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martedì 6 settembre 2011

Tarantini colpevole di estorsione? Abbiamo letto le carte, e qualcosa non quadra

Roma. «Lui ha detto a Nicola che il suo ruolo è fallito là, hai capito, perché lui era convinto, ti ricordi, di archiviarla». È un Gianpaolo Tarantini allarmatissimo, quello che chiama Lavitola dopo aver appreso che qualcosa sta per andare storto. Ma dietro la preoccupazione del giovane prosseneta, si nasconde forse la tessera mancante di un puzzle che ieri aveva portato all’arresto di Gianpi e consorte per estorsione ai danni del premier. E che oggi vede la procura di Lecce, che nei giorni scorsi ha ricevuto da Napoli gli incartamenti dell’inchiesta, indagare sui colleghi baresi. Per tentare di ricostruire i punti che tengono insieme questa complicata triangolazione, bisogna ritornare alla tessera iniziale. Il Nicola di cui parla Tarantini al telefono, altri non è che Nicola Quaranta, ossia il suo avvocato difensore. Lo stesso che, secondo il racconto dell’addetto alle pubiche relazioni del Cavaliere, ha appreso che Lui non può più fare niente per aiutarli ad archiviare l’inchiesta. Ma chi è Lui? E perché il suo ruolo è fallito? Nella ricostruzione di Tarantini e Lavitola, si tratterebbe del procuratore di Bari, Antonio Laudati. L’identikit arriva da un’altra conversazione, in cui il pugliese rampante lo nomina esplicitamente. «Embè, e che vantaggio ha il pm a riaprire le indagini, scusa?», gli chiede Lavitola. E Tarantini: «No, il vantaggio ce l’abbiamo noi; l’ha fatto apposta Laudati questo, perché, si sono messi d’accordo, nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non escono pubbl…non diventano pubbliche…le intercettazioni». Lavitola conferma che è la stessa opinione dei due legali chiamati a rappresentare il giovane, il succitato Nicola Quaranta e Giorgio Perroni. Secondo Gianpi, dunque, «il capo», cioè Laudati, ha cercato di insabbiare l’inchiesta. Tarantini avrebbe potuto scrollarsi di dosso anche l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Sennonché si mette di traverso la Guardia di Finanza, che nella colorita lingua del giovinastro, ha fatto «un puttanaio». Laudati è «cacato nelle mutande», racconta l’imprenditore di protesi, perché le fiamme gialle hanno consegnato in Procura una informativa esplosiva. Dentro ci sono tutte le intercettazioni tra Gianpi e il premier Silvio Berlusconi, le stesse che ancora sono coperte da segreto e avrebbero spinto Tarantini a estorcere denaro al premier per patteggiare. Una soluzione che farà in modo che queste restino sconosciute per sempre. «Dice (Laudati) che sono terrificanti», spiega Gianpi all’amico Lavitola. Laudati «non se la può più tenere questa cosa finale, la deve per forza mandare». L’inchiesta insomma, in presenza di queste intercettazioni terrificanti, non può più essere archiviata . Con grave danno per tutti. «Lui (sempre Laudati) dice che si evince chiaramente che c’e’ il reato di favoreggiamento», riferisce Tarantini. Gianpi confidava nell’archiviazione ma ora si sente braccato. Il suo santo in paradiso non può più aiutarlo.

Ed è a questo punto che probabilmente, cambia la strategia dei suoi avvocati. Ora è forse il momento in cui si comincia a puntare sul patteggiamento, che secondo la procura di Napoli diventa merce di scambio per estorcere denaro al premier. Ma è proprio vero, come raccontato da Panorama (che tra l’altro, veleno tra veleni, ha avuto accesso a carte coperte da segreto con grave disappunto dei pm napoletani), che lo stesso Tarantini abbia discolpato il premier? Berlusconi era davvero inconsapevole che le donne piegate dal suo fascino incontenibile fossero invece non proprio irraggiungibili prostitute? Panorama dice di sì, ma sul punto, incalzato da Lavitola, Tarantini tradisce un certo nervosismo. «Sul fatto che lui non lo sapeva, si», concorda l’imprenditore pugliese, «però siccome alcune sono coinvolte a Milano, confermano il fatto che erano puttane». Gianpi è preoccupato che ci sia qualche indizio capace di mettere in dubbio la buona fede del Cavaliere? Forse, bisognerà attendere. La cosa certa è invece che le intercettazioni tra il premier e Tarantini sono davvero agghiaccianti, al di là delle implicazioni penali. E ora che le Guardia di Finanza le ha trascritte, Laudati ha le mani legate. Ha provato a sopire tutto, ma ora non può più nulla, il procuratore barese. Pura millanteria del giovanotto, o ipotesi percorribile? Un riscontro in effetti c’è e risale allo scorso luglio, quando, l’ex pm barese, Giuseppe Scelsi, responsabile dell’inchiesta sulle escort di Palazzo Grazioli dal 2009, e poi trasferito alla Procura generale, scrive una lettera al Csm. Una lunga serie di accuse contro il procuratore di Bari, Antonio Laudati, che da due anni segue l’inchiesta sulle escort di Palazzo Grazioli senza venire a capo di nulla. Scelsi accusa Laudati, in particolare, di avere tenuto per sé impropriamente il rapporto della polizia giudiziaria che aveva indagato su Patrizia D’Addario e company. Laudati smentisce tutto, ma Tarantini e Lavitola sembrano tracciare un quadro compatibile. Due campanelli d’allarme. Quanto basta perché i pm napoletani Piscitelli, Curcio e Woodcock abbiano affidato alla procura di Lecce documenti e intercettazioni che fanno ombra a Laudati. Napoli dà dunque informazioni a Lecce nei giorni scorsi. Ieri arresta Tarantini e oggi Lecce indaga su Bari. Dopo questa prima ricostruzione, è il momento di porsi una difficile ma necessaria domanda: davvero Tarantini è colpevole di estorsione al premier? O qualcuno ha messo le mani nella sabbia per salvare un’inchiesta che molti volevano cadavere?(f.l.d)
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venerdì 8 luglio 2011

Alfonso Papa non si dimette e parla di complotto, ma dalle carte emerge un quadro di ricatti e corruzione. Ecco di che cosa si tratta davvero


Roma. Aveva promesso che non si sarebbe dimesso e che di fronte alla giunta per le autorizzazioni della Camera avrebbe ristabilito la verità. Ma il deputato del Pdl Alfonso Papa, su cui pende una richiesta d’arresto per l’affare P4, ha tenuto fede soltanto al primo dei due impegni. Pressato da «ragioni d’opportunità», spiega lui, e marcato stretto da una frangia di azzurri che lo volevano sacrificabile sull’altare degli onesti del neosegretario Alfano (come spiegano molti), l’ex magistato indagato a Napoli per concussione si è limitato ad autosospendersi dalla commissione Giustizia della Camera e dall’Antimafia. Non proprio il passo indietro che in molti auspicavano, ma un passettino di quelli in voga tra i salseri: piccolo, impercettibile, e seguito da uno in avanti che riporta i piedi dove si trovavano all’inizio. Ma è nel corso dell’audizione di fronte alla giunta per le autorizzazioni, che Papa sembra eseguire il passo di danza meno convincente del repertorio, perché l’intenzione di ristabilire la verità, si traduce infine in un’accusa di complotto che sposta le lancette indietro di dieci anni, e nulla di sostanzioso contrappone invece alle ipotesi di reato che la Procura di Napoli gli contesta oggi. Dopo aver depositato una memoria difensiva, il deputato pidiellino ha definito l’inchiesta che lo riguarda «una vera e propria caccia all’uomo» mossa da «un chiaro intento persecutorio», dettato da «odi, rancori e gelosie presenti nell’ambiente del distretto di Napoli». L’ex magistrato si è poi scagliato contro indagini «al di fuori di tutti i principi fissati dalla legge e dalle regole deontologiche» che hanno «violato palesemente le prerogative parlamentari». A dire di Papa, la Procura di Napoli è «incompetente» in quanto i fatti a lui contestati sarebbero accaduti tutti a Roma. E soprattutto perché i magistrati che hanno istruito il procedimento penale avrebbero imbastito «un abito da accollare» su di lui «con una indagine che ha visto miriadi di intercettazioni illecite» e l’ascolto «infruttuoso di oltre centotrenta testi fino ad arrivare a soggetti compiacenti». Secondo Papa, Woodcock e Curcio sarebbero stati influenzati negativamente da cinque magistrati, Luigi De Magistris, Vincenzo Galgano, Paolo Mancuso, Arcibaldo Miller e Umberto Marconi, tutti legati al distretto di Napoli, e tutti e cinque suoi acerrimi nemici dai tempi di un dissidio che si aprì nel 1999 tra alcuni sostituti procuratori e il procuratore Cordova, per il quale lo stesso Papa aveva parteggiato con sommo scorno degli altri cinque.
In particolare, riferisce il magistrato in aspettativa, il pm Henry Woodcock sarebbe «mosso da risentimento personale», in quanto desideroso di rivalsa contro il ministero della Giustizia che «doverosamente» promosse nei suoi confronti procedimenti disciplinari legati agli arresti del generale dei carabinieri Orlando e  del principe Vittorio Emanuele, e a fatti legati al “fotografo” Corona. Niente di niente, nell’ora di ascolto in giunta, dice invece il pidiellino in merito ai reati contestati, suscitando alcune perplessità tra i parlamentari che dovranno decidere se convalidarne l’arresto. «Papa utilizza argomentazioni datate che risalgono a prima del 2000 e isolate che cerca di mettere insieme per gettare fango sulla magistratura napoletana e su quella associata», commenta il capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, che assesta un altro duro colpo all’autofidesa di Papa, tutta volta a screditare la Procura di Napoli: «Il gip è già stato giudice terzo e garantista rispetto a quanto è emerso dall’inchiesta». Non intravede fumus persecutionis, neppure il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. «Noi, valutando le carte siamo giunti alla conclusione che questa persecuzione non c’è e che pertanto l’arresto vada concesso», ha spiegato. L’opinione che ne ha derivato Enrico Costa (Pdl) è invece che «la Procura di Napoli non fa una bella figura», mentre il collega Maurizio Paniz si lancia: «Sono sicuro che Papa verrà assolto dalla vicenda penale». Fiducioso nel dogma di infallibilità di Alfonso Papa, in quanto omonimo del più illustre collega. A sorpresa, dopo il fermo proposito di votare a favore dell’arresto, apre uno spiraglio la Lega: «Non ce lo aspettavamo, ma Papa ha aggiunto fatti nuovi che vanno approfonditi», ha spiegato Luca Paolini. Ma uguale ansia di approfondimento, avrebbe giovato a gran parte della carta stampata e dei nostri parlamentari accecati dagli specchietti per le allodole del gossip. L’irrilevanza di molte intercettazioni, piene di colore ma scarsamente significative, hanno proiettato sull’impianto accusatorio della Procura di Napoli, le luci del varietà, lasciando nell’ombra gli oggetti più oscuri di una vicenda che pullula di interrogativi inquietanti. «È una caccia all’uomo», ha detto Papa. Ma se ci si prende la briga di leggere a fondo l’ordinanza del gip, viene il forte sospetto che i veri cacciatori di uomini fossero lui stesso e Luigi Bisignani. Senza tacere che nelle carte è custodito anche il motivo per cui lo stesso magistrato potrebbe essere diventato deputato senza riscuotere grandi simpatie tra i colleghi. Gli stessi che oggi non lo difendono certo a spada tratta. A raccontare tutto è stato Luigi Bisignani. Una sua amica, la dottoressa Tucci, ha qualche noia giudiziaria a Nola e Bisignani si rivolge a Papa. L’ex magistrato Papa gli procura informazioni («spesso infondate», precisa), ma Papa chiede in cambio la candidatura alle Politiche del 2008. Bisignani ne parla con Verdini e poco tempo dopo Papa è in Parlamento. È anche l’inizio del sodalizio tra i due: cercano e ottengono informazioni su delicate inchieste in corso e le utilizzano per i propri fini. Più politici per Bisignani, molto materiali per Papa. Come quelli che il Papa realizza grazie alla vicenda di Angelo Chiorazzo, patron delle società Cascina, Vivenda e Auxilium vicino a Cl e a Gianni Letta. Chiorazzo ha qualche problemino giudiziario e Papa si attiva nelle sue indagini parallele. Gli fornisce qualche dritta, ma subito passa all’incasso. Maria Elena Valanzano, collaboratrice parlamentare ma anche sentimentale di Papa, ottiene un contratto da mille euro al mese per l’Auxilium (servizi parasanitari). Naturalmente un lavoro fittizio, perché la donna non metterà mai piede nella struttura. Il gip afferma che in tutto questo «sussistono gravi indizi per il reato di corruzione». Interessante anche Il caso di Alfonso Gallo, imprenditore edile della General Construction. Gallo, giudicato attendibile e sereno dai pm, ha supportato con una serie di documenti che attestano i pagamenti, come Papa l’abbia tenuto in scacco per diverso tempo. L’ex pm si recava al negozio Cartier di Napoli in via Calabritto, dove faceva man bassa di oggetti costosi. E Gallo passava a pagare. Oppure accadeva che le donne di Papa facessero vacanze, crociere e soggiorni termali, e che Gallo fosse poi costretto a pagare di tasca propria. Papa raccontava inoltre a Gallo che lui e Bisignani si occupavano anche di altri imprenditori nei guai con la legge come Alessandro Petrillo (Protecno), Matacena (antincendio), Schiavone (Clinica Pineta a Mare). Con tutti lo stesso metodo: Papa si offriva di fornire il suo aiuto, si procurava informazioni, prospettava al pollo di turno un imminente arresto, millantava un intervento, e attraverso il terrore ne prosciugava le tasche. Stesso metodo, stesso fine anche nella vicenda dell’immobiliarista Vittorio Casale, che si contende un albergo di Cortina con Giuseppina Caltagirone.
Papa interviene, risolve la questione, ma chiede a Casale una “provvigione” di 500mila euro. Casale si rifiuta, ma Papa non molla. Spaventa Casale, dicendogli che finirà presto nei guai per la vicenda Unipol. E l’immobiliarista, impaurito, si convince a pagare per due anni l’affitto di una casa in via Giulia, che Papa utilizza come punto d’incontro con le sue amanti. C’è il rischio, insomma, che il dito di Papa indichi il fumus, per nascondere i polli spennati che bruciano sotto.
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