martedì 30 giugno 2009

Intervista a Rita Clementi «Io "giovane precaria" di 47 anni lascio l'Italia perché umilia chi studia, e offende la dignità di chi lavora.


«Poco tempo fa il più piccolo dei miei tre figli si è fatto serio in volto e mi ha spiegato di avere preso una decisione. 'Mamma – mi ha detto –, ho capito che devo fare una scuola facile, perché se ne scelgo una difficile poi succede che da grande vado a finire come te'. Capisce perché il primo di luglio salirò su quell'aereo? Non posso permettere che i miei ragazzi crescano in un Paese che a molti non concede neppure la speranza di vedere premiati i propri sacrifici, e che nella maggior parte dei casi ignora il merito e tiene in un limbo esistenziale i cosiddetti giovani precari, che nel mio caso hanno ad esempio quarantasette anni, un certo numero di risultati dalla propria e neppure un euro di contributi per la pensione». Le parole di Rita Clementi, una laurea in Medicina, due specializzazioni, e un mucchio di contratti a termine di cui l'ultimo presso l’Istituto di genetica dell’Università di Pavia, spiegano bene i sentimenti che l'hanno spinta a scrivere ieri al Corriere una lettera d'addio all'Italia indirizzata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana», scrive in un passaggio dell'epistola la ricercatrice. Rabbia condivisibile. Perché a Rita, simbolo di altre migliaia di donne e uomini che subiscono sulla propria pelle gli effetti della precarietà, il quasi sistematico disconoscimento del merito a favore del lignaggio vigente nei feudi universitari, e la catastrofica situazione della ricerca italiana che fa miracoli con i fichi (sempre più) secchi, non è bastata neppure un'importante e promettente scoperta. Ha individuato l’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno, ma la cosa è stata accolta con tiepidezza in Italia e con vivo interesse negli Stati Uniti. E così, il primo di luglio si recherà a Boston, dove avrà finalmente la possibilità di continuare il suo lavoro, e quella di potere crescere i propri figli in un luogo che rispetti la sua dignità di professionista, e di madre.

Dottoressa, nelle sue parole c'è tutta l'amarezza di una resa. Che ricordi porterà con sé dell'Italia?

Magari si fosse trattato di una resa. Quando uno si arrende vuol dire che ha avuto la possibilità di condurre una battaglia. A me, come a centinaia di colleghi, non è stato neppure concesso di lottare. La mia è stata più che altro una storia di resistenza fatta di bocconi amari inghiottiti a forza. Storture, compromessi, taciti ricatti. Ho pazientato per anni e subito l'onere della mia fragilità contrattuale. Purtroppo, come ho detto nella mia lettera, la benevolenza dei propri referenti è in Italia una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Me ne vado perciò con il peso di dovere lasciare il Paese in cui sono nata e cresciuta. Di dovere lasciare un sistema in cui per molti non esiste la libertà di fare ricerca, né quella di poterla sviluppare. Un'Italia in cui chi fa il mio mestiere, e magari dimostra di saperlo fare bene, dovrebbe stare sul proprio banco di ricerca a lavorare, invece che scrivere ai giornali.

Ha voluto rivolgersi alla stampa. Con quali speranze?

L'ho fatto perché prima di partire mi sembrava doveroso lasciare una testimonianza diretta a favore di centinaia di colleghi che subiscono da anni situazioni simili alla mia. So bene che una lettera su un giornale non serve a nulla e non può cambiare le cose. So che io e miei figli ci adatteremo prima o poi alla nuova vita che ci aspetta. Però non mi preoccupo tanto per me, quanto per il nostro Paese. Finché lo stato della ricerca resterà quello attuale, l'Italia si priverà di ingegni e risorse essenziali nelle sfide che la scienza pone verso il nostro futuro. Io ad esempio sono un medico, e credo nel mio lavoro sui linfomi. Alcune indicazioni emerse dai miei studi, dicono che esiste la probabilità di salvare delle vite umane. Questa stessa possibilità mi ha trasmesso la ferma volontà di provare a tutti i costi ad andare fino in fondo. Non è solo per crescere i miei figli, che me ne vado. Vado via perché spero un giorno di far crescere meglio i figli degli altri, grazie alla mia scoperta.

Dovesse farla capire a un bambino, come gliela spiegherebbe?

Gli direi che ho studiato per qualche tempo una malattia genetica rara, che colpisce quattro o cinque persone l'anno. E che quando questa malattia inizia a svilupparsi, è molto simile a una brutta malattia che si chiama linfoma. Una brutta malattia che secondo i miei studi, dipende dalla mancanza di un gene. E che perciò, con il tempo, può essere evitata grazie al lavoro di alcuni dottori speciali: i ricercatori.

Speciali all'estero. E particolari in Italia, per usare l'aggettivo più elegante che viene in mente rispetto alla loro sistematica umiliazione.

Qui da noi università e ricerca sono da molti anni abbandonati a una drammatica deriva. Si salva chi può, e soprattutto chi deve. Si dimentica che il favore reso al singolo è spesso un immenso torto reso a una comunità intera. Che non perde solo questo o quel ricercatore, ma i frutti del suo lavoro e i benefici enormi che la ricerca può garantire a un Paese intero e al suo avvenire.

Perché non si è scelta una “scuola più facile”?

Durante gli anni di università, la passione era speranza e la speranza era passione. Due cose che si alimentavano a vicenda e mi facevano pensare solo a studiare al meglio, perché poi i risultati sarebbero venuti. I miei genitori hanno fatto enormi sacrifici per mantenermi agli studi. Loro hanno creduto in me quanto io ho creduto in me stessa. Con il tempo inevec è rimasta intatta la passione e la speranza si è trasformata in ostinazione. E se una persona diventa ostinata significa forse che ha smesso di sognare, ma che non è disposta ad arrendersi. E che vuole combattere in qualunque posto del mondo le sia data anche solo la possibilità di farlo.

Da Liberal 30 giugno 2009

martedì 16 giugno 2009

Terremoto in Abruzzo: tutto previsto dal 2001 ma nessuno ha mosso un dito per pianificare l'emergenza


«Tra le macerie delle chiese e dei monumenti aquilani, in mezzo ai brandelli di storia e di arte spezzati dalle scosse, scorrono sottotraccia i rivoli terrosi di questo Paese, ineguagliabile per densità artistica e impareggiabile per negligenza progettuale, capacità tecniche sprecate, spettacolarizzazione dei drammi della collettività a colpi di lustrini e caroselli. Si inneggia all'ottimismo, per tacitare gli scomodi Laocoonte. La polvere dev'essere nascosta affinché il tappeto possa splendere. E perciò in Italia non si dice che nel febbraio 2001 il Servizio Sismico Nazionale guidato da Roberto De Marco presentò tre diverse analisi di scenario che prevedevano per L'Aquila una pianificazione dell'emergenza in caso di un terremoto assai probabile. Un rapporto che più di otto anni fa, individuava norme di messa in sicurezza del territorio e dei beni artistici abruzzesi. In Italia non si dice nemmeno che a fronte di una sismicità che abbraccia il 70 per cento del territorio, a fronte di una guerra ai terremoti iniziata dopo il disastro di Messina cento anni fa, è in sicurezza solo il 18 per cento degli edifici. E che, l'edificato antico, vero zoccolo duro del problema sismico nazionale, viene concepito soltanto come una specie di grande parco divertimenti con rovine. In Italia, centri storici e i beni architettonici, vengono agghindati a festa per i turisti e sfruttati nelle maniere più carnevalesche a fini commerciali. Messi in sicurezza, mai. Si creano cartoline. Vedute fumose che fotografano bellezze di cartapesta. Luoghi labili, ma marci. Vittime di un'incuria molto glamour, che le condanna a un collasso inevitabile». Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la Bellezza, e saggista che ha speso pagine su pagine a tutela del patrimonio artistico nazionale, è pacato ma impietoso.

Il calcestruzzo usato per rinsaldare chiese e monumenti abruzzesi è finito sotto accusa. Possibile che nessuno sapesse che avrebbe agito come un maglio e moltiplicato i danni del sisma?

La logica delle iniezioni di cemento in funzione antisismica , oltre che essere una prassi diffusa e sbrigativa, è la metafora di un maquillage estetico. Proprio come si fa in caso dei dissesti – probabili o compiuti – dell'età, non si bada a seguire accorgimenti più faticosi come una dieta e una paziente attività complessiva, ma ci si rivolge alla chirurgia estetica. Iniettare cemento nelle strutture antiche, è come istillare botulino per nascondere l'invecchiamento della pelle. L'effetto c'è ma è temporaneo, e quando finisce tutto è molto più vecchio di prima. Pier Luigi Nervi, ingegnere celebrato in Italia e nel mondo e grande pioniere del cemento armato, lo aveva detto decine e decine di anni fa: “Grazie per gli applausi, signori, ma le mie strutture non dureranno in buono stato più di cinquant'anni”. Il cemento armato, a dispetto dell'immaginario comune, è un materiale fragile e poco durevole, e usarlo in chiave antisismica è una pratica davvero azzardata. Lo sanno tutti da tempo, ma è poco costoso ed evita un sacco di noie. Il materiale d'elezione del pensiero all'italiana, insomma.

Possibile che il terremoto in Umbria non abbia insegnato nulla?

Giorgio Croci, uno dei maggiori strutturisti del mondo, ha salvato i templi di mezza Asia e anche la Basilica Superiore di San Francesco in Assisi. Pochi giorni fa l'ho sentito, e mi ha spiegato che anche all'Aquila, dove ha fatto dei sopralluoghi, le solite iniezioni di cemento hanno rovinato il tetto del Castello cinquecentesco dell'Aquila e la Basilica di Collemaggio. Pur avendo individuato da tempo i mali del calcestruzzo, e avendo fatto un lavoro eccelso ad Assisi, è stato chiamato in Abruzzo solo da pochi giorni. Mi ha spiegato che il vero problema è che per un restauro adeguato, servono fondi ingenti, pratiche snelle e un lavoro accurato. A giudicare dagli annunci del Governo, mi sembra che le sue speranze siano mal riposte. Innanzitutto perché c'è la voglia di sbalordire per velocità ed efficienza. Poi perché l'unico provvedimento sbandierato dal premier a favore dei monumenti aquilani è la fanfaronata dei beni artistici adottati dai Paesi. Uno spot che nasconde l'amara realtà di un accattonaggio di Stato. I tempi della pubblicità poco si adattano ai tempi di opere secolari.

Scettico anche sulle mosse del ministero dei Beni culturali, immagino.

Il crollo dei monumenti aquilani ha dato conferma che Sandro Bondi è un ministro inesistente. Chiuso a via del Collegio Romano a scrivere haiku, ha delegato tutto alla Protezione civile. La prima ordinanza governativa post-terremoto dice, assai genericamente, che il vice-commissario alla Protezione Civile si avvale del supporto tecnico del Ministero. È veramente grottesco che l'ingegnere Marchetti, vicecommissario alla Protezione civile per l'Abruzzo, è anche direttore generale dei Beni culturali nel Lazio. Un uomo del ministero, chiamato a esautorare il ministero stesso a favore della Protezione civile. Se si aggiunge che con l'articolo 45 del decreto post-terremoto, vengono estromesse le Soprintendenze, bisogna chiedersi dov'è finito il ministero competente. La messa in sicurezza del territorio pubblico dovrebbe essere da sempre, nella terra sismica per eccellenza, la più grande opera pubblica. Finirà con qualche battimano, due o tre strilli miracolistici e qualche bella cartolina dalla ricostruzione. Iniezioni di cemento. Iniezioni di immagine. Tutto nuovo, più vecchio di prima.

















lunedì 15 giugno 2009

Passata la tempesta, odo Gelli far festa: Premio di Poesia al capo dell'attuale capo del Governo, gran maestro della P2


Alle tecniche di depistaggio di Licio Gelli, molti tribunali italiani avevano riconosciuto una speciale maestria e abbondanti pagine di condanna. In singolare concomitanza con l’archiviazione della sua posizione nell’ambito dell’omicidio di Guido Calvi, è giunto l’annuncio che il fondatore della loggia massonica che vanta il maggior numero di tentativi di imitazione (quasi tutti riusciti), riceverà questa mattina un riconoscimento nell’ambito del premio Città di Ostia. «Per la sua opera letteraria», precisa l’associazione Anco Marzio che oggi cingerà di lauro la fronte del Venerabile. Una notizia che, passata quasi inosservata sulla grande stampa, non ha mancato di suscitare roventi polemiche e fiaccolate di protesta tra i cittadini del municipio romano di Ostia. «Non è ammissibile che l'assegnazione di un premio ad un nemico dello Stato, venga avallata e sostenuta all'interno di un'istituzione dello Stato», ha fatto sapere l’associazione locale Entroterra 13. Riflessione rispedita al mittente dagli organizzatori con alta sprezzatura intellettuale: «Licio Gelli nel 1996 è stato candidato al Premio Nobel per la letteratura. Candidatura, questa, espressa da varie nazioni, tra cui l’Unione Sovietica». La stessa Unione Sovietica che, ricondotta sui sentieri della pace da Silvio Berlusconi, ha fruttato allo stesso premier, la candidatura al Nobel per la pace. Episodi analoghi, dunque, che di certo Plutarco non avrebbe mancato di annotare nei suoi bioi paralleloi, insieme alla comune militanza nella P2. D’altra parte, l’antico capo massone dell’attuale capo del Governo, è residente in quella stessa Arezzo che diede i natali a Guittone, e fu profeta di quel dolce stil novo che culminò nel piano di rinascita democratica. Ammiratore di Leopardi, fornì la propria personale interpretazione di quella sodal catena teorizzata dal Recanatese. Scrive il Maestro aretino Gelli, in uno dei suoi sonetti : «L'anima è già logora ancor prima della nascita in questo mondo che ha spavento della verità». Condannato per procacciamento di notizie contenenti segreti di Stato, per calunnia nei confronti dei magistrati milanesi Colombo, Turone e Viola, per calunnia aggravata dalla finalità di terrorismo per aver tentato di depistare le indagini sulla strage di Bologna (10 anni) e per bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, la verità deve avere terrorizzato soprattutto lui, vista la difficoltà nel dirla. Ma in Italia, popolo di poeti, ciò che c’è di venerabile è ben altro. Quel Gelli ispirato e necessario che lasciate le fila del teatrino politico, appare nei suoi versi «un tronco che sente e che pena». Canuto e vizzo, il poeta toscaneggia all’imbrunire: «Questa sera ho impastato una crema di ricordi formando una torta per un ignoto compleanno». Pietanza per palati fini. «La poesia del poeta Gelli scaturisce dal profondo dell'animo e inonda il lettore di quel sentimento derisorio (sic) e violento che si chiama vita», commenta uno dei suoi esegeti, il non meglio precisato direttore scolastico delle scuole di Verdun, professor Campana. Passata la tempesta, s’ode Gelli far festa, verrebbe da dire. Per la gallina tornata in su la via niente da fare. Dobbiamo accontentarci per ora di Alba Parietti, che ha declamato i suoi versi da Klaus Davi. Il programma si chiamava Par Condicio.

martedì 9 giugno 2009

Contro i terroristi ambientali delle multinazionali, la bellezza delle Terra nell'ultimo grande film di Luc Besson


Dalle torri di ghiaccio dell'Artico ai moai dell'isola di Pasqua, dalle giraffe kenyote al passo solenne dei cammelli che attraversano le sabbie della Mauritania. Home, documentario del regista francese Luc Besson presentato ieri in anteprima mondiale su YouTube in occasione delle Giornata Mondiale dell'Ambiente, è un film di aerea bellezza. Vertiginoso e rapito a centinaia di metri dal suolo, il mondo che calpestiamo, che ci vede sgomitare e scavare, interrare e invelenire la bellezza e la storia, si tramuta in un istante in un monito estatico. Questione di altezze, questione di un rapido scarto dalla miopia allo strabismo, dalla visione alla veggenza. Nessun cigno agonizzante, nessuno tsunami ripreso in slow motion come in brutto videoclip di realtv. Le panoramiche dall'alto catturate da Besson e dal fotografo Yann-Arthus-Bertrand lungo un percorso intorno a 54 Paesi della Terra, non ricattano nessuno. Semmai distanziano e profondano insieme, suggeriscono che dal palmo di naso alla coscienza kantiana, basta un altimetro regolato all'altezza delle nuvole. Dalle donne africane che ammucchiano vivande ai picchi innevati del Kilimangiaro, ogni piano sequenza di Home riproduce in chi lo guarda l'effetto innato che coglie l'uomo al cospetto della Piramide. La sensazione di un'interezza inattingibile, che si apparecchia a uno sguardo che non riesce ad afferrarla. Una bellezza intuibile ma inafferrabile, che il filosofo di Königsberg chiamò sublime. Le immagini del documentario lo servono compiuto, nello scorrere dei fotogrammi, senza l'armamentario angoscioso di chi difende la salute a colpi di blitz orrorifici nei polmoni altrui. Besson sceglie di abbracciare la grande causa dell'ambiente a partire dalle sue molte meraviglie superstiti. Sceglie il brivido dell'armonia, invece che il grido del terrore. Fa tintinnare la cordicella dell'infinito, lasciata lasca nel tran tran dei nostri giochi a mosca cieca, invece che la squilla di una campana a morto. Ci solleva con la macchina da presa a un punto di vista per definizione disumano. Ci regala il mondo come non lo vediamo, e ce ne lascia l'alone. Scuotimento dei sensi e vertigine in questi novanta minuti di Home. Un progetto che illumina la riscossa di Besson e segna una lauta vendetta contro quei Cahiers du cinema che in questi anni lo hanno accusato di fare un cinema per gimmick , per stereotipi beceri importati direttamente dalla profondità drammaturgica di un personaggio da wrestling. Un film importante, che dopo la rivoluzionaria preview su YouTube, gratuita e ad alta qualità, accende i riflettori sul concetto di patrimonio. Autoriale, ambientale, morale che sia, la logica del profitto non può recintarlo e privatizzarlo a prescindere. Ci sono cose, ingenerate o umane, che sono di tutti e a tutti vanno date. Cose come le bellezze di questa Terra e quelle di certe arti partorite da queste, che non possono essere lottizzate e spartite in una guerra di corporation, Cose materiali e immateriali, come l'acqua e il grano, le culture e le preghiere, che non possono finire, annientate in tondini di monete, o negate a vite umane trattate alla stregua di settori aziendali improduttivi. In Home c'è tutto ciò che sopravvive, che interroga a partire dall'estasi, le viscere dell'uomo transitorio che popola e spopola questo suolo immenso a suo piacimento come nel Risiko. Prequel ideale dell'apocalittico futuro de Il quinto elemento, l'opera di Besson torna alle radici di Le grand bleu: un'apnea rarefatta nell'Oceano dei nostri cieli. L'uomo decide se risalire o discendere nel contatto estremo con gli elementi. E anche qui l'uomo trattiene il fiato per respirare di qualcosa che non è più in lui. Visibile in tv e al cinema, in circa 180 paesi e 80 canali TV, sugli schermi giganti di 80 piazze, da Time Square a New York al Campo di Marte sotto la torre Eiffel, Home è in ogni senso un film contro il possesso. Una pellicola che ribalta la prossemica del credere. Nell'altura della macchina da presa, che plana nel suo piccolo universo, l'uomo non è più costretto a torcere il collo verso il cielo. Partecipa da lassù a uno sguardo disumano, che lo annienta come individuo e lo restituisce a se stesso. Icaro che non precipita, ma cade dolcemente in un abbraccio.

venerdì 5 giugno 2009

Los Italianos, i furbetti del gonnellino. Scopri come ci vedono all'Estero in uno spot che ci ridicolizza: degni figli del nostro Papi


Hanno i bicipiti lustri, la zazzera omerica che ne disonora la canizie e l'aria tronfia di chi è appena reduce da una serata di karaoke al Billionaire. Alti e abbronzati come nelle barzellette sui watussi, hanno della vita l'idea di una lunga crociera attraverso le isole: Filippine, Salomon, Seychelles, senza disdegnare le Vergini. L'importante è che siano in perfetto stile Cayman: paradisi offshore in cui gli accordi di Scugnizzi fanno più miracoli dei giochi delle tre carte. A giudicare dall'ultimo spot della Carrefour che circola in questi giorni in terra iberica, gli italiani non sono più gli impavidi gaglioffi di Mean Streets o i traffichini paciocconi di Goodfellas, ma solo i pecorecci protagonisti di un perenne cinepanettone. Costumi a Corona, scenografia a Briatore, dialoghi al Califfo, e storyboard agli inventori del Maxibon. Gli Italians all'estero sono un po' meno complessi e tormentati di quelli di Scorsese. La pubblicità del colosso francese specializzato nella grande distribuzione, mostra infatti una pletorica assemblea di rappresentanti nostrani, assiepata su uno yacht al largo di Ibiza. Hanno il vento in poppa e la bandana in testa, ma anche viceversa. La voce fuori campo, (in maniera superflua) li presenta come un drappello di cretini pronti a sferrare un raid contro le pollastrelle che ammiccano a riva. E ci informa inoltre che gli strateghi stanno pianificando l'attacco intorno a un'idea non tanto machiavellica: abbordare le fanciulle spacciandosi per campioni del mattarello, orgogliosi superstiti dell'antica tradizione pizzaiola. La voce fuori campo precisa che in realtà non sanno niente di gastronomia, e che a malapena conoscono il significato della parola «peperoni». Indizi che fanno pensare a un esito non troppo piccante. E che le pizze che riusciranno a servire i nostri eroi sull'isola, saranno molte meno di quelle che prenderanno in faccia. La rèclame di Carrefour chiude suggerendo a tutti le proprie buonissime pizze surgelate, e regala un lunghissimo acronimo finale: A.T.I.V.T.V.I.I.G.C.C.E.R.
H.P.N.R.C.S.D.P Lettere iniziali di una frase semplice, che tradotta alla carlona dice: «L’associazione di turisti italiani che verrà in estate per invadere Ibiza e Gandia per conquistare le ragazze dicendo loro la solita scusa che noi italiani sappiamo fare la pizza come nessuno, ma in realtà di cucina conosciamo solo i peperoni». Pubblicità orrenda, non c'è che dire. Ma anche un avvertito pedinamento, alla maniera zavattiniana, della realtà italiana. Di una Repubblica fondata sulla piacioneria, dove la longa manus del consenso scivola avventurosa sui bikini per finire morta sui tailleur. Un Paese di furbetti del gonnellino che confonde grisaglie e perizomi, che divora i book e non ha mai aperto un libro di testo. Un Paese di giovani rampolli che impara l'ars amatoria dai tronisti, reputa Lenin un bomber russo e sogna soltanto il Gol dell'Avvenire in attesa della finale di Champions. Prodotto dalla francese Carrefour, magari becero e scorretto, lo spot dell'Italia arruffona e mendace, è più spietata di un'indagine sociologica. All'estero non siamo percepiti ormai che come svenevoli «chiattilli» dal colletto madido e la bandana al vento, sbruffoni che intonano O' Sole Mio affacciati su una terrazza di monnezza. Patetici viveur che si intestardiscono in un machismo esausto, senza più neppure l'ombra della simpatia. Dalle Baleari alla Costa Brava, gli italiani secondo il marketing – al tempo della globalizzazione il vero barometro dell'immaginario – non sono altro che ambasciatori del nostro più influente dicastero: il ministero della Attività Riproduttive. Sulla prua della loro imbarcazione da diporto, gli italiani di Carrefour osservano Ibiza come un protettorato di book semoventi, una fiesta mobile di meteorine colmo di veliname cash and carry. Certo, bisogna considerare le aberrazioni e i riduzionismi tipici dei mass media. Certo, bisogna anche considerare la lunga tradizione galante italiana. Ma rimane il fatto che da qualche tempo, più che l'oscura metafisica della massoneria, emerge dalle chiare e fresche acque italiche, una limpida e anatomica castroneria. Un diluvio di foto piccanti e ammiccamenti erotici che spinge noi italiani a darci di gomito, e tutti gli altri, all'estero, ai conati di vomito. Cicisbei e beghine, traffichini e letteronze, pupe e secchioni, escort e patron, monarchi e bagasce. Tutti insieme in un reality cafonal che detta i titoli delle prime pagine e organizza il consenso con il televoto. Madri a servizio, padri che sgobbano, precari per sempre, ragazze che non ballano, brutti e brutte. Occhio quest'estate alle Isole dei famosi. Al largo della Spagna, fra Ibiza e la Costa Brava, potrebbero incominciare i respingimenti.

giovedì 4 giugno 2009

«Berlusconi delinquente e mafioso». Saramago lo scrive nel suo saggio e l'Einaudi del premier censura il premio Nobel

A proposito di José Saramago, Harold Bloom scrisse che «il Maestro è uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione». Un giudizio che, all’indomani della censura imposta dalla Einaudi del premier Silvio Berlusconi ai danni del premio Nobel dev’essere riveduto. Lo spregevole niet opposto all’ultimo saggio, poco collaborazionista, del grande romanziere portoghese, proietta nella ricostruzione riportata oggi da L’Espresso, il sinistro alone di un’ antica fiaba bulgara che poco tempo fa si concluse con un editto, qualche confino, e una militaresca consegna del silenzio di troppi intellettuali nostrani. Ai tempi di Sofia si illustrarono i fantasmi bulgari come ridicoli spauracchi mossi ad arte da chi mangiava i bambini. Oggi, a maggior ragione dopo il caso Mentana, bisogna ammettere che certe inclinazioni tentacolari si agitavano sullo sfondo da tempo. Un ministero della Verità, farsesco e imbranato quanto si voglia, non troppo lynchiano e vagamente clownesco, esiste davvero. José Saramago non ha scritto certo un saggio tenero. Nessun onore e gloria al Biscione, già onusto di poemetti, strilli declamatori e cortesi abluzioni. Saramago, secondo un canone letterario che non ha avuto troppa fortuna negli ultimi tempi, ha preferito porre una domanda. Non una decina. Pudicamente una, e dall’andamento che pare persino retorico: «Nella terra della mafia e della camorra, che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?». Parole che fanno male innanzitutto al popolo italiano, prima che al premier che ha deciso di non pubblicarle. Parole poco dette, quasi mai sentite e magari pensate da molti. Che, più o meno opinabili, dovrebbero avere in un Paese democratico piena cittadinanza. Nelle pubbliche piazze, e nei media nazionali attualmente appannaggio del Cavaliere. Einaudi ha tentato, secondo quanto riferisce l’entourage dello scrittore, di espungere dal saggio le parti sgradite. Proprio come si fa con le crosticine del vaiolo, negli studi di un chirurgo estetico. Saramago ha rifiutato la bonifica e così, dopo più di venti titoli dello stesso autore che la casa editrice torinese ha avuto l’onore di pubblicare, è giunta la fine dei negoziati. Saramago saggista è persona non grata, hanno fatto sapere. Poco incline al servo encomio, il portoghese si è macchiato di un codardo oltraggio: aver dedicato qualche paragrafo a certe tendenze del premier, «supponendo che la corruzione non sia il suo unico vizio». Una vicenda che pone qualche improvvida domanda, e definisce un paradosso. Dov’è finita, se non quella idealistica, la voltairiana e candidamente illuminista, libertà di opinione? E in subordine, dov’è finita la libertà meno idealistica, molto pragmatica e proficua per tutti, della sbandierata rivoluzione liberale annunciata dal Premier? Quando e come si è conclusa la parabola delle parabole Mediaset, dell’editore monopolista più pluralista del mondo? Dicevamo in principio di una rivisitazione necessaria. Josè Saramago è per Harold Bloom uno degli ultimi titani di un genere letterario in via d’estinzione. Alla luce di questa arrogante censura, bisogna credere che il Maestro, piuttosto che uno degli ultimi titani di un genere letterario, sia uno degli ultimi rappresentanti di un genere etico in estinzione: la dignità. Almeno qui in Italia, dove un manipolo di sedicenti intellettuali, autoproclamatisi tali per suffragio televisivo, maître à penser per diritto di share, non spende una parola in difesa del diritto di parola per il premio Nobel della letteratura. Questione di tempi e di mitopoiesi. I nostri sono troppo impegnati nel sostenere la candidatura di Silvio Berlusconi a premio Nobel per la pace. All’Accademia della Frusta va di moda l’agiografia, o al massimo la barzelletta.


Da Liberal 29 maggio 2009

Il carretto passava...Giuseppe Della Camera, il gelataio italiano che ha rifiutato 100mila sterline da Mick Jagger per il suo furgoncino dei gelati


Il carretto passava, quell'uomo gridava gelati, e quando gli si è parato dinanzi Mick Jagger con un assegno da centomila sterline, avrà pensato di certo, che se il coraggio di vivere ancora non c'è, dinanzi a quell'offerta torna subito. Dopo dieci anni di sacrifici, Giuseppe Della Camera, italiano a Londra, venditore ambulante di coni gelato che girovaga nei sobborghi di Streatham da più di dieci anni, aveva l'occasione di cambiare la sua vita. Un mattino come tanti la star di Dartford lo ha visto sferragliare a bordo del suo furgoncino vintage. Un meraviglioso Morris J del 1954 che ha riempito di lussuria il signor Rolling Stone. Ha chiesto all'italico se centomila sterline posson bastare, ma Giuseppe, uno di quelli che al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti, gli ha opposto il gran rifiuto. Siccome parla inglese, e non ascolta solo Battisti, gliele ha cantate: You can't always get what you want. Per Mick, baronetto di Sua Maestà sarà stato una specie di vilipendio alla bandiera. Non ne subiva uno così dai tempi di Fitzcarraldo, quando immerso nella foresta amazzonica, armeggiò per mesi con una canna di bambù applicata sulle parti intime, e funestata dalle api. Si parlò di un rituale indio, di riti di possessione. Si diceva che Jagger schiumasse di rabbia per le mille punzecchiature, ma che resistesse stoicamente. Janice Dickinson, sua amante celebre, spiegò l'atto eroico con pragmatismo tutto americano: «Ha un problema da risolvere: sarà un dio del rock ma ha il pisello di un bambino». Sapendo che quel che brucia non son le offese, neppure quelle che infangano le leggende, Giuseppe non è stato per niente scortese. «Ammetto di essere stato tentato dall'offerta di Jagger – ha spiegato alla stampa britannica – ma gli ho spiegato che non potevo vendere il mio furgoncino perché ho promesso a mia figlia che un giorno sarà la sua auto nuziale». Parole e pensieri, mescolati insieme. Giuseppe Della Camera, esule italiano, nomade dell'ice cream che ogni giorno sfida il fumo di Londra, lo ha detto a Mick tra le righe: che ne sai di un viaggio in Inghilterra, e di un mondo tutto chiuso in una via,, di un cinema di periferia?
Che ne sai? Nel mondo di Giuseppe, emigrante d'altri tempi, c'è ancora l'eroico furore di una promessa, di un voto inseguito con la stessa feroce commozione di un Durrenmatt. Il sogno di accompagnare la figlia, ancora dodicenne, ancora ignara di quanti coni gelato da una sterlina e mezzo ci vogliano per fare centomila sterline, a bordo di un camioncino che per lei è come il regno di Oz a quattro ruote. Suo papà, il gelataio, lo ha comprato dieci anni fa tutto sgarrupato per duemila sterline. Era in una fattoria, assediato da una torma di galline starnazzanti. Giuseppe l'ha restaurato e ne ha fatto un gioellino. Per riportarlo agli antichi fasti ha speso altre trentacinquemila sterline, ha spiegato al Mirror. Dati alla mano, l'offerta di Mick gli avrebbe fruttato una plusvalenza di 63mila, mica noccioline. Non tutto è business, e non tutto il vintage è ready made. Gli italiani del Dopoguerra insegnano. Fortuna che oggi, il confine tra in e out è solo questione di contesto. Se il contesto è Napoli si parla di monnezza, se è Londra si preferisce vintage.
In mezzo c'è tanto lavoro, una discreta abilità nell'arte d'arrangiarsi, e la diponiblità a sporcarsi le mani nei cassonetti. Non sempre è oro tutto quello che luccica, ma Giuseppe, come gli italiani di una volta, ci vedono cose che gli umani non possono neanche immaginare. «Certo, dovrò vendere un sacco di coni da una sterlina e mezzo per fare gli stessi soldi che mi ha offerto Jagger», ha concluso l'italiano a Londra davanti ai cronisti britannici sbigottiti. Hanno sottolineato che l'ha detto con il riso in bocca, e poi è andato via. Sparito. Tornato sul suo furgoncino per i sobborghi di Londra. Il sorriso dignitoso di un italiano, che esorbita dal sorriso italiano nel mondo: un ghigno di furbizia e smaccato cinismo, additato in ogni dove con fastidio o compassione. Sognano ancora gli Italians, come quelli di un tempo che cercavano l'America rinchiusi ad Ellis Island. Qualcuno di loro non si è arreso al business, o alla malavita. Qualcuno morirebbe ancora per onestà. Giuseppe pensa alla figlia da maritare, come nelle filastrocche. C'è chi crede ancora che dietro l'angolo di un sobborgo malfamato, si stendono fiumi azzurri, colline e praterie. C'è chi gioca ancora con la mente e i suoi tarli.

Da Liberal 4 giugno 2009