mercoledì 25 novembre 2009

Il cinema, l'Europa, la guerra e l'amore. A tu per tu con un maestro della settima arte: Krzysztof Zanussi

Da Liberal 25 novembre 2009


«Il cinema oggi non è più una semplice arte perché nel corso degli anni ha inglobato passioni, popoli e momenti storici. È diventato un mezzo di comunicazione universale che supera confini e identità ristrette e perciò riveste un’importante missione. Contro quanti gettano discredito sull’umanità, ne ridicolizzano le passioni e le intenzioni più nobili, ne riducono le pulsioni a puri istinti meccanici privi di senso, il cinema può e deve restituire fiducia nell’uomo. L’essere umano non è un rifiuto, e all’arte spetta il difficile compito di ridare ai giovani i propri sogni, la voglia di crescere, l’entusiasmo di potere costruire la propria libertà ogni giorno. In una parola, la speranza». Maestro di cinema, e ambasciatore di Solidarnosc nei tempi bui della repressione, Krzysztof Zanussi ha coniugato l’impegno civile e la lotta per la libertà, alla fattura di pellicole sublimi come Constans e Illuminazione, in cui angoscia e speranza, vissute prima ancora nella vita che nell’arte, trovano una efficace sintesi nell’inesausto desiderio di senso. Una vita, quella del regista polacco nato a Varsavia nel 1939, in cui è impossibile scindere l’arte dalla biografia. Che solo lui poteva raccontare, nel bel libro, "Tempo di morire", uscito in questi giorni per Spirali.

Maestro, da che cosa nasce l’esigenza di raccontarsi in questo libro?

Mi piaceva l’idea di riflettere sulla mia vita, ma senza l’assillo e l’innaturalezza che ha nella nostra memoria l’ordine cronologico. Si parla delle mie avventure nel cinema, della mia vita privata, dei personaggi più significativi che ho incontrato. Uomini politici, incontri, viaggi, suggestioni e idee che hanno ispirato le mie sceneggiature. E poi l’esperienza che mi ha portato a realizzare Da un paese lontano, la storia di Karol Wojtyla.

Si intitola “Tempo di morire”.

Rassicuro tutti sulla mia salute. Il titolo prescelto sintetizza un cambiamento. Chiuso un certo periodo della nostra vita, come dice San Paolo, bisogna morire, lasciare da parte il vecchio uomo che c’è in noi, per lasciare che ne nasca uno nuovo. Un uomo finalmente libero. Ho vissuto insieme ad altre persone un lungo periodo di dittatura, che se non è stato proprio di schiavitù, di certo ha pesantemente limitato la nostra libertà. Avevo bisogno di chiudere definitivamente quel capitolo della mia vita.

Di recente ha incontrato il papa in occasione del decennale della “Lettera agli artisti” scritta da Karol Wojtyla. È ancora attuale?

Lo è ancora come sempre sarà attuale la bellezza. Spesso dimentichiamo che essa è un bene comune. E che talvolta l’artista si trova osteggiato da chi questo bene lo amministra male, o lo spreca. Allo stesso tempo, l’artista deve essere mosso dalla voglia di preservare i veri valori del mondo, ma se le sue opere sono animate solo da spirito distruttivo, le sue creazioni non sono più aggressive, ma trasgressive.

Lei ha affrontato in prima persona le battaglie di Solidarnosc. Che idea si è fatta della libertà?

Abbiamo conquistato la libertà in seguito a una grande lotta, ma ci siamo resi conto che la libertà non è un valore assoluto. È un mezzo che guida lo sviluppo dell’uomo. Non è cioè un valore oggettivo, ma qualcosa che ha a che fare con le migliori condizioni possibili perché l’individuo prosperi. Questa crescita, non solo materiale ma anche spirituale, rappresenta per me un bene ultimo. La libertà non è che la condizione per essere liberi, ossia la premessa per realizzarla.

Com’era la vita di un artista sotto il regime comunista?

Abbiamo rischiato la persecuzione e la violenza fisica, molti le hanno subite entrambe. La libertà di espressione veniva a volte punita con periodi di carcerazione, e sotto lo stalinismo si pagava anche con la morte. Era un grande rischio diffondere le nostre idee, ma attorno a noi sentivamo il supporto della gente, e quindi ci sentivamo, più che intellettuali autoreferenziali, portavoce della gente e dei loro bisogni. Era un processo di continuo scambio, che ci infondeva coraggio.

Che ruolo ha avuto la Chiesa, nella vostra rivolta?

Per la gente, sentire un intellettuale gridare a voce alta il dissenso era liberatorio, e allo stesso tempo tutti gli artisti che correvano dei rischi, ricevevano dal popolo un enorme sostegno emotivo. La Chiesa è stata in Polonia il terreno comune in cui sono fermentati i sentimenti di tutti. Non a caso i cattolici hanno pagato un prezzo molto alto. Il cardinale Stefan Wyszyski, come sappiamo, fu incarcerato perché nominava la parola “libertà”.

Eppure, in uno dei suoi recenti film,”Persona non grata”, si avverte la sensazione che l’originaria ispirazione del movimento sia stata tradita.

Come è tipico dei grandi momenti storici, spesso si passa da uno stato di grande esaltazione, in cui tutta la società sogna di essere migliore, a uno stato di realtà. La marea si abbassa, lo spirito umano perde slancio e ci si accorge di non essere così belli e buoni come si era stati nel periodo della lotta. È capitato anche a noi di Solidarnosc. I nostri primi governi furono poco attenti alla professionalità e molto ispirati dagli ideali. Poi pian piano, come in altri Paesi d’Europa, l’uomo pubblico a cominciato a discendere la china.

Ci spieghi meglio.

Sono rimasti in pochi, i vecchi idealisti di allora. La maggior parte della classe dirigente si è resa complice di un disegno che ha messo al centro la corruzione e i compromessi. Ciò che è rimasto dei tempi della battaglia è la sete di purezza e di libertà interiore. Il protagonista di Persona non grata è uno di quelli che non vuole cedere il passo alle nuove regole, e difende orgogliosamente i suoi principi.

Nel suo “Constans“, che è di trent’anni fa, c’è già tutto di questa crisi economica.

È un film che riflette sul conflitto tra la mediocrità della quotidianità e gli ideali. Nel mio Paese, e più in generale in tutta l’Europa post-comunista, si è fortemente radicato il desiderio di vivere un’esistenza più pulita, più onesta. Io ho cercato di trasferire questo sentimento nel personaggio del mio film. Mi sono accorto che, affrontando temi come la corruzione, la truffa, la menzogna era molto attuale. Perciò l’ho rivisitato, montandolo insieme a pezzi del film originale

Nel libro si parla di un suo caro amico: Karol Wojtyla. Ci spiega il segreto di un uomo amato come nessun altro nella storia?

Il suo segreto era tutto nel suo profilo armonioso. Era un uomo di azione e un uomo di contemplazione, un uomo attivo ma anche un uomo della preghiera, un intellettuale ma anche un operaio, uno che conosceva e parlava il linguaggio comune come il lessico degli intellettuali. Era un artista, un accademico, ma anche un uomo che conosceva la fatica ed era stato tra la gente. Wojtyla è un unicum, perché il suo carattere fu formato da una biografia irripetibile.

In molti suoi film, come “Il sole nero”, si parla di amore travagliato. È nel dolore, che questo sentimento si mostra in tutta la sua potenza?

L’amore è un sentimento in estinzione, nella nostra società. Molti cambiamenti nel costume, lo sviluppo di nuove e temibili patologie, gli eccessi di scopo dei ritrovati anticoncezionali, hanno separato i nostri istinti, congelato i nostri ormoni, ci ha allontanati da sentimenti alti e stratificati, raggiungibili solo se si dà alla natura lo spazio e il tempo di farci crescere. Anche nell’arte, l’amore ha ormai poco spazio. Si assiste piuttosto a continui tentativi che dimostrano come amare sia impossibile, che l’amore sia fatto solo di egoismi e istinti violenti che mimano le passioni. Ma il grande amore è sparito anche dalla cultura popolare, quella che ha prodotto capolavori come Romeo e Giulietta, per intenderci.

Augustin, giovane matematico di ”Imperativo” si interroga su Dio e finisce in una clinica psichiatrica. La psicoanalisi ha finito per medicalizzare ogni aspetto della ricerca interiore umana, visto che talune branche della stessa, sempre più simili a sette, additano come malati di mente quanti coltivano sentimenti religiosi?

Alcune aree della psicoanalisi hanno appiattito l’uomo a una materialità greve, che spesso incardina le credenze religiose dentro disturbi patologici. L’istinto religioso appartiene invece all’uomo, che non può essere ridotto a pura materia da scomporre e ricomporre.

Lei ha viaggiato molto. Esiste il sentimento di Europa, o è solo un castello di carte?

L’Europa non ha ancora finito di fare i conti con se stessa e con i fatti più sanguinosi che ne hanno macchiato la storia, specie quella del Novecento. Vecchi revanscismi restano in piedi, e pronti a saltare fuori ogni qualvolta si apre una disputa intorno a questioni di approvigionamento energetico o quant’altro. Nei Paesi che hanno vissuto il giogo stalinista, non si è mai aperta una vera riflessione su quei tempi, così come in Germania il nazismo è stato più relegato in soffitta, che digerito. E lo stesso è accaduto per il fascismo, con il quale ci si è misurati con approssimazione e superficialità. Ci sono ancora troppi scheletri lasciati dentro gli armadi, e il fatto di non avere la coscienza pulita impedisce a tutti di guardare con fiducia ed entusiasmo al futuro.

E dell’Italia attuale, che gliene sembra?

Ho l’impressione che il Paese si sia imbarcato in una lunga transizione. Mi pare domini una certa confusione e una serie di segnali contrastanti, che impediscono di capire bene dove la transizione possa approdare.

Insieme a Kieslowski, polacco anche lui, lei è uno dei registi che più si è interrogato sulla spiritualità.

È sempre stato un mio amico intimo. Ma al di là di questo, è difficile tracciare l’origine di questa vicinanza spirituale, per così dire. Si tratta credo di un imperativo, di una certa angoscia esistenziale suscitata in noi dalla violenza del comunismo e dagli orrori della guerra. Siamo stati uomini appesi a un filo, in preda a una precarietà che ci ha sospinti verso la ricerca di un bandolo a cui far risalire quel filo.

Lei insegna in giro per l’Europa. Che idea si è fatta dei giovani di oggi?

Ciò che mi dà maggiore soddisfazione è incontrare i giovani che con il cinema non hanno a che fare in senso professionale. Oggi insegnare cinema non è più qualcosa che ha a che fare con l’accademia, perché il linguaggio cinematografico si è talmente radicato ed esteso da essere multidisciplinare. Da essere diventato cioè una sorgente di riflessione e dibattito sui temi del presente, del passato, e del futuro. E i giovani di oggi, hanno tanta voglia di futuro, e tanta paura. (f.l.d)

lunedì 23 novembre 2009

Ritorna l'Onda, e i soliti schizzi di fango della Gelmini si sollevano contro l'oceano di proteste


Lo tsunami scatenato dalla riforma del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gemini , ieri ha sollevato di nuovo le onde per niente anomale del mondo studentesco. Sono state più di cinquanta le città italiane che ieri hanno ospitato manifestazioni di protesta. In occasione della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio, i giovani  hanno sfilato da Torino a Palermo, concedendo ben poco al beneficio d’inventario. Nel capoluogo piemontese gli studenti si sono resi protagonisti di un fitto lancio di uova e carta igienica contro la sede regionale del Miur, mentre altri hanno occupato il rettorato.
Tra i molti episodi, una finta rapina in banca messa in scena da due giovani, che portavano a spasso due caschi neri colmi di banconote che recavano l’effigie della Gemini. Toni non troppo collaborativi anche a Milano, dove numerosi studenti hanno levato voci di protesta contro il ministro, dopo lo sgombero di sabato scorso del liceo civico Gandhi. Il corteo ha concluso il percorso a piazza Mercanti, dove l’incontro con i carabinieri in assetto antisommossa ha prodotto più di qualche tafferuglio. Non priva di coloriture situazioniste le ondate di protesta nella Capitale, dove i partecipanti hanno percorso le vie cittadine tenendo in pugno delle banane, frutti che ispirarono a O.Henry la celebre metafora che saluta tutt’oggi le repubbliche dittatoriali di stampo latino-americano. La manifestazione è partita da piazza Vittorio per concludersi all’università La Sapienza con un’assemblea pubblica. Cortei di protesta anche nei due principali poli universitari siciliani. A Palermo una manifestazione che è partita da piazza Politeama per concludersi davanti alla presidenza della Regione, a Catania un corteo partito da piazza Roma. Da Nord a Sud, gli slogan si sono incentrati sul futuro dell’istruzione. In particolare quella pubblica, sottoposta negli ultimi mesi a pesanti riduzioni di fondi.
Nel mirino della mobilitazione studentesca, coordinata da Unione degli universitari, coordinamento degli studenti universitari “Link”, e da Unione degli studenti e Rete degli studenti in rappresentanza delle superiori, i tagli alla formazione scolastica e universitaria, il conseguente disegno di legge che spalanca ai privati le porte degli atenei, l’ulteriore ridimensionamento del diritto allo studio e la riforma delle superiori. Cahiers de doléances che trovano nel motto della Giornata di mobilitazione internazionale per il diritto allo studio un’efficace sintesi: Education is not for sale, l’istruzione non è in vendita. «Un momento importante per riaffermare un movimento studentesco che in più occasioni è stato capace di far tremare i palazzi dei governi: una giornata in difesa del valore pubblico della formazione e del libero accesso ai saperi», fa sapere  Stefano Vitale, membro del coordinamento nazionale dell'Unione degli studenti,
Particolarmente sgradito ai giovani universitari, all’interno del disegno di legge già approvato in Consiglio dei ministri, il passaggio sui nuclei di valutazione. «Dovrebbero fare verifiche qualitative – spiega Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari – ma verranno affidati a mani esterne all'ateneo, togliendo qualsiasi freno ad una dequalificazione della didattica». Invisa a molti anche la riforma delle superiori, che entrerà in vigore a partire da settembre. «Gli studenti si troveranno meno ore di scuola e più difficoltà nel raggiungere il successo formativo», nota la Rete degli studenti. Il sindacato ha chiesto uno slittamento della riforma della scuola secondaria, in quanto promossa dal ministro Gemini «senza il dovuto confronto sul merito e senza che ci siano informazione e orientamento per chi si deve iscrivere alle superiori. È inaccettabile che la riforma cambi in corso d’opera il curriculum di studi agli studenti degli istituti tecnici e professionali senza che loro lo sappiano». Situazione molto calda anche a Bari, stavolta sul fronte universitario. Gli studenti hanno occupato l’ingresso del rettorato e invitato il Magnifico, Corrado Petrocelli, ad assumere una linea più dura contro l’allarmante penuria di fondi in cui versa l’ateneo pugliese, insieme alla maggior parte di quelli della Penisola. Ma le ondate di protesta di ieri non sono che l’inizio di un bollente inverno. Già annunciate per i prossimi giorni ulteriori manifestazioni di protesta,  – il 20 novembre si svolgerà un'assemblea indetta alla Sapienza di Roma dai ricercatori precari, il 7 dicembre alcuni studenti presenzieranno al controvertice di Copenaghen – è stato fissato per l’undici dicembre a Roma un mega corteo in direzione viale Trastevere, dove ha sede il ministero dell’Istruzione. Al centro del malcontento il decreto “salva-precari” firmato Gelmini, rifiutato in itinere dagli stessi esponenti del Pdl, in quanto prevedeva che i contratti a tempo determinato per il conferimento di supplenze non potessero "in alcun caso" trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo determinato, e poi anche il disegno di legge Aprea sulla scuola e la riforma universitaria, ancora griffata Gelmini. «Il progetto del Governo Berlusconi in materia di istruzione pubblica è incentrato su due elementi: tagliare e impoverire la scuola e aprire il settore della formazione e della conoscenza al mercato. Strumento chiave di questa politica è il ddl Aprea, il cui obiettivo è quello di trasformare le scuole da istituzioni democratiche in fondazioni private», commenta il coordinamento Precari. Lamentata da più parti la costante assenza di dialogo e la totale indisponibilità al confronto da parte dei vertici del Miur, gli studenti promettono battaglia. La Gelmini liquida migliaia di giovani in piazza contro le sue politiche "scolastiche" dicendo che «è gente dei centri sociali». Tipico. Chi protesta o non innalza monumenti all'avvocato Gelmini, improvvisato ministro della pubblica istruzione, lo fa perché è di sinistra. Sbagliato. È gente che frequenta la scuola pubblica che lei stessa giorno per giorno sta radendo al suolo. Dopo il secco rifiuto opposto alla nursery, il ministro Mariastella Gelmini farà bene a dotare viale Trastevere di una sala tv. Magari non sintonizzata sul Tg1. (f.l.d)



«I numeri dicono che l'immigrazione è necessaria, conveniente e incontenibile», la Lega se ne faccia una ragione


«A leggere i dati Istat di quest’anno in prospettiva, ciò che desta allarme non è solo la riconferma di un tasso medio di natalità molto basso e un netto calo di matrimoni , ma la grande discrepanza tra informazioni in nostro possesso e politiche economiche e sociali in grado di contrastare o invertire questo trend negativo. Se non si attuano misure conseguenti con una certa sveltezza, lo scenario futuro non potrà che dipingersi a tinte fosche». Antonio Golini, professore di Demografia presso la Facoltà di Scienze Statistiche all’università La Sapienza di Roma, commenta così alcuni degli aspetti più allarmanti emersi dall’ Annuario Statistico dell'Istat.


Professore, un italiano su cinque ha più di 65 anni. Saremo sempre più un paese per vecchi, nel prossimo futuro?

L’invecchiamento della popolazione italiana non va colto come un segnale negativo. Al contrario è indice di un rapporto sempre migliore tra l’avanzare degli anni e il grado di benessere fisico. Ipotizzare o constatare che un Paese non invecchia abbastanza, vorrebbe dire in concreto che l’anzianità non possa essere goduta appieno da tutti, nelle migliori condizioni possibili. D’altra parte, l’idea di non invecchiare è inaccettabile.  Ciò che deve far riflettere è semmai la natalità sempre più risicata. Il problema non è tanto che ci saranno sempre più anziani, ma che ci saranno sempre meno giovani.

Di questo passo, non c’è il rischio che il mercato del lavoro diventi sempre più immobile e respingente per il mondo giovanile nel prossimo futuro?

Niente affatto. Si tratta di una obiezione molto comune, che però è statisticamente infondata. La maggior parte degli uomini italiani oggi in età pensionabile, ricopre ruoli lavorativi  cui i giovani non aspirano. I lavoratori over 60 sono mediamente provvisti di una licenza elementare o di una licenza media, per cui svolgono mansioni che difficilmente possono essere ambite da un ragazzo tra i venti e i trent’anni. In quella fascia d’età, il titolo di studio più diffuso è il diploma o la laurea. In  Italia, nella fascia compresa tra i 55 e i 65 anni, lavora il 32 per cento della popolazione, contro il 70 degli omologhi in Svezia. Quella stessa Svezia,  che per inciso, ha il miglior welfare del mondo.

Uno spunto utile per i nostri governanti?

I dati dicono che occorrerebbe dare respiro al nostro welfare. Innalzare l’età pensionabile a settant’anni significherebbe mantenere in attività uomini ancora perfettamente abili, e per certi versi, come già spiegato, insostituibili. E inoltre, spostare in avanti il termine dell’ attività lavorativa, consentirebbe di reperire risorse atte a tutelare l’impiego giovanile e a incentivare forme di lavoro più stabile. Solo un esempio di come le nostre politiche siano inadeguate rispetto alle tendenze demografiche.

Approfondiamo

Devono far riflettere anche le politiche scolastiche. Negli scorsi decenni i bambini che frequentano le elementari sono scesi da cinque a tre milioni, ma in parallelo sono aumentati gli insegnanti.

Si fanno pochi figli in Italia. Anche in questo caso è colpa di politiche poco attente alla famiglia?

È evidente. Le analisi statistiche dicono che più ci sono figli, e più le condizioni delle famiglie peggiorano spingendosi fin dentro o sulla soglia  della povertà. La verità è presto detta: le coppie italiane sono talmente trascurate, che oggi, per loro, fare figli equivale a essere penalizzati.

Soluzioni?

Innanzitutto favorire l’accesso delle donne al mondo del lavoro, e tutelarne con forza i diritti. I dati dicono che le donne con un lavoro stabile sono quelle più propense ad avere figli. E poi predisporre un numero sufficiente di asili nido, che in Italia sono in numero scandalosamente inadeguato. E poi il terzo punto: introdurre finalmente il quoziente familiare.

Sull’immigrazione si dice tutto e il contrario di tutto. I dati in nostro possesso, che cosa suggeriscono di fare, nel medio e lungo termine?

Occorre fare una premessa indispensabile, per rispondere. Chi conosce i numeri, sa benissimo che l’immigrazione è per l’Italia necessaria, conveniente e incontenibile. In ottica futura essa deve però essere regolamentata, perché le cifre attuali dicono che ogni anno arrivano nel nostro Paese  300-400 mila immigrati. Un numero che, nell’ottica di una perfetta integrazione è eccessivo. Occorrerebbe quindi, se i numeri hanno senso, ridurre i flussi di qualche unità. Ma allo stesso tempo, poiché gli immigrati rivestono un ruolo decisivo nel ringiovanire il nostro Paese e nel ricoprire incarichi di lavoro lasciati vacanti dagli italiani, è necessario concedere quanto prima la cittadinanza a chi nasce e cresce nella Penisola, godendo dei servizi messi a disposizione dalla collettività. Negare questo diritto o condurre politiche poco accoglienti è miope e pericoloso, perché significa innescare nel nostro tessuto sociale delle bombe a orologeria. (f.l.d)

Da Liberal 21 novembre 2009

martedì 10 novembre 2009

A Roma uno scultore straordinario: Calder, l'ingegnere al servizio dei sogni


«Calder non suggerisce nulla: cattura dei movimenti reali, vivi, e li plasma. I suoi mobile non significano nulla, non rimandano a nulla se non a se stessi: esistono e basta, sono assoluti. Del mare Valéry usava dire che ricomincia di nuovo, sempre nuovo. Un oggetto di Calder è come il mare. È come un motivo di jazz, unico ed effimero, come il cielo, come l’alba. Se vi è sfuggito, vi è sfuggito per sempre». È una delle più profonde suggestioni poetiche, quella che le creazioni di Alexander Calder suscitarono in Jean-Paul Sartre. E anche una delle più fervide. Perché delle opere dello scultore di Lawnton, è giocoforza parlare se non in termini che dalla staticità impressa alla materia grezza dallo scalpello, scollinano nella fuggevolezza della natura, o nella ”riserva indiana” del jazz. Perché proprio come nel jazz la tenue traccia musicale, l’esile supporto metallico che snoda nell’aria la forma cangiante, diventa in Calder musica irripetibile, che tramuta l’onda sonora in marea inafferabile.
Cresciuto sotto l’influenza di Joan Miró, Jean Arp e Piet Mondrian, Calder coniugò l’ astrattismo europeo, coltivato in origine in pittura, con un estro pragmatico tutto americano. E così, ingegnere e sognatore, legò con il filo di ferro due estremità impossibili: la fermezza scultorea e la cinetica del vento. Risultato di un paradosso, nacquero i mobiles. Marcel Duchamp chiamo così quelle nervose lamine di metallo che avvinte in arabeschi di ferro sospendevano la fisica in uno continuo sciabordio dell’aria. Mandando a farsi benedire l’hic imposto alla materia greve, in un nunc che di continuo ridefinisce la stasi e la modella sul capriccio dell’istante. Geometria volatile al servizio della fantasia, il teorema di Calder. Che man mano, impressa alla linea astratta l’imprevedibilità della vita viva, riammette la natura sulla sua soglia. Arrivano dunque fogge ispirate al mondo organico come Cono d’ebano (1933, collezione privata) e Squalo e balena (1933, Musée national d’art moderne, Parigi), e il riuso di materie naturali, come rami d’albero e pietre. Dalla tela alla lamina, fuoriuscita dalla ristrettezza della cornice come dal giogo degli assi cartesiani, l’opera scultorea non più inerte, è matura perché non possa più temere l’aperta campagna del mondo. Accade con Steel-Fish (1934, collezione privata). E accade con la fine della seconda guerra mondiale, quando fuori dalle teche, la sua arte giganteggia en plein air. Non più esili ma mai del tutto ferme, le stabiles (definizione di Jean Arp) si ancorano a una terra ferita tenendone insieme le crepe. Uno slancio appassionato che proietta nel cielo le sagome vivaci di animali festosi. Ecco Le Tamanoir apparire a Rotterdam, Le Halebardier (1971) ad Hannover, Têtes et Queue (1965) a Berlino. Dal moto alla stasi, si potrebbe supporre. E invece, in quelle creature metalliche, dai colli nodosi di quelle giraffe che sondano il vento, spira ancora, miracolosa, la sfida titanica dell’artista. Quello che non riuscendo a plasmare la vita dalla sua opera, la predispone affinché il suo soffio l’attraversi. (f.l.d)

Da Liberal 10 novembre 2009

lunedì 9 novembre 2009

Via delle Oche, storie molto attuali di escort antiche.



Mettete insieme un nugolo di escort, un vezzoso onorevole che a turno le accoglie in grembo o in politica, un rampante prosseneta che prezzola l’idillio e un abile spin-doctor capace di trasformare un lettone micragnoso nella culla della nuova democrazia. Aggiungete al tutto ricatti, killeraggi mediatici a colpi di dossier, e un pizzico di beffarda impunità. Se pensate a uno speciale del tg1 da Palazzo Grazioli avete sbagliato Paese, ma non confidate abbastanza nei miracoli del teatro. Via delle Oche, secondo romanzo di Carlo Lucarelli che oggi inaugura la stagione del teatro Il Pozzo e il Pendolo di Napoli, nell’allestimento di Annamaria Russo e Ciro Sabatino, è stato scritto dodici anni fa ma ha tutta l’aria di un istant-play. Sulla scena di Piazza San Domenico Maggiore, a dare corpo e voce all’intrigante giallo del conduttore di BluNotte fino al 29 novembre dal venerdì alla domenica, Antonello Cossia, Rosalba Di Girolamo, Adriana Follieri e Dalal Suleiman. Un quartetto di attori affiatati per una vicenda che, ambientata a Bologna nel 1948 a tre giorni dalle elezioni politiche che chiameranno gli italiani a scegliere tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, pone il commissario  De Luca negli scomodi panni di chi fa una decina di domande, aspetta risposte per decine di giorni, e per ingannare l’attesa ha la pessima idea di trovare qualche risposta per conto proprio. Al centro delle sue indagini, la casa di tolleranza di Via delle Oche,  dove piacenti donnine non ancora autorizzate a fare il mestiere a domicilio, intrattengono i clienti senza video o canzoncine motivazionali, come voleva la tradizione di allora. Sono capeggiate dalla Tripolina, tignosa maitresse che apre a De Luca le porte della sua magione, comicamente descritta come una toilette di quelle che mandano su tutte le furie Cicchetto.  Ma la casa chiusa è anche la sede di un misterioso suicidio. Un oscuro manutengolo di nome Ermes Ricciotti, coordinatore delle giovani entreneuse non impegnato, da quello che si sa, in commercio di protesi, viene trovato morto. Il sospetto che si tratti di una messa in scena, condita da pietose bugie, si impadronisce di De Luca. E da quel momento, il commissario non avrà più pace. Tra sulfurei precursori di quel diavolo di Signorini, enigmatici confidenti e operazioni di controspionaggio, la stimmate di Boffo cala anche sul petulante commissario e il suo aiutante. Nella migliore tradizione italiana, cercano la verità e trovano la sempre verde ragione di Stato. Che tradotta suona più o meno come colossale balla ad personam. Sarà che il prefisso De, oggi come allora, porta iella, ma anche De Luca non riuscirà a portare a termine la sua indagine. E il suo aiutante viene trasferito a Palermo, sulle tracce del bandito Giuliano.  Paladini della giustizia? Mavalà. Sono commissari rossi, cribbio. (f.l.d)



Da “Il Fatto Quotidiano"  7 novembre 2009

«Tutta la verità sull'influenza A». La parola a Silvio Garattini, uno dei più grandi scienziati italiani


«Rispetto alle influenze stagionali degli anni scorsi, che hanno prodotto in media tra i cinque e gli ottomila morti, l’influenza A ha finora registrato un tasso di mortalità assai più modesto. Si può ragionevolmente sostenere quindi che esiste un allarme sociale eccessivo e un surplus di enfasi. I bollettini di guerra quotidiani trovano però grande risalto perché il virus A/H1N1 ha una peculiarità che lo differenzia dagli altri: colpisce molto di più i giovani rispetto agli anziani. E la vita di un giovane spezzata da un male stagionale è qualcosa che produce sgomento, che si impone con forte rilievo drammatico nella coscienza della popolazione». Di fronte alle inquietudini suscitate nel Paese dai recenti luttuosi episodi legati all’influenza A, Silvio Garattini non mostra soltanto il piglio confortevole dell’uomo di scienza. Nelle sue parole si adagia da subito anche quell’alto senso di umanità che accompagna sempre l’eccellenza alla saggezza. Decano degli scienziati italiani, e direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri da lui fondato più di quarantacinque anni fa, il professore ha infatti speso lustri e lustri nel contrastare le più terribili malattie, e nell’aiutare ogni giorno chi se le portava addosso.

Professore, davvero l’influenza A è più pericolosa di quelle degli anni scorsi, o si tratta soltanto di febbre mediatica?

Se osserviamo la sintomatologia di altre influenze stagionali, il verdetto è indubbio. L’influenza A appare meno virulenta, perché suscita disturbi più modesti o comunque tipici: mal di gola, tosse, naso che cola, stato di debolezza o affaticamento più o meno intenso. Qualche volta sono presenti nausea o vomito e tempi di guarigione che rientrano ampiamente nella media. I dati statistici la inquadrano infatti come un’influenza relativamente mite, caratterizzata da un decorso breve. Ciò che la differenzia dalle altre è però l’incidenza che la H1N1 ha sui giovani soggetti, che rispetto al passato è più accentuata. E la morte di un giovane a causa dell’influenza, non può che suscitare panico e interrogativi che oltrepassano il perimetro scientifico, per riversarsi nella società sotto forma di angoscia.

Ma l’influenza A, di per sé, può essere letale?

È emersa in qualche caso una correlazione tra l’influenza H1N1 e soggetti diabetici che erano in dialisi, vittime di patologie polmonari e malattie croniche. Ma se i dati fanno presupporre come talvolta il virus possa amplificare problemi pregressi, d’altra parte il sopravvenire della morte non è direttamente legato all’influenza A. Il fatto che l’individuo avesse contratto il virus ed è morto, cioè, può non aver nulla a che vedere con l’influenza. Sotto certi aspetti, è ragionevole credere che si tratta di morti che sarebbero morti comunque.

Rispetto alle altre, è più contagiosa?

In effetti sì, e questo è l’altro elemento significativo che la discosta dalle stagionali precedenti. L’influenza A è molto contagiosa soprattutto tra i ragazzi. Se prendiamo come riferimento l’ambiente scolastico, ad esempio, si calcola che ciascun bambino può mediamente infettare 2,4 compagni di classe. Bastano più o meno quattro alunni perché altri dieci siano contagiati.

E questi numeri fanno pensare che servono vaccini a tappeto, mi pare di capire.

Come è stato ben fatto, occorre in queste evenienze stabilire delle priorità per i soggetti a rischio. Bambini, anziani, donne incinte e persone obese, che spesso sono afflitte da problemi respiratori, vanno vaccinati prima degli altri. L’approccio del ministero della Salute è corretto in buona sostanza, ma c’è l’innegabile problema che i vaccini disponibili sono per ora insufficienti, e che numerose Regioni italiane non sono ancora efficienti nel merito.

Perché ci siamo mostrati impreparati?

La verità è che l’influenza A ha colpito con un certo anticipo, rispetto alle altre influenze stagionali. Il picco registrato tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre ha colto di sorpresa e provocato una serie di ritardi a catena.

E molte Regioni italiane lamentano carenza di farmaci e lentezze nella consegna. Che fare, in attesa che la grande macchina burocratica recuperi il tempo perso?

Occorre seguire una serie di regole empiriche e comportarsi con buon senso. Innanzitutto norme igieniche: lavarsi le mani, evitando di sfiorare viso, naso e bocca. E poi coprire bene il corpo. In caso di tosse e starnuti è bene coprire bocca e naso con un fazzoletto, e poi è necessario areare i locali in cui si risiede: casa o ufficio. È importante inoltre stabilire una distanza di sicurezza, per così dire. Evitare cioè baci e abbracci, almeno per un po’. (f.l.d)

Da Liberal 6 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

Giulio Ferroni: «Berlusconi ha detto così tante balle da aver svuotato la lingua italiana di significato»


Roma. «Non c’è da stupirsi, nell’osservare l’odierna barbarie linguistica. Siamo nel Paese che ha prescelto come guida un presidente del Consiglio che ha costruito le sue fortune sulla tv commerciale, che ha prosperato su un modello culturale fondato sulle volgarità dei talk-show e le licenze dei drive-in. La sistematica corruttela del nostro patrimonio espressivo non è che la spia di un più profondo processo di sgretolamento contenutistico. Studi e competenze sono state sostituite da strepiti, insulti e humour pecoreccio. Si è contrapposta la diceria all’arte retorica, il coretto da osteria al serio dibattito, la tronfia ignoranza all’eleganza istituzionale. I latini dicevano che gutta cavat lapidem. E la pietra latina è stata scalfita benissimo. A tal punto da trasformarla in una italianissima lapide». Giulio Ferroni, docente di Letteratura italiana all’università La Sapienza di Roma, non sembra nutrire grandi speranze. E non induce troppa consolazione il fatto che, nella più spericolata delle ipotesi, si possa sostenere che ser Brunetto e ser Brunetta siano accomunati in fondo dalla stessa vocazione linguistica: il ricorso al volgare.

Professore, quali sono i salti logici che hanno portato molti protagonisti del Parlamento dal politichese al gergo di strada?

È un fatto di concorrenza spietata. La caccia allo share inaugurata dalle reti private ha sospinto sempre più verso il basso il livello della comunicazione e del messaggio, premiando l’aggressività e la ferocia ai danni della moderazione e della qualità espressiva. Le baracconate e le lacrime finte, i cazzotti e le gag combinate non hanno interpolato soltanto il linguaggio politico, ma hanno risospinto il baricentro della nostra lingua verso i modelli più poveri e bassi. Ed è stata azzerata la pretesa educativa del mezzo televisivo, che mirava al contrario a uniformare l’italiano su standard più elevati. Il connubio sempre più stretto tra salotto televisivo e salotto politico, non ha fatto altro che mischiare i due mondi per sempre. E non è un caso, infatti, che molti esponenti politici odierni abbiano fatto formazione politica nella gazzarra televisiva e che altri, visto che il clima lo consente, si spostino senza particolari sforzi di adattamento, dalle quinte di un varietà a quelle del Parlamento.

Siamo di fronte a nuove strategie di consenso vagamente populistiche?

Magari si trattasse di strategie. In una panorama del genere, attentamente preparato a tavolino a immagine e somiglianza di alcune fazioni, il calcolo politico è assolutamente irrilevante. Occorre semplicemente dar fiato alla bocca. Buona parte degli italiani ha introiettato talmente tanto paradigmi e sistemi di pensiero dominanti, che sono pronti ad accogliere in buona fede le più indifendibili corbellerie e le più grandi menzogne.

E il continuo appello al popolo, la dice lunga, in questo senso.

È la tecnica dello spot pubblicitario moderno, che non ha quasi mai a che fare con il prodotto che tenta di vendere, ma punta tutto sullo choc e il colpo ad effetto. Confondere, stupire, è molto meglio che convincere e descrivere. E la parola riveste sotto quest’aspetto un ruolo fondamentale. Tutto sembra autentico e commovente, perché corrisponde ormai al nostro immaginario.

Un mondo dove fatti e verità assomigliano a rette parallele: non si incontrano mai.

Non si tratta infatti di una semplice falsificazione del linguaggio, che trasformato in insulto occulta l’argomentazione. Siamo in presenza di una corrispondente falsificazione della Storia che favorisce ad esempio certe bizzarrie di marca leghista. In un Paese come il nostro, in cui la cultura è stata posta sotto sequesto e lasciata a pane e acqua, l’invocazione del popolo a giustificazione di qualunque scempiaggine è garanzia di sicuro successo. (f.l.d)

Da Liberal 14 ottobre 2009

Gomorra ore 16.00 all'Antica Caffetteria si serve la Morte



Non sono neanche le sedici al rione Sanità di Napoli. È una calda giornata di maggio, e all’Antica Caffetteria di via Vergini sfilano donne con la borsa a tracolla, famiglie a caccia di gelati, e tipi corpulenti che spremono soldi e imprecazioni dal rullio impazzito delle slot-machine. Poi, per pochi istanti, il silenzio. Pochi attimi in cui il mondo sembra fermarsi, lasciando agli orli tondi della pensilina che svolazzano al vento, il compito di segnalare un falso allarme. Tutto infatti torna a scorrere. C’è un uomo che raccoglie il suo banchetto lercio dal marciapiede, e c’è un padre che issa il figlio sulle spalle. C’è una signora che fila dritto e il barista che torna a scaldare le tazzine del caffé. Ma in quell’undici maggio, in quel pomeriggio come tanti fatto di gente che entra ed esce dall’Antica Caffetteria di via Vergini, c’è un uomo riverso con la faccia inzuppata nel suo sangue. Cinquantratré anni, camorrista accusato dell’omicidio di uno dei boss Moccia, Mariano Bacio Terracino era anche un abile svaligiatore di caveau. Dopo aver fato di tutto per rendersi invisibile in vita, la sorte beffarda lo vuole impalpabile anche da morto. Resta di lui un lungo piano sequenza di quattro minuti, quelli compresi tra le 15.45 e le 15.49. La telecamera all’esterno, che ha filmato l’omicidio, mostra un’esecuzione squallida e anonima, senza crescendo di rulli e cut nervosi. Solo la strada, il vento, e l’oscena fissità della morte in diretta.

La scena vede Terracino davanti la caffetteria. Pantaloni beige, camicia bianca, è poggiato dinanzi a una macchinetta mangiasoldi, di quelle che piacciono ai bambini. Tiene nella destra una sigaretta da cui aspira qualche pigra boccata. È l’ultima, ma non può saperlo. Così come non sa che l’uomo alla sua sinistra, a meno di due metri da lui, sta per dare il segnale che lo spedirà all’altro mondo. È il palo. Anche lui in camicia e maniche arrotolate, segaligno, gli occhiali in testa e l’aria di chi potrebbe attaccare bottone da un momento all’altro con una qualunque esclamazione meteorologica seguita da uno sbuffo. Non lo fa, invece, perché d’improvviso sembra assalito dalla fretta. Dà un’occhiata furtiva al suo vistoso orologio da polso. Poi passa davanti a Terracino e sparisce. Intanto nel bar c’è il solito tran tran: un cliente che paga, un altro che pigia i tasti della slot. In mezzo alla sala c’è un uomo tarchiato. Ha un cappellino da baseball nero che gli copre parte della faccia, un bomber verdastro e le scarpe da tennis bianche che fuoriescono dai jeans. Sembra intento a scegliere un gelato dal distributore. ma ciò che gli interessa è la fuori, dove un uomo segaligno ha appena guardato il suo orologio ed è fuggito via sfiorando Terracino. Lui, l’uomo con il cappellino, infila le mani in tasca e si avvia verso l’uscita. A destra, in piedi, c’è Terracino che fuma. L’uomo dal cappellino allunga appena il braccio destro verso di lui. Ha in mano una pistola. La canna sfiora la nuca di Terracino. Fa fuoco. Terracino cade sulle ginocchia e stringe il pugno. Ancora fuoco. Terracino rimbalza con la schiena in avanti. La mano para il viso in un ultimo riflesso di sopravvivenza. L’uomo col cappellino si curva su Terracino. Ancora fuoco, l’ultima volta. La zazzera grigia di Terracino, è ormai attaccata al marciapiede. Il suo braccio, quello da dov’era partito l’ultimo riflesso che tentava di proteggere il volto dalla caduta, sembra ormai solo una goffa cornice che tenta di nascondere il sangue tra il grigio del marciapiede e il bianco della camicia. Terracino, ladro di caveau, ci teneva a restare invisibile. E pudico, sembra esserci riuscito anche stavolta. Sono pochi istanti di silenzio e di vuoto. Sventolano gli orli della pensilina e poi torna la vita per il rione. Gente che beve, gente che guarda, gente che paga. All’Antica Caffetteria di via Vergini è tutto come sempre. È un pomeriggio di maggio, e Mariano Bacio Terracino, boss, ladro, infame, è rimasto invisibile.

Amato, il Dizionario, la Cadillac e i precari: tutto quello che non vi hanno detto sulla Treccani


Provate a immaginare un’opera colossale, capace di raccogliere le storie di tutti gli italiani illustri che hanno messo piede sul suolo patrio dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente a oggi. A occhio e croce, un casting impossibile, da farsi tra più di mille e cinquecento anni di storia. Se intuite che si può fare, ma in pratica è impossibile, avete puntato sul filosofo sbagliato. Perché in barba a Kant, e all’uso empirico della ragione, Giovanni Gentile ideò nel 1925 il Dizionario biografico degli italiani. Ma da bravo idealista, affidò la compilazione dell’immane papello a Fortunato Pintor e Arsenio Frugoni. Il risultato fu che ci vollero quindici anni. Si approntò uno schedario immenso, da cui furono selezionati 40mila compaesani degni di nota. Metterli in fila, raccontandoli uno per uno, avrebbe richiesto la bellezza di cento volumi, esclusi supplementi e appendici. Numeri fuori da ogni logica? Forse. Fatto sta che nel 1960, il primo tomo del Dbi parte del progetto enciclopedico Treccani, viene dato alle stampe. E da allora, fino ad oggi, ne sono stati pubblicati altri settantadue. Quest’anno si è giunti alla lettera M. Ma ecco che, più o meno nel mezzo del cammino, il Dizionario finisce in una selva oscura.


Tutto comincia pochi giorni fa, con un appello firmato da decine di studiosi. Denunciano che negli ultimi mesi è stata sospesa l’assegnazione delle voci biografiche dei futuri volumi. La preoccupazione è che «tale decisione possa preludere alla chiusura dell’opera o alla sua trasformazione in un prodotto diverso, di minore valore scientifico». Dietro la decisione c’è lo zampino di un italiano illustre. Vedere alla lettera A di Giuliano Amato, nuovo presidente della Treccani. Possibile che il Dizionario chiuda i battenti? Il panico si diffonde. «Sospendere il Biografico? Mai detto e mai pensato», fa sapere l’ex presidente del Consiglio. Tutto tranquillo, allora? Non proprio, perché a proposito del Dbi, Amato spiega: «Io arrivo alla Treccani da neopresidente e mi trovo dinanzi questa Salerno-Reggio Calabria della storia culturale italiana. Cominciata nel 1960, dopo cinquant’anni siamo ancora alla voce Giulietta Masina : una storia infinita. Il mio obiettivo è abbreviarne i tempi». La metafora autostradale evoca cupi scenari di sprechi e parassitismi proverbiali. Inevitabile pensare al presidente della Treccani, negli scomodi panni di un Caronte dagli occhi infuocati, che picchia col remo colui che si adagia. Possibile che sarà un uomo colto come Amato a traghettare all’Inferno la cultura italiana? A sentire lo storico Carlo Ginzburg («un’idea grottesca») e i vertici di Italia Nostra («l’ennesimo colpo alla cultura e al sapere scientifico», sembra di sì.
L’idea di Amato consiste nello spostare tutte le voci biografiche, a oggi affidate a studiosi di ogni parte del mondo su decisione della redazione del Biografico, sull’on line. Dalla M alla Z, tutti i personaggi ritardatari sono cioè pregati di cercarsi un autore per conto proprio. Chiaramente gratis, e in modalità random. Entro gennaio la redazione del Dizionario dovrà fornire perciò il lemmario contenente tutte le voci. Poi l’elenco verrà pubblicato sul sito della Treccani, e dopo di che si aprono le danze. Chi vuole compila, su modello Wikipedia? Orrore, cinquant’anni di lavoro buttati. In realtà non è proprio così. «La lista degli studiosi volontari e successivamente le voci redatte saranno sottoposte al vaglio di Caravale (direttore del Dizionario biografico, ndr) e della sua redazione: è qui la sostanziale differenza rispetto a Wikipedia», rassicura il presidente Amato. Sì, ma che cosa succede agli italiani illustri, che però sono in pochi a conoscere? Restano nel limbo? È il momento di fare chiarezza. «Le voci scritte sull’on line, saranno esaminate dai nostri redattori – spiega a liberal il direttore del Dizionario, Mario Caravale – e l’iniziativa potrebbe in effetti accelerare la conclusione dell’opera. Siamo disponibili a sperimentare questa soluzione, ma anche se nel merito si tratta di una proposta condivisibile, sorgono alcuni interrogativi sul metodo».


Per capire come funziona la macchina del Dizionario, bisogna pensare a una specie di ateneo in miniatura, suddiviso in Dipartimenti. Le trenta persone che presiedono al progetto, sono suddivise in aree di competenza: Storia medievale, moderna e contemporanea, Storia dell’Arte, Storia delle Scienze e Storia della Musica. Per ciascun personaggio in lista d’attesa nel lemmario, la “commissione” individua uno studioso che abbia mostrato profonda conoscenza dell’italiano in questione. E, per la modica cifra di quaranta euro a cartella lorde, un quinto circa di quanto occorre per pagare una notiziola di gossip, il professore redige la voce. Ma chi immagina che a questo punto il gioco è fatto, deve ricredersi, perché è qui che inizia il vero lavoro dei “dipartimenti” biografici. Ciascun saggio, prima di avere l’imprimatur, deve infatti affrontare una vera e propria odissea processuale. Ogni singola parola che articola la voce, affronta cioé sei “gradi di giudizio”. Revisioni, controlli, incroci, refusi. Nulla può sfuggire. Dato che negli ultimi quindici anni sono stati pubblicati trenta volumi, per un totale di settecento voci l’anno, i conti sono presto fatti. Presso la redazione del Dizionario, si dà via libera a più di settanta voci al mese. E ciascuna ha affrontato l’esame dei componenti per sei volte. Una fatica di Sisifo. Non è che, come sempre succede ai confini della dignità umana, ci sono di mezzo i precari? Bingo. «In redazione abbiamo tre dipendenti che hanno accettato il contratto di solidarietà, per il resto si tratta di lavoratori flessibili», conferma Caravale. E in effetti la schiena di questi lavoratori è ben flessa: mille euro al mese. E proprio qui nasce il busillis. «La decisione di Amato può essere applicata solo a condizione che il nostro personale venga ampliato e consolidato – spiega il direttore del Dizionario – Infatti non c’è stato nessun contrordine in merito al nostro lavoro ordinario. Noi continueremo cioé a mandare avanti la compilazione dei lemmi, in ordine alfabetico, e la loro valutazione. Il problema è che dovremo farci carico anche delle voci che vengono compilate on line dagli studiosi che si offrono volontari».


E il quadro si fa a questo punto inquietante. Perché la conclusione accelerata della “Salerno – Reggio Calabria”, non solo graverà sulle spalle degli attuali dipendenti a progetto. Ma rispetterà alla lettera la nozione di contratti a termine. Allo stato attuale, e contrariamente agli anni precedenti rispetto a questo periodo, non sono ancora stati rinnovati. Piuttosto, si è detto che occorre ridurre drasticamente le spese. Elegante perifrasi da leggersi voce L: licenziamento. L’ipotesi, è fino a prova contraria, che oberare di una mole di lavoro insostenibile redazionale e on line, sarebbe un ottimo incunabolo per smantellare tutto più in fretta. «Abbiamo incluso nel Dizionario i primi imprenditori, e conservato la memoria di importanti sindacalisti. Abbiamo intuito la statura artistica dei primi fotografi e l’estro di chi ha fatto della moda la sua professione. Il Dizionario ha accompagnato la storia degli italiani, e gli italiani nella storia», argomenta il professor Caravale. In ogni università del mondo, il Dizionario biografico è stato fedele compagno di tesi e dottorati perché di fatto è un’opera unica e irripetibile. Di molti personaggi minori è l’unica fonte conoscitiva. Gherardo da Cremona, ad esempio. Studioso medievale che varò la formula del ”pi-greco”, di cui oggi sapremmo poco o nulla. Tutt’altro progetto, rispetto a Wikipedia. Ma non in senso spregiativo, si badi. Ma perché il Dizionario è complementare al sapere partecipativo, nella misura in cui si rivolge a quello specialistico, insostituibile per il progresso degli studi. «Un gruppo di trenta persone è paragonabile a una Cadillac in tempi in cui dobbiamo adattarci alla Punto», ha chiosato il presidente Amato, arrotando la scure.


E così mentre la Salerno-Reggio Calabria, quella vera, continua a restare incompiuta, si accorcia la vita all’eccellenza italiana. Strategia della fermezza, nessuna trattativa. È la cultura crapulona, la vera piaga. Abbasso gli spreconi e giù botte agli operai. Quelli che, per fabbricare le poche Cadillac di questo Paese, una Punto non potranno mai permettersela neppure a rate. (f.l.d)


da Liberal

Premio Nobel a Herta Muller, paladina degli oppressi


   
«Attraverso l’intensità della sua poesia e la franchezza della prosa dipinge il panorama dei diseredati». Recita così la motivazione che ieri ha assegnato il premio Nobel per la letteratura a Herta Müller. Assai nota all’estero, e considerata come una delle più influenti scrittrici di lingua tedesca contemporanee, la scrittrice nata nel Banato Svevo, area geografica passata sotto il controllo della Romania in seguito alla Seconda guerra mondiale, non è ancora molto nota in Italia, dove sono stati pubblicati soltanto Il paese delle prugne verdi per le edizioni Keller e la raccolta di short-storiesBassure per David Editori Riuniti.


«Mi piacque molto la forma, la scrittura sintetica e asciutta che non cedeva mai ai facili effettismi, la capacità di descrivere con immagini icastiche e spesso morbose, le miserie del socialismo reale, senza mai cedere di un millimetro alla retorica – spiega a liberal Fabrizio Rondolino, giornalista e scrittore che nel 1987 curò proprio la traduzione di Bassure –. Quei racconti diffondevano nel lettore una sensazione di inquietudine, perché mai niente era detto in maniera esplicita. Il disagio e la sofferenza di quel mondo freddo, inerte, affioravano dalla nuda prosa sotto forma di piccoli particolari. Polvere di mattoni, foglie di granoturco, mosche dappertutto. Ogni cosa viveva in quelle parole secche e concise in una foggia assolutamente realistica, che allo stesso tempo rimandava a qualcos’altro. Si può dire in quel mondo rurale, in quella natura ostile e tetra, aleggiasse l’inconscio del comunismo. Qualcosa che era molto distante dagli elogi delle cooperative agricole graditi a Ceaucescu». E in effetti i rapporti tra la Müller e il dittatore romeno, non furono certo ispirati alla serafica letizia che spira nelle ecloghe virgiliane. «Fino ai tardi anni ’90 – racconta Franz Haas, docente di Letteratura tedesca contemporanea all’università di Milano – Hertha era stata minacciata da uomini riconducibili alla Securitate del regime. Nessuno le perdonò mai la sua condizione di dissidente, che la costrinse a lasciare la Romania nel 1987. Ricevette peraltro strane telefonate anche in Italia, dove si aggiudicò una borsa di studio a Villa Massimo, l’accademia tedesca di Roma. Nonostante tutto, non si è mai lasciata intimorire e ha continuato a testimoniare scomode verità. Il suo ultimo romanzo, ancora inedito in Italia, racconta di un poeta realmente esistito e molto noto in Germania, Oscar Pastior, che visse molti anni in un lager sovietico perché dissidente».
Ma chi si aspetta le classiche dicotomie fumettistiche, che spesso hanno scalfito anche l’autorevolezza dei romanzieri engagé, troverà nell’ultimo premio Nobel una gradita sorpresa. «Di Bassure mi colpì la franchezza intellettuale. Non c’era nulla che l’autrice risparmiasse alla sua analisi impietosa. I suoi connazionali, e cioè i componenti della minoranza tedesca cui la stessa autrice apparteneva, non apparivano migliori degli altri. Appaiono chiusi anche loro, raggelati proprio come quei paesaggi in cui si faticava a scorgere un rivolo di vita. Il rigore con cui osserva ciò che le sta intorno, è accostabile a quello di Thomas Bernhard, che della società austriaca fu uno spietato critico», spiega Rondolino. «Il ruolo simbolico assunto dalla natura ha avuto una parte molto importante sin dai primi lavori della Müller –  argomenta Haas – Ma l’allusione non è in lei solo una semplice copertura adoperata per stornare gli sguardi più infidi dai suoi scritti, ma la cifra di un’autentica vocazione poetica, che continua ad accompagnare sempre la sua produzione».
«Non c’è mai niente di troppo esplicito nei suoi racconti – conferma Fabrizio Rondolino –, il lavoro da me tradotto a suo tempo, presentava spesso il punto di vista di una bambina che nella sua innocenza sa cogliere ciò che gli altri non sanno o non vogliono vedere. È un topos non infrequente nella letteratura europea, quella di affidare allo sguardo dei più piccoli vicende atroci altrimenti inenarrabili con la stessa efficacia. In questo senso, la Müller può essere accostata ad Agota Kristof e alla sua Trilogia della città di K». Nel tentativo di tracciare alcune coordinate spazio-temporali, si può dunque considerare la scrittrice tedesca, come ideale consanguinea di “autori di confine”, segnati da esperienze traumatiche ma incapaci di chinare la testa e riporre la penna in un cassetto per quieto vivere. «La Müller può essere raffrontata per certi versi a un altro premio Nobel come Imre Kertész, che raccontò la sua esperienza nei campi di sterminio nazisti in Essere senza destino. Nei romanzi della tedesca c’è la stessa sensazione di barbarie, di gigantesco arbitrio che umilia l’individuo», spiega il professor Haas.
Man mano che l’universo letterario della scrittrice ribelle si delinea di fronte a noi, la domanda delle domande monta, ed esplode. Perché Herta Müller gode di una notorietà assai ridotta in Italia?
«La sua è una scrittura difficile. Si avvale di una lingua complessa e irta di simbolismi, che spesso si annida in una semplicità apparente. C’è una dimensione allusiva, nelle sue opere, che non ne fa certo un’autrice di intrattenimento. Inoltre va poi considerato che i riferimenti culturali della Müller, e cioé la Romania di Ceaucescu, hanno scoraggiato la diffusione delle sue opere nella Penisola», rileva Franz Haas. «Nei suoi romanzi non si aggirano certo personaggi scanzonati – nota Rondolino – Ha una scrittura molto densa, e allo stesso tempo spoglia, ripulita da ogni orpello. Chi cerca letteratura consolatoria, deve bussare altrove». Desolazione, nudità, rigore. Quando i critici si soffermano su termini simili, c’è un doppio timore. Che un romanzo  possa annoiare da morire, o far piangere a dirotto. «Leggere la Müller significa avvertire forti scosse, emozioni potenti perché mai inficiate dall’artificio», assicura Rondolino. «Herta scrive spesso in prosa, ma in ogni sua riga implode, potente perché mai esibita, la poesia», conclude Haas.