mercoledì 25 marzo 2009

Chuck Palahniuk, la grande festa al centro del vuoto


Immaginate un hellzapoppin' di spietata lucidità, uniteci l'idea di un Freud anfetaminico, e un progetto di scrittura capace di far comprare libri persino a quelli che li avevano usati come zeppe dopo il primo capoverso del Fermo e Lucia. Il risultato è Chuck Palahniuk, autore pluridecorato di Fight Club, presto nelle sale con Soffocare, secondo film tratto da un suo romanzo. Americano di seconda generazione, dei nonni ucraini, Paul e Nick, ha preso il cognome. Dell'America il senso dello show, e dell'Europa quello tragico. Di padre russo e madre francese, questo irriverente cittadino di Vancouver nato nel 1962 inizia a scrivere a sei anni. Tormentato dai grotteschi racconti familiari, non può essere altrimenti. Il padre gli racconta fosche leggende sui nonni, storie di corna e di vendetta a tratti inverosimili. O bersele, o affogare. Chuck impara a mettere su carta le sue bugie, e finisce col trovare le sue verità. Il risultato è il primo romanzo, Invisible monsters. Respinto al mittente da un pugno di editori nel '92, e conteso da decine nel '99. In mezzo ci sono i bicipiti oleosi di Brad Pitt. La versione cinematografica di Fight Club fa flop nelle sale e boom nei dvd, e il romanzo omonimo, pubblicato tre anni prima, diventa di culto. Il grande schermo identifica le funamboliche abilità narrative di Chuck, le spericolatezze lessicali in equilibrio tra il rutto e il verso sacro, la continua frammentazione dei punti di vista e della logica spazio-temporale. E insieme, inaugura il paradosso interpretativo dei suoi romanzi. Alle folle piace per il ritmo incalzante, per il gioco ripetuto di ellissi e cut, flashback e ritrovati narrativi post-moderni. Esalta il suo ammiccante inseguimento della baracconata e della frase a sensazione piantata nel delirio. Ai critici piace per l'enfasi sarcastica. Teatro dell'assurdo e situazioni limite che corrodono l'impero mediatico con dosi massicce dei suoi stessi veleni. Mitridate, o capo circense. Greco classico o just a businessman. L'equivoco si pone subito. Il successo lo annienta, la risposta la fornisce lui stesso. Nel suo libro meno noto e meno bello, La scimmia pensa la scimmia fa, accozzaglia di racconti rubati dalla realtà, Palahniuk spiega che «ciascuno di noi vive un rapporto di amore-odio con gli altri, tendendo ciclicamente a isolarsi con i propri possedimenti e nei propri spazi, e a cercare di integrarsi e farsi accettare nel tessuto sociale attraverso ogni possibile meccanismo offerto dal mondo». Ogni meccanismo possibile, forzato fino all'impossibile. O meglio, fino alle più impossibili delle realtà che è capace di offrire questo mondo. L'assurda violenza di Tyler Darden, fondatore di un club delle botte che straripa in golpe massonico, il club di venerande bagasce e fantasiosi figuri che annegano nel sesso le proprie paure in Soffocare, le allucinazioni di una setta in overdose mistica in Survivor.
Situazioni limite, nient'affatto irreali. Psicoterapie per disperati, elettroshock per anime fredde come transistor. «Endorfine che soffocano il dolore», sentenzia lo scrittore americano. Nei suoi racconti ci sono sempre i sommersi e i salvati, mai divisi, a sgomitare nello stesso individuo. Possono presentarsi come doppio (Fight Club), come donna angelicata (Soffocare), come guida estetica a caccia dello spirito (Invisible monsters) ma sono sempre in lotta nello stesso individuo come principi tragici. Catarsi e perdizione. Fuori e dentro le regole, anarchici fuori perché moralisti dento, i personaggi di Palahniuk sono eroi bislacchi. Ma come gli eroi veri, quelli superciliosi, tentano sempre di scansare l'amaro calice. Di scartare il precipizio tragico con una capriola nella parodia. Non ci riescono mai, alla fine. Si ride di gusto, nel racconto delle loro vicende. Poi però arriva la frase nera nella ridda di voci festanti. Un pezzo di filosofia take away che però ti si incolla sulla bocca come le più laute vivande. Succede sempre, prima o poi. Perché alla fine di quell' helter skelter con cui dribblano la paura, per i personaggi di Palahniuk arriva sempre il momento di prendere atto. In ciò che di più estremo scelgono di essere, non c'è che la costrizione di ciò che la società vuole che siano. Sono semplici codici a barre di confezioni ipervitaminiche stampigliati da qualcun altro a tavolino. «Siamo solo prodotti», dice Shannon McFarland, top model deturpata da un terribile incidente in Invisible monsters. L'unica vera scelta di libertà, per questi buffi umani inscatolati come sardine, è il sacrificio. Il desiderio di essere quello che non volevano, per sottrarsi al gioco e sparigliare le carte. Guarigione come straniamento. Sfuggire alla prassi dell'acclamazione, con uno scarto che riconduce a se stessi e taglia fuori dal mondo che li ha creati. Proprio come gli eroi con i cosiddetti. Irritante, burbanzoso, visionario. Chuck Palahniuk è il campione dell' audience e il suo assassino. Ha l'intento di scrivere cose «in grado di cambiare se stesso». Noi ci accontentiamo, citando una poesia di Juarroz che casca a pennello, di trovare nelle sue storie qualcosa che ci riguarda. Quella grande festa, al centro del vuoto, che ci ossessiona da sempre.
da Liberal 24 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

Il piccolo teatro antico de L'Ultimo Pulcinella


«Mano a mano che noi giravamo a Napoli e a Parigi il nostro L'ultimo Pulcinella, ci rendevamo conto che il film era una sorta di canto di vita per tanti di noi che si chiedono quale sarà il suo futuro, se ci sarà, e ci sarà, dei cantastorie, dei poeti, di tutti coloro che pensano che il sogno sia una componente fondamentale della realtà». Maurizio Scaparro, pluridirettore artistico e regista di cinema e teatro, presenta così il suo ultimo lavoro. Un'opera che giunge all'indomani delle polemiche scaturite sui finanziamenti pubblici alla cultura. «Contro tutti i Baricchi del mondo, il teatro non può e non deve morire», scandisce fiero il regista. E in effetti, L'ultimo Pulcinella è un'ode malinconica al teatro che fu, e contemporaneamente un inno alla sua sopravvivenza. Senza più pubblico né gioventù, braccato da una Napoli che ha consunto i suoi simboli e li ha rubricati ad anticaglia folkloristica, l’ultimo Pulcinella di Scaparro emigra nelle banlieu. Nel passo di Massimo Ranieri, che presta corpo e voce alla maschera, c'è il racconto di un padre incerto, e al contempo di un attore infallibile, perché fallito. Una maschera che ritrova se stessa mettendosi a nudo, mostrando un volto che ha nell'artista napoletano l’esatta raffigurazione di un tempo andato che ritrova la gioventù, il pubblico, l’identificazione tra gli emarginati di Parigi. La storia è quella di Michelangelo Fracanzani, attore ostinato nel riproporre il vecchio teatro tradizionale, in un mondo che non lo vuole più. Ha un figlio, Francesco, che lo apprezza poco a causa della sua testardaggine, e una moglie da cui si è separato per lo stesso motivo. Quando il ragazzo assiste a un omicidio di stampo camorristico, lascia Napoli per la Francia e Michelangelo, abbandonato il suo vestito d’attore, lo insegue. In un vecchio teatro gestito da un’anziana attrice (una splendida Adriana Asti), ritroverà il rapporto con il figlio, l’amore del palcoscenico, e il suo ruolo nella realtà. Capobastone degli umiliati e offesi, il Pulcinella di Scaparro ritrova l’intensità della sua foga popolare, in un’Europa che è piena di molte Napoli. Ghetti in cui il disagio, la convivenza, la convergenza verso atti politici salutari e aggreganti come il teatro, latitano da un pezzo. La prima parte del film, di ambientazione partenopea, ha il respiro di un cinema antico. Massimo Ranieri e il giovane Domenico Balsamo vagabondano per la città immersi in una tensione padre-figlio che ha il respiro del primo neorealismo di De Sica. La seconda parte, cuore del film di Scaparro, rilegge un soggetto di Roberto Rossellini, semplice e sognante come una favola. Nel vecchio teatro scoperto da Ranieri, c’è la bellezza di una cattedrale nel deserto, e il piacere di vedere due grandi istrioni a confronto. Adriana Asti, milanese camuffata in soubrette parigina, e Ranieri, danno vita a duetti godibili in cui si nasconde tutta la malinconia di due istrioni al capolinea. Ottimo anche Jean Sorel, che nel ruolo di un professore universitario della Sorbona, accantona la compostezza accademica per mettersi al servizio di un folle sogno, sorto nelle banlieu e non nei rassicuranti circuiti ufficiali della cultura. Ma ciò che colpisce, è soprattutto la delicatezza e l’ironia con cui la regia di Scaparro narra l’integrazione tra les italiens e il crogiuolo multietnico della banlieu. Lontano dai cliché oleografici, dall’odioso pregiudizio positivo imposto dalla retorica verso l’altro – lo straniero – la parabola di convivenza e accettazione delineata da Scaparro passa anche dallo scontro, dall’ironia e dalla diffidenza. Per poi serrarsi semmai in Liberté, Égalité, Fraternité solo di fronte all’attività, vagamente persecutoria, della polizia. Memorabile, in questo senso, la battuta di Massimo Ranieri che affronta a muso duro le forze dell’ordine nel sottofinale. Battuta perfetta, vittoria morale, Michelangelo può calcare adesso la maschera di Pulcinella sulla faccia. Segue il canto vecchio e irredento di un Pulcinella nuovo, che ha ritrovato il suo pubblico. È la canzone napoletana, che ritrova in Francia slancio e qualità sopraffina. «È una musica colta che però non è diventata razionale, è rimasta legata a un sentimento. Io quindi ho cercato di metterci poco di mio e lasciare intatta la profondità delle canzoni», spiega il maestro Mauro Pagani che ha presieduto agli arrangiamenti dei brani, fra tutti Fenesta vascia e Palombella. Così come colta e dolente è la voce di Ranieri, che chiude il film. A molti critici è parsa un'elegia, ma si tratta piuttosto di una testimonianza, cupa ma possente, di un Pulcinella che giura a se stesso di non essere l'ultimo. Ritornato un uomo con una storia e un ruolo, il volto dietro la maschera guadagna il palco e canta la sopravvivenza dell’arte a dispetto della repressione e dell’ostilità. Si canta, si balla, ci si libera. Il teatro, «contro tutti i Baricchi di questo mondo», non può morire.
Da Liberal 17 marzo 2009

lunedì 16 marzo 2009

Il Festival di Tribeca al tempo della crisi


La buona notizia è che ad aprire i battenti del Tribeca Film Festival 2009 sarà il nuovo film di Woody Allen, il primo girato a New York dal 2004. La brutta è che la scure della crisi si è abbattuta anche sulla kermesse di Bob De Niro al via il 22 aprile. «Con l'attuale situazione economica dobbiamo esaminare meglio le nostre spese per il festival di quest'anno», ha dichiarato il direttore esecutivo Nancy Schafer. Il cartellone dell'edizione 2009 registra un saldo in negativo. Almeno in termini numerici, perché a fronte dei 120 film proiettati nello scorso appuntamento, il Festival del cinema indipendente nato dopo l'11 settembre, conta quest'anno su 86 lungometraggi. Meno sponsor, meno sale di proiezione, meno voglia di dolce vita festivaliera. Non è detto che sia un male. La storia del cinema insegna che quando scarseggiano i quattrini, fioriscono le idee. E a scorrere le sinossi dei film già annunciati, appare chiaro che la crisi, al Tribeca, ha più che altro il senso etimologico del passaggio. Meno opere, ma migliori. Meno soldi, più tensione civile, e un pizzico di ironia. Quella liberatoria, e di sicuro appeal in tempi grami, di Woody Allen. Stizzito dall' ingrata accoglienza riservata a Melinda e Melinda, aveva lasciato New York nel 2004. Cinque anni e quattro film dopo, la brutta congiuntura ha la bellissima conseguenza di riportarlo nella Grande Mela. Il suo Wathever Works, che.inaugura il Festival, è una dark comedy in salsa sentimentale. «È un classico film alla Woody Allen, ma è differente da tutto quello che ha già fatto», ha spiegato Evan Rachel Wood, protagonista del film. Il solito Woody ma sempre anything else, insomma. L'attesa è tanta e il ritorno della premiata ditta New York-Allen, vale il prezzo del biglietto. L'autoreferenzialità del Tribeca Film Festival si ferma qui. Nella sezione World Narrative, che raccoglie film di finzione da ogni angolo del pianeta, desta curiosità Accidents Happen, pellicola australiana che racconta il dramma agrodolce di una famiglia disfunzionale, e l'argentina The fish child, che rilegge in chiave thrilling la parabola americana di Thelma e Louise. O, per gli autarchici, Europa molto amore del nostro Giorgio Scerbanenco. Here and there, coproduzione di Germania, Serbia e Stati Uniti, propone la storia di un uomo che si ritrova improvvisamente senza un soldo e un tetto sulla casa. Finisce in Serbia a lavorare per un immigrato e si chiede se a contare davvero siano i denari o l'amore. Melodramma al tempo del crudit crunch. Imperdibile, sulla carta, l'israeliano Seven minutes in heaven per la regia di Omri Givon. Una giovane donna che tenta di rimettere insieme gli eventi che hanno portato alla morte del suo fidanzato in seguito all'esplosione di un bus a Gerusalemme. Un thriller metafisico, metà realissimo, su cui puntano in molti. Molto atteso anche About Elly dell'iraniano Asghar Ferhadi. Alcune donne vivono un misterioso weekend sul mare, secondo un plot che lascia pensare all'orrore compassato di Picnic ad Hanging Rock. Spunti di riflessione e stringente attualità anche nella sezione World Documentary Features, dove campeggiano l'australiano The burning season, incantrato su 3 uomini che fanno profitti incendiando boschi e foreste (tutto il mondo è Sicilia) su ordinazione, e Defamation, brillante inchiesta sull'antisemitismo e la denigrazione a fini strumentali. Promettenti anche Garapa di Josè Padilha, che racconta gli stenti di tre famiglie brasiliane, e Yodok Stories del norvegese Andrzej Fidyk, storia di alcuni evasi da un campo di conentramento in Corea del Nord. Spicca nella Discovery Section il documentario American Casino del giornalista americano Leslie Cockburn. Un' inchiesta che fa luce sui mutui subprime grazie al contributo di manager fuoriusciti da Bear Stearns e Standard & Poor’s. Scottante anche Playground dell'americano Libby Spears, reportage che indaga il traffico di minori in Thailandia e Corea del Nord, grazie all'aiuto di alcuni piccoli infiltrati. Bambini protagonisti anche in Which Way Home dell'italoamericana Rebecca Cammisa, che segue il viaggio di tre piccoli sudamericani alla volta degli Stati Uniti. In copertina, nella sezione Restored and Rediscoved una piccola gemma di Stanley Kramer, Inherit the wind (1961) in Italia noto anche per via di un titolo fuorviante: E Dio creò Satana (1961). Segno che nel post Bush, infiamma ancora il dibattito sull'evoluzionismo darwiniano. Cartellone impoverito, dunque, quello del prossimo Tribeca, ma più ricco di povertà. Al tempo del credit crunch, paga solo l'impegno civile.

Da Liberal 14 marzo 2009

sabato 14 marzo 2009

Più scuro di mezzanotte:la discesa di Salvo Sottile negli inferi della mafia corleonese


Leggere il libro di Salvo Sottile equivale a cadere in ostaggio dello spavento. La materia narrativa ribolle certo di sangue, spari, lacrime e rimpianti. Ma ciò che atterrisce davvero, in questa irresistibile discesa nella mafia corleonese, è la sensazione di una parabola sghemba. Una corsa in punta di penna, dentro a un labirinto senza uscita. In una Sicilia di cartapesta, claustrofobica, dove persino la bellezza scivola via in un vortice di terrore, c’è la paura di sbandare, di cogliere un riflesso di se stessi da un vetro in frantumi. Il dolore di una donna fiera e sensibile, Rosa Martinez, che il giorno delle nozze prende marito, senza sapere di accogliere in grembo la morte. La lotta di Elvira Salemi, magistrato volitivo che ingaggia una lotta con se stessa, divisa fra passione e giustizia. E poi i boss, Gaspare Occhiuzzo e Nino Giaconia, fiere fameliche in cui affiorano i segni di un’umanità deforme. Maschere truci e nobili, misere e generose, quelle tratteggiate da Sottile. Ma maschere nude. Volti che affiorano da un velo tetro, e portano in faccia un sudario di rabbia e di sogni infranti. In esterni, l’azione secca e incalzante, ne scolpisce le parti in commedia. Ritmo e costruzione della sequenza non danno tregua. In interni, dialoghi feroci ne disegnano un lessico familiare salottiero e fuorviante, che ne scava il terrore e li rende muti. La tragedia greca a braccetto con il teatro dell’assurdo. Un’umanità doppia, incapace di sopravvivere senza le luci del palcoscenico, che affida all’ultimo respiro un singhiozzo di verità tardiva. Pentimenti e delitti, giochi a scacchi con la fiducia, la scelta continua di un alleato, di un cuore sincero, di un amico. Forse, più segretamente, di un’altra vita. Nelle pagine di Più scuro di mezzanotte il linguaggio del coro si disarticola in frasi smozzicate, in carinerie fasulle e imperativi ineludibili. La parola si eclissa in recita. Ciò che conta è uccidere gli altri. Scoprire, troppo tardi, di aver ammazzato se stessi. Fuori da quell’immensa liturgia scenica che è la mafia, dove solo i colpi di pistola sono veri, esiste però il coraggio di strappare il sipario. Schiacciati da vite volute, sbagliate, strozzate, i personaggi si dibattono in un duello all’ultimo respiro. In un mondo che è ormai il cuore di tenebra di un’Italia intera, la scelta, sembra dirci Sottile, è una sola. Morire di spavento, o guarire.

Da Moby Dick, sabato 14 marzo 2009

giovedì 12 marzo 2009

La calliginefobia. Ovvero l'ansia dell'uomo che perde la testa davanti a una "femmina" irresistibile


«L'unico modo di trattare una donna è di farle la corte, se è carina, e di farla a un'altra, se è brutta», prescriveva Oscar Wilde ai giovani dandy. Eppure, di quell'assioma che ha mutato in esteti anche
oscuri vetturini, e in femministe persino belle donne, oggi non c'è più dimostrazione. Sarà che tanta pelle ha messo a nudo la fantasia, sarà che a fare un giro in centro si rischia la labirintite, ma la bellezza raccoglie sempre più spettatori, e sempre meno protagonisti. Alcuni, arrivano al punto di darsela a gambe, in sua presenza. Basta che la signorina in fila davanti a loro, riveli una vaga somiglianza con la Venere callipigia dalle parti dei jeans, e sempre più uomini diventano preda del terrore. Respiro corto e ansimante, battito cardiaco irregolare, sudorazione, nausea. Un tempo cantati in versi e strofe, le premesse dell'amore sono state rubricate a sintomi di una nuova patologia. La chiamano calliginefobia, e colpisce le sue vittime con violenti attacchi di panico, senso di cupa disperazione, e nei casi più gravi induce crisi depressive che spingono il soggetto all'isolamento e al rifiuto di qualsiasi rapporto comunicativo. Tutta colpa di madri fulgide ma asfissianti, tate floride ma crudeli, o maestrine dalla penna azzurra e dalla bacchetta facile. Non tutti hanno avuto l'infanzia di Pirra, più noto come Achille nei panni di un guerriero. Chi ha la sfortuna di crescere tra donne belle ma pericolose rischia, secondo gli esperti, di sentire la bellezza come un attentato al proprio equilibrio. Nulla di poetico, però: soltanto capogiri, rabbia, e incontenibile bisogno di fuggire. Una specie di condanna che obbliga chi la patisce a sperare nella bruttura. A pregare che la vicina, tenga i capelli spettinati. O a sperare che quella donna, che si avvicina nel buio, abbia tutte le probabilità di essere quella bidella delle scuole medie. Per niente bella, molto pericolosa, per niente bella trent'anni dopo. Ma la calliginefobia non si manifesta solo sui predellini dei tram. Alcuni uomini non riescono neppure a visitare musei e gallerie, nel terrore di imbattersi in troppa grazia. Assolutamente vietate Paolina Borghese e la Danae di Klimt, i sofferenti devono ripiegare insomma su soggetti più rassicuranti come le donne di Botero o le cariatidi dell'Acropoli. Identico consiglio anche per la vita coniugale. Molti di questi soggetti, a quanto pare, vivono il confronto con il corpo femminile come una sorta di umiliazione. Un'insopportabile sfoggio di perfezione, di fronte al quale l'uomo avverte chiaramente come a discendere dalle scimmie, siano stati soprattutto i maschi. Le cure, ovviamente, passano per terapie psicologiche mirate. Di quelle messe a punto per vicende freudiane ben più complicate. Il diritto alla bellezza, e la libertà di sceglierla, non è cosa da poco, in questa nostra terra che ha trasformato in poeti i tanti esuli costretti a lasciarla. Siamo in Italia. E a parte le tasse, ci sono un sacco di cose bellissime.




Per conoscere da vicino il Dalai Lama e il suo Tibet in catene


«Prima di addormetarmi, penso sempre per qualche minuto. Penso alla gente in Tibet. A quello che sta soffrendo, al suo dolore. E mentalmente recito una preghiera di ringraziamento per essere libero. Un rifugiato, ma libero. Che può parlare per il suo popolo e cercare di alleviarne le sofferenze». Sono trascorsi settant'anni da quando il piccolo Lhamo Dondrub, non ancora diventato Dalai Lama, passava i suoi giorni a giocare con l'acqua davanti a povere baracche di legno. Sin da allora, Tenzin Gyatso capì come le miserie umane corressero lontano. Un incessante fluire che fa provvisoria l' esistenza, e però ne impreziosisce il valore. Nonostante l'invasione cinese, le rivolte represse nel sangue, l'esilio e i negoziati, il Buddha non ha mai smesso di essere Kundun, presenza di un intero popolo. Impermanence, documentario del regista Goutam Ghose, ripercorre il tempo di Tenzin Gyatso, dall'infanzia alle ultime scottanti vicende, ma anche il suo spazio, quel Tibet silenzioso e mistico, per molti versi risulta inedito grazie a speciali permessi di girare in luoghi sacri. Un'opera necessaria, che è anche l'elegia di una cultura in catene.

mercoledì 11 marzo 2009

Le immagini perdute di Valerio Zurlini


Visse cinquantasei anni, due dopoguerra, e un ventennio di pellicole sublimi. Tormentato, come solo chi teme di essere annientato dal fragore di una bomba, affidò al cinema il suo corpo di superstite. E invece, passate le guerre, la vita di Valerio Zurlini fu inghiottita dall’oblio. A distanza di ventisette anni dalla sua morte, torna a luccicare la sua memoria nella rassegna Immagini perdute. Il cinema di Valerio Zurlini. Voluta dall’Assessorato alla Cultura di Parma, in collaborazione con quel Centro Sperimentale di Cinematografia in cui il maestro bolognese insegnò per anni, e Cinecittà Holding, la retrospettiva conta sei serate. Sette lungometraggi e due cortometraggi fino al 6 aprile. A scorrere i titoli proposti, da La ragazza con la valigia a La prima notte di quiete, la rabbia non può che ribollire. Perché Zurlini è stato dimenticato? Innanzitutto perché, sin dal suo esordio nel lungo, spiazzò. Era il 1954, e Le ragazze di San Frediano divise la critica. Ciò che fu subito chiaro a tutti, al tempo in cui il neorealismo rosselliniano aveva virato sul rosa, fu che Zurlini non era regista di facili accomodamenti. Mancava in lui lo scarto salace di un Dino Risi, l’invenzione che strappava la risata, il frizzo beffardo che insegnava l’arte di arrangiarsi. Molti gli rimproverarono il vezzo calligrafico. Giuseppe Marotta lo invitò a dimenticarsi dei suoi trascorsi da documentarista. Troppa realtà per alcuni, troppa contemplazione per altri. Zurlini era artista di ossimori. Ateo di possente religione, comunista senza vocazione, schivo negli amori ma incantato dal melodramma. Come in Estate violenta (1959), dove un altro esule del cinema italiano, Enrico Maria Salerno, dà vita insieme a Jean Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago, al racconto di quell’afa bruciante che si portò via Mussolini nel ’43. Gioventù in fuga dal dramma, che insegue la gioia nel suono di un magnetofono e scopre il dolore della guerra. Gian Luigi Rondi riconosce a Zurlini finezza psicologica. Ma l’equivoco neorealista, ancora forte, la fa apparire una pellicola riuscita a metà. Nessuno aveva raccontato la guerra come una canzone interrotta sul più bello. Acquartierato nella malinconia, poco addentro a quella Roma di via Veneto che sarebbe stata l’Italia a venire, il cineasta bolognese sembra mancare di fiuto per le cose di quel tempo. Ma nel 1961, con La ragazza con la valigia, Zurlini fa man bassa di elogi. La critica parla di ”poema in prosa”. Un film perfetto per almeno tre quarti. La Cardinale e Perrin fanno ingresso nell’immaginario. L’anno successivo arriva la consacrazione. Cronaca familiare vince il Leone d’oro a Venezia e Tullio Kezich scrive, complici Marcello Mastroianni e Jacques Perrin in stato di grazia, che il film ha una costante sensazione di verità. Scavo nella perdita. Amore fraterno. Vedovanza di spirito. Zurlini silenzia il facile pathos e inonda tutto di una serena contemplazione. La stessa lucidità che affiora ne Le soldatesse (1965). Dopo averlo visto, lo stesso Kezich afferma che «Zurlini sta alla guerra come Fitzgerald all’età del jazz». Nella storia dell’ufficiale che scorta un nugolo di prostitute, si approfondisce l’indagine del trauma bellico. Rapporti umani inceneriti, che covano amore. Per molti cartolinesco, per altri violento. Ancora l’ossimoro Zurlini. Vulnerabile ma austero. Candido ma polemico. Di pace inseguita, tra le macerie dell’esistenza, parla anche La prima notte di quiete (1972). «Un amore finito è come una bottiglia di champagne vuota», esclama il professor Daniele Dominici. Alain Delon arranca in una Rimini mai vista, scossa dall’inverno. Provincia fantasma di un’Italia marcita dopo il boom. Dal sole al crepuscolo. L’eterno crepuscolo de Il deserto dei Tartari (1976). È il congedo di Valerio Zurlini, e un capolavoro assoluto del cinema italiano. Irriducibile a nessun tempo come la grande letteratura, è film che non ha pari nel mettere in scena l’infinito. Disperazione della speranza. Speranza della disperazione. Il cinema di Zurlini è tutto qui. Dimenticato perché fuori tempo, fuori spazio, fuori luogo. Proprio come la Fortezza Bastiani. A ventisette dalla sua scomparsa, dal cinema e dalla vita, ci piace immaginarlo ancora lì. Immobile, in piedi, come il tenente Drogo. Lo sguardo nel vento a scrutare quelle ombre che molti, prima di lui, non ebbero il coraggio di vedere.

Da Liberal 11 marzo 2009

lunedì 9 marzo 2009

L'auto elettrica è pronta da 13 anni, va a 250 Km/h ma l'hanno affossata. Indovina perché...


Le stazioni in disuso che contornano le highways californiane, danno la misura di un abbandono, ormai risalente a tredici anni fa, di quel progetto quanto mai attuale che fu l’Ev1. Chi ha ucciso l’auto elettrica?, documentario d’inchiesta per la regia di Chris Paine, ripercorre la storia delle vetture ecologiche, che finirono ammassate nel deserto dell’Arizona. Un migliaio di modelli, a emissione zero, ricaricabili, che nonostante le ottime performance e una velocità di punta di 250 km/h, finirono con l’essere boicottate dalle grandi case automobilistiche. Supportata dalle testimonianze di premi Oscar come Tom Hanks, Mel Gibson e Martin Sheen, l’opera si segnala per i brillanti contributi didattici legati alle emissioni inquinanti dei gas di scarico. Nata per far fronte allo Zev (Zero Emission Viechle), decreto californiano che fissava per il 1998 una quota fissa di auto a emissione zero, l’ Ev1 ebbe un generoso sostegno di Stato, un miliardo di dollari, devoluto alla General Motors. Finì con l’insabbiamento dei veicoli nel deserto, seppelliti dall’onda lunga della guerra in Iraq. Petrolio e aiuti di Stato buttati. Anche allora.

Se ti piacciono gli Afterhours, ascolta Moltheni. Il nuovo album gioiello


«Tanto alternativo ed insolito quanto dolce e psichedelico, il disco, supervisionato e prodotto da Giacomo Fiorenza, esplora territori lirici e sonori decisamente nuovi, visionari ed enigmatici». Così, altatensione.it, presenta I segreti del corallo, ultima fatica discografica di Moltheni. In perenne crossover, le strade del cantautore marchigiano incrociano anche in quest’album il folk e il rock a ogni crocicchio, conferendo al suono una gamma emotiva che svaria dal minimalismo più metodico alla potenza più dirompente e massiva delle percussioni. Tritolo puro, e piuma d’oca, che Moltheni, al secolo Umberto Giardini, alterna sempre con tempismo sopraffino. Una tela tessuta a perfezione dagli intarsi di Pietro Canali al piano, Barbara Adly nella sezione vocale e Carmelo Pipitone alla chitarra elettrica. Registrato e mixato in analogico, tradizionale e fresco insieme, I segreti del corallo è un lavoro asincrono e atipico, che non mancherà di risollevare gli animi dopo i postumi sanremesi.

venerdì 6 marzo 2009

Alla scoperta di una nuova Terra



Sarà forse come la caduta di un velo, come lo squarcio mortale in un fianco dell'infinito. Sarà l'epilogo di una tragedia risolta in una festosa agnizione. Bugiardi gli Oracoli Sibillini, menagrami i cristodelfiani, e Baruch un ciarlatano. Venditori di carabattole al mercato della fine, i posteri li ricorderanno un giorno come profeti superbi di un cupio dissolvi troppo umano. Come quelli che spacciarono l'apocalisse come la fine. Quando in una di queste notti, da qualche parte dell'universo, il suo occhio puntuto passerà in rassegna l'alfabeto del cosmo, ci sbarazzeremo per un po' persino della scomoda iella di Al Gore. Dal vettore Delta in località Cape Canaveral, alle 5 di questa notte ora italiana, è partito alla volta del cielo Keplero, il telescopio spaziale incaricato di scoprire un migliaio di pianeti. Lassù, in quel della costellazione del Cigno e della Lira, si nascondono forse oltre le nuvole e la luce, molte Terre in predicato di fare le veci della nostra. Nato da un progetto dalla Nasa, e costato la non proprio astronomica cifra di 600 milioni di dollari, il viaggio della sonda ha tutta l'intenzione di essere un reportage dall'indicibile. Una cronaca dall'oltremondo, in cui nuovi luoghi abitabili come la Terra, faranno capolino nella geografia conosciuta. Del minuscolo telescopio dal metro di diametro dice lo scienziato Jon Morse che «le sue scoperte potrebbero cambiare in modo fondamentale il modo in cui l'umanità vede il suo posto nell'universo». Ma ieri notte non è risorta soltanto l'Odissea nello spazio, e la solita giaculatoria su quel rompiballe di Ulisse coi baffi sporchi di marmellata proibita. È cominciato anche, e soprattutto, il viaggio penitenziale di un'umanità esilarata dall'effetto serra, squagliata dall'Antartide millenaria. È partita con Keplero una crociera nel senso di colpa formato Nasa. Un viaggio in cui cercare assoluzione, che dissemina la condizione umana in una realtà psicotropa. Nuovi mondi e nuove terre, in cui deposte le corone e incendiati gli ex voto in un allegro falò, l'umanità potrà ancora pasteggiare a sbafo tra i violini, come Nerone dopo l'incendio.
A Keplero toccherà l'elenco di tutti quei pianeti capaci di orbitare intorno alla loro stella a distanza media. Perifrasi della scienza per dire di quelli, che un giorno, potranno in potenza sviluppare la vita, mantenendo la nostra. Ancora la religione e la scienza, l' attesa di Godot che prima o poi la scienza ci porterà indietro dalle stelle. Ancora Keplero, quattrocento anni dopo, e quella «canna meravigliosa, più preziosa d'uno scettro», con cui lo scienziato polacco battezzò il cannocchiale nel '600 . Quello che ha preso il volo stanotte, alto cinque metri e con una vista da novanta milioni di pixel, si accorgerà di nuovi pianeti, perché le variazioni luminose causate dal loro passaggio ne metteranno in moto i sofisticati ricettori. Poesia tecnologica. Come la legge dei corpi su una spiaggia di Ipanema. Il corpo celeste di una donna che ancheggia nel cosmo, e iscrive nel suo grembo rotondo un desiderio irrefrenabile di vita. Apocalisse, nuova vita. L'occhio di Keplero né incontrerà centomila. Centomila stelle in cui cercare il passaggio di una nuova esistenza. Vagherà per quattro anni in un’area ampia circa dieci gradi, qualcosa di comparabile a 20 lune piene.
Alla Nasa spiegano che prima del corteggiamento, Keplero dovrà farci l'occhio.. Dovrà studiare i corpi di quattro pianeti già individuati, per calibrare il suo occhio elettronico sulle altre centinaia di quelli, che aspettano di essere riconosciuti come terre papabili. Una breve formazione sentimentale. Fra quattro anni, si diceva, la missione di Keplero sarà compiuta. E allora, se tutto andrà come previsto, l'ansia millenaria si scioglierà in una fragorosa risata. In uno spumeggiare di calici sugli yacht dei petrolieri, in un sonoro sberleffo ai piedi delle pale eloiche. In funamboliche pernacche lanciate coi piedi sottosopra da una nave spaziale.Si brinderà alla diabolica Sibilla, ai cristoldelfiani menagrami. A Baruch il ciarlatano. Al diavolo Crono mangiatore di figli. Per Giove: sarà l'era della Terra, nell'era della sua riproducibilità tecnica.



Da Liberal 7 marzo 2009


giovedì 5 marzo 2009

No alla riforma delle pensioni. No agli assegni ai disoccupati. Il Governo si ricorda della crisi solo se i poveretti in questione fanno i banchieri


Roma. «Siamo pronti a dialogare con chiunque sia disponibile a fare le riforme in nome della modernizzazione di un Paese in cui esiste l’assoluta necessità di adattare il welfare nazionale a questi tempi di crisi. Abbiamo il compito di far sentire ai cittadini, specie a quelli più indifesi, che lo Stato non li abbandona. In questi momenti moltissimi italiani corrono il serio pericolo di essere risucchiati in questa spirale di recessione. Chiunque abbia in mente di sostenere l’occupazione e la flessibilità in un quadro di riforme condivise capaci di tutelare i più deboli, è il benvenuto. A una condizione però: il Governo assuma una posizione netta, e dica con chiarezza come intende affrontare la questione». Linda Lanzillotta, responsabile del dipartimento della Pubblica amministrazione del Pd, apre la porta a quell’ “alleanza di ragionevoli”, che nelle intenzioni di Casini dovrebbe sciogliere il contorto nodo delle pensioni. Un tema tornato prepotentemente d’attualità, in seguito alla proposta di indennità ai disoccupati, lanciata dal neosegretario del Pd, Dario Franceschini.
Onorevole, questa santa alleanza sulla riforma delle pensioni è possibile?
Non soltanto è possibile, ma è anche necessaria. Riformare il welfare, progettare ammortizzatori sociali capaci di calmierare l’impatto della crisi, consentire che la flessibilità abbia maggiori tutele in un mercato del lavoro che impone misure sempre più rigorose in tempi di recessione come quelli che stiamo vivendo, non è però il modo di tamponare un’emergenza. È una misura indispensabile anche in prospettiva, e per questo va pensata in maniera lungimirante, tenendola a riparo da tentazioni nocive.
Ci spieghi meglio.
Bisogna fare attenzione a non mettere le mani sulle pensioni, nell’idea di ricavare fondi da dirottare altrove. Agire sulle pensioni non significa cercare tagli o risparmi a spese di qualcun altro, ma fronteggiare al meglio la crisi attuale per dare ossigeno ai lavoratori e alle lavoratrici che dalle riforme devono trarre giovamento, e nessun peggioramento.
Provo a tradurre. Gli assegni per i disoccupati non possono essere ricavati dalla riforma delle pensioni.
Lo dico chiaro e tondo: la proposta lanciata dal Pd per i disoccupati, non ha nulla a che vedere con la riforma delle pensioni. I fondi vanno reperiti altrove. Per esempio riducendo gli sprechi e riprendendo a contrastare l’evasione fiscale. Il recente crollo delle entrate indirette la dice lunga. Ma prima di aprire qualunque tavolo, bisogna che il Governo spieghi agli Italiani come stanno le cose, e che cosa ha intenzione di fare per aiutarli.
A proposito di pensioni, che cosa ne pensa dell’allungamento dell’età pensionabile per le donne?
Penso che sia il segno di una grande indecisione. Il ministro Brunetta ha parlato di una bozza inviata all’Unione europea, per poi essere smentito dal collega Sacconi. Ogni commento è inutile in questo momento.
Come saranno le pensioni che verranno? Ho letto che lei vorrebbe diminuirle e Mussi si è adirato.
Neanche per sogno. Si è trattato soltanto di un errore di trascrizione. Tutto chiarito. Le pensioni non verranno intaccate.
Crede sia necessario riparlare di scaloni?
Ripeto. Il Governo ha fatto sapere che la riforma del welfare non è all’ordine del giorno. Chiunque auspichi misure a sostegno del disagio, con particolare attenzione all’occupazione femminile e alla modernizzazione, è il benvenuto. Ma prima il Governo chiarisca da che parte sta.
Da Liberal 5 marzo 2009

martedì 3 marzo 2009

Scuole elementari: per molti ma non per tutti


Il rapporto diffuso dal ministero dell'Istruzione lascia poco spazio alla finanza creativa, e molto all'arte di arrangiarsi: se da viale Trastevere non arriveranno revisioni ai tagli adottati in Finanziaria, nove famiglie su dieci dovranno rinunciare alle trenta ore settimanali richieste per i propri figli iscritti alla scuola primaria. A fronte di un impegno di spesa che computa gli organici disponibili sulla base del modello a ventisette ore settimanali, la dura legge dei numeri sembra sconfessare le scelte del ministro Mariastella Gelmini, che ha scommesso forte sul ritorno del maestro unico. A giudicare dalle scelte di mamme e papà, un azzardo che complica terribilmente le cose . A sparigliare le fiche sul tavolo, la netta vittoria dei modelli consolidati. I numeri delle iscrizioni scolastiche per l'anno 2009- 2010 dicono che i genitori italiani, a larga maggioranza, hanno scelto i programmi scolastici a trenta ore (56 per cento) e quelli a tempo pieno di quaranta (34 per cento). Dati alla mano, su settembre calano dunque previsioni nere. Perché se è vero, come ha ricordato la stessa Gelmini, che «tutti i modelli orari prevedono il maestro unico di riferimento e non solo quello a ventiquattro ore come qualcuno sostiene in maniera imprecisa», è pur veritiero, sulla scorta delle prime stime, notare che i soldi disponibili non potranno accontentare i desiderata delle famiglie italiane. Si calcola che su circa 20mila prime classi elementari, potranno esserne messe a regime seicento a 24 ore settimanali, e altrettante a trenta. Il che equivale a dire che, sulle 294mila famiglie che hanno optato per le trenta ore, potranno esserne accontentate soltanto 16mila.
Per il governo un bel grattacapo, che arriva per giunta in coincidenza con una maggiore severità di valutazione e un deciso incremento di insufficienze e cinque in condotta. Allo stato attuale, infatti, le proiezioni parlano chiaro: in media, ha scelto le 24 ore a settimana un bambino per plesso, mentre ad aver scelto l'orario a 27 sono in due. Conti che lasciano presagire accorpamenti, ed evasione della maggior parte delle domande presentate dai genitori. Perché una classe possa definirsi tale, serve un quorum di almeno dieci elementi, e la partenza del ciclo scolastico, non potrà quindi che essere subordinata a un generale rimpasto, a molte rinunce, e a una diaspora di molti bambini dalla scuola geograficamente più vicina a quella più vicina ai dividendi del Ministero. «Non credo che in realtà cambierà molto per gli studenti – commenta Giuseppe Bertagna, pedagogista di fama e docente all'università di Bergamo – se queste proiezioni venissero confermate, si tratterà soprattutto di rivedere le compresenze. Si dovranno cioè raggiungere le ore prefissate con meno insegnanti a disposizione». Molto più allarmati invece, Cisl e Uil, che paventano un aumento della dispersione scolastica e l'inabissamento del sistema scolastico primario, ritenuto a oggi , in magnifica solitudine, il fiore all'occhiello della scuola italiana. «Giungere a questa situazione era inevitabile – spiega Bertagna – si è giunti a soluzioni così rigide perché i sindacati, che adesso le contestano, si opposero a ipotesi più lungimiranti come quelle prospettate dal ministro Moratti».
E se il ministro ombra dell'Istruzione, Giuseppe Fioroni, osserva che «senza soldi e con tanta demagogia non si educano i nostri figli», e che «i fatti renderanno chiaro agli italiani chi dice la verità e chi le bugie», il ministro in carica non tarda a rispedire le accuse al mittente. «Le risorse per il tempo pieno non solo non sono state tagliate ma sono state confermate. E grazie a un migliore impiego, sono aumentate. Quindi, non ci saranno problemi e sarà possibile rispettare il tempo pieno e la scelta delle famiglie». Anche le scienze matematiche sono insomma, e in Italia sommamente, branche letterarie. La resa dei conti è rimandata a settembre.
Da Liberal 3 marzo 2009