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mercoledì 21 settembre 2011

E se dopo 37 colpi ad personam, Silvio Martello venisse condannato?

Roma. Questa volta ha vinto la naturale ritrosia verso le aule di tribunale e si è presentato puntuale in procura. Attorno alle undici Silvio Berlusconi si è materializzato a Milano per prendere parte all’udienza sul caso Mills che lo vede imputato per corruzione in atti giudiziari. Pur di presenziare alla ripresa del dibattimento dopo la pausa estiva, il presidente del Consiglio ha persino cambiato in corsa la sua agenda. Quella diurna, per lo meno. Il premier ha infatti annullato la trasferta a New York dove avrebbe dovuto partecipare all’assemblea dell’Onu con all’ordine del giorno il conflitto israelo-palestinese, forse nell’intento di placare l’opposizione che ne critica la scarso feeling con i processi a suo carico. Ma il presidente del Consiglio non si è concesso però stavolta all’usuale conferenza pre-processuale che di solito lo vedeva arringare piccoli gruppi di pensionati chiamati ad applaudire le sue tirate contro la magistratura cancerosa. Per il semplice fatto che questa volta non c’era nessuno. Neanche a pagarlo. Ad attendere il premier c’erano invece i giornalisti, che prima dell’ingresso in aula si sono limitati a rivolgergli un quasi ironico “come sta?”. «Io bene, voi invece avete delle brutte facce», ha risposto difilato. Soltanto una rapida gag, purtroppo l’unica della giornata. Perché una volta uscito dall’aula verso le 13 e 20, Berlusconi non ha rilasciato altre dichiarazioni ai cronisti, affidando loro nient’altro che il sorriso di fabbrica. E così, ma tu guarda che strana giornata, la battuta per i taccuini la regala nientemeno che il segretario del Pd, Pierluigi Bersani. «Si apre all’Onu un’assemblea di straordinaria importanza», ha detto, «che discuterà con la presenza di tutti i leader del mondo del Medio Oriente, della Libia, e comincerà a discutere della rivendicazione palestinese ad essere uno stato». «Ci saranno tutti», ha ammonito Bersani, «ma l’Italia non ci sarà, perché evidentemente per Berlusconi ormai è più imbarazzante il tribunale dell’Onu del tribunale di Milano». D’altra parte non c’era granché da preoccuparsi, per l’ipotesi di reato che gli hanno contestato i magistrati milanesi. Vera o falsa, l’accusa di aver versato 600mila dollari all’avvocato inglese David Mills affinché rendesse una testimonianza piuttosto “timida" sulle tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian, reca come data di scadenza febbraio 2012. Quando preferibilmente scatterà la prescrizione, secondo apposita legge ex Cirielli confezionata su impulso dello stesso imputato. Forse la ragione che ha spinto il Cavaliere a definirlo «un processo già morto». Almeno per lui. Perché Mills ha invece ricevuto una condanna per corruzione in primo e secondo grado, per godere della prescrizione a reato ormai accertato: è stato giudicato corrotto, è stato provato che il denaro da lui percepito sia servito a salvare da gravi accuse il presidente del Consiglio, e tuttavia non sarà forse possibile individuare il suo corruttore. Perché a rigor di logica, esiste un corrotto soltanto se c’è un corruttore. E se non c’è un corruttore, esiste soltanto un idiota. Un’aporia che sarà stata fortemente sentita anche dai magistrati milanesi che lavorano sul caso Mills. E che hanno la ferma intenzione di arrivare a sentenza. Nel pomeriggio giudici hanno infatti accolto la richiesta del pm Fabio De Pasquale, stornando una decina di testi richiesti dalla difesa, evidentemente ritenuti innecessari. Il nuovo calendario prevede quindi solo la deposizione di Mills, il 24 ottobre, e quella dello stesso Berlusconi, quattro giorni dopo. Che tradotto vuol dire la concreta possibilità di arrivare alla fine del processo prima che scatti la prescrizione. Con una condanna o un’assoluzione. «La presenza della difesa è ormai inutile in questo processo», ha commentato l’avvocato difensore del premier, Niccolò Ghedini. C’è da capirlo. La presenza della difesa è molto più utile in Parlamento. Ma se l’improvvisa accelerazione impressa dai pm ha trasformato la giornata milanese da interlocutoria a preparatoria di un altro caldissimo scontro tra stati di diritto paralleli, a Napoli non si registrano novità. Da più di ventiquattro ore è scaduto il limite massimo fissato dai pubblici ministeri partenopei per sentire Silvio Berlusconi in qualità di parte lesa nell’inchiesta sulla presunta estorsione attuata da Tarantini e da Lavitola. E se i legali del premier dovessero reiterare nei prossimi giorni l’indisponibilità del loro assistito, i magistrati potrebbero forzarne la volontà attraverso l’accompagnamento coatto in tribunale. La decisione dovrebbe passare in ogni caso dalla preventiva autorizzazione della Camera. Ma il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, ha sentito comunque la necessità di mettere le mani avanti. Se arrivasse la richiesta dei giudici «noi gliela rimandiamo subito indietro», ha tuonato il deputato pidiellino spacciando la cosa per un’incredibile notizia. «Spero che non facciano un atto di così grave irresponsabilità e così marcatamente destabilizzante». ha aggiunto usando termini che sarebbero calzati a perfezione alla sua vecchia cara P2. Tutto secondo copione dell’ultimo libro contro le toghe rosse consegnato agli annali dallo stesso Cicchitto: “L’uso politico della giustizia”. Che vista l’esperienza cumulata da mattatore (37 leggi ad personam votate senza neanche pensare) in questi anni di berlusconismo, avrebbe potuto incidentalmente dissertare anche su “L’uso giuridico della politica”. Un filino destabilizzante anche quello, non c’è che dire. Proprio come un membro della P2 che riscuote ogni mese laute cifre da parlamentare per decidere il destino del Paese.

Ma la procura di Napoli sembra voler gettare al momento acqua sul fuoco. Prima di dare corso a iniziative formali, la procura campana attenderà che si definisca la questione della competenza. E soltanto in secondo momento, come spiegato dal procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, si passerebbe alla richiesta di accompagnamento coatto in tribunale per Silvio Berlusconi. Per il quale, ha chiarito lo stesso procuratore, non è stato fissato “nessun ultimatum”. Il provvedimento, ha assicurato Lepore, costituirebbe semmai soltanto una “extrema ratio”. Il pool di onorevoli-legali al servizio di Berlusconi difficilmente consiglieranno però al loro assistito-capo di partito di testimoniare. Gli avvocati temono infatti che la convocazione dei pm napoletani sia una sorta di trappola per il loro cliente. Uno stratagemma che potrebbe farlo entrare in Procura da testimone per farlo uscire da indagato. I difensori del premier hanno di che preoccuparsi, in effetti. Ascoltato nel ruolo di testimone, il premier infatti non avrebbe modo di preparare con loro una linea processuale, e di parlare insomma a ruota libera. Circostanza che di solito, fuori o dentro dai tribunali ha sempre messo il Cavaliere in un mare di guai. Per concludere, arrivano ulteriori sviluppi, anche dalla procura di Bari, dove conclusa l’indagine sulle escort portate da Gianpaolo Tarantini nel lettone del premier, si è aperto un nuovo filone investigativo che riguarda il tentativo, poi fallito, di Gianpi di mettere le mani su appalti di alto livello: un affare da 55 milioni da smembrare e da far vincere agli amici. A quella riunione parteciparono Tarantini, Lea Cosentino (all’epoca dg della Asl Bari e perciò ribattezzata ’lady Asl’) e gli imprenditori pugliesi Cosimo Catalano della ’Supernova’ di Lecce ed Enrico Intini. Poi dicono che l’utilizzatore finale delle escort fosse il povero Silvio. A lui, semmai, non resta che il lamento di Carlo Martello, di cui, secondo la D'Addario non può portare degnamente il soprannome metaforico. («Si è scusato, ha fatto cilecca ma ha giurato che era la prima volta», tramanda la donna con tenerezza materna). Gli altri si prendono Finmeccanica con quattro baldracche sovrapprezzo da girare al pollo di turno. E a lui, il Cavaliere tocca invece solo il rimpianto del re dei franchi: «È mai possibile o porco di un cane che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi puttane?». E dire che «pria di (s)partire v'eran tariffe inferiori alle tremila lire». Maledetto euro. (f.l.d)
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mercoledì 29 giugno 2011

Il Csm boccia l'emendamento Pini, un altro dei bacilli vergognosi iniettati nel cuore della democrazia

Roma. Annidato nella legge comunitaria 2010 tra una regola per etichettare la mortadella e una sanzione per le uova avariate, il microscopico batterio inoculato dal leghista Pini aveva rischiato di far andare a male anche gli ultimi brandelli sani della nostra democrazia. Era stata la piddina Donatella Ferranti, a scovare l’ultimo dei simpatici bacilli sperimentati contro le toghe rosse negli indefessi laboratori berlusconiani. Che cosa ci facesse una legge contro i giudici in un disegno di legge che doveva accogliere gli obblighi derivanti dalla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, non è dato sapere. Ma certo è che il simpatico bacillo aveva i tipici tratti dell’Escherichia coli. Invisibile a occhio nudo, trasmesso per via oro-fecale direttamente alla penna dell’estensore, e a forma di bastoncello diritto. Puntato contro i giudici cancerogeni, naturalmente. E cioè tutti, tranne quelli che non non siano papabili, o già papati, nel Pdl.
E proprio sull’emendamento Pini, si sono espresse ieri le toghe in un documento. Le nuove norme, scrive il Csm in un parere approvato a larga maggioranza (19 sì contro 4 no), sono un «rischio» per i «principi di autonomia e indipendenza della magistratura». Stabilire infatti che i giudici siano punibili non solo per dolo o colpa grave come allo stato attuale, ma anche per «manifesta violazione del diritto» come vuole il leghista Pini (non proprio un giurista, visto che è un perito industriale che opera nel ramo alimentare), significa pressoché processare i giudici ad libitum, e cioè secondo gli interessi della personam (la solitam) che si ritiene danneggiata, ad esempio. L’emendamento, denuncia il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, introduce «una responsabilità civile dei giudici sostanzialmente senza limiti, in contrasto con l’indipendenza dei giudici e con il diritto dell’Unione europea, che la impone». Le conseguenze di un simile intervento sono presto dette. «È evidente», spiega il Csm, «che un rischio eccessivamente elevato di incorrere in responsabilità civile diretta o indiretta avrebbe un effetto distorsivo sull’operato dei magistrati, i quali potrebbero essere indotti, al fine di sottrarsi alla minaccia della responsabilità, ad adottare, tra più decisioni possibili, quella che consente di ridurre o eliminare il rischio di incorrere in responsabilità, piuttosto che quella maggiormente conforme a giustizia».
Il documento approvato dal plenum dei magistrati, precisa poi che al contrario di quanto sostenuto dai berluscones, l’emendamento Pini non ci è stato imposto dalla Corte di giustizia europea al fine di modificare radicalmente la disciplina sulla responsabilità dei magistrati. Ma che lo siamo imposti da soli, e peraltro siamo gli unici che in Europa ne hanno sentito la necessità. Contrariamente alle quotidiane geremiadi dei pidiellini, i giudici non affatto a legibus soluti, come loro sognerebbero di essere, in un tipico fenomeno di transfert freudiano. Le norme che regolano la responsabilità civile dei magistrati, sono infatti in Italia le stesse che valgono per tutti i dipendenti pubblici. Motivo per cui il Csm bolla l’emendamento Pini come «un inedito nel panorama europeo». Ad eccezione dei membri laici del Pdl, Annibale Marini, Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano e Nicolò Zanon, che non hanno approvato il documento, e hanno accusato invece il Consiglio superiore di comportarsi come una «Terza Camera», in quanto l’opinione espressa dal Csm è arrivato in coincidenza con l’esame dell’emendamento ieri al vaglio della Camera. Come dire che se il Parlamento discute una legge che obbliga tutti a cantare “Meno male che Silvio c’è” in pausa pranzo, è vietato prendere posizione. Bisogna farlo dopo, quando abbiamo già tutti la bocca impegnata, e nessuno penserà che il fine della protesta è passare per la “Terza Camera”.
E difatti, il vicepresidente del Csm, il centrista Michele Vietti, ha replicato ai membri laici: «Se non ora quando?». «È doveroso esprimersi prima che le norme siano approvate», ha ricordato l’ex deputato udc, anche per «segnalare al ministro eventuali ricadute negative». E che Giorgio Napolitano, che di Palazzo dei Marescialli è il presidente, ha dato il via libera alla discussione. Ma il documento del Csm ricorda anche che all’articolo 47, la Carta di Nizza «impone come garanzia fondamentale l’indipendenza del giudice mentre l’attuale formulazione della norma prevede la responsabilità diretta del giudice senza limiti». Ragion per cui, argomenta il primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, «è anomalo e paradossale che un adattamento a una legge comunitaria sia invece in contrasto con il diritto dell’Unione europea».
E visto che il problema non è chi intercetta i reati di una classe dirigente tra le peggiori mai apparse in Italia, ma chi ne scopre come minimo l’indegnità morale, non si perde tempo neppure sulle legge bavaglio per fermare le intercettazioni che hanno fatto emergere la P4. In prima linea c’è Fabrizio Cicchitto, che essendosi fermato alla P2, probabilmente si sente scavalcato dai tentativi d’imitazione dell’originale. Ma nel pomeriggio, anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, rilancia: «Rinnovare l’offerta di un dialogo all’opposizione sulle intercettazioni è giusto e saggio», nonostante il niet della Lega. «Abbiamo escluso subito si possa parlare di un decreto legge», aggiunge Frattini,«ci sono provvedimenti già in Parlamento ed è possibile già lavorare su quelli». Sarebbe un peccato buttare tre anni di duro lavoro, sempre sulla stessa cosa. E poi perché indagare sulla integrità delle istituzioni, quando si ha la possibilità di fare una bella commissione d’inchiesta su ciò che invece è del tutto legittimo? Frattanto, il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa chiude la porta: «Temiamo che a Berlusconi interessi solo riprendere al più presto la sua guerra personale con i giudici. E noi, naturalmente, non lo seguiremo. Non sono le intercettazioni, i processi brevi e lunghi, i provvedimenti punitivi nei confronti dei pm, gli attacchi al Csm, la priorità dell’Italia». Sordo al dialogo, sembra anche il Pd. «Per fare luce sulle trame oscure della P4 e sulla rottura delle regole democratiche secondo noi occorre una commissione di inchiesta del Parlamento», precisa il deputato Roberto Zaccaria. Eppure il ministro Frattini assicura che «ci sono dei principi, come il divieto della pubblicazione di atti non penalmente rilevanti, su cui anche la sinistra è d’accordo». Le cose, come spesso accade quando il Pdl tenta di descrivere la realtà (tipo le bombe pacifiche in Libia) stanno esattamente al contrario. Pier Luigi Bersani ha ricordato che «è inutile che il governo citi la proposta Mastella. Se gli va bene la nostra noi ci stiamo. Il problema è che a Berlusconi non va bene questa soluzione». E considerato che anche Massimo D’Alema sostiene che «ora è molto tardi per fare una legge sulle intercettazioni e del tutto inopportuno intervenire per decreto», è abbastanza immaginifico sperare che l’opposizione si presti al nuovo eccitante capitolo della legge bavaglio. Questione di eterogenesi dei fini. O meglio, per dirla con il lessico spiccio di Bisignani, «con le regole normali lo condannano sicuro, finisce la festa per tutti». Frase penalmente non rilevante, forse. Che purtroppo, adesso, gli italiani conoscono.
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giovedì 21 ottobre 2010

Lodo Alfano: come salvarne uno per non ammazzarne migliaia. L'opinione del costituzionalista Michele Ainis

Roma. «Il lodo Alfano è preferibile al processo breve perché esprime in maniera molto più sincera le reali esigenze della maggioranza in merito alla questione giustizia. Ma visto che l’obiettivo è garantire al premier uno scudo protettivo contro i suoi processi, non si capisce bene allora perché il provvedimento debba essere esteso anche al presidente della Repubblica. È abbastanza impietoso, rispetto alla situazione attuale, il fatto che la Costituzione non previde nessuna tutela per il capo dello Stato. I padri costituenti confidarono che se l’inquilino del Quirinale avesse commesso reati comuni come un furto o un assassinio, questi si sarebbe dimesso senza cercare alcun appiglio che non fosse la sua dignità personale». Costituzionalista di vaglia ed editorialista del Sole24Ore, Michele Ainis ha di recente indicato nel lodo Alfano il male minore. Un male minore che, spinozianamente inteso, in quest’Italia dove l’illegalità viene tramutata passo dopo passo in legittimità, serve a scongiurarne uno maggiore: la fine della giustizia per migliaia di comuni cittadini.
Professore, perché il lodo Alfano è preferibile al processo breve?
Per affrontare l’anomalia in cui si dibatte l’Italia da anni, occorre essere pragmatici. Il lodo Alfano ha dalla sua il fatto di essere esplicito. Vuole garantire l’impunità al presidente del Consiglio senza nascondersi dietro mirabolanti pretese di assicurare maggiore giustizia a tutti i cittadini. Anche se si tratta di una misura ripugnante, lo scudo rappresenta il male minore perché è meno aberrante del processo breve: meglio salvarne soltanto uno, il solito, che ammazzarne cento con il processo breve.
Dove “cento” sta per numero puramente metaforico, immagino.
Allo stato attuale vanno in fumo 170mila processi l’anno grazie alla prescrizione. Il processo breve raddoppierebbe la cifra, e provocherebbe inoltre un altro grattacapo che rende una volta di più preferibile lo scudo.
I milioni di euro che lo Stato dovrebbe versare per risarcire gli imputati?
Non solo questo. Il lodo Alfano per via costituzionale porterebbe a un referendum senza quorum, e a quel punto finalmente tutti noi avremmo voce in capitolo su una questione che personalmente ritengo insopportabile. Semmai la legge sul processo breve fosse sottoposta a referendum abrogativo, invece, sarebbe necessario un numero minimo di firme. E tutti sappiamo com’è andata, dal 1997 in poi.
Ma non c’è un male minore, minore di questo scudo retroattivo?
Sarebbe possibile una terza via, in effetti. Potrebbe essere estesa a più di 18 mesi la durata del legittimo impedimento.
Un suggerimento a Ghedini?
Duole moltissimo vedersi costretti a scegliere tra opzioni che offendono l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l’orizzonte di senso entro cui si muove la giustizia. Ma questo è uno degli effetti perversi del berlusconismo. Bisogna rinunciare a condannare il colpevole per salvare le vittime. Garantire l’impunità a Erode, per evitare la strage degli innocenti.
Come valuterebbe il ricorso a questa terza via?
Il vecchio articolo 68 prevedeva l’autorizzazione a procedere a garanzia di tutti i parlamentari. Una previsione che aveva ragioni di rango costituzionale, c’è da supporre: l’avevano prevista i padri della carta. Ragioni di equilibrio, innanzitutto. Da un lato l’indipendenza della magistratura, dall’altro l’impedimento volto a garantire il sereno svolgimento delle funzioni politiche.
Viceversa, il lodo Alfano impedisce il sereno svolgimento dei processi in cui il premier è imputato. Per reati commessi per giunta da libero imprenditore. Non è troppo incostituzionale, come male minore?
È moralmente opinabile, ma ci sono i margini perché la via costituzionale possa accogliere le istanze formali dello scudo, anche nella sua versione retroattiva.
C’è qualcos’altro di moralmente opinabile. Visto che Giorgio Napolitano non risulta imputato per la corruzione di un testimone, frode fiscale e appropriazione indebita, che ragione c’è di associarlo alle urgenze giuridiche del Cavaliere?
Il lodo Alfano è il più onesto degli stratagemmi messi in campo dalla maggioranza per fornire un salvacondotto al premier. E in ragione di questa stessa franchezza, abbinare lo scudo al presidente della Repubblica può essere in effetti inopportuno, oltreché superfluo.
Non c’è il rischio di alloggiare il virus berlusconiano nell’alveo della Costituzione stessa? Potrebbe accadere ad esempio che un mafioso non ancora conclamato, potrebbe diventare presidente del Consiglio e godere dell’impunità una volta scoperta la sua attività criminale precedente.
È un caso di scuola, ma credo che non si arriverebbe a una simila iattura.
Hannah Arendt diceva che “chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male”. Non c’è il rischio di inoculare il virus berlusconiano nella nostra Carta?
Mi rendo conto che l’argomento del “male minore” è scivoloso, e che lo scudo è detestabile senza dubbio. Ma il desiderio di punire il colpevole, deve piegarsi di fronte a migliaia di cittadini. Sono loro che pagherebbero i conti in sospeso del Cavaliere. (f.l.d)