martedì 28 aprile 2009

Marco Travaglio si aggiudica il premio per la libertà di stampa. Ovviamente nel silenzio della stampa italiana appecoronata


I sette membri del consiglio direttivo federale della DJV, l’associazione dei giornalisti tedeschi, quest’anno hanno assegnato il premio per la libertà di stampa al giornalista e autore italiano Marco Travaglio. Michael Konken, presidente federale della DJV, ha motivato la decisione dichiarando: “Assegnamo il premio a Marco Travaglio, un collega che si è contraddistinto per il coraggio critico e l’impegno dimostrato nel combattere per la libertà di stampa in Italia.”
Travaglio ha saputo denunciare pubblicamente i tentativi dei politici italiani, in particolare di Silvio Berlusconi, di influenzare il lavoro dei media e di ostacolare lo sviluppo di un giornalismo critico. Le critiche di Travaglio si sono orientate anche ai colleghi italiani con lo scopo di incoraggiarli a non sottomettersi alla censura. “Il premio della DJV per la libertà di stampa è il riconoscimento più adatto a Marco Travaglio,” ha dichiarato Konken. “Travaglio deve dare coraggio ai giornalisti italiani affinché possano svolgere la loro funzione di vigilanza e non cadano vittima di intimidazioni”. Il premio della DJV per la libertà di stampa consiste in 7.500 Euro e sarà conferito a Marco Travaglio a Berlino alle 18:30 del 28 aprile 2009 presso il Palazzo della Bundespressekonferenz (ufficio stampa federale). I rappresentanti dei media sono invitati a partecipare alla cerimonia. Con questo premio la DJV onora personalità o istituzioni che si impegnano in prima persona in battaglie per il mantenimento e la creazione della libertà di stampa. I precedenti vincitori sono stati il giornalista serbo Miroslav Filipovic, la giornalista russa Olga Kitowa e la redazione del giornale “Berliner Zeitung”. Filipovic ha ricevuto il premio per aver scoperto i crimini di guerra serbi in Kosovo, Kitowa è stata premiata per la sua difficile battaglia contro la corruzione in Russia e la redazione del “Berliner Zeitung” per l’impegno dimostrato nel difendere la libertà di stampa in Germania e l’indipendenza editoriale da Mecom Group, la casa editrice che l’ha rilevata.

da http://italiadallestero.info/archives/3612

venerdì 24 aprile 2009

Emergenza alcol: 8 giovani su 10 a rischio in Italia


I giovani italiani che fanno consumo di bevande ad alta gradazione sono sempre di più, sempre più precoci, e sempre più inclini alla sbornia di gruppo. Un fenomeno che riguarda ormai quasi tutti gli adolescenti. Nove su dieci si ubriacano nei fine settimana in pub e discoteche, e molti hanno meno di 18 anni. L'allarme è stato lanciato ieri a Roma nella giornata per la prevenzione dell'alcolismo, al convegno organizzato dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) in collaborazione con ministero del Welfare e Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Un moto a pendolo, quello descritto dal rapporto. Perché se l'età minima dei bevitori scende verso il basso, quantità dei consumi e numero di persone alzano l'asticella sempre più in alto. A partire dagli adolescenti. Su cento, venti maschi e quindici femmine compresi tra gli undici e i quindici anni hanno assunto alcolici in Italia negli ultimi 12 mesi. Dati allarmanti, che rappresentano solo l'innesco di un trend che culmina nella maggiore età. Con otto diciottenni su dieci nella categoria uomini, e sei nella categoria donne, i nuovi adulti italiani eguagliano i consumi medi della popolazione nazionale nel suo complesso. E considerato che i picchi di chi assume alcol sono toccati dagli uomini nell'età compresa tra i 65 e i 74 anni (60 per cento) e dalle donne nella forbice tra i 60 e i 64 (25 per cento) per poi scendere bruscamente dopo i 75 in entrambi i casi, l'entità degli abusi giovanili si rivela a livello statistico ancora più preoccupante. In aumento anche il consumo giornaliero tra i minorenni (tre maschi e una ragazza su cento) e quello di adolescenti che bevono fuori pasto fra i quattordici e i diciassette anni, passato in un decennio dal 12,6 per cento al 18,7. Nello specifico, particolarmente attratti dal drink a digiuno i ragazzi, in crescita dal 15,2 per cento al 22,7 per cento dal 1998, e in ascesa anche le teenager dell'aperitivo senza cena, che passano da 9,7 punti percentuali a 14,4. Cifre che collocano a pieno titolo l'Italia nell'Unione europea. Almeno dal punto di vista etilico, che apparenta i giovani consumatori di “bevande graduate” nostrani, a ridosso dei pari categoria scandinavi, campioni del settore. Sempre più di tendenza tra i ragazzi italiani anche la pratica del binge drinking, l'abitudine di ingurgitare almeno sei bicchieri di alcolici assortiti, con il 22 per cento di maschi e il 7 di femmine. Numeri da leggere alla luce dell'appello dell'Oms, che raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni. Anche una sola unità alcolica, (pari a un bicchiere di 125mm) è considerata infatti secondo gli studi dell'Organizzazione mondiale della sanità come un comportamento a rischio. Lo stesso rischio che, in quest'ottica, corrono in Italia il 20 per cento di maschi under 15, e il 15 di femmine.
«Non sono mai stati così tanti i giovani attratti dall'alcol», sintetizza il presidente della Società Italiana di Alcologia, Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol e del Centro per la ricerca sull'alcol dell' Oms. «La prima misura da attuare é l'innalzamento da 16 a 18 anni dell' età minima per la vendita di alcolici – commenta Carlo Rienzi, presidente del Codacons – e poi controlli serrati su tutto il territorio e sanzioni severe contro i trasgressori, perché il divieto di somministrare alcolici dopo le 2 all'interno delle discoteche viene ormai violato con una certa sistematicità». Crescita quantitativa, ma anche qualitativa. Perché a fronte della riduzione dei consumatori di vino o birra, aumentano quelli che inclinano verso aperitivi, amari e superalcolici, o che combinano le due tipologie. Ma le notizie peggiori vengono dall'incrocio dei numeri con il ritratto intergenerazionale emerso dal rapporto Istat 2008: 8,5 milioni di italiani sono a rischio alcolismo. Una cifra che accoglie quanti fanno consumo giornaliero di drink o sono dediti a cumularne più di quattro a sera. L'Italia del bicchiere di vino dopo il panino, sembra alle spalle insomma. E molto meno rassicurante di Albano, l'alcol è l'ospite inquietante che siede a tavola con i giovani italiani del terzo millennio.

Da Liber
al 24 aprile 2009

mercoledì 22 aprile 2009

«E no Berlusconi. Dopo il terremoto in Abruzzo, scoprire perché molte case sono crollate non è una perdita di tempo, ma un diritto dei cittadini»


Roma. Che certi denti dolgano, in Italia non è piacevole per nessuno. E specie quelli che traballano, bisogna affidarli alle cure di un esperto, prima che la carie lasci tutti a bocca aperta. Sembra che i peggiori di tutti siano quelli del giudizio, a voler colorire di metafore le parole del presidente dell’Anm, Luca Palamara, dopo la recente sortita del premier Silvio Berlusconi sulla ricostruzione in Abruzzo.

Dopo il terremoto urge ricostruire, dice il Governo. L’inchiesta nasce nel momento sbagliato?

Assolutamente no. Tutto nasce dal bisogno di risposte dei cittadini che hanno perduto familiari, beni e tante altre cose che è impossibile quantificare. Il lavoro degli inquirenti, dei periti e dei consulenti è in una fase di accertamento delle responsabilità, e anche se non posso entrare nel merito dell’inchiesta del procuratore Rossini, una cosa mi sembra abbastanza evidente: l’indagine si svolge su fatti già accaduti e non ostacola in nessun modo il lavoro di ricostruzione. Ridare una casa a chi non ce l’ha più è doveroso. Tanto quanto cercare di capire perché chi l’abitava l’ha perduta.

I crolli hanno coinvolto edifici pubblici e privati. Ci spiega in parole povere come funziona l’indagine ?

Nella fase istruttoria in corso in Abruzzo, guardia di finanza, polizia e carabinieri stanno raccogliendo testimonianze e denunce, mentre periti e consulenti si stanno occupando di valutare i danni alle abitazioni e di riscontrare eventuali irregolarità costruttive. Nei casi in cui emerge qualche violazione del Dpr sull’edilizia si formulano le ipotesi di reato. Che può essere colposo, oppure doloso, se è intervenuta la furbizia.

Il “pilastro senza ferro” di cui ha parlato il procuratore Rossini. Ne mancava molto in quelli delle case che sono crollate?

È ancora presto per dirlo, perché le verifiche sono in essere e non si può azzardare al momento nessuna previsione sui tempi necessari. L’unica cosa certa è che il lavoro dei magistrati si concentra su ciò che è successo, non ha ripercussioni sul presente, e anzi può dare all’Aquila un futuro migliore.

I cittadini abruzzesi presentano esposti a raffica, in questi giorni.

È un loro diritto e mi pare che nonostante la grave emergenza si stia facendo un ottimo lavoro. Così come è nostro dovere prendere in consegna le testimonianze, accertare le responsabilità, e chiederne conto a chi di dovere.

Manager, costruttori e amministratori vengono ascoltati come persone informate dei fatti ma non è detto che lo restino, ha spiegato Rossini. Indizio che c’è qualcosa di marcio?

Posso dire che la storia d’Italia non depone certo a favore, in casi come quello abruzzese. Di sicuro verifiche e ipotesi saranno formulate nel massimo rigore e con l’obiettività dovuta. E solo sulla base dei fatti accertati, ovviamente.

Che succede al cittadino che ha perso la casa per motivi dolosi?

Se il proprietario di una casa distrutta si costituisce parte civile perché ha subito danno a causa di un appalto irregolare, ad esempio, ha diritto ad essere risarcito.

E questo tempo tecnico, in qualche modo, può rallentare in parte la ricostruzione.

L’inchiesta deve accertare le responsabilità in relazione ai disastri conseguenti al terremoto. È fatta a partire dal volere dei cittadini, e non certo contro di loro. All’Aquila c’è moltissimo da fare, e ricostruzione e indagini possono procedere in parallelo al servizio di tutti.

Per tornare alla metafora dei dentisti, la lingua batte dove il dente duole?

Sulle polemiche con il presidente del Consiglio non voglio tornare, perché penso che al riguardo non potevo essere più chiaro. L’unica cosa importante, e che fa risparmiare tempo a tutti, é lavorare al meglio, e possibilmente in sintonia. Dopo la catastrofe, è il minimo che dobbiamo alla gente d’Abruzzo.

Da Liberal 22 aprile 2009

venerdì 17 aprile 2009

Gruppo di guerriglia in un interno. Il Sol dell'Avvenire, le br e il cotechino


L’interminabile cena a base di cappelletti, cotechino, faraona e nostalgia brigatista, offerta ad Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli e Roberto Ognibene ne Il Sol dell’Avvenire di Gianfranco Pannone, è costata allo Stato italiano 250mila euro e una goffa retromarcia in salsa maccartista. Riunire alla stessa tavola del ristorante di Costaferrata il trio che nel 1970 diede vita e braccia alle Brigate rosse, era un’occasione imperdibile per andare alla ricerca delle origini di quello che lo stesso regista e Giovanni Fasanella, autore del libro cui (non) si ispira la pellicola, definiscono un «fenomeno rimosso». Bello spunto di partenza, che la visione del film nella semi clandestinità dell’Apollo 11 di Roma, tramuta però in un clamoroso autogol. E in un assist al ministro Bondi. Perché l’unica cosa che non viene mai rimossa per tutti i 78 minuti del film, è l’idea di assistere a una grande abbuffata, durante la quale tre allegri criminali si divertono ad affettare culatelli e ingurgitare sangiovese sincero, in mezzo a frizzi e lazzi come quello, elegante, che si sente a un certo punto nel film: «Dicevo a tutti che facevo il designer. E infatti disegnavo crimini». Da brigatisti terribili ad allegra brigata, da rivoluzionari efferati ad amici del bar Margherita, in mezzo scorre il fiume. Un fiume di sangue in cui nessuno di loro sembra volersi bagnare la seconda volta, e di cui nessuno di loro rende conto per tutta la durata del film. Dove la nostalgia canaglia, cede il passo alla nostalgia canagliesca. Il ministro Sandro Bondi, ha torto nel metodo ma ragione nel merito: non solo offensivo per le vittime, Il Sol dell’Avvenire dice poco a chi conosce già la storia delle Br, tantissimo ad alcuni come quelli, presenti in sala, che ridacchiano per lo humour sanguigno dei commensali ed elogiano trasognati la superiorità etica delle stragi ideologiche, e qualcosa di mostruoso a tutti i giovani che della lotta armata non sanno niente. «Il film dev’essere proiettato nelle scuole», dice Fasanella facendo venire anche a noi la voglia di un frizzantino per stemperare l’atmosfera. Stavolta Pannone, altrove capace di affondare lo sguardo con equilibrio e rigore (vedi Latina/Littoria), sembra essersi lasciato scappare di mano la macchina da presa. Come sopraffatto o affascinato dai corpi vivi di quella realtà che intendeva documentare, concede alle azioni delittuose delle Br solo una rapida carrellata di foto d’epoca, e non una parola alle vittime del terrorismo che a vario titolo sono state colpite dai suoi attori protagonisti. Certo si potrebbe obiettare che la realtà non può essere aizzata o manipolata, ma solo raccontata. Che se i brigatisti non avevano nessuna voglia di rivangare il passato, non è colpa del film. Di sicuro però, regalare a Franz e soci un pranzo, e renderli attori protagonisti di un reality show in stile Il ristorante, è davvero agghiacciante. «Noi non siamo stati terroristi, terrorismo era piazza Fontana», dice Tonino Loris Paroli. E nessuno contesta. Nessuno sembra ricordare rapimento e sequestro del giudice Mario Sossi, sequestrato a Genova il 18 aprile 1974 e rilasciato a Milano il 23 maggio dello stesso anno. Nessuno fa un accenno al 17 giugno del 1974, quando le Br assassinarono Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola nella sede del Msi. Nessuno sembra sapere che l’amico Franz pasteggia a cotechini dopo una condanna a sessant’anni di carcere per costituzione di banda armata, sequestro, oltraggio e rivolta carceraria. Solo qualche didascalia generica nel prologo, e niente di organico al gruppo di guerriglia in un interno allestito per l’occasione. Fasanella e Pannone sembrano più interessati a collocare l’esperienza de L’appartamento, il gruppo di Reggio alla base delle Br, all’interno della vittoria mutilata della Resistenza. «La rivincita dei figli dei partigiani che credevano ancora in un sogno», ammonisce Valerio Morucci, che dopo aver partecipato all’agguato di via Fani e al sequestro Moro, ha partecipato l’altra sera anche al film. E proprio da Morucci viene la critica più fondata: «C’è troppo lessico familiare in questo film, e il lessico familiare si usa solo quando si raccontano vicende private. E queste non lo sono». Il frizzantino di Paroli «che oscurava persino il ricordo di Lenin», quarant’anni dopo sembra essersi annacquato, perché il bolscevico, che definiva l’estremismo la malattia infantile del comunismo, spesso troneggia nel film dalla piazza di Cavriago. Le Brigate rosse sono un prodotto del comunismo, giusto. Ma se la verità non è sempre rivoluzionaria (vedi negazionisti), il culatello mai.

mercoledì 15 aprile 2009

Ma il terremoto in Abruzzo è colpa di Dio o colpa dell'uomo? Teologi e filosofi a confronto si interrogano su una tragedia


Insieme a un’onda d’urto imprevedibile, cieca e sorda, che ha squarciato la terra d’Abruzzo, hanno vacillato in questi giorni in milioni di italiani, le certezze più spicciole e quelle più incommensurabili. La terra che abitiamo, i vicoli e i crocicchi e i monumenti, che prima di tutto vivono nella mente, si sgretolano e trascinano via amici, sogni e abitudini in un buio pesto che ci lascia atterriti. Se la terra si squarcia, e centinaia di persone ci spariscono dentro, si spalanca un baratro anche per chi resta. «La terra – spiega Gianni Baget Bozzo, noto intellettuale e una delle voci del cattolicesimo italiano – questa terra che tutti pensiamo di avere sotto i piedi, qualche volta si ritira e inghiotte l’uomo, lo trascina via con una foga incontrollabile e apre crepacci, lunghi e profondi, dentro di lui. L’uomo sa da sempre che la terra che calpesta è imperfetta, perché Dio, nel creare il mondo, l’ha portato fuori di sé. Pensare alla morte tra le macerie e il dolore fa terrore, ma ci sono due cose che chi resta impara nella tragedia: che la natura è più potente dell’uomo, perché la natura è libera. E che, nonostante tutto, essa ha scelto l’uomo perché abitasse questa libertà». Ci si è fatti molte domande in questi giorni terribili, e anche l’arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, ha detto che di fronte a una tragedia così immane, domandare a Dio «perché», è lecito. «Di fronte all’orrore – commenta don Bozzo – l’uomo vacilla e grida il suo dolore come un animale ferito. Ma dal fondo del pianto, tra cumuli di rovine, l’uomo può trovare la Croce. Perché la grande croce caduta sull’Abruzzo, è la Croce di Dio». «Le cose accadono in modo inevitabile perché è lo stesso accadere a sgombrare il campo da tutto ciò che era possibile – argomenta Emanuele Severino, filosofo tra i più influenti del panorama internazionale –, e allo stesso tempo l’inevitabilità è il rovescio della medaglia che consente il superamento del dolore provocato dalla morte. Il terremoto, come altre tragedie che hanno attraversato la storia dell’umanità, è il polo negativo dell’essere, quello che i greci chiamavano amartìa, nella doppia accezione di peccato, ma anche di errore. E l’orrore è il negativo assoluto, qualcosa di terribile e di insostituibile al contempo. Perché senza l’orrore, non potrebbero esistere la gioia, la verità e la giustizia. Elementi di un polo positivo, che l’uomo non potrebbe riconoscere se non esistessero gli opposti». Colpa di un’entità assoluta che ha lasciato accadere tutto senza opporsi, colpa dell’uomo che ha piantato le sue radici laddove sapeva che un giorno avrebbe potuto sparire, l’arroganza dell’uomo enciclopedico capace di prevedere ogni cosa, il culto viscerale per la tecnocrazia, la rabbia contro qualcuno o contro qualcosa che non si può riconoscere se non come ignoto. Si agitano in queste ore di cordoglio nell’intimo di ciascuno, spettri antichi come il tempo, che ci riabbracciano uomini del terzo millennio. Una lotta di fantasmi, in cui l’uomo sembra staccarsi da terra, e riscoprirsi fragile.
«Farsi domande in questi momenti, non solo è lecito ma anzi doveroso – osserva Sebastiano Maffettone, filosofo e docente alla New York University e ad Harvard – ma cercare risposte radicali è sbagliato, perché il mistero del dolore ci porta oltre il campo del definito. Oltre di esso non c’è che una selva in cui domande e risposte si intrecciano in nodi inesplicabili. Esistono in quell’oltre solo frammenti e schegge, perché laggiù si sbriciolano tutte le pietre angolari. E scaricare le colpe di un disastro sull’uomo o su volontà inconoscibili, non risolve affatto l’inesausta ricerca della verità. La verità ci trascende, e dunque noi uomini non possiamo far altro che accogliere in noi un liberalismo minimo. Scendere su un piano empirico, e rispettare le ragioni e le credenze di ciascuno. Oltre il mistero, non può che esserci speranza e paura, conforto e sconforto. E in questa pluralità, l’uomo riscopre se stesso. Uomo tra uomini».

martedì 14 aprile 2009

Da Saviano a Rita Atria l'Italia che si ribella. Il nuovo teatro civile post-Gomorra
























Lontano dagli eccessi onanistici denunciati dai critici compunti di Io sono un autarchico. E altrettanto distante da quel tipo di palcoscenico che la tv spazzatura ha trasformato nel proprio termovalorizzatore. Creativo ma senza isterie sperimentali, impegnato senza essere barboso, e pieno di giovani in barba alla gerontocrazia (drammaturgica e non). Il nuovo teatro italiano si muove nelle periferie e accoglie malcontento e rabbia, voglia d’impegno e partecipazione.
Sulla scia di Gomorra, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Roberto Saviano del 2007, per la regia di Mario Gelardi, il racconto del disagio ha preso piede in tutta Italia, fornendo linfa fresca e nuove impensabili fasce di pubblico, a un settore che si dibatteva esanime, da tempo, nella maniera di se stesso.Via la dizione pomposa, via i rigidi cliché della scrittura drammaturgica e stop agli odiosi precetti per cui il pubblico compri necessariamente spettacoli per ridere di pancia o piangere a dirotto. Il nuovo teatro è fatto da giovani autori ed attori finalmente visibili, che vanno oltre le convenzioni di genere. E dire che, prima dell’uscita di Gomorra, a quello che una volta si chiamava teatro civile, non ci credeva più nessuno. «È stato un percorso davvero difficile quello che ha portato alla realizzazione dello spettacolo – spiega il regista Mario Gelardi – fatto di molti no e rifiuti, sembrava quasi che la camorra non fosse un tema interessante per il panorama teatrale. Ricordo ancora le parole di qualcuno: «È un problema locale, non interessa al pubblico». E invece, quando il Teatro Mercadante di Napoli decise di produrre lo spettacolo, la camorra interessò eccome, e complice il libro, galeotto il cinema con il lungo di Garrone, il risultato è che Gelardi non ha più smesso di andare in scena, aprendo la strada a numerosi progetti civili, lasciati marcire in tutta Italia nei cassetti di enti e assessorati. Per restare a Gelardi ad esempio, è stato presentato in questi giorni al San Ferdinando il nuovo allestimento de La Ferita - dalla Parte dei Ragazzi, spettacolo teatrale ispirato alla memoria di Annalisa Durante, giovane ragazza uccisa da alcuni sicari nel 2004. Si tratta di un reading tra parole,
musica e coscienza sociale da lui scritto e diretto, capace di mescolare azione teatrale e testimonianze dirette di numerosi familiari delle giovani vittime di camorra. Vita di periferia, gioventù sacrificata e malavita, sono i tratti salienti di Uncinnè, dramma di Pietra Selva Nicolicchia che prende le mosse dalla parabola tragica di Rita Atria. Nata nel 2006, la pièce racconta la storia vera di una ragazza siciliana che si uccise dopo aver denunciato la mafia a sedici anni. E quest’anno, complice anche qui la benefica triade realtà-film-romanzo, ha aperto il cartellone 2008/09 del Teatro Perempruner di Grugliasco, per poi essere rappresentata in numerosi palcoscenici italiani, dove si è imposto all’attenzione di pubblico e critica. In ambito siciliano, ha riscosso un ottimo successo di pubblico Teatrando, rassegna teatrale organizzata dalla provincia di Palermo e riservata a giovani compagnie teatrali. Silenzi di Paolo Bono, indagine sulla follia nata da un laboratorio con giovani ragazzi, l’opera più applaudita per l’impegno civile in bilico con il sogno di un mondo nuovo. Sintomatico di un teatro aperto alla contaminazione
fra generi, accattivante come l’immaginario cinematografico, e contemporaneamente vicino ai disagi delle periferie, anche Io, Clarence, spettacolo firmato e interpretato da Adelmo Togliani. Fortemente voluto dal Teatro di Roma di Giovanna Marinelli, è di recente andato in scena al teatro di Tor Bella Monaca, nel progetto di una riqualificazione di pubblico e periferie. L’ibridazione di slang giovanili, tic di borgata e vezzi cinefili, rimescola di continuo nel plot di Togliani, una sezione dialoghi fitta di tensione e sospensione. Rimbalzi di linea, di umori biliosi e disagi a cavallo tra il romantico e sociale, attraversano in modo energico una storia che omaggia il pulp tarantiniano per andare a parare dalle parti della teen commedy rivista e (s)corretta, che è una santa pietra scagliata contro mocciosi e moccismo cinematografico. Due giovani della Roma per niente bene, che si trovano alle prese con un assassinio, metafora visibile del loro disagio esistenziale indossato come una zavorra, che impedisce ai desideri di alzarsi liberi. In sintesi, Io, Clarence. Dalla fucina partenopea, e dallo stesso spirito giovanile, in questo caso perduto e indagato disperatamente, viene anche La Terra Senza di Ivan Stefanutti, passato di recente al Teatro Bellini di Napoli. Storia di un ritorno al Sud, ma anche nel Sud di se stessi da anni rimosso. Metafora di una questione meridionale ancora aperta, servita però con fibrillazione cinematografica, e senza pesantezze tribunizie. Le stesse, sulla carta inevitabili, che gravano su uno spettacolo come La Costituzione di Ninni Bruschetta. Andato in scena in questi giorni al teatro Quarticciolo di Roma, l’opera sostituisce i punti fermi dei paragrafi costituzionali con agghiaccianti punti interrogativi sparsi a piene mani da attori scelti fra studenti e cittadini della periferia romana. E contro ogni aspettativa, diventa sul palco un racconto appassionante dei valori fondativi della Repubblica. La Costituzione come fantasma che entra dal palcoscenico e siede accanto a noi come un convitato di pietra. «I miei giovani attori – commenta Bruschetta – hanno interpretato la Costituzione come un testo morale, vi hanno trovato un appiglio sicuro, l’idea sui cui fondare la loro esigenza di essere “attori” sul palco, ma anche nella vita di ogni giorno». Dal palco alla vita, e viceversa, passando per il cinema, le periferie, l’immaginario comune, lo slang di ogni giorno e la quotidianità di un impegno, che diventa passione libera e civile. Agile ma non fragile, serio ma non serioso, il nuovo teatro italiano post-Gomorra parte dal basso, deciso a dare cittadinanza a chi non sopporta più di vivere nel cellophane delle città invisibili. «La libertà – diceva un mostro sacro del teatro – è partecipazione».



Da Liberal 9 aprile 2009

sabato 11 aprile 2009

David di Donatello, per il cinema italiano è arrivato il momento di fare giustizia a Gomorra


«Adda passa' 'a nuttata», esclamava Gennaro Iovine a chiosa di Napoli milionaria. E per l’altra Napoli, quella Gomorra di un romanzo che ha venduto tre milioni di copie, senza l’ardire di inzuccherarla da metri sopra il cielo, ma rimestandone il marciume, è arrivato finalmente il giorno. Lasciate alle spalle le paturnie della notte degli Oscar, che ha visto il film omonimo di Matteo Garrone escluso dalla corsa al miglior film straniero, a favore del vincente giapponese, Okuribito, che racconta le vicende di un violoncellista alle prese con un becchino e la depressione (sua e degli spettatori), la pellicola italiana di cui tutti parlano e nessuno premia, farà incetta di riconoscimenti. L’otto maggio, alla 53esima edizione dei David di Donatello, Gomorra di Matteo Garrone si presenterà con undici candidature. Persino poche, bisogna dire. Perché in Italia, il film del regista romano si era guadagnato finora il primo premio ai Nastri d’Argento, e la menzione speciale di qualche schizzinoso esegeta avvezzo a sciacquare i calzini nel buen retiro del proprio bidet. Candidato come miglior film, Gomorra dovrà vedersela con l’altro must della stagione, Il Divo di Paolo Sorrentino, in una corsa che forse non stabilisce soltanto qual è il miglior film della stagione, ma forse e soprattutto dell’ultimo decennio. E che comunque vada, segnerà per i cineasti italiani una nuova agenda: sollevare la pancia dal tinello di casa, buttarsi a peso morto dal ponte molle dei sospiri, e ricominciare a fare cinema dopo un sano schianto con la pietra viva. Pellicola sulfurea, fitta di vetriolo e di buio pesto, alla luce delle sedici candidature agguantate, Il Divo si fa preferire a Gomorra nell’assecondare la credulità narrativa, perché focalizza su storia e personaggio fondandosi su un plot tradizionale. Più eversivo, e terribilmente ascetico nel non concedere allo spettatore né una lacrima né un sorriso, il film di Garrone punta allo stomaco e non conosce pietà. E in questo non si fa preferire soltanto a Il Divo, ma alla maggior parte del cinema italiano del dopoguerra.
Detto dei due antagonisti principali, nella cinquina per il miglior film fanno capolino ai David di Donatello anche le commedie. Giusto non bistrattarle, ma una commedia che fa solo ridere non è una buona commedia. E difatti, delle tre iscritte in lizza,
Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (escluso dalla nomination come miglior regista per ragioni imperscrutabili) ha di comico solo la tragica stupidità in cui è stata sospinta la gioventù contemporanea, costretta a cantare la gettonata canzonetta motivazionale del precariato, mentre porta la croce. Completano il lotto Si può fare di Giulio Manfredonia, che di divertente ha solo un grande Claudio Bisio, e di intelligente e amarognolo moltissimo, e gli Ex, girotondini dell’amore perduto, di Fausto Brizzi. Che insieme a Garrone, Sorrentino, Manfredonia e Pupi Avati (Il papà di Giovanna) si contendono la statuetta anche nella categoria riservata al migliore regista. E a proposito del film del regista bolognese, bisogna dire che se il papà di Giovanna, un sommesso Silvio Orlando, trova posto nell’agguerrita sfida per il migliore attore, sua figlia, l’intensa Alba Rohrwacher che l’anno scorso si aggiudicò il David come miglior attrice non protagonista in Giorni e Nuvole di Silvio Soldini, merita a mani basse la consacrazione come protagonista femminile nella cinquina di quest’anno.
Non sarà la ninfa oceanina che uno spera di incontrare al mare nei panni (pochi) di Laura Chiatti, ma la giovane attrice di
Mio fratello è figlio unico, possiede un campionario emotivo di prim’ordine. Dovrà vedersela con la solita Valeria Golino di Giulia non esce la sera, che non ha ormai bisogno di presentazioni né di altre lodi, l’ottima Donatella Finocchiaro di Galantuomini , con la Ilaria Occhini di Mar Nero e la Claudia Gerini di Diverso da chi?, che però nell’audace film di Umberto Carteni si conferma una macchina da guerra nei tempi comici, che scricchiola su quelli drammatici. Sempre dal gradevole film di Carteni, arriva la candidatura di Luca Argentero come miglior interprete maschile. Non male, ma troppo statico, non si capisce se per colpa sua o per mimesi con un personaggio scipito, che di gaio ha poco e di noioso tantissimo. Nella sezione, sembra inarrivabile il divo Tony. Un Servillo così camaleontico, che nei panni di Andreotti potrebbe far storcere il naso per eccesso di bravura. Sempre valido Mastandrea di Non pensarci, attore dalle molte frecce incastrato però in un serial iniziato con Tutti giù per terra, e Claudio Bisio di Si può fare, titolo ben auspicante. In pole come miglior regista esordiente Gianni di Gregorio e il suo Pranzo di ferragosto, ma attenzione a Pa-ra-da di Marco Pontecorvo. La siciliana ribelle di Marco Amenta, resta invece troppo addomesticata dai canoni della fiction. Peccato, perché la vita della giovane Rita Atria, nel documentario dello stesso regista, veniva fuori con ben altro impatto emotivo. Data per scontata l’equa distribuzione della posta maggiore tra Sorrentino e Garrone, il premio alla sceneggiatura andrebbe forse assegnato a Francesco Bruni e Paolo Virzì per Tutta la vita davanti. Nel ritrarre la commedia umana, anche dove c’è poco da ridere, il duo ha pochi rivali. Mai come quest’anno, i nostri David hanno il compito di fare giustizia.
da Liberal 10 aprile 2009

venerdì 3 aprile 2009

Il Maestro e Margherita. Intervista a Pupi Avati, amico dei semplici al bar della memoria


«Siamo nel pieno degli anni Cinquanta e io, sedicenne, somiglio nella sfrontatezza delle mie aspettative a quell’Italia in cui nessuno si prende la briga di richiamarmi alla ragionevolezza. Ho l’età dei miei sogni che è l’età della città in cui vivo e della sua gente.
Tutti insieme condividiamo le stesse attese nei riguardi di uno sconfinato futuro». Dietro la barba folta e il cipiglio antico, Pupi Avati nasconde un inesausto stupore. Qualcosa che balugina nella voce incrinata, e somiglia a un’ipotesi di leggenda. All’idea di fare cinema per svelarla. Nelle sale arriva oggi Gli amici del Bar Margherita, opus numero 40 di una carriera straordinaria. Cantore degli umili, amico dei semplici, il regista emiliano racconta ancora una volta quel piccolo mondo antico che è stato la provincia italiana: vestale del nostro passato, e presenza fantasmatica del nostro presente.
Perché ha scelto di raccontare gli amici del bar Margherita?
Avevo sedici anni quando osservavo il bar Margherita. Era il 1954 e allora, dalla finestra di casa mia, guardavo con ammirazione tutti coloro che erano ammessi in quel luogo. A distanza di più di 50 anni, e di 370 chilometri, è diventato per me un simbolo. È per me il ricordo dell’Italia del dopoguerra, luogo fisico e luogo dello spirito insieme, in cui la cultura si declinava al maschile.
Com’erano viste le donne?
Le figure femminili erano immerse nei nostri discorsi in un alone di diffidenza, e le logiche di gruppo non facevano che addensarne il mistero. La donna era motivo di fascinazione e di turbamento. Le risate, le battute, i racconti avventurosi, non facevano che nascondere la paura, e sciogliere nella risata i nodi di questo gioioso tormento, l’amore e le donne, che ci univa tutti.
Tra i personaggi del film, ha detto di identificarsi nel giovane Taddeo, detto “Coso”.
In lui mi riconosco del tutto. Anch’io, da ragazzo, facevo fatica a farmi notare. E anche lui, come molti giovani di allora, non contava nulla. L’approvazione o la disapprovazione, giungevano per noi dal tavolino di un bar, da un occhio rugoso che ci scrutava, da una smorfia che ci irrideva dietro un bicchiere, o da un ciglio che si inarcava nel fumo di una sigaretta. Erano anni di distrazione, e di educazione sentimentale.
Dopo le bombe, voglia di evasione?
Naturalmente c’erano anche allora giovani che avevano scelto di investire nell’impegno, nella lotta, nella politica. Ma di certo posso dire che seduti sui gomiti ai tavolini del bar, tutti cercavamo la nostra voce, quella che non trovavamo seduti a tavola nelle nostre case. Senza pressioni, né aspettative di nessuno, i giovani erano liberi di cercare la propria storia perché erano liberi di sbagliare. Molto più di quelli di oggi, che invece sono al centro di un’enorme attenzione.
Davvero crede che lo siano?
Lo sono, ma solo in apparenza. A questo proposito credo infatti che le mie dichiarazioni siano state fraintese. Quando parlo di attenzione verso i giovani mi riferisco alla loro importanza prettamente mediatica, a quella strategica del marketing o della politica che nell’ansia di svecchiarsi cavalca spesso linguaggi e temi giovanili. Si ammicca e si sonda, il mondo dei giovani, ma in funzione di un target. Si viaggia nel loro universo come se si facesse una visita guidata: quello che si deve vedere è spesso stabilito in partenza.
È forse per questo che i ragazzi si aggregano ora nella baraonda della discoteca, oppure nel silenzio virtuale di una chat?
La “cultura del bar” che racconto nel mio film, permetteva ai ragazzi di solidarizzare senza avvertire troppo il peso della responsabilità. Allora, come dicevo, sentire di non contare nulla era normale per tutti. Era una regola del gioco, e la cosa si viveva spesso con gioia, come una libertà. Al contrario, i ragazzi di oggi hanno la sensazione di non contare nulla individualmente, e a volte sfogano quest’ansia in uno stare insieme, ma da soli, che spesso è tutto tranne che leggerezza. Le pressioni di oggi, l’avere obbedito a infiniti input tecnologici e rituali di massa, in cui si celebrano, a prescindere da meriti e valori, i vincenti, fa vivere loro l’idea di non contare con grande terrore.
E questo forse spiega perché nel nostro cinema sembrano marionette di un romanzetto teenageriale.
Non conosco abbastanza a fondo la produzione degli ultimi anni, ma mi sembra che in alcuni film in voga siano rappresentati come testimonial di prodotti, piuttosto che come testimoni della loro generazione. Semmai, se può incuriosirla, vorrei aggiungere qualcosa sul nostro cinema.
Curiosissimo, dica pure.
Ho notato che circa il 99 per cento dei film italiani ruota ossessivamente attorno al presente. Come a dire che il passato debba svaporare via perché è vecchio e inservibile. Proporne uno in costume equivale spesso in Italia a essere osservati, bene che vada, con aria compassionevole. «Le cose del passato non tirano», ci si sente dire. Il rischio c’è perché sono film complicati, costosi, e non attirano i giovani in sala, perché loro con il passato non vogliono avere niente a che fare. Un’obiezione ragionevole, se si guarda al botteghino, ma che in senso più filosofico è fasulla.
Ci spieghi.
Io resto convinto che raccontare ciò che è dietro di noi, e non fuori, serva a tirare meglio le fila della nostra storia, di quella che viviamo nel presente. E a ristabilire un rapporto equilibrato con la nostra percezione, e la nostra memoria.
Avverte qualche squilibrio, insomma.
Oggi esiste la sensazione diffusa che, da qualsiasi angolazione si guardino, le cose stanno regredendo. È innegabile che i mutamenti ci siano stati, e ce ne sono in corso, ma spesso c’è dietro una lente deformante che mitizza il passato e gli conferisce un’aura di mondo migliore. Il passato che racconto ne Gli amici del Bar Margherita è per esempio carico di nostalgia. Ma se in film come Jazz Band o Cinema!!! mi ero reso conto di aver dato vita ad affreschi troppo solari, in questa e altre pellicole c’è un carnet di piccole nefandezze: lo scherzo a Fabio De Luigi, un aspirante cantante che sogna Sanremo e se ne torna con le pive nel sacco. Oppure il matrimonio di un uomo ingenuo (Neri Marcorè, ndr) fatto saltare da un suo amico (Diego Abatantuono, ndr) grazie a una entreneuse (Laura Chiatti, ndr). E che dire del ragazzetto, mio alter-ego di quando avevo sedici anni, che chiude il nonno morto nella sua stanza per non perdere l’occasione di ballare con la ragazza che gli piace?
Ci dica che non è successo davvero.
No, non è successo davvero. Ma confesso che mi sarebbe potuto accadere. Di più: avrei fatto la stessa cosa. Fare film, molte volte, è far succedere quello che avremmo voluto accadesse. I miei racconti sono parte di una biografia immaginaria, vera e desiderata allo stesso tempo. E perciò avverata.
L’amicizia è stata larga parte della sua, sembra.
Lo è stata e lo è, come me per tutte le persone che la vivono nel presente. Quella che si respira al bar Margherita è amicizia vera, di quelle che spesso ne svelano i risvolti crudeli e beffardi. E il passato di questi amici, è simile al presente di tanti altri che possono riconoscerlo e dire: succede anche tra i miei amici!
Eppure, il Pupi Avati ragazzino, è un passo indietro dagli amici del bar.
Il ragazzino, proprio come me allora, è attratto da quel mondo ma non riesce a farne parte. E siccome vuol essere comunque un tassello di quel mosaico, se ne allontana per vederlo meglio, e raccontarlo.
Metafora della sua avventura di regista, emigrato a Roma da Bologna?
Esattamente. È solo da lontano che si può amare con maggiore lucidità il mondo che ci ha vestito e nutrito, raccolto e sfamato. Fra me e il mio, ho messo 370 chilometri di distanza, che nel tempo mi hanno portato a carezzarlo con più delicatezza. Solo da qui, posso guardare laggiù. Solo da qui posso confondere quello che è stato con quello che avrei voluto che fosse. In fondo nei film ho l’età dei miei sogni, l’età della città in cui vivo e della sua gente.

Da Liberal 3 aprile 2009