giovedì 6 settembre 2012

Il ricatto dei coloni dell'Alcoa e il ridicolo liberismo all'amatriciana: quello che nessuno vi ha detto su Portovesme

Da Liberal 6 settembre 2012

Portovesme deve chiudere perché è uno degli stabilimenti Alcoa con i più alti costi di produzione, perché nel quarto trimestre del 2011 ha segnato perdite da 193 milioni di dollari a fronte di un utile di 258 milioni registrato nello stesso periodio del 2010, e poi perché il prezzo dell'energia, gestito in regime di duopolio da Enel ed E.on ha reso ormai insostenibile il business della produzione di alluminio in Sardegna, anche a causa di un quadro globale catastrofico che ha abbattuto del 27 per cento il valore del trading sui metalli, noto come indice Lme. Sono state addotte le solite inappellabili fatwe del libero mercato, a proposito dell'imminente sfacelo dell'impianto sardo. Numeri crudeli, in apparenza ineluttabili, che nello svelarsi celano però le più profonde verità in merito a una vicenda che sin dall'origine ha rappresentato invece la sistematica e indecente violazione dei sacri principi liberisti: gli stessi che si pretendono inviolabili quando si tratta di salvaguardare i dividendi altrui a scapito dei lavoratori, e che si accantonano con aria premurosa quando si tratta di scaricare sugli stessi i fallimenti privati. La vicenda dell'Alcoa, come quella di numerose altre privatizzazioni all'italiana, è il simbolo di un capitalismo all'amatriciana inficiato dall'intreccio perverso di cattiva politica, miopia industriale e bieco opportunismo elettorale. Perché oggi, a distanza di sedici anni dalla vendita della nostra Alumix al colosso americano, nessuno ha voluto ancora spiegarci perché, come denunciato a suo tempo dall'allora consigliere di An, Antonello Liori, gli stabilimenti della nostra partecipata dell'alluminio, valutati circa duemila miliardi delle vecchie lire, furono svenduti all'incredibile prezzo di 380 miliardi, senza contare i circa 600 miliardi di lire di capitale circolante che secondo Liori furono incassati dalla multinazionale. Ma non è tutto, perché a fare dell'Alumix l'affare del secolo, ci fu anche la straordinaria munificenza dello Stato italiano, che incassò sì i miseri 380 miliardi da Alcoa, ma si impegnò per giunta a pagare 1200 miliardi di lire di debito che gravavano sull'azienda. Basterebbe questo per farsi beffe di chi predica indefesso la dura legge della globalizzazione e del mercato che come la rupe Tarpea, decreta chi è degno di vivere e di morire. E invece la ridicola pratica neoliberista in salsa italico-coloniale, è proseguita nel tempo. Perché l'Alcoa ha deciso di chiudere, guarda caso, proprio quando i sussidi di Stato per alleviare i costi dell'energia elettrica sono stati sospesi a causa di un'infrazione europea. Dal 1995 al 2009, l'azienda americana subentrata alla Efim, ha goduto di un lauto rimborso sul prezzo dell'energia che gli italiani hanno pagato in bolletta dal ‘95 al 2005, e che non fu valutato come aiuto di Stato perché legato agli accordi raggiunti nel processo di privatizzazione. Ma quando nel 2006 gli aiuti furono prorogati, l'Alcoa godette di uno sconto di 172 milioni di euro per il 2006, di 158 per il 2007, di 210 per il 2008 e di 16 milioni fino al 31 gennaio del 2009. Cifre che sommate a quelle dei dieci anni precedenti arrivano alla stratosferica cifra di due miliardi transitati dalle tasche degli italiani al business privato dell'azienda americana. Non fosse che gli aiuti concessi dal governo in proroga nel 2004 e nel 2005 sono stati reputati illegittimi dalla Commissione europea. Ragione per cui, ancora oggi, la multinazionale deve allo Stato italiano, al di là di sconti e agevolazioni colossali, 328 milioni di euro di aiuti illegittimi che non ci sono mai stati restituiti, nonostante rappresentino una mancia simbolica, rispetto ai miliardi di Stato che noi cittadini abbiamo "investito" nell'alluminio sardo. Oggi la leader della Cgil, Susanna Camusso, fa sapere a proposito della vicenda Alcoa «che il nostro Paese non può permettersi di lasciar chiudere grandi imprese» e che «l'Italia senza industria non ha futuro». E il numero di uno di Confindustria, Giorgio Squinzi, commenta che «il problema è quello di avere una politica industriale chiara» e che il salvataggio dei lavoratori di Portovesme «è legata al costo dell'energia». Tutto vero e tutto giusto, certo. Ma allora qualcuno ci deve spiegare perché la nostra energia costa il 30 per cento in più che negli altri Paesi europei, perché in Sardegna Enel ed E.on spadroneggiano indisturbate imponendo tariffe maggiorate di dieci punti che secondo la Commissione europea sono ingiustificate, perché nessuno bussa alla porta di Alcoa in fuga e si faccia restituire parte dei regali quantificabili in 328 milioni di euro che ai migliaia dei prossimi disoccupati dell'impianto farebbero parecchio comodo. E soprattutto, nel giorno in cui il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci, lascia filtrare un tenue spiraglio a proposito dell'interesse degli svizzeri della Glencore, qualcuno deve dirci perché, una volta svenduta la Alumix, non si è per lo meno provveduto a rendere utile il sacrificio di un pezzo del nostro patrimonio, tentando di creare in Sardegna infrastrutture dignitose, trasporti efficienti e soluzioni energetiche sostenibili che avrebbero evitato il crac di 1770 imprese isolane. Cattiva politica e cattivo mercato in Italia corrono da sempre a braccetto, è vero. Ma immaginare un libero mercato senza politiche industriali, senza soldi veri da investire al di fuori del suicidio dell'austerity è un abominio. È il mercato che deve rendersi utile ai cittadini, e non i cittadini al mercato. Se l'Europa non se ne accorge, il disastro sarà inevitabile. A Portovesme come nel resto del Vecchio continente. (f.l.d)
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