mercoledì 5 ottobre 2011

«Processate pm e pg di Perugia, quelle prove hanno fatto ridere il mondo». L'attacco dell'ex avvocato di Bettino Craxi

Da Liberal 5 ottobre 2011

Roma. «La sentenza della corte d’Appello di Perugia è una sentenza coraggiosa che premia tra l’altro l’indipendenza dei giudici popolari dall’enorme pressione mediatica. Ma gli strepiti colpevolisti, le rimostranze da stadio, dimostrano come questo Paese abbia smarrito del tutto la cultura del diritto a favore del pressapochismo catodico. Non si fanno processi dal verduraio ma sulla base della dottrina giuridica». Parole schiette, persino controcorrente, ma soprattutto coerenti. Perché nella sua lunga carriera, Giannino Guiso ha difeso Renato Curcio, Graziano Mesina, camorristi eccellenti, ma anche ufficiali della Guardia di Finanza. E, com’è noto, il leader socialista Bettino Craxi. «Molti mi hanno chiesto come abbia potuto difendere dei colpevoli», racconta, «ma per chi conosce il diritto la risposta è semplice: il colpevole non si giudica dalle apparenze, ma dalle prove».
Le prove avvocato. Quelle che sembravano esserci in primo grado, e adesso sono state confutate.
L’esperienza mi ha indotto a pensare che quando una sentenza di condanna si contrappone a un’altra di colpevolezza, è segno che la prova decisiva non esiste.
Molti hanno polemizzato sugli anni di carcere inflitti ai due innocenti.
Chi polemizza dimentica che è stata la stessa giustizia italiana a rendere la libertà ai due giovani.
Incarcerati ingiustamente. È proprio così?
La detenzione è una misura dolorosa, rattrista dal punto di vista umano, ma è prevista dalla legge ed è conseguita al giudizio di primo grado. Domando: se in primo grado i due giovani fossero stati assolti, e in secondo condannati, che cosa sarebbe successo?
Immaginiamo.
L’onda emotiva avrebbe sospinto molti a stracciarsi le vesti per due assassini lasciati in libertà.
Polemiche anche sulla lentezza del processo, che ne dice?
È vero, il nostro sistema soffre di lungaggini indubitabili. Ma bisogna fare attenzione, perché spesso i tempi lunghi si fanno garanti di un processo giusto e non sommario in quanto derivano dalle alte istanze garantiste incardinate nella cultura giuridica del nostro Paese.
Ma perché la sentenza di Perugia ha scatenato tanta indignazione popolare e facili strumentalizzazioni sulla giustizia sommaria?
Ci sono due ragioni fondamentali: da una parte c’è una certa cultura giustizialista pronta a esaltare i giudici quando condannano, e a marchiarli a fuoco quando assolvono.
La seconda. Colpa della tv?
Colpa di un cortocircuito mediatico che istituisce processi paralleli dal salotto al divano. Gli show condizionano terribilmente l’opinione pubblica.
Ormai è come per il calcio e gli allenatori: in Italia ci sono 56 milioni di giudici.
La giustizia non ammette tifoserie, ma soltanto prove. Non è il bar sport. Non si gioca con la vita delle persone.
Le prove, prima fumanti e ora carenti, hanno ribaltato il giudizio sulla Knox e Sollecito. Perché?
È semplice. Le perizie sul gancetto di reggiseno e sulla macchia di sangue hanno fatto ridere il mondo.
Mondi come gli Stati Uniti. Crede che ci siano state pressioni esterne, dietro la sentenza di Perugia?
Lo escludo. Tutto si può dire della magistratura italiana, tranne che essa si faccia condizionare dalle ingerenze di altri stati.
E che cosa si può dire, invece?
Le uniche influenze che in Italia contano sono di matrice ideologica. Ma riguardano solo alcuni. La maggior parte dei magistrati italiani sono persone splendide, al di sopra di ogni dubbio.
Altro punto dolente sottolineato da molti. Stabilito che Guede non ha agito da solo, chi c’era con lui?
È stato sostenuto che il ragazzo non ha agito da solo. Ma la gente deve comprendere che per la giustizia questa altra persona deve avere un volto, una collocazione sulla scena del delitto, e una prova a lui collegata che ne implichi la partecipazione all’omicidio.
I gusti dei telespettatori sono diventati parecchio cruenti. Si annoierebbero.
Non si danno colpe per esclusione, né per ipotesi. È un ragionamento da mercatino che in tribunale non ha valore. La colpevolezza deve essere provata al di là di ogni ragionevole dubbio.
Giustizia è fatta, o giustizia da rifare?
La giustizia cerca la verità processuale. Quella assoluta resta metafenomenica. E non compete alle aule di tribunale. Il coraggio dei giudici popolari di Perugia, dev’essere d’esempio. Hanno saputo liberarsi dalla morsa mediatica, e anzi l’hanno usata per affinare il loro senso critico.
Il pm Comodi ha parlato però di una «sentenza che non fa giustizia».
Sono dichiarazioni irresponsabili, come quelle del procuratore generale che ha usato argomenti incredibili del tipo “Pensate alla vittima” o “Condannate Amanda, altrimenti scappa in America”. Non si fa leva sull’emotività, si portano all’attenzione prove. Entrambi meriterebbero un procedimento discliplinare. (f.l.d)

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