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martedì 5 luglio 2011

Firma anche tu contro l'ennesima vergogna: la legge bavaglio che oscura i siti internet a uso e consumo di Berlusconi

È in corso un nuovo attacco alla libertà di informazione, a nome dello stesso identico mandante degli ultimi anni: l'uomo che non sopporta l'informazione per eccellenza, altrimenti detto il Cavaliere.
L’Autorità per le comunicazioni, che come saprete è un organo di nomina politica, sta per varare un un meccanismo per censurare qualunque sito internet straniero, da Wikileaks a Youtube, a sua totale discrezione e senza che nessun giudice possa stabilire se la censura è motivata o meno. Ovviamente si tratta di una norma inconstituzionale, che continua a ledere la libertà democratica, minacciata ogni giorno tra bavagli e censure di tutti i tipi da quando questo governo si è insediato. Visto che l'Authority voterà la apposita delibera già domani, puoi dare il tuo contributo firmando un appello contro la censura e salvaguardare il tuo diritto di essere informato. Per lo meno la rete, lasciamola viva e libera di informare.

mercoledì 20 ottobre 2010

Caso Saviano, ora Masi ha toccato il fondo del bicchiere


Roma. Prima la denuncia, poi la smentita, infine il via libera. Ancora una volta, dopo Parla con me, Report e Annozero in Rai è andata in onda quella farsa in tre atti che sembra diventato il format di maggiore successo di viale Mazzini.
Per Mauro Masi, si è trattatto stavolta di chiarire sulla difficoltosa situazione di Vieni via con me, programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano dedicato a pruriginosi aspetti della realtà italiana come la mafia, la camorra, e il terremoto in Abruzzo. Per il direttore generale del servizio pubblico, soltanto un problema di budget: «Non c’è alcuno stop ma soltanto un doveroso approfondimento portato avanti dagli uffici competenti, come giusto che sia, in merito a richieste economiche per Rai molto significative». Nel mirino del dg c’era in particolare l’ospitata di Roberto Benigni, e un cachet di 250mila euro. Ma più tardi, il manager del comico toscano, Lucio Presta aveva smentito difficoltà di natura finanziaria: «I soldi non c’entrano, Roberto andrebbe anche gratis, è una scusa per mettere i bastoni fra le ruote al programma». Il manager ha infatti spiegato alla stampa: «Quando sono andato in Rai per aprire la trattativa sulla partecipazione di Benigni a Vieni via con me per la prima volta nella mia vita non ho chiesto una cifra ma mi sono limitato a chiedere quale fosse l’offerta dell’azienda. Mi è stata fatta un’offerta di 250mila euro e io l’ho accettata subito, senza discutere. Poi ho chiesto se potevano essere conservate le clausole, diritti compresi, che abitualmente vengono inserite nei contratti per Benigni. Mi è stato risposto: ti faremo sapere. Poi mi hanno dato il via libera, fatta eccezione per i diritti su quel passaggio tv che sarebbero rimasti alla Rai. Ho accettato ancora una volta, dando l’ok alla stipula del contratto. Nel pomeriggio mi ha chiamato un importante responsabile dell’ufficio scritture per comunicarmi un’offerta pari a un decimo di quella pattuita, prendere o lasciare: una decurtazione, mi è stato spiegato, chiesta dalla direzione generale. E naturalmente ho lasciato. È chiaro però che i problemi di natura economica mi sono sembrati una scusa». Un racconto assai circostanziato, che ha indotto i vertici Rai a dare vita al terzo atto del format: se Benigni viene gratis non c’è nessun problema. Ma se anche stavolta arriva il semaforo verde, resta la sensazione di un via libera che ancora una volta supera in goffaggine il comune senso del pudore contro cui solitamente si scagliava la censura nostrana. «Stanno venendo al pettine tutti i nodi di una gestione ambigua del servizio pubblico», dice a liberal il deputato Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione di Vigilanza Rai. «Masi è stretto nella tenaglia del premier che vuole un’informazione omologata e non dissenziente – prosegue Rao – nonostante che le recenti scelte di La7 e i programmi di approfondimento politico dimostrino una grande sete di punti di vista diversificati e non in linea con i desiderata propagandistici del Cavaliere». Il caso di giornata, quello che coinvolge la censura ex ante di Roberto Saviano che parla di camorra, rifiuti e macchina del fango in prima serata, è particolarmente rilevante. Perché raccontare la malavita organizzata in prima serata dovrebbe irritare la maggioranza e mettere in moto la maldestra macchina della censura? «Non c’è ancora censura, ma di certo c’è la spinta costante verso l’omologazione», obietta Rao, «il vero problema è che gli interessi del premier e quelli dell’azienda pubblica entrano in cortocircuito, e Masi cerca piuttosto che il pugno di ferro, la morbidezza dell’ostacolo burocratico presentato sotto forma di impedimento e cavillo». Ma nella partita di viale Mazzini, c’è anche una rilevante questione economica. Che nel caso di Annozero, ad esempio, sacrifica in nome della politica del Sovrano ingenti introiti pubblicitari.

«La strategia di Masi si è finora rivelata perdente – chiosa il deputato centrista – perché i provvedimenti ex ante non hanno fatto altro che incuriosire il pubblico televisivo, coinvolgendo anche settori di audience solitamente disinteressate a programmi di approfondimento come Report. E c’è poi il caso Annozero, che per Rao «finisce con l’esaltare la vocazione al martirio di Michele Santoro». Ma la contraerea Rai, è tutto tranne che sprovveduta, viene da osservare. Ne sia riprova il salottino televisivo di Bruno Vespa, naturale prosecuzione di quello casalingo e assai ben frequentato, andato in onda l’altra sera a Porta a porta. «La televisione che sparla di se stessa – osserva Rao – è di per sé sintomo di una grave decadenza del servizio pubblico. Ma la stessa Rai che mette alla gogna i propri programmi è davvero il fondo del barile». «È incredibile – prosegue il centristra – che il direttore generale della Rai parlasse nello studio di Porta a porta di un’altra trasmissione Rai come Annozero e contro Michele Santoro. Quello che è successo l’altro giorno da Vespa mi pare il simbolo più icastico di quale stato di anomalia domini a viale Mazzini». E molto critica, sul caso Benigni-Saviano, è stata ieri anche l’opposizione. «Masi stavolta si è superato e ha messo in atto una censura da Oscar - dice il portavoce Idv, Leoluca Orlando «Chi ha paura di un simbolo della lotta a tutte le mafie come Roberto Saviano? Anche un premio Oscar come Benigni non ha diritto di essere ospitato in Rai e lo si lascia senza contratto. Garimberti e Zavoli intervengano, con Masi l’azienda ha letteralmente toccato il fondo». «Ogni giorno in Rai c’è un caso – rincara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – evidentemente c’è un caso Rai, un’azienda che non riesce a essere un’azienda, a mettere in valore le sue enormi possibilità». «Un’azienda che mette sullo schermo Benigni dovrebbe fare i salti di gioia – continua il segretario – e risolvere eventuali problemi senza ogni volta aprire casi perché nel Paese ci sono tante altre questioni più importanti».
E anche Farefuturo, fondazione vicina a Gianfranco Fini che ben conosce il prezzo del dissenso, ha parlato di «Potere chiuso in un bunker». «A guardare in faccia gli scherani di Berlusconi li vedi terrorizzati da qualsiasi voce alternativa. E allora hanno attaccato qualsiasi nemico potesse dar fastidio al manovratore», scrive il direttore di Ffwebmagazine, Filippo Rossi. «Non sopportano chi spariglia le carte – attacca Rossi – chi vuole ragionare senza obbedire, chi vuole raccontare il Paese che è, e non per quello che vorrebbero loro. Non sopportano la complessità». Abituati alle brochure autocelebrative, e agli haiku di Sandro Bondi, c'è da capirli.

lunedì 18 ottobre 2010

Bondi: «Annozero fa male alla democrazia». Ah si? E perché invece la democrazia vuol fare male ad AnnoZero, caro ministro?

Almeno per il momento, anche sei vertici Rai annunciano che non si rimetteranno all’arbitrato, la sostanza non cambia: Annozero può continuare. La «pezza forte» per chiudere il programma, come la chiamava Innocenzi riferendosi alla spasmodica ricerca di un cavillo per mettere Santoro alla porta, si è rivelata per Masi soltanto un pannicello tiepido. Al contrario dei desiderata smistati da Arcore verso l’esecutore finale, le prossime due puntate del programma di informazione andranno regolarmente in onda.

A vanificare la sospensione del conduttore, prevista a partire dal diciotto ottobre, è intervenuta ieri la richiesta ufficiale di arbitrato presentata da Michele Santoro contro il diktat del direttore generale della Rai. In base all’articolo 7 dello statuto dei lavoratori, fino a che il collegio arbitrale non si sarà pronunciato sulle sanzioni disciplinari che pendono sulla testa del giornalista, la trasmissione numero uno dell’informazione può andare avanti. Soddisfazione doppia per Michele Santoro, che giovedì ha potuto contare sulla forza indiscutibile di quello che è stato una sorta di referendum popolare: 23,47 di share, 6 milioni e 283mila spettatori collegati, anteprima seguita dal 18,55 per cento degli italiani per un totale di 5 milioni e 400mila telespettatori. Numeri impressionanti, per un format di stampo giornalistico, che assumono ancora maggior rilievo se si considera che ha distanziato largamente un programma nazional popolare come Chi ha incastrato Peter Pan,aggiudicandosi il prime time della serata. Intessuta sul doppio binario della crisi economica e del burlesco «super pezzo giudiziario sugli affaire della family Marcegaglia», la quarta puntata di Annozero ha corroborato dunque nei numeri l’appello del giornalista agli spettatori, invitati a raccogliere firme per “non essere puniti al posto di Santoro”. E qui il conduttore può registrare la terza buona notizia della giornata: ad oggi le adesioni da recapitare alla presidenza della Rai sono già migliaia. «Il vincitore è lui – commenta il consigliere di minoranza Rai, Giorgio Van Straten – che nonostante la pressione a cui è sottoposto da mesi e l’abnormità del provvedimento disciplinare, ha fatto una trasmissione equilibrata e interessante, aperta da un ’editoriale’ pacato e condivisibile. Il vincitore è Michele Santoro perché anche in termini d’ascolto ha battuto persino Paolo Bonolis (da quanto non succedeva?) raggiungendo uno share impensabile per una trasmissione di approfondimento». Ma c’è chi, come il consigliere Nino Rizzo Nervo, fa professione di ottimismo: «Il provvedimento di sospensione che ha colpito Annozero sarà annullato. Sono certo che Santoro vincerà». Sarcastico Pancho Pardi, capogruppo dell’Idv in commissione di Vigilanza: «I miei complimenti al direttore generale della Rai Masi e ai suoi avvocati. Contagiato dalle pressioni e dalla follia distruttiva del suo capo, ce la sta mettendo tutta per inanellare una figuraccia dopo l’altra». Sul fronte della maggioranza, la mancata sospensione di Santoro ha invece lo stesso effetto di una volante che suona il citofono, mentre alla festa impazza il karaoke di Meno male che Silvio c’è. Trasmissioni come Annozero «fanno male alla politica e alla democrazia italiana», si picca Sandro Bondi. Osservazione acuta, ma solo a patto di essere rovesciata, naturalmente: perché la democrazia italiana fa male ad Annozero?

Niente di personale, per Paolo Bonaiuti: «Santoro è stato pronto e bravo, come sempre, a incassare solidarietà», si rincresce il sottosegretario. Che ricorda però oltre alla «simpatia per Santoro», il fatto che «nella puntata in discussione, vi sia stato un comizio concluso con un ´va al diavolo’ rivolto al direttore generale della Rai». Un’ingiuria che, per quanto si sia ristretta invero a un’entità metafisica non troppo ingombrante, aveva certamente un difetto. Santoro se ne faccia una ragione: anche un bicchiere, profanato in diretta, ha diritto a un po’ di contesto, ecchecavolo. (f.l.d)

giovedì 4 giugno 2009

«Berlusconi delinquente e mafioso». Saramago lo scrive nel suo saggio e l'Einaudi del premier censura il premio Nobel

A proposito di José Saramago, Harold Bloom scrisse che «il Maestro è uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione». Un giudizio che, all’indomani della censura imposta dalla Einaudi del premier Silvio Berlusconi ai danni del premio Nobel dev’essere riveduto. Lo spregevole niet opposto all’ultimo saggio, poco collaborazionista, del grande romanziere portoghese, proietta nella ricostruzione riportata oggi da L’Espresso, il sinistro alone di un’ antica fiaba bulgara che poco tempo fa si concluse con un editto, qualche confino, e una militaresca consegna del silenzio di troppi intellettuali nostrani. Ai tempi di Sofia si illustrarono i fantasmi bulgari come ridicoli spauracchi mossi ad arte da chi mangiava i bambini. Oggi, a maggior ragione dopo il caso Mentana, bisogna ammettere che certe inclinazioni tentacolari si agitavano sullo sfondo da tempo. Un ministero della Verità, farsesco e imbranato quanto si voglia, non troppo lynchiano e vagamente clownesco, esiste davvero. José Saramago non ha scritto certo un saggio tenero. Nessun onore e gloria al Biscione, già onusto di poemetti, strilli declamatori e cortesi abluzioni. Saramago, secondo un canone letterario che non ha avuto troppa fortuna negli ultimi tempi, ha preferito porre una domanda. Non una decina. Pudicamente una, e dall’andamento che pare persino retorico: «Nella terra della mafia e della camorra, che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?». Parole che fanno male innanzitutto al popolo italiano, prima che al premier che ha deciso di non pubblicarle. Parole poco dette, quasi mai sentite e magari pensate da molti. Che, più o meno opinabili, dovrebbero avere in un Paese democratico piena cittadinanza. Nelle pubbliche piazze, e nei media nazionali attualmente appannaggio del Cavaliere. Einaudi ha tentato, secondo quanto riferisce l’entourage dello scrittore, di espungere dal saggio le parti sgradite. Proprio come si fa con le crosticine del vaiolo, negli studi di un chirurgo estetico. Saramago ha rifiutato la bonifica e così, dopo più di venti titoli dello stesso autore che la casa editrice torinese ha avuto l’onore di pubblicare, è giunta la fine dei negoziati. Saramago saggista è persona non grata, hanno fatto sapere. Poco incline al servo encomio, il portoghese si è macchiato di un codardo oltraggio: aver dedicato qualche paragrafo a certe tendenze del premier, «supponendo che la corruzione non sia il suo unico vizio». Una vicenda che pone qualche improvvida domanda, e definisce un paradosso. Dov’è finita, se non quella idealistica, la voltairiana e candidamente illuminista, libertà di opinione? E in subordine, dov’è finita la libertà meno idealistica, molto pragmatica e proficua per tutti, della sbandierata rivoluzione liberale annunciata dal Premier? Quando e come si è conclusa la parabola delle parabole Mediaset, dell’editore monopolista più pluralista del mondo? Dicevamo in principio di una rivisitazione necessaria. Josè Saramago è per Harold Bloom uno degli ultimi titani di un genere letterario in via d’estinzione. Alla luce di questa arrogante censura, bisogna credere che il Maestro, piuttosto che uno degli ultimi titani di un genere letterario, sia uno degli ultimi rappresentanti di un genere etico in estinzione: la dignità. Almeno qui in Italia, dove un manipolo di sedicenti intellettuali, autoproclamatisi tali per suffragio televisivo, maître à penser per diritto di share, non spende una parola in difesa del diritto di parola per il premio Nobel della letteratura. Questione di tempi e di mitopoiesi. I nostri sono troppo impegnati nel sostenere la candidatura di Silvio Berlusconi a premio Nobel per la pace. All’Accademia della Frusta va di moda l’agiografia, o al massimo la barzelletta.


Da Liberal 29 maggio 2009

martedì 28 aprile 2009

Marco Travaglio si aggiudica il premio per la libertà di stampa. Ovviamente nel silenzio della stampa italiana appecoronata


I sette membri del consiglio direttivo federale della DJV, l’associazione dei giornalisti tedeschi, quest’anno hanno assegnato il premio per la libertà di stampa al giornalista e autore italiano Marco Travaglio. Michael Konken, presidente federale della DJV, ha motivato la decisione dichiarando: “Assegnamo il premio a Marco Travaglio, un collega che si è contraddistinto per il coraggio critico e l’impegno dimostrato nel combattere per la libertà di stampa in Italia.”
Travaglio ha saputo denunciare pubblicamente i tentativi dei politici italiani, in particolare di Silvio Berlusconi, di influenzare il lavoro dei media e di ostacolare lo sviluppo di un giornalismo critico. Le critiche di Travaglio si sono orientate anche ai colleghi italiani con lo scopo di incoraggiarli a non sottomettersi alla censura. “Il premio della DJV per la libertà di stampa è il riconoscimento più adatto a Marco Travaglio,” ha dichiarato Konken. “Travaglio deve dare coraggio ai giornalisti italiani affinché possano svolgere la loro funzione di vigilanza e non cadano vittima di intimidazioni”. Il premio della DJV per la libertà di stampa consiste in 7.500 Euro e sarà conferito a Marco Travaglio a Berlino alle 18:30 del 28 aprile 2009 presso il Palazzo della Bundespressekonferenz (ufficio stampa federale). I rappresentanti dei media sono invitati a partecipare alla cerimonia. Con questo premio la DJV onora personalità o istituzioni che si impegnano in prima persona in battaglie per il mantenimento e la creazione della libertà di stampa. I precedenti vincitori sono stati il giornalista serbo Miroslav Filipovic, la giornalista russa Olga Kitowa e la redazione del giornale “Berliner Zeitung”. Filipovic ha ricevuto il premio per aver scoperto i crimini di guerra serbi in Kosovo, Kitowa è stata premiata per la sua difficile battaglia contro la corruzione in Russia e la redazione del “Berliner Zeitung” per l’impegno dimostrato nel difendere la libertà di stampa in Germania e l’indipendenza editoriale da Mecom Group, la casa editrice che l’ha rilevata.

da http://italiadallestero.info/archives/3612

venerdì 17 aprile 2009

Gruppo di guerriglia in un interno. Il Sol dell'Avvenire, le br e il cotechino


L’interminabile cena a base di cappelletti, cotechino, faraona e nostalgia brigatista, offerta ad Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli e Roberto Ognibene ne Il Sol dell’Avvenire di Gianfranco Pannone, è costata allo Stato italiano 250mila euro e una goffa retromarcia in salsa maccartista. Riunire alla stessa tavola del ristorante di Costaferrata il trio che nel 1970 diede vita e braccia alle Brigate rosse, era un’occasione imperdibile per andare alla ricerca delle origini di quello che lo stesso regista e Giovanni Fasanella, autore del libro cui (non) si ispira la pellicola, definiscono un «fenomeno rimosso». Bello spunto di partenza, che la visione del film nella semi clandestinità dell’Apollo 11 di Roma, tramuta però in un clamoroso autogol. E in un assist al ministro Bondi. Perché l’unica cosa che non viene mai rimossa per tutti i 78 minuti del film, è l’idea di assistere a una grande abbuffata, durante la quale tre allegri criminali si divertono ad affettare culatelli e ingurgitare sangiovese sincero, in mezzo a frizzi e lazzi come quello, elegante, che si sente a un certo punto nel film: «Dicevo a tutti che facevo il designer. E infatti disegnavo crimini». Da brigatisti terribili ad allegra brigata, da rivoluzionari efferati ad amici del bar Margherita, in mezzo scorre il fiume. Un fiume di sangue in cui nessuno di loro sembra volersi bagnare la seconda volta, e di cui nessuno di loro rende conto per tutta la durata del film. Dove la nostalgia canaglia, cede il passo alla nostalgia canagliesca. Il ministro Sandro Bondi, ha torto nel metodo ma ragione nel merito: non solo offensivo per le vittime, Il Sol dell’Avvenire dice poco a chi conosce già la storia delle Br, tantissimo ad alcuni come quelli, presenti in sala, che ridacchiano per lo humour sanguigno dei commensali ed elogiano trasognati la superiorità etica delle stragi ideologiche, e qualcosa di mostruoso a tutti i giovani che della lotta armata non sanno niente. «Il film dev’essere proiettato nelle scuole», dice Fasanella facendo venire anche a noi la voglia di un frizzantino per stemperare l’atmosfera. Stavolta Pannone, altrove capace di affondare lo sguardo con equilibrio e rigore (vedi Latina/Littoria), sembra essersi lasciato scappare di mano la macchina da presa. Come sopraffatto o affascinato dai corpi vivi di quella realtà che intendeva documentare, concede alle azioni delittuose delle Br solo una rapida carrellata di foto d’epoca, e non una parola alle vittime del terrorismo che a vario titolo sono state colpite dai suoi attori protagonisti. Certo si potrebbe obiettare che la realtà non può essere aizzata o manipolata, ma solo raccontata. Che se i brigatisti non avevano nessuna voglia di rivangare il passato, non è colpa del film. Di sicuro però, regalare a Franz e soci un pranzo, e renderli attori protagonisti di un reality show in stile Il ristorante, è davvero agghiacciante. «Noi non siamo stati terroristi, terrorismo era piazza Fontana», dice Tonino Loris Paroli. E nessuno contesta. Nessuno sembra ricordare rapimento e sequestro del giudice Mario Sossi, sequestrato a Genova il 18 aprile 1974 e rilasciato a Milano il 23 maggio dello stesso anno. Nessuno fa un accenno al 17 giugno del 1974, quando le Br assassinarono Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola nella sede del Msi. Nessuno sembra sapere che l’amico Franz pasteggia a cotechini dopo una condanna a sessant’anni di carcere per costituzione di banda armata, sequestro, oltraggio e rivolta carceraria. Solo qualche didascalia generica nel prologo, e niente di organico al gruppo di guerriglia in un interno allestito per l’occasione. Fasanella e Pannone sembrano più interessati a collocare l’esperienza de L’appartamento, il gruppo di Reggio alla base delle Br, all’interno della vittoria mutilata della Resistenza. «La rivincita dei figli dei partigiani che credevano ancora in un sogno», ammonisce Valerio Morucci, che dopo aver partecipato all’agguato di via Fani e al sequestro Moro, ha partecipato l’altra sera anche al film. E proprio da Morucci viene la critica più fondata: «C’è troppo lessico familiare in questo film, e il lessico familiare si usa solo quando si raccontano vicende private. E queste non lo sono». Il frizzantino di Paroli «che oscurava persino il ricordo di Lenin», quarant’anni dopo sembra essersi annacquato, perché il bolscevico, che definiva l’estremismo la malattia infantile del comunismo, spesso troneggia nel film dalla piazza di Cavriago. Le Brigate rosse sono un prodotto del comunismo, giusto. Ma se la verità non è sempre rivoluzionaria (vedi negazionisti), il culatello mai.