Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post

giovedì 23 giugno 2011

Ti stai sbagliando, chi hai visto non è Vincent ma suo fratello Theo

Ci avevano spiegato che era l’incarnazione della concezione romantica, lo sposalizio definitivo tra arte ed esistenza, lo snodo magico dove l’immagine pittorica si faceva oggettivazione della coscienza dell’artista. Salvo apprendere oggi che il celeberrimo Autoritratto di Vincent Van Gogh, dipinto nel 1887, è l’oggettivazione della coscienza di un altro. Più precisamente di suo fratello Theo, secondo il museo di Amsterdam intitolato al genio ribelle di Zundert, che in uno studio assai ponderoso, sostiene in breve che il taglio nitido della barba, il colore degli occhi e la forma arrotondata della curva delle orecchie sono tratti somatici che nemmeno in un accesso di espressionismo, possono attribuirsi obiettivamente a Vincent. Nel tentativo di collocare nel tempo il presunto ritratto di Theo, dunque, bisogna supporre che Vincent lo raffigurò a Parigi, dove si era trasferito dal 1886 per seguire i corsi di pittura di Fernand Cormon, bravo insegnante ma modesto pittore, allo scopo di migliorare la sua tecnica e e di esercitarsi sui modelli. E nella Villa Lumiere, risiedeva già da alcuni anni proprio Theo, che era a capo di una galleria d’arte a Montmartre. Vincent andò a vivere a casa sua per almeno un anno, e di certo vi stabilì anche il suo studio nel quale dipinse tra l’altro le famose vedute parigine. È nel corso di questa convivenza quindi, che Vincent avrebbe potuto realizzare il ritratto di Theo. Sappiamo bene infatti come i due fratelli fossero uniti da mutuii sentimenti di odio e di amore. E quale fosse l’origine di tanta mescolanza alchemica: alternavano entrambi forti slanci a collere ciclopiche. E avevano gli stessi disturbi nervosi. Ad ogni modo, la guerra dei Gogh terminò con la decisione di Vincent di trasferirsi in Provenza nel 1888, l’anno successivo all’Autoritratto.Regalo d’addio al fratello? Gentile omaggio seguito a un armistizio? Esercizio diventato via via un capolavoro riconosciuto della pittura del tardo diciannovesimo secolo? Chi può dirlo. Il quadro accusatorio allestito dal Museo di Amsterdam è certo compatibile con la biografia di Vincent. L’indiziato non ha neppure un tenue alibi: viveva con Theo, ergo un giorno gli avrà potuto chiedere di posare. Ma il problema sta invece nelle prove addotte: taglio nitido della barba, il colore degli occhi e la forma arrotondata della curva delle orecchie. Tutte prove indiziarie. Non saremo così pigri da chiudere il caso, quindi. Nè tanto maldestri da non accogliere nella squisita disquisizione accademica, alcuni elementi di humour. Perché dopo Parigi, dopo l’Autoritratto incriminato, c’è sì la Provenza «dove c’è più colore, più sole», ma c’è anche e soprattutto un altro ritratto, un altro rapporto affettivo, e un’altra lite furibonda con Paul Gauguin. Quella famosa, tramandata da ogni manuale, che indusse Vincent a scagliare in testa un bicchiere contro l’amico, e più tardi a consegnare metà del suo orecchio, fresco di rasatura, alla prostituta Rachele. Quale fu l’oggetto del contendere? Ma un ritratto, naturalmente: il Ritratto di Van Gogh che Paul Gauguin eseguì nel dicembre del 1888. Non appena Vincent lo vide ebbe una reazione di sdegno: «Sono certamente io, ma io divenuto pazzo». Il dipinto ce lo ricordiamo tutti, e se così non fosse faremo finta. Raffigura Van Gogh nell’atto di dipingere girasoli, per chi ha fatto finta. Ma ciò che importa è osservare i dettagli del volto: il taglio della barba? Sì, è abbastanza nitido. Il colore degli occhi? Sono socchiusi, ma non ci sembrano nero carbone. La curva delle orecchie? Tende a essere arrotondata, non molto più rotonda di quella dell’Autoritratto. Viene dunque da chiedersi: ma non è che anche Paul Gauguin abbia preferito ritrarre Theo invece di Vincent? E se Vincent non si fosse riconosciuto perché in quel se stesso, ma se stesso «divenuto pazzo», avesse visto invece suo fratello Theo? E se Vincent vede nel ritratto di Gauguin la versione folle di sé, bisogna ritenere folle che quell’uomo dal taglio della barba nitido e la curva delle orecchie arrotondata sia proprio Vincent e non suo fratello? E soprattutto, il nostro meraviglioso olandese, è folle in quanto non si riconosce nel quadro di Gauguin, in quanto nell’autoritrarsi dipinge suo fratello, o perché dipinge suo fratello e ne fa il proprio inconsapevole autoritratto? L’ipotesi lanciata da Amsterdam, fatta la tara ai nostri facili strepiti giornalistici, è uno stimolo di lavoro, che esercita in pari misura filologi dotti e romanzieri fantasiosi. Ma provare a entrare nel cerchio magico di Vincent & Theo, significa profondarsi in un labirinto che lasceremo percorrere ai freudiani di mestiere. Qui ci basti dire che già grandi maestri come Robert Altman, buonanima, scavarono nell’oscura simbiosi dei rampolli Van Gogh. E dall’omonimo film del 1990 abbiamo ricavato una sola certezza: la sensazione di assistere a un mistero insolubile. Non è peregrino poi, per rendere le cose ancora meno semplici, ricordare ciò che Van Gogh scrisse a Wilhemina: «Vorrei fare dei ritratti che tra un secolo, alla gente di quel tempo, sembrassero delle apparizioni. Non cerco di raggiungere questo risultato attraverso la somiglianza fotografica». E quanto suonano beffarde dunque, le ultime parole che Vincent appunta in un biglietto per Theo prima di darsi la morte. Ce le ha ricordate il grande Zavattini: «Eh bien! Vraiment, nous ne pouvons faire parler que nos tableaux». Un perfetto ritratto del “forse-Autoritratto". (f.l.d)
Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare le mie notizie anche in questa pagina.


martedì 10 novembre 2009

A Roma uno scultore straordinario: Calder, l'ingegnere al servizio dei sogni


«Calder non suggerisce nulla: cattura dei movimenti reali, vivi, e li plasma. I suoi mobile non significano nulla, non rimandano a nulla se non a se stessi: esistono e basta, sono assoluti. Del mare Valéry usava dire che ricomincia di nuovo, sempre nuovo. Un oggetto di Calder è come il mare. È come un motivo di jazz, unico ed effimero, come il cielo, come l’alba. Se vi è sfuggito, vi è sfuggito per sempre». È una delle più profonde suggestioni poetiche, quella che le creazioni di Alexander Calder suscitarono in Jean-Paul Sartre. E anche una delle più fervide. Perché delle opere dello scultore di Lawnton, è giocoforza parlare se non in termini che dalla staticità impressa alla materia grezza dallo scalpello, scollinano nella fuggevolezza della natura, o nella ”riserva indiana” del jazz. Perché proprio come nel jazz la tenue traccia musicale, l’esile supporto metallico che snoda nell’aria la forma cangiante, diventa in Calder musica irripetibile, che tramuta l’onda sonora in marea inafferabile.
Cresciuto sotto l’influenza di Joan Miró, Jean Arp e Piet Mondrian, Calder coniugò l’ astrattismo europeo, coltivato in origine in pittura, con un estro pragmatico tutto americano. E così, ingegnere e sognatore, legò con il filo di ferro due estremità impossibili: la fermezza scultorea e la cinetica del vento. Risultato di un paradosso, nacquero i mobiles. Marcel Duchamp chiamo così quelle nervose lamine di metallo che avvinte in arabeschi di ferro sospendevano la fisica in uno continuo sciabordio dell’aria. Mandando a farsi benedire l’hic imposto alla materia greve, in un nunc che di continuo ridefinisce la stasi e la modella sul capriccio dell’istante. Geometria volatile al servizio della fantasia, il teorema di Calder. Che man mano, impressa alla linea astratta l’imprevedibilità della vita viva, riammette la natura sulla sua soglia. Arrivano dunque fogge ispirate al mondo organico come Cono d’ebano (1933, collezione privata) e Squalo e balena (1933, Musée national d’art moderne, Parigi), e il riuso di materie naturali, come rami d’albero e pietre. Dalla tela alla lamina, fuoriuscita dalla ristrettezza della cornice come dal giogo degli assi cartesiani, l’opera scultorea non più inerte, è matura perché non possa più temere l’aperta campagna del mondo. Accade con Steel-Fish (1934, collezione privata). E accade con la fine della seconda guerra mondiale, quando fuori dalle teche, la sua arte giganteggia en plein air. Non più esili ma mai del tutto ferme, le stabiles (definizione di Jean Arp) si ancorano a una terra ferita tenendone insieme le crepe. Uno slancio appassionato che proietta nel cielo le sagome vivaci di animali festosi. Ecco Le Tamanoir apparire a Rotterdam, Le Halebardier (1971) ad Hannover, Têtes et Queue (1965) a Berlino. Dal moto alla stasi, si potrebbe supporre. E invece, in quelle creature metalliche, dai colli nodosi di quelle giraffe che sondano il vento, spira ancora, miracolosa, la sfida titanica dell’artista. Quello che non riuscendo a plasmare la vita dalla sua opera, la predispone affinché il suo soffio l’attraversi. (f.l.d)

Da Liberal 10 novembre 2009