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mercoledì 8 giugno 2011

Silvio Berlusconi e Rai sono lieti di presentare il nuovo capolavoro di regime: L'Olio di Lorenza. Guest star Michele Santoro

Da Liberal  8 giugno 2011

Dopo il seppuku delle comunali, Berlusconi aveva promesso di accelerare sulle riforme. Il vertice ad Arcore doveva produrre soluzioni importanti per il futuro del governo. E infatti, come da minaccia del premier, qualc(uno) s’è finalmente occupato di quel fetido clone televisivo di Pisapia, il ladro di voti che ha strappato tre quarti di Italia al carisma del premier, più noto agli estremisti sotto il nome in codice di Santoro Michele. È arrivata insomma puntuale la cancellazione di Annozero. Nessun editto bulgaro stavolta, ci mancherebbe. L’obiettivo era dare a Santoro quello che era di Biagi: mostrare che il conduttore se n’è andato sua sponte, e con una buonuscita milionaria. Non una becera epurazione, ma un editto consensuale, ecco. Un rimpatrio volontario con biglietto di prima classe. Ritardato dalla goffaggine dell’assistente regista Mauro Masi, finalmente il governo Berlusconi e RaiCinema sono lieti di annunciare il film che tentavano di coprodurre da anni: L’olio di Lorenza. Ricino di alta qualità, naturalmente, da somministrare in separata sede e ad alta resa lubrificante. La stessa benefica sostanza che sarebbe stata difficile da far digerire al cda del servizio pubblico. Prova ne sia che l’allontanamento del conduttore è stato patteggiato in gran segreto tra il direttore generale e lo stesso anchorman di Annozero, passando sopra la testa del consiglio di amministrazione indignato per essere stato scavalcato. Ma i membri del cda Rai non denunciano soltanto l’inaccettabilità del putsch berlusconiano. Ne denunciano anche la sua puntuale, e tradizionale ridicolaggine.

Nel patto siglato da Santoro non è stata infatti allegata Ia clausola di non concorrenza che per un biennio non avrebbe permesso al conduttore di rifare Annozero. Sicché il programma campione d’ascolti potrà continuare a fare sei milioni di spettatori, ma con l’unica differenza che gli introiti milionari generati dal programma finiranno nelle tasche di La7. Un capolavoro di finanza creativa, che non a caso ha già bloccato la riunione che domani avrebbe dovuto definire alcune nomine di un certo peso in seno al cda Rai. A conferma della diffusa sensazione a metà tra il raccapriccio e l’imbarazzo, Santoro ha reso noto che viale Mazzini ha annullato la conferenza stampa prevista nei locali dell’emittente pubblica. Sarebbe stato abbastanza degno del dadaismo berlusconiano, includere nello stesso spazio comunicativo Massimo Liofredi, direttore di Raidue che avrebbe dovuto elencare i numeri record di Annozero, e il conduttore di punta della rete che invece avrebbe chiarito i reali motivi che l’hanno indotto ad accettare il divorzio meno consensuale della storia. «Considerata la decisione della Rai di annullare la conferenza di fine produzione prevista questa mattina a via Teulada», ha spiegato ieri il giornalista di Salerno, «saluterò il pubblico e i colleghi nell’anteprima dell’ultima puntata di domani». Ciò nondimeno, le cautele e la qualità del ricino prescelto per l’attenzionato numero uno dell'Ochrana berlusconica, non sono d’aiuto neanche questa volta. Per oscurare la nitida verità dei numeri di Annozero, non basterebbe neppure una secchiata di quei vasetti per la popò dei bimbi amati da Minzolini. Per restare al 2009, ciascuna puntata del programma di Santoro è costata 194 mila euro e ha avuto in media cinque milioni di spettatori per uno share del 20 per cento. Ma i costi non si sono limitati a essere coperti dai ricavi pubblicitari: la pubblicità ha portato nelle casse dell’azienda il triplo di quanto ha speso per ogni puntata. Più nel dettaglio, ogni inserto pubblicitario di Annozero, della durata di 30 secondi, è stato venduto tra i 59mila e i 66mila euro. Cifra da moltiplicare per cento spot totali, per un ricavo di 600mila euro ogni giovedì. Il tesoro più prezioso del palinsesto Rai, in poche parole. Tanto più utile, quanto più si è rivelata disastrosa la corazzata Potëmkin imposta dal Cavaliere a viale Mazzini: dati alla mano, e fantozzianamente, una rara sequela di “boiate pazzesche”. In primis Qui Radio Londra di Giuliano Ferrara, che per fare un giro di seggiolone ogni sera ci costerà 15 milioni di euro per i prossimi tre anni. Trentaduemila euro a orbitazione per un’impresa giudicata impossibile: riuscire a mettere in fuga un altro milione di spettatori da Rai1, oltre a quelli già allontanati a frotte bibliche dal tg1 dei record (tutti negativi) di Minzolini. In questo caso, non decide il mercato ma la difesa della vera cultura: Ferrara non chiude fino a quando l’ultimo giapponese non lo lascerà a roteare da solo dopo essere morto di inedia. Ed in quota Potëmkin c’è anche recente programma di Vittorio Sgarbi, quattro puntate per 8 milioni di euro di spesa. Esito: chiusura al debutto e assegno in salvo. Quanto basta perché Sgarbi abbia potuto accogliere il flop con un sorriso birichino. Il dramma, dunque, non è che Santoro va via. La vera tragedia sono quelli che restano al guinzaglio della Rai berlusconica. Quelli del nuovo format a spese degli italiani: Hannozero. (f.l.d)
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giovedì 28 aprile 2011

Addio a Mauro Masi, un direttore generale così non si licenzierebbe nemmeno nello Zimbawbe

Roma. Nelle ore trepidanti che separano Mauro Masi dallo sgombero di viale Mazzini, neppure il maramaldo più spietato avrebbe il cuore di infierire. E ora che un altro milite di Arcore si appresta a tornare ignoto per una vile congiura, ora che Letta e Romani non gli rispondono più al telefono, sarebbe disonesto non concedere al dg l’onore delle armi. Nemmeno nello Zimbabwe si licenzierebbe mai un direttore generale come Mauro Masi. Se non altro perché il modo ancor l’offende. Ormai chiusa la volenterosa avventura in Rai, la nomina ad amministratore delegato di Consap era attesa ieri dal dandy di Civitavecchia per le 12 e 30. E invece Masi non fa in tempo a rispolverare il completo bianco alla Tony Manero, ad aprire la camicetta pervinca sul petto villoso, che arriva la beffarda notizia: l’assemblea della concessionaria è slittata all’11 maggio, perché quella prevista in prima battuta è andata deserta. Voci di corridoio dicono però che l’assemblea potrebbe tenersi già questa mattina: la maggioranza è sfibrata dalla questione libica e il rimpasto dovrà essere rivisto. Certo alla Consap il clima non è dei più favorevoli: l’insediamento di Masi (ad) e Maria Grazia Siliquini, che dovrà rinunciare però alla presidenza della società (resterà Andrea Monorchio) è stato salutato con parole non troppo lusinghiere: «Una schifezza che la Corte dei conti non permetterà mai».

Ieri si era sparsa voce che l’assemblea della concessionaria avrebbe potuto fare melina almeno per un altro mesetto, con l’effetto di lasciare Masi al suo posto, ma del tutto esautorato, e senza il benché minimo interesse a continuare in quella famosa «azione che consenta... insomma... che sia da stimolo alla Rai per dire: chiudiamo tutto». E di ritardare per di più la contestuale nomina dell’erede del superdirettore generale, indicato da molti nel suo vice, Lorenza Lei. È lei la favorita di Berlusconi, nella corsa alla poltrona del Minculpop. Ma sarebbe ingeneroso ipotizzare che la donna possa riuscire dove Masi non ha fallito. Fedele seguace del barone d’Holbach, il direttore generale ha avuto il tipo di stomaco che il filosofo tedesco suggeriva al cortigiano perfetto: «tanto forte da digerire tutti gli affronti che il suo padrone vorrà infliggergli». Ha telefonato ad AnnoZero, si è dissociato da se stesso, si è associato all’Isola dei Famosi, ha sopportato Travaglio che «non dice una parola in più di quello che è andato già su tutti i giornali», è stato ospite da Vespa e si è battuto come un leone per fargli presentare Sanremo, ha difeso i viaggi premio di Minzolini, ha assistito impassibile alle gag di Luca e Paolo sull’Ariston e al plebiscito dei giornalisti Rai, un buon 94% che lo voleva fuori dalla porta. Mauro Masi ha dimostrato in questi due anni di avere tutte la carte in regola per vivere a Corte, e cioè «un dominio assoluto dei muscoli facciali, al fine di ricevere senza battere ciglio le peggiori mortificazioni». Ha subito molti affronti, e lo sappiamo bene dalle intercettazioni di Trani. Ha ascoltato compunto le minacce del premier che accusava lui e Innocenzi di «essere un barzelletta», ha avuto persino un sussulto di coscienza: «Roba così nemmeno nello Zimbawbe». No, non può essere detto un uomo asservito. È che Masi sa bene che «un individuo rancoroso, dal brutto carattere o suscettibile, non riuscirà mai a fare carriera». È l’approfondita conoscenza di quel prezioso Essai sur l’art de ramper, ad avere inguaiato il dg, che buon ultimo ha dovuto subire l'estremo vilipendio: essere preso per i fondelli persino da Gianni Morandi. «Un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale ma solamente quella del padrone o del ministro», spiega d’Holbach. Ed ecco che dopo l’irriverente successo di Luca e Paolo, che al Festival avevano cantato l’ira funesta di Silvio contro il reprobo Fini, il direttore generale si scaglia preventivamente contro «una satira politica da televisione commerciale non adatta ad una platea così vasta ed eterogenea come quella del Festival che fa servizio pubblico».

Ed ecco che qualche giorno dopo Luca e Paolo gli telefonano nel corso de Le Iene. Masi li riconosce e mette giù stizzito. Poi arriva Morandi in studio e cala il poker:«Mi manda Masi. Voleva rispondervi ma gli si è scaricata la batteria del telefono…». Eppure il dg di Civitavecchia le ha provate tutte, per mettere la mordacchia ai suoi acerrimi nemici. Si è inventato ad esempio il fantozziano principio della ridondanza, che stabiliva che lo stesso argomento non potesse essere affrontato in tv prima di sette giorni. E ha dato appoggio ai conduttori a targhe alterne: ovviamente solo il martedì e il giovedì in curiosa coincidenza con la presenza di Floris e Santoro in video. Di Vespa neanche a parlarne. Se Masi vedeva in lui l’erede di Pippo Baudo, evidentemente c’era motivo. «A volte è insolente e a volte è vile; può dar prova della più squallida avarizia e della più insaziabile avidità», il cortigiano de l’Essai. Ma anche di «un’estrema magnanimità», come nel caso di Augusto Minzolini, che non pago di aver precipitato il Tg1 in una moria di ascolti abbastanza consistente, in un labirinto kafkiano di scimpanzè tabagisti e vasetti per la pupù di bimbi flatulenti, ha ricevuto dal dg un benefit di 86mila euro per ringraziarlo dell’instancabile attività giornalistica svolta dal direttorissimo tra mete come Marrakech, Cannes, Ischia, Capri, Positano, Cortina, Taormina e Madonna di Campiglio. Si, magnanimo, si diceva. La stessa qualità che si staglia dall’appunto di un giudice, chiamato a studiare «il caso umano» di Anthony Smit, fratello della sua compagna bisognoso di lavoro. Masi ottiene per lui dal gruppo Anemone, oltre all’assunzione, anche un appartamento che costa al gruppo 950 euro al mese. Per Masi, il più grande direttore uscente, vale insomma quello che scrisse d’Olbach: «I popoli ingrati non percepiscono la reale portata degli obblighi propri di questi uomini generosi che, pur di garantire il buon umore del Sovrano, si votano alla noia, si sacrificano per i suoi capricci, immolano in suo nome onore, onestà, amor proprio, pudore e rimorsi; ma come fanno quegli ottusi a non rendersi conto del costo di tanti sacrifici?» È tutto qui il tormento del dg. E chissà che l’ingratitudine del Paese non lo porti sulla via di Santoro. Se non altrove, forse stavolta se ne andrà a farsi un bicchiere.
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martedì 26 aprile 2011

La Rai secondo Berlusconi: un disastro da milioni di euro di debiti, figuracce, e palinsesti ad personam

Nemmeno le pompette salvavino del fido Minzolini, avrebbero potuto preservare meglio l’inconfondibile retrogusto etilico distillato in cooperazione tra viale Mazzini e via XX settembre. Il dicastero del Tesoro comunica che il canone Rai è in caduta libera, 938 milioni di incasso nel primo bimestre del 2011, con una perdita netta di 562 milioni rispetto all’anno scorso. I vertici dell’azienda invece sostengono che non sono mai stati meglio: «I dati riportati dal Bollettino del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia – smentiscono – sono errati. La raccolta del canone nei due mesi gennaio-febbraio 2011 ha avuto un incremento di oltre 15 milioni di euro rispetto al medesimo periodo dello stesso anno».
Due verità diametralmente opposte, che sembrano attingere direttamente alla fonte del paradosso logico berlusconiano. Quello che buon ultimo, proclama urbi et orbi che Ruby non è una prostituta, per poi annunciare che la stessa era sì pagata, ma affinché non si prostituisse più. Nel giugno del 2008, un premier sussiegoso dettava la linea al servizio pubblico: «Abolire il canone Rai? – si faceva una domanda e si dava una risposta – «Dipende dal ruolo che si vuole dare alla tv pubblica. Il canone avrebbe senso se la Rai rinunciasse ad agire come una televisione commerciale». Se è vero quindi che la tassa sul canone registra 562 milioni di euro in meno, gli italiani reputano che la Rai è ormai diventata un televisione commerciale. Viceversa, se gli introiti sono addirittura aumentati di 15 milioni, Berlusconi dovrebbe spiegare agli italiani perché il canone, quella tassa che secondo il premier medesimo avrebbe senso solo se la Rai facesse servizio pubblico, non è stata da lui abrogata. Il presidente del Consiglio spiegava nel 2008 che «la televisione pubblica e la radio pubblica dovrebbero avere come prima funzione quella di formare, poi quella di informare e infine, magari, anche quella di divertire». Nell’ipotesi che il canone è in caduta libera perché la Rai è ormai una tv commerciale, bisogna poi capire in base a quali logiche di mercato si muovano i vertici di viale Mazzini. Innanzitutto i debiti: perdite per oltre 650milioni di euro e un passivo in crescita di 116 milioni, quest’anno sottostimato per almeno venti milioni. In grave ritardo, per far fronte alla cosa, è arrivato perciò il piano industriale del direttore generale Mauro Masi: taglio del 20 per cento di appalti esterni, consulenze e auto blu, una riduzione del personale di oltre mille unità tra prepensionamenti, esodi incentivati e blocco del turnover. Sacrifici per tutti, dunque. Ma non tanti quanti se ne fanno per la riforma lacrime e sangue che ha messo sul piede di guerra i sindacati. È la dura legge del mercato, bisogna fare sacrifici. E se ne fanno moltissimi soprattutto per Vittorio Sgarbi, quattro puntate per uno show ancora incognito dal costo di 8 milioni di euro. E per il seggiolone rotante di Giuliano Ferrara e il suo Qui Radio Londra: 32mila euro a orbitazione, tre anni di contratto per un totale di 15 milioni di euro, e già 1,6 milioni di spettatori in meno rispetto all’esordio, che hanno lasciato l’Elefantino a roteare da solo.
Ma la Rai non si limita a difendere i suoi insuccessi commerciali come un qualsiasi servizio pubblico intento a “formare”. E anzi tenta di azzoppare i suoi cavalli migliori: Ballarò che costa 3 milioni e 500mila euro, e ne ricava 8 in pubblicità; Che tempo che fa, 10 milioni e 400 mila euro di costo e 17 milioni e 600 mila euro di incasso, Report che frutta all’azienda 4 milioni e 100 mila euro di spot, e Anno Zero,6 milioni di incasso puliti. Se la Rai è di fatto una tv commerciale, si tratta di un scelta di marketing suicida, tentare di cancellarle dal palinsesto. E se la Rai è servizio pubblico, non lo dice Berlusconi che la priorità è “informare”, e “infine, magari anche divertire?”. Chi segue il premier, sa bene che gli va data tutta la buona fede: talvolta mente sapendo di smentire. Perché in Rai, negli ultimi tre anni, c’è stato soprattutto di che divertirsi. Soprattutto a pensare al pluralismo. L’Osservatorio di Pavia ha reso noto che soltanto nel mese di gennaio, Tg1, Tg2 e Tg3 hanno visto il presidente del Consiglio presente per 6 ore e quaranta minuti mentre tutti gli altri leader politici messi insieme hanno la metà del suo tempo. Che il presidente della Repubblica Napolitano ha avuto 169 minuti nei tg di Stato, contro i 402 minuti del premier. Quando si tratta di divertire, insomma, il Cavaliere è un intrattenitore che non teme confronti. Vidierre ha calcolato che se unissimo tutte le parole da lui pronunciate nei telegiornali Rai e Mediaset degli ultimi dieci anni otterremmo un monologo di 10.260 minuti, circa una settimana ininterrotta di one man show. Tanta fantasia, non l’avrebbe avuta neppure Shakespeare. Ma il circo della tv pubblica, ha avuto diversi numeri di varia e alta goliardia, in questi ultimi anni. Molto acrobatico quello della Bonev, attrice bulgara premiata alla Mostra del Cinema di Venezia con un riconoscimento ad personam per la celeberrima opera prima Goodbye Mama. Un onore che non è toccato nemmeno a Goddard. Ma anche un onere: un milione di euro scucito da RaiCinema per l’amica del premier. E ancora miss Kulyte, modella lituana improvvisamente balzata da Arcore a il Lotto alle Otto. E ancora attrici, prezzemoline, berlusconiane a vario titolo, planate in fiction, programmi assortiti e quant’altro. Canone o non canone, il disastro della Rai non è affatto incomprensibile. E il bello di Silvio, è che ogni risposta può essere attinta direttamente alla fonte: «In Rai lavorano soltanto quelli di sinistra, e quelle che si prostituiscono». Ci sentiamo di escludere che le talentuose donnine da lui lanciate in Rai, abbiano letto Marx. Un utile indizio per comprendere perché, la gestione di Silvio ha messo il servizio pubblico in ginocchio.
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venerdì 29 ottobre 2010

Debiti, nomine ad personam, sindacati in rivolta e censura: il bunga bunga di Mauro Masi sulle rovine della Rai

Roma. La diagnosi che fotografa meglio lo stato allucinogeno in cui è sprofondata la Rai berlusconica, l’ha azzeccata Carlo Verna. «La gestione Masi è un incubo nell’incubo», ha chiosato il segretario dell’Usigrai. Piano industriale approvato in maggio ma rinviato alle calende greche, 650 milioni di debiti, passivo annuale che supera di venti milioni il deficit preventivato, pluralismo azzoppato, editti bulgari seriali, dilettantismo allo stato brado, nomine inconsulte. Il folle precipizio in cui la Rai è stata telecomandata da sua Emittenza, è una spietata mise en abyme della Penisola abbandonata a se stessa. La Rai è vicina al collasso, spiegano i tre consiglieri del cda Rai Nino Rizzo Nervo, Giorgio Van Straten e Rodolfo De Laurentiis (Udc). Tutto nero su bianco nella lettera che ieri hanno recapitato all’indirizzo del presidente della Commissione di Vigilanza, Sergio Zavoli. «Siamo molto preoccupati per lo stato di salute della Rai – scrivono i consiglieri – e la situazione è arrivata a un punto tale che non possiamo limitare solo alla nostra attività in consiglio di amministrazione l’azione di controllo, vigilanza e di denuncia. Il servizio pubblico è un patrimonio dell’intero paese e per difenderlo è venuto il tempo di rendere tutti consapevoli che rischia una crisi irreversibile». Insieme a Van Straten e Rizzo Nervo, Rodolfo De Laurentis denuncia «un’invadenza impropria» (graziosa litote) per condizionare AnnoZero, Report, Vieni via con me, e gli indicatori economici che mettono a rischio la continuità aziendale», che tradotto significa perdite per oltre 650milioni di euro, e «un passivo in crescita di 116 milioni, quest’anno sottostimato per almeno venti milioni», spiega a liberal il consigliere Rai in quota Udc. Cifre che danno il capogiro, non c’è dubbio. E che fiondano in un’imperscrutabile logica lynchiana, la tentata sospensione di Santoro (24 per cento di share, sei milioni di spettatori, pingue raccolta pubblicitaria) per due settimane. A conti fatti una bel po’ di spiccioli in più nel dissestato forziere dell’azienda pubblica. Proprio come Vieni via con me, che invece rischiava, come abbiamo appreso dai testimoni della vicenda, di non partire affatto. «Viviamo in democrazia – osserva De Laurentis – e che piaccia o no Santoro ha i numeri dalla sua parte ed è una risorsa dell’azienda. La sanzione richiesta per il conduttore di AnnoZero rientra nelle prerogative di Masi, ma penalizzare la Rai e i sei milioni di spettatori che seguono il programma è del tutto inopportuno. Si possono condividere oppure no, le posizioni assunte dal programma, ma chi non gradisce ha a disposizione un unico ed efficace strumento tipico delle democrazie: il telecomando». Contenuti e costi, nella Rai della gestione Masi, sembrano intrecciati in un abbraccio reciproco e mortale, dunque, ma ciò che denunciano con grande vigore i consiglieri Rai è la mancata attuazione del Piano Industriale. «Masi l’ha presentato in maggio – spiega Rodolfo De Laurentis – noi l’abbiamo approvato, ma ad oggi è rimasto lettera morta. Un ritardo che ha prodotto  effetti negativi su un bilancio che avrebbe potuto essere alleggerito». Perché tanti tentennamenti? «Per molto tempo Masi non ha reso partecipe il management delle difficoltà e delle decisioni adottate per superarle. Invece di aprire subito il dialogo con i sindacati ha sottaciuto a lungo la triste realtà, minimizzandola sempre nelle rare occasioni in cui ci ha incontrato» Molto attivo sul fronte delle smentite e delle querele, non ultima quella contro il Fatto Quotidiano, colpevole di aver indicato nella sua compagna, Ingrid Muccitelli, la fresca conduttrice di un nuovo programma Rai, Masi ha invece indugiato nel dare corso al nuovo Piano Industriale. Perché? «Credo che il direttore generale abbiamo voluto rimandare gli effetti negativi di un piano rigoroso, lacrime e sangue, che provocherà grandi scontri tra le parti sociali –  commenta il consigliere di amministrazione della Rai – Ma delle due l’una: o il dg lo applica senza esitazione, oppure deve lavorare ad altre formule di concerto con i sindacati». Che in attesa delle lacrime e del sangue, non sono a corto di motivi d’indignazione. Su Masi, l’Usigrai ha indetto una sorta di referendum. Dal 9 all’11 novembre i giornalisti saranno chiamati ad esprimersi su un concetto inequivocabile: “Alla luce delle politiche aziendali fin qui perseguite, esprimi fiducia nel direttore generale, Mauro Masi?”. Ma al netto della smentita sulla conduzione del programma – che comunque è stato confermato dalla Endemol che lo produce – il nome della Muccitelli non è l’unico a destare i grattacapi del dg. Ad esempio, in tempo di crisi irreversibile, è abbastanza curioso cercare di capire l’insistenza con cui Masi sta cercando di portare Franco Ferraro, caporedattore di Skytg24 contiguo alla Lega, alla guida di RaiNews. «Una mossa fuori luogo, visto che la Rai può contare su 1700 giornalisti professionisti che potrebbero ben figurare al posto di Corradino Mineo», obietta De Laurentis. Nottole ad Atene, insomma. Come un altro berlusconiano alla guida del servizio pubblico: Susanna Petruni, che Masi vuole imporre alla guida di Rai2 al posto dell’ex An, Massimo Liofredi. Di queste nomine, si sarebbe dovuto discutere ieri. Non fosse che il cda è saltato, e che anche Paolo Garimberti ha voluto testimoniare solidarietà alle scelte di Masi con un gesto simbolico: ha minacciato le dimissioni. Il presidente della Rai, aveva accolto così la nomina di Liofredi: «Dico soltanto che erano state proposte candidature professionalmente assai più inadeguate». Anche il male minore ha confini ontologici precisi, insomma. «Ciò che serve alla Rai è una guida in grado di lavorare nell’interesse esclusivo dell’azienda e per rafforzare il suo ruolo di servizio pubblico», conclude Rodolfo De Laurentis. Ma la denuncia dei conti Rai, ripresa da Bersani, non è affatto piaciuta a Gasparri, che parla di «minacce verso il servizio pubblico che nascono dalla concezione proprietaria della Rai tipica della sinistra». Notevole, visto che la procura di Trani ha indagato la concezione liberale tipica del premier per concussione. Vuoi vedere che questa Rai che tutti vogliono libera dai partiti affonderà lo stesso?

mercoledì 20 ottobre 2010

Caso Saviano, ora Masi ha toccato il fondo del bicchiere


Roma. Prima la denuncia, poi la smentita, infine il via libera. Ancora una volta, dopo Parla con me, Report e Annozero in Rai è andata in onda quella farsa in tre atti che sembra diventato il format di maggiore successo di viale Mazzini.
Per Mauro Masi, si è trattatto stavolta di chiarire sulla difficoltosa situazione di Vieni via con me, programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano dedicato a pruriginosi aspetti della realtà italiana come la mafia, la camorra, e il terremoto in Abruzzo. Per il direttore generale del servizio pubblico, soltanto un problema di budget: «Non c’è alcuno stop ma soltanto un doveroso approfondimento portato avanti dagli uffici competenti, come giusto che sia, in merito a richieste economiche per Rai molto significative». Nel mirino del dg c’era in particolare l’ospitata di Roberto Benigni, e un cachet di 250mila euro. Ma più tardi, il manager del comico toscano, Lucio Presta aveva smentito difficoltà di natura finanziaria: «I soldi non c’entrano, Roberto andrebbe anche gratis, è una scusa per mettere i bastoni fra le ruote al programma». Il manager ha infatti spiegato alla stampa: «Quando sono andato in Rai per aprire la trattativa sulla partecipazione di Benigni a Vieni via con me per la prima volta nella mia vita non ho chiesto una cifra ma mi sono limitato a chiedere quale fosse l’offerta dell’azienda. Mi è stata fatta un’offerta di 250mila euro e io l’ho accettata subito, senza discutere. Poi ho chiesto se potevano essere conservate le clausole, diritti compresi, che abitualmente vengono inserite nei contratti per Benigni. Mi è stato risposto: ti faremo sapere. Poi mi hanno dato il via libera, fatta eccezione per i diritti su quel passaggio tv che sarebbero rimasti alla Rai. Ho accettato ancora una volta, dando l’ok alla stipula del contratto. Nel pomeriggio mi ha chiamato un importante responsabile dell’ufficio scritture per comunicarmi un’offerta pari a un decimo di quella pattuita, prendere o lasciare: una decurtazione, mi è stato spiegato, chiesta dalla direzione generale. E naturalmente ho lasciato. È chiaro però che i problemi di natura economica mi sono sembrati una scusa». Un racconto assai circostanziato, che ha indotto i vertici Rai a dare vita al terzo atto del format: se Benigni viene gratis non c’è nessun problema. Ma se anche stavolta arriva il semaforo verde, resta la sensazione di un via libera che ancora una volta supera in goffaggine il comune senso del pudore contro cui solitamente si scagliava la censura nostrana. «Stanno venendo al pettine tutti i nodi di una gestione ambigua del servizio pubblico», dice a liberal il deputato Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione di Vigilanza Rai. «Masi è stretto nella tenaglia del premier che vuole un’informazione omologata e non dissenziente – prosegue Rao – nonostante che le recenti scelte di La7 e i programmi di approfondimento politico dimostrino una grande sete di punti di vista diversificati e non in linea con i desiderata propagandistici del Cavaliere». Il caso di giornata, quello che coinvolge la censura ex ante di Roberto Saviano che parla di camorra, rifiuti e macchina del fango in prima serata, è particolarmente rilevante. Perché raccontare la malavita organizzata in prima serata dovrebbe irritare la maggioranza e mettere in moto la maldestra macchina della censura? «Non c’è ancora censura, ma di certo c’è la spinta costante verso l’omologazione», obietta Rao, «il vero problema è che gli interessi del premier e quelli dell’azienda pubblica entrano in cortocircuito, e Masi cerca piuttosto che il pugno di ferro, la morbidezza dell’ostacolo burocratico presentato sotto forma di impedimento e cavillo». Ma nella partita di viale Mazzini, c’è anche una rilevante questione economica. Che nel caso di Annozero, ad esempio, sacrifica in nome della politica del Sovrano ingenti introiti pubblicitari.

«La strategia di Masi si è finora rivelata perdente – chiosa il deputato centrista – perché i provvedimenti ex ante non hanno fatto altro che incuriosire il pubblico televisivo, coinvolgendo anche settori di audience solitamente disinteressate a programmi di approfondimento come Report. E c’è poi il caso Annozero, che per Rao «finisce con l’esaltare la vocazione al martirio di Michele Santoro». Ma la contraerea Rai, è tutto tranne che sprovveduta, viene da osservare. Ne sia riprova il salottino televisivo di Bruno Vespa, naturale prosecuzione di quello casalingo e assai ben frequentato, andato in onda l’altra sera a Porta a porta. «La televisione che sparla di se stessa – osserva Rao – è di per sé sintomo di una grave decadenza del servizio pubblico. Ma la stessa Rai che mette alla gogna i propri programmi è davvero il fondo del barile». «È incredibile – prosegue il centristra – che il direttore generale della Rai parlasse nello studio di Porta a porta di un’altra trasmissione Rai come Annozero e contro Michele Santoro. Quello che è successo l’altro giorno da Vespa mi pare il simbolo più icastico di quale stato di anomalia domini a viale Mazzini». E molto critica, sul caso Benigni-Saviano, è stata ieri anche l’opposizione. «Masi stavolta si è superato e ha messo in atto una censura da Oscar - dice il portavoce Idv, Leoluca Orlando «Chi ha paura di un simbolo della lotta a tutte le mafie come Roberto Saviano? Anche un premio Oscar come Benigni non ha diritto di essere ospitato in Rai e lo si lascia senza contratto. Garimberti e Zavoli intervengano, con Masi l’azienda ha letteralmente toccato il fondo». «Ogni giorno in Rai c’è un caso – rincara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – evidentemente c’è un caso Rai, un’azienda che non riesce a essere un’azienda, a mettere in valore le sue enormi possibilità». «Un’azienda che mette sullo schermo Benigni dovrebbe fare i salti di gioia – continua il segretario – e risolvere eventuali problemi senza ogni volta aprire casi perché nel Paese ci sono tante altre questioni più importanti».
E anche Farefuturo, fondazione vicina a Gianfranco Fini che ben conosce il prezzo del dissenso, ha parlato di «Potere chiuso in un bunker». «A guardare in faccia gli scherani di Berlusconi li vedi terrorizzati da qualsiasi voce alternativa. E allora hanno attaccato qualsiasi nemico potesse dar fastidio al manovratore», scrive il direttore di Ffwebmagazine, Filippo Rossi. «Non sopportano chi spariglia le carte – attacca Rossi – chi vuole ragionare senza obbedire, chi vuole raccontare il Paese che è, e non per quello che vorrebbero loro. Non sopportano la complessità». Abituati alle brochure autocelebrative, e agli haiku di Sandro Bondi, c'è da capirli.

giovedì 14 ottobre 2010

Santoro sospeso: ora che è arrivata la pipì fuori dal vaso, Masi può raccoglierla nel bicchiere

Roma. Dieci giorni di sospensione e di mancata retribuzione a partire da lunedì 18 ottobre. Differita, agognata, estorta dal Cavaliere a suon di minacce e insulti rivolti ai suoi stallieri piazzati all’Authority e alla Rai, la fatwa contro Michele Santoro è infine arrivata. Ieri mattina il conduttore di Annozero è stato raggiunto da un provvedimento disciplinare dell’azienda pubblica, che è la naturale prosecuzione del richiamo della direzione generale per la puntata d’apertura del programma di informazione. Santoro non sembra affatto pronto ad obbedir tacendo, facendo sapere che «reagirà con tutte le forze e in ogni sede», contro un «provvedimento di gravità inaudita, ad personam». E una certa gravità, sembra emergere anche dalle parole del presidente Rai, Paolo Garimberti, che giudica l’intervento di Masi «un provvedimento di esclusiva sua responsabilità», precisando di non condividerlo perché «manifestamente sproporzionato».

A scanso di terribili equivoci, il dg Mauro Masi precisa che il confino imposto a Santoro non è in nessun modo «riconducibile ad iniziative editoriali tendenti a limitare la libertà di espressione o il diritto di critica». Postilla alquanto singolare, se raffrontata all’opinione che l’immemore Masi aveva dell’argomento soltanto qualche mese fa, quando il premier gli intimava al telefono l’immediata chiusura di Annozero. «Dopo la D’Addario – si rammaricava il direttore generale – c’era spazio e modo per poter intervenire mille volte, non lo abbiamo fatto, non è stato fatto, e ci troviamo adesso questa roba qui». E aggiungeva speranzoso: «L’unica cosa che può servire veramente é che se lui (Santoro, ndr) fa la pipì fuori dal vaso stasera...». Da allora, Masi aveva pazientemente atteso sulla sponda del fiume, il sospirato tracimo. Finchè l’illecita minzione non si è addensata nel celebre bicchiere libato dal conduttore a metafora della libera informazione nel corso della prima puntata della stagione. Lo stesso che Santoro aveva rivolto, accompagnato da un “vaffan”, a Mauro Masi. Il direttore generale Rai contesta al conduttore violazioni come «l’uso del mezzo televisivo a fini personali», e reputa il monologo «un attacco diretto e gratuitamente offensivo al dg per una circolare a garanzia dell’equilibrio all’interno dei programmi di approfondimento informativo, che è stata approvata dal Cda». Masi sottolinea però che non c’è «nessuna censura» e e che «non esistono dipendenti più uguali degli altri o zone franche (tipo la biblioteca di Minzolini) all’interno delle quali sia possibile garantirsi il diritto all’impunità, tanto più quando si arriva a insultare il capoazienda in diretta televisiva con una modalità di contenuti ed espressioni che crea un caso che non ha precedenti al mondo». Un po’ come il fatto che la Rai sia l’unico servizio pubblico al mondo, in cui un conduttore riesca ad andare in onda soltanto grazie a una decisione del Tribunale. Ma la replica di Santoro non si fa attendere: «Una punizione nei miei confronti si trasforma così in una punizione per il pubblico, per la redazione, per gli inserzionisti, per la Rai. E spezza le gambe ad un programma di grandissimo successo – aggiunge – già sottoposto ad una partenza ad ostacoli».

Per tentare di rimuoverne qualcuno, del genere di quelli emersi alla procura di Trani, ieri i futuristi Italo Bocchino e Benedetto Della Vedova hanno presentato una proposta di legge sulla privatizzazione della Rai che prevede la vendita dell’intero capitale statale entro il giugno 2011 e una tassa sugli spot per finanziare il servizio pubblico, svolto dalle emittenti private con concessione e con affidamento per gara. Un provvedimento che affianca la mozione sul pluralismo nella Rai, che sarà discussa a metà novembre su impulso di Fli. Il presidente del Consiglio, intercettato, aveva avvisato i suoi scherani: «Mi raccomando perché adesso entriamo in una zona di guerra, veramente brutta». Ma ora che l’obice ha finalmente centrato Michele Santoro, nessuno potrà più negare che quella di Berlusconi sia stata una tempesta scatenata in un bicchiere.