venerdì 27 febbraio 2009

Predappio: nuova luce sulla città natale di Mussolini


Immune da febbri revisioniste o apologetici cliché d'epoca, la Predappio in luce di Marco Bertozzi è un'escursione nella memoria di ieri, che fa tappa nell'immaginario di oggi. Sarabanda di moduli architettonici del Ventennio, e appendice turistica di un demi-monde orfano, la cittadina romagnola è punto nevralgico di una storia d'Italia edificata sui cinegiornali del tempo. Bertozzi, docente di cinema e brillante filmaker, opera una re-visione dei materiali documentari d'epoca che non è semplice decostruzione dell'architettura fascista, ma ri-visitazione dell'urbanistica mentale di un luogo e di un ambiente, che fu la matrice immaginifica del pensiero mussoliniano. Accompagnato dai salaci contributi dei due storici Pierre Sorlin e David Forgacs, l'opera di Bertozzi scardina da una parte gli infissi di chi osserva Predappio alla luce di voice over paradivine, e rimuove dall'altra le grate della damnatio memoriae. Nell'intento di varcare la finestra, il ritaglio di campo che oggettiva, Bertozzi si mescola alla gente, e filma ciò che accade in ciò che è già accaduto.

L'indie rock si fa glamour. Tonight: Franz Ferdinand. Il nuovo album


«Indie rock a base di chitarre con pochi assoli e ammiccanti fraseggi di basso. Più che lodevoli». Così, Francesco Postiglione presenta il nuovo album dei Franz Ferdinand su freakout-online.com. In vista delle due tappe italiane, a Bologna il 29 marzo e il 30 a Milano presso l’Alcatraz, cresce l’attesa dei fan italiani desiderosi di ascoltare dal vivo un lavoro che già nel titolo reca la festosità di un appuntamento: Tonight: Franz Ferdinand. Un capitolo che non deluderà di certo le aspettative: già dai primi ascolti emerge chiaramente come la band abbia preservato il proprio sound grintoso, ricco di cambi di ritmo e graffiante comunicativa, come in Ulysses, senza però riproporsi come una scelta musicale manieristica. Confacenti al marchio di fabbrica gli episodi Bite Hard e Live Alone, non dispiacciono invece in Tonight alcune inclinazioni glam unite a scampoli elettronici raccolti dalle tastiere fra i consueti vigorosi riff. Più oscure e introverse, le trame musicali di Twilight Omens e Can’t Stop Feeling conducono placidamente verso la fumante camomilla psichedelica di Dream Again. Un viaggio a sbalzi, che giunge in porto con la sensazione di una bella traversata, in ottima compagnia.

mercoledì 25 febbraio 2009

La cultura italiana contro Baricco: «dice solo baggianate»


Ha scritto che dinanzi a un'esplosione imminente, nei film americani restano agli incauti protagonisti due strade: pensare molto velocemente o darsi alla fuga. Ma negli ambienti culturali italiani, poco avvezzi all'adrenalina del turning point hollywoodiano, le reazioni suscitate dall'intervento di Alessandro Baricco ondeggiano fra la perplessa contemplazione antonioniana, e il leggero friccicorio della slapstick comedy. «Basta soldi pubblici al teatro , meglio puntare su scuola e tv», ha fiammeggiato ieri sulle colonne di Repubblica lo scrittore di Castelli di Rabbia. Che di fronte alla valanga della crisi, propone in brusca sintesi di strappare la cultura dalla fecondazione assistita dello Stato, di lasciar fare al mercato, ormai maturo per un'offerta degna dell'intelligenza di massa, e di reinvestire i soldi risparmiati dalle sovvenzioni pubbliche nei settori più importanti e più trascurati: scuola e televisione. Prendi ad esempio il teatro di regia, spiega Baricco, «l'unico riconosciuto in Italia», laddove fare teatro potrebbe essere semplice semplice. «Uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire», chiosa l'autore di Novecento, potrebbe trasformarlo in un gesto naturale. «Baricco non sa quello che dice, per questo che ha scritto tante baggianate». La voce di Gabriele Lavia, regista e attore di teatro che non ha bisogno di presentazioni, rompe subito l'arcano tentatore di quel «fare rotondo e naturale», che nella lingua lussuosa di Baricco è fare teatro libero. «Voglio sperare si tratti di una provocazione, perchè tuonare contro il sistema teatrale italiano, in un momento come questo in cui migliaia di attori sono in giro per l'Italia a portare i loro spettacoli senza ricevere un euro per mancanza di fondi, mi sembra come assestare il colpo di grazia a una creatura agonizzante, che ha tanto bisogno di vivere», spiega il regista. Eppure Baricco ha tentato di rassicurare tutti: l'editoria, in mano ai privati, vende e offre cultura di svariato genere. Perchè non il teatro? «È un esempio fuori luogo, quello dei libri. Dei libri si fanno le copie. Ma del teatro, della danza, della musica, che sono legati a eventi irripetibili, a una persona fisica che converge verso un altro che guarda e produce senso a sua volta, che farne? Una riproduzione seriale? Stimo Baricco come narratore, ma confermo la prima impressione: dice sciocchezze», conclude irremovibile Lavia. Passiamo oltre e ritentiamo con Glauco Mauri. «I privati pronti a investire nella cultura? Mi piacerebbe che Baricco ce ne presentasse qualcuno, perchè a me risulta che a proporgli l'Edipo, se la danno a gambe levate», spiega l'attore e regista impegnato da cinquant'anni a portare emozioni e nobiltà in giro per l'Italia. «Banalità e mediocrità sono ormai metastasi troppo estese, per potere ragionevolmente estromettere lo Stato dall'iniziativa culturale. Sottrarre le ultime risorse ad arti corporee, che producono scintille per contatto fisico, significa dichiarare morto il paziente. La cultura di questo Paese ha bisogno dello Stato, per tenere vivi i suoi anticorpi», commenta Mauri. E il mercato libero, domanda e offerta sintonizzata sui consumi culturali, quel fare rotondo e naturale del business secondo Baricco? «I privati italiani mettono soldi soltanto dove sono sicuri di farne molti di più di quanti ne investono. È questa l' unica verità», spiega l'attore. E così la mente pensa velocemente all'Orestea di Eschilo del 1972, che lo vide splendido protagonista sotto la regia di Luca Ronconi. Poi la mente pensa velocemente al simpatico Marco Carta che interpreta l'ipotetico musical di Amleto in mezzo a ragazzine che si strappano i capelli alla Scala, e cerchi un gancio in mezzo al cielo per dartela a gambe anche tu. Dov'è finita l'intelligenza di massa? Meglio scoprirlo mentre si corre. Per darsi alla fuga. Ma qualcuno pronto a sottoscrivere un gesto anglosassone, a un fare rotondo e naturale? Tentiamo con Fioravante Cozzaglio, già presidente dell'Antpi (Associazione Nazionale del Teatro Privato Indipendente). La domanda è sempre la stessa. Pronti a questa joint-venture nel mondo della cultura? «Senza dubbio. I privati sono pronti a supportare il sistema teatrale», ci dice Cozzaglio portando una ventata di baricchiano ottimismo a questo giro d'orizzonte finora drammatico. Non fai in tempo a vedere i pianisti italiani che improvvisano mirabilie a largo di tutte le isole italiane, non fai in tempo a immaginare il pubblico esultante che sventola i fazzoletti dalle navi crociera, che arriva subito la mazzata. «Il problema è che non ci sono privati che possono riuscire a combinare qualcosa di importante senza l'aiuto dello Stato», prosegue Cozzaglio. Niente da fare. L'operazione Goodbye novecento dev'essere rimandata. Serve la ciccia di Stato, di quella sana che ci ha fatti crescere sani e belli come vuole mamma Rai. Ma dare i soldi pubblici alla televisione, neppure? «I soldi pubblici alla tv li diamo già, con l'effetto che comanda lo stesso la pubblicità». Le parole di Glauco Mari suonano abbastanza suadenti, ma chiediamo lumi anche a Cozzaglio. «La televisione è un contenitore, bisogna capire che cosa volere ficcarci dentro, e chi decide cosa. Ma la mia preoccupazione è un'altra. Non vorrei che l'intervento di Baricco venisse preso al balzo da chi è intenzionato ad azzerare i finanziamenti allo spettacolo e al teatro. Non vorrei che qualcuno facesse leva su questo per dire: ecco, lo dice anche l'intellighenzia, tagliamo via i fondi». E la scuola, anche i fondi da destinare alla scuola sono una "baggianata"? «Laddove Baricco dice che bisogna rialfabetizzare i giovani, penso si possa essere tutti d'accordo - spiega Cozzaglio - ma bisogna vedere che cosa andiamo ad insegnare, e che cosa intendiamo per valorizzare la cultura alla luce dei consumi reali». Pensi velocemente a Sal Da Vinci che scalza l'omonimo invendibile Leonardo, e capisci perché della soluzione Baricco non riesci a far innamorare nessuno.
«Le premesse e le considerazioni di Baricco sono condivisibili, ma le conclusioni sono invece pericolose, e forse devastanti. Per il teatro, e non solo», argomenta il pluridirettore artistico e regista Maurizio Scaparro. Che ha un sogno anche lui: «Da grande vorrei dirigere il Lincoln Center. Un gigante privato che ha una magnifica attenzione verso il pubblico. In Italia i privati hanno solo interesse per il privato». Un coro a più voci che risponde a Baricco "non possumus", insomma. All'era dell'intelligenza di massa, il teatro italiano, l'opera, la musica contemporanea, non sono ancora pronti. Bisogna prima smaltire lo shock. Magari cercando di costruirla prima, a partire dalla scuola, come dice da par suo lo stesso Baricco. Siamo ancora, sembra, liberali all'amitriciana, bravi a investire i soldi degli altri. Quel «fare rotondo e naturale» è per noi ancora troppo anglosassone. Forse era solo una provocazione futurista, quella di Baricco, uomo di lettere e di cinema. Se siamo fortunati resterà un'invenzione senza futuro.
Da Liberal 25 febbraio 2009



martedì 24 febbraio 2009

Napolitano contro i tagli, la Gelmini contro gli sprechi, e intanto i giovani italiani affondano insieme all'Università


ROMA. «La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile, e apparentemente non contestata nelnostro Paese». In visita all’ateneo di Perugia, che compiva ieri settecento anni dalla sua fondazione, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, striglia il governo in seguito alla drammatica riduzione dei fondi destinati alla ricerca e all’università. «Mi auguroche siano maturi i tempi per ripensare e rivedere scelte di bilancio improntate a tagli indiscriminati», ha auspicato il capo dello Stato, ma la risposta di viale Trastevere non si è fatta attendere. «Premiare le università migliori e tagliare gli sprechi: è questo quello che vuole fare il governo», ha replicato la numero uno del dicastero, Mariastella Gelmini. Che rimarca come «le preoccupazioni del Capo dello Stato sono anche le preoccupazioni del governo». Nell’intervento perugino, Napolitano ha sottolineato che, nonostante la crisi, occorre un deciso rilancio della conoscenza e della ricerca, «leva fondamentale per la crescita economica e sociale» e unica carta vincente nella sfida dei mercati globali. Inevitabile non scorgere dietro il monito presidenziale e la pronta replica del governo, il sorgere di nuove polemiche sul ferreo regime dimagrante imposto agli atenei dall’ultima Finanziaria, che a partire da quest’estate avevano paventato la cessata attività causa mancanza fondi. Nel mirino la manovra triennale approvata dal Parlamento la scorsa estate, un provvedimento presentato dal governo come la fine di sprechi e privilegi a favore della meritocrazia, e accolto dai rettori come un colpo d’accetta del valore di più di un milione e mezzo di euro ai dannidel Fondo di finanziamento ordinario. Un’emorragia di capitali che già da quest’anno ha trasformato il sistema universitario italiano, di suo ingessato e afflitto da meritofobia, in un tronco che sente e che pena. Tra l’azzeramento dei finanziamenti all’edilizia universitaria, i blocchi del turnover, i disagi abitativi e le borse di studio insufficienti, e la sempre più esigua attenzione rivolta al mondo della ricerca, l’Università nostrana ha mostrato quest’anno ulteriori e sinistri scricchiolii. Detto che nel World university rankings 2008, graduatoria britannica stilata da The Times, bisogna scorrere duecento posizioni per trovare traccia di un ateneo italiano, e quattrocento per individuarne altri otto, il numero degli iscritti alle università italiane è calato nel 2009 del 4,4 per cento a fronte di un numero di diplomati notevolmente accresciuto. Un segnale di sconforto dettato sì dalla crisi, ma di certo legato all’aumento conseguente delle tasse universitarie e delle difficoltà logistiche di studenti immersi in un quadro generale che sembra azzopparne le prerogative occupazionali, in funzione di drastici tagli. Bisogna «valorizzare le risorse di capitale umano e di sapere evitando la dispersione di talenti e risultati troppo spesso sottovalutati», ha ricordato a tutti il capo dello Stato, che ha invitato a non abbandonarsi a «generalizzazioni negative e liquidatorie». Fatto sta che, ovunque sia la verità, posti gli atenei italiani come pazienti in debito di ossigeno, premiare quelli più volenterosi è certo meritevole. Il problema è staccare alla spina a quelli in difficoltà. Perché a rimetterci non è chi spreca, ma chi spreca il suo futuro: i giovani.

Da Liberal 24 febbraio 2009

venerdì 20 febbraio 2009

Ciao Oreste, bella voce in una maschera turpe


Di esistere ormai soltanto nella voce, ormai l'aveva capito anche lui. Oreste Lionello se ne lamentava da tempo. Chino sul suo bicchiere di spremuta d'arancia, logorato dalla ripresa di quel Bagaglino che sembrava aver stancato tutti, confessava di recente agli amici di sentirsi virtuale, mentre l'ombra del borsalino scendeva a eclissarne il volto. Quel volto nudo da cui troppe volte era colato il cerone tra le luci brucianti del cabaret, quella maschera umana, senza trucco né inganno, che troppe volte avevano fatto abnorme gli ammennicoli del varietà. Di Oreste Lionello, nato a Rodi 81 anni fa, non si possono che raccontare due storie.
Quella della sua anima greca, densa di isolitudine e di filosofica sprezzatura, e quella della sua maschera latina, colma di satira straccia e di sbruffoneria plautina. Quella dell'attore che in magnifica solitudine presta le sue corde a chi vive sulla scena in sua vece, e quella della maschera turpe, inzeppata dentro carnevali di genti e di copioni fessi traboccanti di quisquilie e pasquinate in do minore. Quella satira che sempre era stata tutta nostra, mai fu completamente sua. Lionello era personaggio di levità diversa, di tenore più leggiadro, che mal s'adattava alla grana grossa delle invettive imbelli e sempre strampalate ripetute fino al collasso. Non immaginava forse che quella compagnia del Bagaglino, fondata con Pingitore cinquant'anni prima, finisse schiacciata dal giogo della maniera e della riconoscibilità che lo show business impone ai suoi prodotti più venduti. Lui che si scagliava contro l'intrattenimento becero, che predicava lo scarto ironico contro l'onere di un mondo che gravava su di lui come un copione mediocre, poi si ritrovava puntuale da anni il sabato sera a eclissarsi in scena, e a cospargere di poppe e coriandoli i suoi rimpianti d'artista. Forse se ne era accorto quando era troppo tardi per lasciare, Lionello. Che pure, nell'altra sua vita, quella segreta in cui la voce in magnifica solitudine, seguiva le labbra di Woody Allen e ne scandiva in perfetta sincronia le inquietudini, mostrava di cos'era capace.
Sin da Manhattan, nel 1979, l'attore Lionello si era dimostrato l'unica persona italiana capace di poter restituire per intero il calco umoristico sopraffino del regista newyorkese. Ondivaga e querula, a tratti puntuta o sfumata di malinconica bile, la voce di Lionello si spezzava nel fiato di Allen. Fu la voce di Woody persino per i cinefili più incalliti, che esigevano il timbro indigeno con risentita saccenza. La voce di Lionello era perfetta anche per i rompiscatole da cineclub. Da attore di cinema, dentro al teleschermo, non è che gli fossero certo mancati ruoli di spicco e apprezzamento. Dopo l'esordio con la trasmissione tv Marziano Filippo, nel 1956, erano venuti titoli classici del nostro cinema come Tototruffa 62, Quattro mosche di velluto grigio e Il soldato di ventura. Non che come attore non fosse eclettico o senza vezzi. Tutt'altro. È che con quell'aria da caratterista stampata in fronte, la sua voce era sprecata. Era stata la voce del picchiatello Jerry Lewis, la voce eterna del dittatore chapliniano, e quella surreale e tragicomica del dottor Frankestein brooksiano. Era il timbro cristallino di leggende del cinema, quel timbro che per paura gli si brunisse, carezzava lui stesso ogni mattino con il doppio giro del suo sciarpone scozzese. Lo sapeva anche lui, di essere prigioniero di voci troppo alte, per restare semplicemente il corpo di un attore chiamato Oreste Lionello. La voce e il corpo, le sue due storie parallele e diverse, potevano incontrarsi solo sugli assi del Salone Margherita, dove la fisicità spariva sotto chili di trucco e plastilina, e la voce vera filtrava, rimescolata nel becerume della nostra tv, mode e moine, tic e nevrosi dei nostri personaggi più influenti. Dal divo Giulio al premier Silvio, c'era uno stracco trascinarsi in gag spuntate. Troppi sabato sera alla luce di un'atellana smagrita e sdilinquita, che ormai faceva presa solo sulle tabacchiere degli Arciclub. L'ironia di Lionello era invecchiata, e la televisione era cambiata. Si capiva ancora che era uno bravo, perché sotto la sua direzione, riusciva quasi divertente persino la Marini. I figli della tv in bianconero, di un cinema antico fatto di mestiere e voci composte, brillanti di studi teatrali e accenti di verità sudata, erano morti da tempo. E così, tra le fanfare e gli ossequi, tra décolléte listati a lutto e farseschi panegirici, una mattina di febbraio se n'è andato anche lui.
Da Liberal 20 febbraio 2009



giovedì 19 febbraio 2009

Sanremo 2009: la bagarre dell'osceno


Da anni era un Sanremo stantio, insipido come il tarallo che la vecchia zia ti propinava ogni anno. Era stato un Sanremo zuccheroso e ammuffito, da sorbirsi con tanta buona educazione. In fin dei conti si cantava di sole amore e cuore e poi tutti a casa a smaltire la malsana allegria. Il Sanremo di ieri, no. Il polpettone cucinato da Bonolis e soci ha preso forma in una sorta di riluttanza, di disfida alla banalità della canzonetta. Un antifestival pseudoimpegnato, pseudoincacchiato, che ha sfornato un'edizione agghiacciante. Menagramo, avvinto in un cupio dissolvi promosso da interventi grotteschi, gonfio di pulsioni necrofile e momenti lugubri, il cinquantanovesimo Festival della canzone sembra la parodia dei canti di Ossian. Tra morti futuribili, gente che vuole morire, e gente che interpreta i morti è un inno alla poesia cimiteriale, roba da far piangere di nostalgia ripensando a quel birbantaccio di Califano che voleva farsi portare a Napoli da un gondoliere. La prima epigrafe arriva dal Palazzo di Vetro, dove un bolso Miguel D'Escoto annuncia contrito che «siamo fratelli e sorelle. O accettiamo questa verità o andremo tutti a morire». Il primo pensiero che fai è che l'Ecclesiaste sia in confronto un buontempone. Ma soprattutto, chi è D'Escoto? E poi via con i riti apotropaici, scattati frattanto da soli per riflesso condizionato tra le mani e il basso ventre. Non passa neanche tanto ed ecco la valletta: Bonolis ce la presenta come la ragazza che ha interpretato la defunta ne La ragazza del lago. Parlare, la vicentina Alessia Piovan parla poco, muoversi è chiedere troppo e subito capisci che sarebbe perfetta per una parodia di Tim Burton: la Tosa cadavere. L'avvio al cardiopalma ti fa desiderare l'arrivo di Gianni Bella sul palco come non mai nella tua vita. Invece arriva Dolcenera conciata come l'angelo della morte. Assomiglia sempre di più alla versione macabra di Cristina D'Avena, e ti pare che in ogni momento possa estrarre una sega elettrica dalla pochette mentre ti intorta con Lady Oscar. Almeno la canzone è orribile, e tiri un sospiro di sollievo. Riecco il vecchio Sanremo, pensi. Ma poi arriva Fausto Leali, e comprendi che è stato solo un momento. La sua canzone è un bignamino sui figli che se ne vanno, e il papà che incanutisce nell'ombra ormai ridotto a una specie di zimbello. Tristezza e buio pesto. Dai drammi individuali riaffiora l'apocalisse formato karaoke dei Gemelli Diversi: padri alcolizzati, madri picchiate, figli malati e risse di quartiere. Una lacrima sul viso e tanta cagnara. Bonolis e Laurenti infarciscono i tempi morti di gag inumate dai loro spot sull'aldilà, e c'è tempo di oltraggiare anche Sinatra. Il venticello tiepido di Buona Domenica comincia ad aleggiare sul teatro sanremese, e ti aspetti di vedere Claudio Lippi zompettare sul palco travestito da pantegana. C'è spazio poi per quel «cane canissimo» di Tricarico, cui non difetta certo il senso autocritico, e per le soirèe bollenti, tutto sesso e carnazza di Iva Zanicchi che cerca avventure. Il comico è una funzione del tragico, pensano in molti. Poi è il turno di Luca Povia, che nonostante la passione per i piccioni, era gay. I Grillini fanno oh e tutti pensano: che meraviglia se ora si alza in piedi e grida a Povia un pezzo della canzone di Tricarico: «pene dell'inferno per te, pene senza fine». Un Sanremo De Profundis, simile all'Italia che racconta Genna: lo Stivale che ha pestato la cacca. In un quadro così desolato, tanto di cappello a Masini. Lui, almeno, è menagramo da sempre, e non ci marcia. Onore e merito al rocker toscano che ha trovato la rima più sensata a questa bagarre dell'osceno: ridateci Baglioni, che questo Sanremo ha già rotto i maroni.
Da Liberal 19 febbraio

martedì 10 febbraio 2009

Tutte le bugie e alcune scomode verità su Gioacchino Genchi. L'uomo che scoprì che dietro la morte di Borsellino ci sono le ombre dello Stato


«Sta per uscire uno scandalo che sarà il più grande della storia della Repubblica. Un signore ha messo sotto controllo 350mila persone, dobbiamo essere decisi a non consentire questo sistema di indagine che non deve continuare. Dobbiamo porre dei limiti certi per la sicurezza dei cittadini». Era il 23 gennaio, ma il premier Silvio Berlusconi, presago di luttuose sventure, stavolta era stato tradito dalle sue abilità divinatorie. Se c’era da scandalizzarsi, da lanciare allarmi, da gridare al complotto, sarebbe stato profetico farlo un anno e quattro mesi prima. Il 4 ottobre 2007, La Stampa, nella placida acquiescenza di tutti dava notizia che «De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati». Farlo il 23 gennaio del 2009, è come ammettere di aver fatto un’omissione di soccorso. Nello stesso articolo del quotidiano torinese, figuravano una serie di nomi presenti nel fantomatico archivio. Di cui, molti, smentiti dallo stesso consulente Gioacchino Genchi. Nei piani di chi aveva architettato ad arte la fuga di notizie, aggiungere il nome del procuratore Armando Spataro sarebbe significato aizzare contro De Magistris i tre quarti della magistratura italiana. «Spataro non c'azzecca nulla», ha chiarito Gioacchino Genchi Idem per il prefetto Gianni De Gennaro. Cercare di infangare il consulente di Castelbuono, lasciando credere che avesse avuto l’ardire di indagare il capo della Polizia, era una mossa scaltra. Peccato che De Gennaro non abbia abboccato. Se il premier di solito usa i numeri come figure retoriche, il Corriere ne oscura il talento poetico con un titolo choc. «Genchi, 5 milioni di numeri di telefono». Un italiano su dieci è intercettato, accidenti. George Orwell è vivo e lotta tra noi. L’emozione è effimera. Il tempo di scoprire che si tratta solo di un titolo menzognero e sleale. All’interno del giornale viene chiarito che il numero delle richieste va diviso per quanti sono gli operatori telefonici, e poi ancora per le volte in cui la stessa scheda sim ha cambiato intestatario. Un calcolo neppure troppo impegnativo, renderebbe evidente che le utenze sono dunque non 5 milioni, ma neppure un migliaio. Come chiarito da Gioacchino Genchi ad Anno Zero, «i tabulati sono 752». Quasi tutti i giornali italiani, contestano inoltre a Genchi di aver intercettato cellulari facenti capo a servizi segreti e parlamentari. In primo luogo, Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua. Semmai si occupa di tabulati, perché non spetta ai consulenti intercettare. In secondo luogo, le utenze per cui si chiedono le autorizzazioni, sono semplici numeri di telefono come tutti. «Quando trovo un numero di telefono durante un’indagine – ha chiarito Genchi - lo accerto. E se trovo un numero dei servizi, che posso farci? Non mi pare che siano al di sopra della legge. E nella Why Not? sono state rilevate le utenze di autorevoli soggetti dei servizi e del Ros dei Carabinieri». «La fandonia delle utenze coperte da segreto di Stato – conclude il consulente- ancora non l’avevo sentita. E mi spiace che a parlarne siano stati dei magistrati. Come si può stabilire da un tabulato che un numero di telefono è “coperto da segreto di Stato”? Dove è scritto? Questo è ridicolo». A riprova dell’enorme corbelleria agitata tra gli scranni del Parlamento, De Magistris fa sapere all’Espresso di non avere «potuto sapere, alla fine, chi fossero le persone intestatarie delle varie utenze. Com'è noto, infatti, mi è stato avocato il fascicolo prima di averne la possibilità, mentre a Genchi è stato revocato l'incarico di consulenza. Risultato: non esiste una relazione finale». Panorama, tuttavia, presenta l’attività del consulente siciliano con un rispettoso “Nella rete di Interceptor”, senza dimenticare di condire la biografia di Genchi con un’elegante premessa: un uomo dall’”ego smisurato”. A giudicare dalla carriera, nella vita di Genchi di smisurato c’è stato soltanto il coraggio. Come racconta Salvatore Borsellino, fratello del compianto giudice ucciso barbaramente, «Il giorno stesso della strage di via D’Amelio Genchi si precipita sul luogo della strage con il capo della mobile La Barbera e quella sera stessa compie un sopralluogo sul monte Pellegrino presso il castello Utveggio». Il motivo è molto semplice. Nella sentenza del processo Borsellino bis si legge che «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utveggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi; essa tuttavia era stata lasciata cadere da chi conduceva le indagini al tempo. Il dr. Genchi esponeva tutti gli elementi sulla cui base quella pista era stata considerata tutt’altro che irrealistica. Genchi, spiega Salvatore Borsellino, aveva scoperto utenze clonate, e una rete di comunicazioni lungo il percorso per via D’Amelio già operativa da giorni, intrecci fra pezzi di Stato e “altro”. «Nel castello aveva sede un ente regionale, il C.E.R.I.S.D.I., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del Sisde – conclude la sentenza. A proposito di ipotesi lasciate cadere, veniamo quindi al’inchiesta Why Not. Perché tutti, ma proprio tutti i politici italiani dai nomi chiacchierati blaterano sul Grande Orecchio e sulla democrazia in pericolo? Solo l’imminente stretta sulle intercettazioni? Troppo ovvio. Nel grande gioco delle illazioni, c’è chi ne suggerisce alcune davvero niente male, a proposito dei tabulati di Gioacchino Genchi. «Perché sarebbero così importanti questi tracciati?» – si chiede il giornalista del Sole24ore Roberto Galullo. «Perché – secondo molti – dice Galullo - conterrebbero la prova provata che Cuffaro – sotto inchiesta per i suoi rapporti in odore di mafia – veniva costantemente aggiornato sullo stato dell’arte da Berlusconi. Fantasie? Non lo so, me lo auguro, ma per certo so che il 2 maggio 2008 il Gup di Palermo Fabio Licata ordinò la distruzione di tutte le intercettazioni dei colloqui tra Berlusconi e Cuffaro avvenute tra il 2003 e il 2004. Non sarà che Interceptor ha avuto l’unico torto di essere troppo bravo?» In Italia, prima o poi, chi tocca i fili muore. L’importante è che, si tratti di una ragazza moribonda da diciassette anni, o di un uomo che serve lo Stato con onore e coraggio da alcuni lustri, il suo corpo e la sua esistenza siano a disposizione per essere sacrificati. Tutte le volte che i Grandi Cerimonieri hanno bisogno di stordire le genti con i turiboli narcotici. Chi li respira smette di pensare. Il torto di Genchi è di non aver smesso di capire.

sabato 7 febbraio 2009

Il nostro Paese è indegno. Discarica che sguazza nel marciume e che tratta i barboni come Ecomostri


In un Paese come il nostro, in cui le piaghe sociali come il precariato e l’immigrazione sono delegate nel migliore dei casi a rubriche dei rotocalchi condite da jingle vagamente melodrammatici, in un Paese come il nostro dove il meglio che si possa fare è monetizzare il disagio trasformandolo in un circo di freak buoni per impennare gli ascolti del Grande Fratello o dell’ultima Isola dei famosi, vige la paradossale regola che gli Ultimi, gli esclusi, gli emarginati risultino intollerabili e perseguibili ogni momento nella vita reale, e che invece vadano benissimo per l’audience e lo share massmediatico. Ciò che davvero offende il cittadino e il politico di turno è il contatto ad personam, l'irresistibile fobia del contagio, la paranoia complottista per cui chiunque è scontento sia necessariamente aizzato da Grillo o Di Pietro, e nutra atteggiamenti settari volti a disarticolare la civile, civilissima società. Dove per società civile, si intende signora ingioiellata che trova offensivo andare a fare una capatina da Bulgari e sentire la propria pelle, anzi la propria pelliccia, in grave pericolo di vita. Andare da Bulgari sotto gli occhi di un Rumeno, è un attentato alla dignità, insomma. Ma se la stessa esponente della società civile, leggi cioè benestante, benpensante, perbenista, osserva lo sfigato di turno dal proprio salottino liberty, allora il disagio si trasforma in una magnifica occasione per indagare morbosamente e maternalisticamente, ciò che non funziona. Non è vero che il disagio generi indifferenza. Mettete un poveraccio davanti una telecamera, e c’è gente che si spellerà le mani per applaudirlo. L’importante è che non dia disturbo in strada. Che non protesti, ma che si limiti a frignare o a chiedere l’elemosina a capo chino per solleticare superbia e buonismo. L’ultimo disegno di legge approvato in Senato, articolo 144, prevede il censimento dei barboni. Non homeless, né clochard. Siamo in rete e le cose devono essere chiamate con il loro nome. Un’altra misura che dimostra come in un Paese come il nostro, le istanze imperialistico consumistiche abbiano trionfato.
In un Paese come il nostro, che ha ormai confinato i moti di coscienza e i sensi di colpa, le lacrime e la rabbia al divano di casa nostra e al minutaggio dell’ultima diretta, vige invece nella vita reale il principio della sorveglianza. Non si lavora per recuperare il disagio. Viene profusa ogni stilla di sudore solo per monitorarlo. Si sorveglia, non si legifera. Si ragiona con la pancia piena: sì ai vigilantes da Bulgari. No ai medici per i Rumeni. L’essere umano si mercifica in cosa. L’individuo diventa elemento architettonico. Gli esseri umani spersonalizzati diventano solo ingombro nel quadro del decoro urbano. Spazzatura che deturpa la facciata dei Centri direzionali, dell’agorà del libero business, delle Torri di controllo vilipese dallo scalpitare di una sgualdrina o dall’insistenza di un lavavetri all’angolo con la nostra pizza a taglio preferita che ci rovina la pausa pranzo.

Prostitute, lavavetri, operai in nero, operai in nero morti, clandestini, clandestini che rompono perché si ammalano anche loro e quindi freghiamoli in ospedali magari tentando di rimpatriarli perché bisogna approfittare se sono entrati in coma lavorando su un ponteggio per due euro l’ora. E poi barboni, giovani incazzati, dipietristi, grillini e travagli. Non esseri umani affondati dalla società e dal capitalismo selvaggio, ma semplicemente elementi architettonici da rimuovere, scorie tossiche da bonificare prima che puzzino troppo e si moltiplichino come virus. Masse tumorali, cancrene da asportare dall’olezzante corpo del business e della vita chic e salottiera. Masse inutili, individui che, non potendo essere reclutati come clienti, non producono utili né ricchezza. Individui che non producono interessi, non accendono mutui, non permettono la conoscenza di nessun’altra persona influente. Zavorre. Il barbone è una zavorra, consuma ma non produce. Siamo ormai all’igienismo urbano, ciò che puzza va catalogato e controllato. Ripulito, bonificato. Non sia mai che possa venire in mente a qualcuno di registrare gli homeless per pianificarne l’inserimento. Uno Stato civile dovrebbe individuare programmi di integrazione per tutti, e in particolar modo per chi vive nel disagio oggi: giovani precari, homeless, prostitute, immigrati. In un Paese come il nostro, incivile, incapace di affrontare i gangli e le metastasi del consumismo, inguattato nel principio dell’utile ad ogni costo, ipocrita e benpensante solo per convenienza, capace di ogni nefandezza nei suoi rappresentanti, inquisiti, corrotti, sfuggenti alla Legge, condannati eppure trionfanti sugli scranni del Parlamento, spendaccioni sul nostro sangue, pronti a tollerare ogni abuso e marciume purché produca reddito e ricchezze per le loro tasche, il barbone indifeso e indifendibile, seduto sulla panchina, va sorvegliato e punito. E invece, il mafioso, va celebrato come eroe. Un eroe che da tempo ha unificato due mondi: la Mafia e lo Stato. Il marcio, il lercio, lo schifo, il fetore che disturba le nari più raffinate, in quel caso non dà fastidio a nessuno. Pecunia non olet. I soldi non puzzano, e neppure il sangue di chi è morto per chi ha tentato di rivelare il gigantesco imbroglio. In questa società barboni, prostitute, precari e clandestini sono solo ECOMOSTRI. Ecomostri da abbattere senza sporcarsi le mani. Ecomostri da lasciare implodere su se stessi nell’abbandono, nell’emarginazione, nell’indifferenza, in uno Stato di vergogna e discrimine generato da una condizione poliziesca. L’attenzione poliziesca dei manganelli, dei nostri sguardi, dei nostri reality che liberano il buonismo fino al prossimo inserto pubblicitario. Che una volta varcato il portone di casa, ci fa diventare complici, aguzzini conniventi di uno Stato criminale, che reclude e uccide i suoi Figli. L'Italia è lo Stivale. Lo Stivale che ha pestato la cacca. Lo Stivale che ha deciso che non tutti gli escrementi puzzano. Che alcuni meritano, per caratteristiche fisiologiche di cristallina e acclamata indegnità, di governare le nostre vite, e i nostri Destini.

mercoledì 4 febbraio 2009

Un amore supremo. I grandi del jazz raccontati da Luca Ragagnin


Mesto, stralunato, vibrante di spasmodica aritmia. A leggere Un amore supremo (Instar Libri, 304 pagg. 15 euro) di quell’immaginifico scrittore che è Luca Ragagnin, non si può non pensare che l’odissea del jazz abbia trovato il suo bardo. Inenarrabile per definizione, paradossale perché irriducibile nell’era della riproducibilità tecnica, il suono sincopato che danna da un secolo i filologi del pentagramma, trova nei sessantaquattro racconti di Ragagnin, una rappresentazione compiuta e inafferrabile. Chet Baker, Miles Davis, Bill Evans e Charlie Parker, sfilano in ritratti atipici, lontani anni luce dai noiosi desiderata manualistici, prossimi a cavare l’anima di ciascuno dai suoni e dai corpi, in una multicroma fantasia che conferisce ad ognuno un colore stilistico irripetibile. Pittore di parole, scultore di corpi, sia che Ragagnin si attardi su «Pensieri e visioni di Lennie Tristano mentre esegue Requiem», o si abbandoni al lirismo raffinato di «Bix Beiderbecke nella foschia», racconta un’epoca, e in controluce, fosca e crassa, anche la nostra. Una rapsodia in blues, che aleggia sottile e struggente, sulla barbarica grancassa dei nostri giorni.

martedì 3 febbraio 2009

La Madonna sponsorizza libri. Succede a quella grande farsa chiamata Medjugorje


Vieni, Rinnova la tua Vita Spirituale. Esperienza di Preghiera con Ivan Dragičević & Famiglia NOVITÀ!!! Partenze 2008: ora disponibili le date. Il tuo Pacchetto di Esperienza di Preghiera comprende:[…] Incontro con padre Jozo & altri veggenti
*Esclusivamente per i Pellegrini della nostra Esperienza di Preghiera*[…] Colloqui con Ivan nella cappella della nostra casa[…] Ivan porterà il gruppo sulla collina delle apparizioni per pregare e meditare. Ci saranno molte opportunità di parlare con Ivan durante il tuo soggiorno[…] La famiglia Dragičević farà del proprio meglio per rendere quanto più possibile piacevole e confortevole il tuo soggiorno.
Così, Ivan Dragićević, uno dei sei sedicenti veggenti che «vide una figura femminile luminosa sul sentiero che costeggia il Podbrdo» il 24 giugno del 1981, invita i clienti del suo resort mistico di Medjugorje all’indirizzo
www.pilgrimages.com/prayerexperience/
E in effetti, il veggente ha avuto la vista davvero lunga. La cittadina bosniaca, un tempo semidesertica, conta oggi su un traffico di due milioni di turisti l’anno, di cui metà italiani. Mistero della Fede. Popolo di santi un tempo, siamo diventati professionisti del pellegrinaggio. Con notevole sprezzo dell’antico quisque faber fortunae suae, Ivan garantisce all’incauto avventore, nella réclame della sua casa albergo, che «la nostra Madre ti ha chiamato per una ragione speciale, per incontrare suo figlio. Loro hanno per te un progetto particolare». Avranno pure un progetto particolare, certo. E poi vuoi mettere l’emozione di essere stato direttamente selezionato dal call center della Santa Vergine? Estasi passeggera. Perché dalle pagine gialle del divino progetto, bisogna ahimè desumere che siano state accuratamente esclusi milioni di poveri e bisognosi. Per comprare il pacchetto Medjugorje servono infatti circa 2800 dollari sull’unghia. La carta di credito, precisano i rivenditori non autorizzati della Madonna, non è accettata. Tanti, benedetti e subito, insomma. Alla faccia della buona Fede. E della Santa Chiesa, sistematicamente ignorata. È il business, bellezza. E pazienza se la posizione ufficiale della Chiesa, espressa nella Dichiarazione di Zara e firmata dalla Conferenza Episcopale Jugoslava nel 1991, non riconosce la santità del luogo. «Sulla base delle ricerche sin qui compiute – recita a proposito delle comparsate della Madonna a Medjugorje - non è possibile affermare che si tratta di apparizioni e fenomeni soprannaturali». Detto in soldoni, è il caso di dire, l’unica cosa che di miracoloso c’è a oggi a Medjugorje, è la sfacciataggine dei disobbedienti tour operator e la psicosi collettiva di milioni di visitatori che tornano dalla Bosnia Erzegovina contenti e gabbati di aver fatto da pubblico pagante all’appuntamento mensile in diretta con la Madonna. In barba alle istruzioni di monsignor Tarcisio Bertone, che il 23 marzo 1996, allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, scrive al vescovo di Langres che «I pellegrinaggi ufficiali a Medjugorje [...] non possono essere organizzati né a livello parrocchiale, né diocesano, poiché questo sarebbe in contraddizione con quanto affermato dai vescovi della ex-Jugoslavia nella suddetta dichiarazione [la dichiarazione di Zara, n.d.a.]». In sintesi, cioè, i preti sono diffidati dall’organizzare viaggi a Medjugorje. Cosa concessa soltanto ai laici, che ovviamente, vista la ghiotta occasione ne hanno approfittato, utilizzando spesso le Chiese come lista passeggeri pronti all’imbarco. «La maggioranza del pio pubblico è rimasta ingenuamente vittima della grande propaganda. Questa gente stessa è diventata la più grande propaganda per gli eventi. Essi non si fermano nemmeno a pensare che la verità sia stata nascosta da menzogne deliberate». Così, il già vescovo di Mostar, Pavao Žanić, si espresse a proposito della Betlemme bosniaca ne La verità su Medjugorje (1990). Per vedere che c’è del marcio, in Erzegovina, non occorre certo un veggente. Tra i tanti «scandali» valga quello documentato e finora accuratamente tenuto nascosto in Italia della comunità religiosa statunitense fondata per «volere» della Madonna di Medjugorje, che vanta tra i testimonial alcuni dei veggenti. Si tratta in realtà di una multinazionale miliardaria, il cui fondatore è stato condannato a pagare cospicui risarcimenti agli ex adepti, che l'hanno denunciato. «Accuse di lavaggio del cervello e riciclaggio di denaro colpiscono un gruppo religioso della zona, mentre alcuni sfortunati membri abbandonano la Caritas nata nel 1987 nella contea di Shelby per promuovere l’esperienza di Medjugorje, il villaggio dell’Europa orientale in cui sei ragazzi hanno affermato di vedere la Vergine Maria. Oggi la Caritas del posto è cresciuta fino a diventare un’impresa multimilionaria, con famiglie che vivono lì tutto l’anno, un’agenzia viaggi che offre pellegrinaggi a Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina, un ramo editoriale e anche una fattoria». Scrive così, Sara Foss, sul Birmingham Post-Herald del 26 marzo 2001. Fatti che dimostrano come, se il 1 agosto del 1984, la Madonna fa una figuraccia che suscita l’ilarità di mezzo mondo, ce ne sono sante ragioni. Nel corso di quell’apparizione, le viene chiesto se ha per caso un messaggio per i sacerdoti. Lei risponde con un candido «Fate leggere ai preti il libro di padre Laurentin e diffondetelo». Evidentemente, assunta in cielo con un curriculum a prova di macchia, era già diventata socio di maggioranza.


Per approfondimenti sull’infondatezza dei fenomeni di Medjugorje, sulla mancanza di scientificità e sulle centinaia di fatti oscuri e menzogne intorno alla vicenda vi rimando al blog del professor Marco Corvaglia: http://www.marcocorvaglia.blog.lastampa.it/mcor/ che all’argomento ha dedicato un dettagliatissimo libro: Medjugorje è tutto falso, Edizioni anteprima, pagg. 288, 19 euro). Me lo posso permettere, non sono mica la Madonna.

lunedì 2 febbraio 2009

L'incredibile storia di Giovanni Piras, l'emigrante sardo che diventò il dittatore argentino Juan Domingo Perón



Un’affascinante teoria di alcuni studiosi sardi come Peppino Canneddu e Gabriele Casula, vuole che il presidente argentino Juan Domingo Perón, fosse in realtà un emigrato sardo, Giovanni Piras di Mamoiada. Sfuggito alla leva militare nel 1909, il giovane lasciò la Barbagia per cercare fortuna in Sudamerica, ma dopo una breve corrispondenza, i genitori ne persero le tracce. Le stesse inseguite un secolo dopo da Identità - La vera storia di Juan Piras Perón, avvincente documentario d’inchiesta che risale gli abissi identitari del Pascal alla luce di una rigorosa detection di stampo poliziesco. Coincidenze, tasselli, stralci di lettere, voci della Barbagia e frammenti argentini si avvitano intorno a un congegno narrativo calibrato a perfezione sulla suspense, che non si pronuncia in modo definitivo sul caso né sospende l’indagine in una nebbiosa ebbrezza da thriller. La regia di Chiara Bellini non delinea soltanto un sentiero interrotto, ma riannoda anzi le fila di un mondo antico e insulare, attraversato dall’emigrazione, a quelle di un altro nuovo e sconfinato, in cui gli Italiani potevano mutare condizione e vita, e forse il destino di una Nazione.