Bologna?
Esattamente. È solo da lontano che si può amare con maggiore lucidità il mondo che ci ha vestito e nutrito, raccolto e sfamato. Fra me e il mio, ho messo 370 chilometri di distanza, che nel tempo mi hanno portato a carezzarlo con più delicatezza. Solo da qui, posso guardare laggiù. Solo da qui posso confondere quello che è stato con quello che avrei voluto che fosse. In fondo nei film ho l’età dei miei sogni, l’età della città in cui vivo e della sua gente.

Da Liberal 3 aprile 2009