venerdì 30 gennaio 2009

Il lavoro nobilita, il precariato offende, ma quello che le fa girare davvero sono le bugie di Veltroni


















Recita un versetto del Talmud che se il mare fosse inchiostro e le canne fossero penne, le nuvole fossero pergamene, e tutti gli uomini fossero scribi, tutto questo non basterebbe per spiegare la difficoltà di governare. Similitudine appropriata, o persino riduttiva, rispetto alla sfrontata e ridondante ipocrisia di Walter Veltroni sul tema dei precari. Non basterebbero i blog, i cahiers de doléance, le strombazzanti filippiche de Il Giornale, le sonnolente orazioni di Dario Franceschini, i concistori di ulivisti revisionisti e dipietristi scissionisti, per rendere giustizia dell’ineffabile paternalismo menzognero del leader del Pd. Perché a parole, in lettere strazianti in cui si erge a paladino dei giovani precari, oggi, e adulti sprecati, domani, Uòlter sembra resuscitare gli ardori civili con cui Ignazio Silone decantò l’epica battaglia dei cafoni in Fontamara. E nei fatti, essendo un romanziere con il vezzo della politica, lascia i suoi giovani (e)lettori con gli occhi pieni e le mani vuote. Che il lavoro nobilita e il precariato offende la dignità dell’essere umano, Veltroni lo declama a gran voce e lo scrive su tutti i muri con l’euforia di un Jovanotti giovanilista e stempiato. Quello che si dimentica di capire è che se il lavoro nobilita, il suo dignitarismo compassionevole con cui liscia il pelo dei giovani, smobilita definitivamente la galassia over 20 che ha creduto per qualche istante in quel pasticciaccio brutto chiamato Pd. Il partito del lavoro, dell’innovazione, della nuova politica. Nei fatti solo il compimento del Veltrusconi e dell’inciucismo condito da una retorica riformista senza costrutto, ricolma però di celluloide e lustrini.

La cronaca vecchia e semivecchia parla chiaro. Se dalle parti del Pdl la sola indicazione fattiva sul precariato è affidata alla provvidenza manzoniana di un buon matrimonio, il sugo della storia del leader del Pd, può sintetizzarsi nella figura di Don Abbondio. Veltroni è un vaso di coccio, tra tanti vasi di liquame. La veltroneide può essere illustrata a casaccio. A novembre 2007, ad esempio, in carica il governo Prodi, un oltremodo stizzito Franco Giordano, allora segretario di Rifondazione, contesta il protocollo sul welfare. Subissato di scomuniche, accusato di giudaici complotti, Giordano è l’unico a ricordare agli esponenti della coalizione che il programma sui precari è rimasto lettera morta. «Non è più possibile che vi sia qualcuno che si tiene sempre le mani libere e altri che devono invece portare sempre la croce dell' essere responsabili», sbottò allora il rifondarolo. La battaglia del Prc sul protocollo è in quel momento una questione squisitamente politica, e il Pd, nonostante la miracolosa brevità della gestazione, mette subito in luce il suo principale pattern genetico: la mossa dello struzzo che affonda la testa nella sabbia. «Veltroni, dov' è Veltroni? – si chiede sconsolato Giordano – Parla tanto di giovani quando polemizza con noi che ci battiamo contro lo scalone, ma ora che si tratta di difendere i precari e stabilizzarne il lavoro, il segretario del Pd stranamente tace». Niente di strano, perché dietro lo strappo di Palazzo Chigi sul protocollo c’è lo zampino di Uolter. O meglio di mister Poltrona Frau, Luca Cordero di Montezemolo. La Confindustria non gradisce i progetti sui precari, e Veltroni si appecorona subito. «Dopo aver passato mesi a parlare dei diritti dei "giovani" adesso sono spariti. Dove sono Veltroni e gli altri ora che serve combattere contro l' uso sistematico dei contratti precari?», cantilena Giordano a conclusione della sacrosanta geremiade. Un fantastico déjà vu che ci riporta ai nostri giorni. Con la differenza che allora Veltroni era al governo. Figuriamoci adesso che è il leader di un governo ombra e chiede un salario minimo di 1000 euro per i precari. In pratica una favoletta. Quella di una mosca cocchiera che si pregia però di un involontario e spassosissimo humour. Entertainer giovanile di giorno, maggiordomo di Confindustria alla sera. Anche nel luglio 2007, Veltroni tuonò contro il sistema che uccide il futuro dei valorosi giovani nostrali. «Ci sono precari con laurea e master che lavorano nei call center, e che vengono licenziati – tuonò – e c' è gente che non sa fare assolutamente nulla e che per questo vince molti denari». Tanta delicata empatia verso i lavoratori a cottimo dei call center, veri e propri schiavi, prigionieri di un cortocircuito politico-economico criminale, Veltroni l’aveva maturata nel 2006. I lavoratori dell’Atesia, colossale call center noto come il più grande lager giovanile d’Italia, si riversano in Campidoglio per chiedere all’allora sindaco Walter Veltroni, un intervento a favore della loro stabilizzazione, promessa e rinviata dai datori di lavoro con impareggiabile sfacciataggine. Dal 1989, «per logiche di mercato», Atesia ha scelto di non contrattualizzare nessuno a tempo indeterminato. Come a dire: sarebbe un autentico spreco, pagare qualcuno che sta male o che si azzarda a pensare a un giorno di ferie. Veltroni naturalmente non muove un dito, e l’apprezzamento per le politiche della Sinistra in materia di precari non manca di manifestarsi i primi di novembre del 2006. «Ministro Damiano, il tuo conflitto di interessi si chiama Tripi», urlano i Cobas della Telecom da un’auto rossa che ha le parvenze di un telefono ambulante. "Tripi è il padrone di Athesia, il call center con tremila precari solo a Roma", specifica un volantino. "Amico dei padroni, vattene", lo omaggia un altro volantino. Damiano, ministro ed esponente di spicco della sinistra riformista di Walter Veltroni, ingoia amaro. L' ex no global Agnoletto, fa notare che c’è un abuso di figure retoriche dietro la protesta. «Amico dei padroni è persino una gentilezza», declama con una rapida e involontaria illustrazione della litote. «Damiano è servo di Confindustria». La ricetta di Uolter e della sinistra riformista per i giovani precari è insomma abbastanza chiara. Il lavoro nobiliterà pure, per carità. Il precariato offenderà senz’altro. Ma di grazia, quello che le fa girare davvero, è la presa per i fondelli.





martedì 27 gennaio 2009

Vi ricordate la splendida canzone che introduce "L'amico di famiglia"? Antony and the Johnsons sono tornati con un nuovo magnifico album

Reduci da due apprezzati cammei negli album di Franco Battiato e Marianne Faithfull, Antony and the Johnsons proseguono il loro originale percorso artistico iniziato nel 2000, con The Crying Light, nuovo attesissimo album, in uscita questa settimana, che dovrà confermare giubili e gaudi suscitati nel 2005 da I Am A Bird Now . Disorientate, perdute in un labirinto sonoro che dirotta di continuo le attese tra le anse del rock, i languori pop, e i raffinati vocalizzi soul di Antony Hegarty, le tracce del nuovo album disegnano una cifra espressionistica che fa pensare al primo cinema di Fritz Lang. Inquieta e nervosa, a tratti leziosa, la scia sonora di Hegarty insegue un ideale bucolico, oscillante fra la georgica simmetria di Everglade e la cocente tetraggine di Another World. Dedicato al danzatore e coreografo giapponese Kazuo Ohno, raffigurato sulla copertina dell'album, The Crying Light è un lavoro spinoziano, che cerca un’impossibile unanimità con il mondo e le sue leggi. Una tentazione animista, continuamente frustrata, che trova in una felice istantanea sinestesia, il precario appiglio per non scivolare nel baratro di se stessi.

Torna il mitico festival dell'Isola di Wight. I primi nomi per l'edizione 2009


Finì con un deficit di 125mila sterline e l’eco trentennale dell’ultima grande esibizione di Jimi Hendrix, con gli strepiti degli abitanti dell’Isola, non avvezzi a tanto clamore, e lo strascico leggendario della fine di un’epoca. Il Festival di Wight del 1970 è rimasto un tabù inaccessibile fino al 2002, ma pur non avendo raggiunto i fasti documentati in Message to love, dal 2002 ha saputo mantenere buon seguito e dignità artistica. Per l’edizione del 2009, annunciano gli organizzatori, sono stati scelti come apripista i Prodigy, che sfrutteranno l’esibizione sull’isolotto britannico per presentare alcuni brani del nuovo album Invaders must die. A completare la giornata inaugurale anche Ting Tings, Pendulum e Basement Jaxx. Rese note le tariffe, pass con campeggio a 140 sterline a persona, e venti in meno senza pernottamento, vige ancora il più stretto riserbo sugli ospiti delle due serate conclusive. Pare certo, invece, che come nella scorsa edizione, parte del budget verrà impiegata per ridurre l’impatto ambientale del Festival nella verdissima isola.

domenica 25 gennaio 2009

"La mia vita è stata una corsa". La docu fiction su Craxi che piace tanto a Berlusca


Statista combattivo, protagonista di una stagione politica seppellita da Tangentopoli, icona celebrata e rimossa dei sancta sanctorum della partitocrazia odierna. A nove anni dalla sua scomparsa, mentre continua a far discutere in absentia, Bettino Craxi riprende la parola in un documentario di Paolo Pizzolante. Prodotto dalla Fondazione Craxi, La mia vita è stata una corsa ha per molti il torto di non approfondire le vicende giudiziarie nelle quali fu coinvolto il leader socialista, e il pregio di restituire all’immaginario, specie a quello dei giovani, la ruvidezza polemica e la preveggenza di Craxi su molti temi che ancora oggi scuotono l’Italia: il malaffare come costume politico condiviso, i missili delle superpotenze, gli eccessi di un mercato belluino che affama le categorie più deboli. Accompagnato dalle testimonianze di Felipe Gonzaléz, Mario Soares e altri esponenti del Garofano, il documento si sofferma anche sull’invasione sovietica dell’Ungheria. Un fatto che, per Bettino Craxi, segnò nel 1956 la definitiva svolta anticomunista. Ben montato e dotato di brio narrativo, La mia vita è stata una corsa riannoda le fila di un passato che ancora oggi, potato o taglieggiato, è molto più complesso di questo presente frenetico e liquidatorio.

Cat Power: voce d'angelo e classe da vendere per il suo nuovo ep

«Ci sono fuoriclasse che si permettono il lusso di riservare pezzi da novanta in uscite minori». Così, Elena Raugei, presenta su ilmucchio.it Dark End Of The Street , ultimo brillante extended play di Cat Power. La cantautrice americana, apprezzata anche in Italia nella soundtrack di Io non sono qui , sciorina trenta minuti di genuina passione musicale con apparente nonchalance. Contro l’abituale pitoccheria con cui anche sommi artisti smerciano i propri materiali di riporto, le sei cover che compongono l’ep di Charlyn Marie Marshall, stupiscono per l’apparente svagatezza con cui sanno raggiungere picchi emotivi di assoluto valore. Registrate a margine del precedente Jukebox, spirano da un retroterra polveroso e fumogeno, le brezze cristalline di Dark end of the street e It Ain’t Far, scippate con sprezzo del pericolo alla Franklin, e poi I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) di Otis Redding, che pur lontane dalle radici musicali dell’artista, profumano di ispirata maturità." I pastosi arrangiamenti della Dirty Delta Blues Band leganol’eterea voce della Marshall a una nuova temperie sonora. Quella che abbiamo di fronte, è un’elegante signora della musica.

Da Morgan a Battiato, una voce unanime. Settant'anni fa nasceva quel genio di Giorgio Gaber


«Confrontarsi con lui imponeva, impone, onestà intellettuale; la scelta di preferirsi persona piuttosto che maschera. E non è mai facile accettare chi ci mette di fronte alle nostre finzioni, trasformandosi in uno specchio capace di mostrare esattamente chi e come siamo dentro». A settant’anni dalla sua nascita, Dalia Gaber ricorda così la straordinaria personalità del padre in Gaber, Giorgio, il signor G. Raccontato da intellettuali, amici, artisti (Kowalski, 251 pagg. 13 euro). Curato da Andrea Pedrinelli, il volume è un’antologia di interventi in memoria dello chansonnier milanese. Da Maurizio Costanzo a Morgan, da Vincenzo Mollica a Eugenio Finardi, viene rievocata la vena ironica e surreale dell’artista, il lascito poetico e aguzzo che i suoi testi teatrali affidano a tempi così pragmatici e rudi, destinato a perdersi in rivoli flebili. Franco Battiato, che per lui curò Polli d’allevamento, è amaro: (Gaber, ndr.) «non poteva immaginare che nel giro di qualche anno tutto quello che lui ha combattuto (l’inciviltà, l’incompetenza, il pressappochismo, il delinquere come filosofia di vita) sarebbe diventato per mezza Italia un sano obbiettivo, finalmente raggiunto».

sabato 24 gennaio 2009

Quando Montanelli, Moro e Giorgio Bocca esaltavano l'Italia fascista


«Non si sarà mai dei dominatori se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Niente indulgenze, niente amorazzi. Il bianco comandi». Così, il ventiquattrenne Indro Montanelli magnificava l’ardore bellico italiano, direttamente dal fronte d’Etiopia. Anni dopo il giornalista minimizzò, l’Etiopia era stata per lui solo un’ «avventura coloniale e sportiva», dichiarò. Ognuno cura la propria forma fisica come meglio gli aggrada. Magari evitando di fare jogging in compagnia di locali. E pazienza, se nell’apice della tensione cardiovascolare, sfugga di bocca un elogio alla «poesia squadrista». Cose che capitano, negli sport di gruppo. «Quando noi uomini ci formammo, lui era già un Mito lontano», specifica Montanelli a proposito della vacanza sportiva. Il Duce, si sa, era un coach eccellente, ma un po’ inaccessibile. Una specie di Mourinho, per intenderci. Lo spregio per il totalitarismo, l’intolleranza, la limitazione della libertà, e l’antifascismo, non impedirono a un quanto mai audace Aldo Moro, di prevedere prima di tutti esiti scientifici oggi largamente condivisi in campo biologico. «La razza - proclamava ai discepoli nel 1943- è l’elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare della esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo delle particolarità dello Stato». Detto in soldoni, lo Stato si fondava a quel tempo per Moro, sulla razza. Forse tenui rigurgiti dei tempi del Guf e dei Littoriali fascisti da lui frequentati con passione e non certo perché costretto, come dichiarò anni dopo, visto che l’Università poteva essere frequentata nel Ventennio senza alcun obbligo di adesione. Molto più semplice, capire come le pagine delle sue lezioni baresi per la casa editrice Luce, furono ridotte e mutilate nella ristampa successiva alla sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Parlare del «valore fondamentale del Fascismo ( la maiuscola è sua) nella storia della civiltà», dategli torto, non era più così opportuno. Vetusto di bile antisemita, Giorgio Bocca, antifascista di professione, si era concesso un breve congedo il 14 agosto 1942. «Sarà chiara a tutti – ammoniva sul giornale della federazione fascista di Cuneo con sabbatica flemma – la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù». «Sarà sotto l’egida dell’Asse invincibile, la nuova Europa del Diritto, della Giustizia, della Libertà, dell’Amore», gli fa eco l’allora direttore del Corriere della Sera, Giovanni Spadolini. Una Cee dai padri nobili insospettabili. Anche Ungaretti, complice un refuso, si lasciò trascinare nel labirinto della correzione ortografica, che per una serie irripetibile di sfortunati eventi, trasformò il suo sempiterno antifascismo, in un sobria esaltazione della «pietà romana del Duce» che «insorse in mezzo ai forsennati». Solo allegria di naufraghi. Dopo lo sbarco, anche la sbornia più pertinace restituisce l’impegno civile e il lirismo engagè. Solo alcuni piccoli esempi, di come l’antifascismo, la Repubblica italiana e i valori della civiltà postbellici, siano stati fondati da gente che aveva avuto davvero voce in capitolo. Gente che, a dispetto delle bizze della memoria, se ne intendeva davvero.

giovedì 22 gennaio 2009

George W. Bush. Dove eravamo mentre quest'uomo dirottava la sua idiozia contro il nostro futuro?


«I poveri non sono necessariamente assassini. Solo perché ti capita di non essere ricco, ciò non significa che tu voglia uccidere». Meno male che l’infinita grazia del Signore abbia concesso al suo unto, nonché portavoce, George W. Bush, una straripante e incontenibile ricchezza. Essendo un assassino, un criminale di guerra, un pluriomicida capace di spezzare la vita di un milione e duecentomila civili iracheni, risulta difficile immaginare quali eucaristici olocausti Walker Texas Ranger avrebbe potuto portare a compimento, se invece di essere il figlio incapace e inadeguato di un già mediocre presidente come il padre, fosse nato povero e non necessariamente assassino. Un paternalismo imbevuto di benevolenza dickensiana, che non ha risparmiato a lui, curioso come George, la tipica deriva da bignamino repubblicano: alcool, gioco d’azzardo e dulcis in fundo, l’abbraccio della Fede. Un abbraccio purtroppo mortale, che nel nome dell’Altissimo, del Bene contro il Male e di altri sublimi concetti tratti da due o tre blockbuster hollywoodiani, ha ridotto l’umanità in ginocchio. Saremmo però sin troppo spietati, a credere George responsabile dell’incredibile numero di disastri perpetuati in qualità di Commander in Chief. «Io ho fiducia che Dio parla attraverso di me. Senza questo, non potrei fare il mio lavoro», ha spiegato un giorno a una comunità amish. Come a dire che lui è solo il sicario, e che il mandante è Gesù Cristo. E’ comprensibile come ostacolare un progetto divino di tale entità fosse impresa disperata, per chi si limita all’olio di gomito e alle scarne risorse del semplice intelletto medio, ma l’impero di Bush e le sue nefandezze si sono susseguite per ben otto anni con un coefficiente di difficoltà mistico. Una ridda di azioni irresponsabili, arroganti, proterve e del tutto prive di fondamento, sospinte da un gigantesco cortocircuito mediatico fondato sulla menzogna e sulla pressione politica che l’ha imposta come verità. Un sistema perverso che ha eletto l’idiozia e l’ignoranza a forza motrice del mondo, e il silenzio e la falsità alla sua legittimazione. A pochi giorni dalla sua fine, l’era di George Walker Bush, è costellata da improperi e ammiccamenti, da mezze frasi ironiche e indignate denunce del suo operato, da veleni e frecciate di ogni genere. Noi giornalisti siamo come gli scarafaggi: usciamo allo scoperto quando è ormai tutto buio, la nostra tana è al sicuro, e la denuncia memoriale scoppiettante di retorica. Tutto ormai inutile, signori. Abbiamo abboccato anche noi, in buona o in cattiva fede. Noi giovani soprattutto. Dove eravamo, mentre George Bush dirottava contro il nostro futuro i missili letali della sua idiozia? Dove eravamo, mentre Mr President ordiva, come probabilmente è accaduto, con la sua setta neocon, gli attacchi dell’11 settembre? Eravamo impegnati con le nostre armi di distrazione di massa, eravamo in ginocchio a pregare il Cowboy della Fede, il Gendarme del Santo Sepolcro, di punire Allah per la sua sanguinaria ferocia. Eravamo a mani giunte, adoranti, a recitare l’atto di Fede dinanzi alle notizie deliranti di Fox news, ai programmi televisivi di casa nostra asserviti alla gigantesca menzogna. Ipnotizzati di fronte a una realtà catodica strumentalizzata, schiacciati e proni a chiedere salvezza di fronte al Grande Palcoscenico costruito perché battessimo le mani con la coda tra le gambe e il bavaglio in bocca. Eravamo tutti a leggere fiabe, eravamo tutti a leggere La mia capretta, per poi mostrarci stupefatti dinanzi agli orrori di Guantanamo, alle intercettazioni illegali di migliaia di americani per cui nessuno oserà portare a termine l’impeachment, per le rendition illegali e i waterboarding, per l’assistenza sanitaria gratuita negata ai bambini poveri statunitensi, per le valanghe di dollari riversati nelle tasche di banche e bancari responsabili di qualcosa come cento milioni di nuovi poveri in tutto il pianeta, per gli studi sull’effetto serra manipolati dallo staff presidenziale di George, per la mancata adesione al protocollo di Kioto, per le migliaia di soldati americani mandati al macello perché allettati dall’idea di salvare le proprie vite di stenti, per i disastri in Iraq e Afghanistan, per le città cimitero ridotte in polvere, per i milioni di dollari ufficialmente destinati alla ricostruzione finiti invece nelle tasche della società petrolifera di Dick Cheney. No signori, non c’eravamo. Mentre George W. Bush faceva crollare le torri della nostra civiltà, lasciando morire nel fango milioni di persone, e milioni di vite rimaste seppellite nel fumo della morte e della povertà, eravamo tutti a leggere La mia capretta. Ed è una ben magra consolazione, per noi tutti, gridare adesso a squarciagola: Go Home, American Idiot. Non siamo stati capaci di travolgerti, dittatore sanguinario. Ci penserà la valanga della Storia.

martedì 20 gennaio 2009

Moccia: i dieci passi per diventare suoi discepoli


MANUALE DEL MOCCIOSO PERFETTO
IL VANGELO SPIEGATO AI GIOVANI

Mocciosi in 24 ore. I 10 Step per diventare suoi discepoli

MANUALE DEL MOCCIOSO PERFETTO

IL VANGELO SPIEGATO AI GIOVANI

1) Quel giorno il profeta si arrampicò sul suo attico ai Parioli e disse:
«Che posto di merda è..pieno di figli di papà. Che poi se ci pensi bene siamo figli di papà anche noi..perchè dici così? Perchè non ci manca niente,no? si non ci manca niente ma siamo diversi dai bravini,e se nascevamo in periferia? Eravamo diversi.
Il problema sono le luci della città…le stelle ci sono…ma non si vedono! (Come te nessuno mai)

Essere Pariolini. Essere Scontenti. E sognare di essere “nato ai bordi di periferia”. “E’ più facile sognare che guardare in faccia la realtà”. Bisogna sognare di essere Eros Ramazzotti imprigionati in un corpo che non ci rappresenta. E di notte fare i travestiti. Da Moccia. Procurarsi a tal proposito una moto truccata e una t-shirt da Che Guevara per disperdere le tracce residue di aria pariolina. Procurarsi Jump di Mennen e spargerlo abbondantemente su tutto il corpo. Mettere un Casio al polso. Avendo cura di lasciare il Rolex sul comodino. Frase doc: “e camminare a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”. Non tanto.

2) Quel giorno il profeta si avvicinò ai farisei che combattevano contro il costo delle ricariche telefoniche e disse:

«… quando perdi tempo al telefono, quando i minuti scorrono senza che te ne accorgi, quando le parole non hanno senso, quando pensi che se qualcuno ti ascoltasse penserebbe che sei pazzo, quando nessuno dei 2 ha voglia di attaccare, quando dopo che lui ha attaccato controlli che l’abbia fatto veramente, allora sei fregato»
(Ho voglia di te)

Comunicare. Non importa che cosa, basta che si parli del proprio male di vivere. Ma solo al telefono. Le parole sono fatte per essere dette, e quando ti deludono non scoraggiarti, anche la mitragliatrice Muccino fa delle pause. Cioè le parti più interessanti del tuo discorso, quelle che ti salveranno la faccia dagli schiaffi. Messe al punto giusto qualche volta evitano la lapidazione. Così come un sms o una telefonata sul cellulare numero due. Frase doc: “Ti telefono o no, ti telefono o no, ho l’umore in cantina”. Dove per gravità sono precipitati anche i nostri zebedei.

3 ) Quella notte il profeta salì sulla sua Porsche cabriolet

e disse :


“E’ la normalità la vera rivoluzione…..è la fedeltà la vera utopia… (L’ ultimo bacio)

Andare dove ci porta il cu(ore). Sempre. Credere in noi stessi, anche la distrazione di una serata può cambiarci la vita. E chissenefrega di cosa pensano, abbiamo il diritto di battere i nostri sentieri fino in fondo. Nessuno può costringerci a indossare una corona di spine. Frase doc:

“Quant’è bello far l’amore da Viale Trieste in giù “. Se va male “trovi un altro più bello che problemi non ha”e tanti auguri.

4) Quella sera il profeta uscì dalla multisala e disse ad alcuni

che cercavano di rianimare un innamorato triste per la fine del film:


«Quando un tuo amico si innamora non sai mai come comportarti….Sì….perchè o usi la violenza e cerchi di farlo tornare in sè oppure diventi automaticamente il suo confessore….e ti dice tutto…e a te non te ne frega un bel cazzo di niente…perchè i problemi di un innamorato sono solo una serie di fregnacce senza limiti….»

(Manuale d’amore )

Le stesse che messe insieme vendono abbastanza bene, no?

Frase doc: “Io non so parlar d’amore, l’emozione non ha voce”. Magari

5) Quella sera il profeta aveva un leggero languorino e disse:


«Avete presente la maionese? Si la maionese, quella nelle vaschette dei fast food, quella che spremi il tubetto ed esce fuori. Credo che non ci sia niente di più difficile da fare, mettere insieme le uova, il limone, il sale e l’olio bè credetemi, in confronto è più facile innamorarsi di qualcuno che non pensavi mai e poi mai che ti sarebbe piaciuto. Davvero, la maionese è così, fa impazzire da un momento all’altro. Un istante sembra perfetta e l’istante dopo tutti gli ingredienti se ne stanno per i fatti loro. Ma se ci riuscite non c’è niente che vi potrà fermare». (Tre metri sopra il cielo)

Frase doc: «Folle folle folle idea se io chiudo gli occhi sono tua»

6) Quella sera il profeta, giacchè si imbattè in alcuni giovani afflitti da disfunzioni erettili raccontò la parabola di Lazzaro:
Lucia: “Ti faccio male?”
Nicola: [scuotendo la testa pensa] “Tu non mi faresti male nemmeno se usassi la sega elettrica. Ma da dove vieni? Chi ti manda?”
Lucia: “Non ti preoccupare se hai un’erezione, è normale.”
Nicola: “No, no, che erezione…”
Lucia: “Succede spesso, ci sono abituata.”
Nicola: “No sai che c’è… è che ho un po’ di freddo.” [poi pensa] “Porca puttana se n’è accorta…”
Lucia: “Guarda che è un bene, vuol dire che funziona tutto.”

(Manuale d’amore 2)

Frase doc: Get up, stand up, get up for your rights

7) Quella sera il profeta si imbattè nella Maddalena e la portò al riparo nella taverna in cui era solito desinare coi suoi discepoli. Le offrì una Caipirinha e disse:

«Io vorrei… Ne prendo un altro. Non vorrei… me lo scolo tutto di un fiato. Ma se vuoi… Un altro bicchiere ancora. Come può uno scoglio arginare il mare? Non ho mai saputo rispondere a quella domanda. Torno da lei, ci sediamo sul divano. E guardandola trovo risposta. È impossibile. Il mare è infinito. Proprio come i suoi occhi. E il mio scoglio… Beh, il mio scoglio è troppo piccolo». (Tre metri sopra il cielo)


Sicuro sicuro che il problema era lo scoglio?

Frase doc: “Mi dispiace devo andare via, non sapevo che era una bugia,quanto tempo perso dietro a lui, che promette poi non s’alza mai”

8) Quel giorno il profeta sedette in riva al lago e dopo un lauto banchetto parlò del regno promesso mordendosi la lingua:

«Guardare in faccia il proprio destino non è facile anche perché il futuro non si vede. E’ come la Turchia». (Che ne sarà di noi)

Frase doc: “Non so dove mi porterà questa marea, a largo o a riva non ho idea. Non so domani neanche se sarò con me”

Dentro abbiamo di lui un’immagine che non parla. E non vogliamo rovinarla. Mai nessuna foto renderà giuftizia al fuo forriso quando efplode all’impfovviso sul suo fiso. (*canzone rap italo-muccinese)

9) Quel giorno il profeta si recò alla Stazione Termini e si imbattè in un vagabondo che aveva raccolto talenti non a sufficienza per far ritorno al suo paese

«Il mondo ti vuole rapido perché tu possa sempre arrivare in orario, ti vuole veloce per ricordare solo il rumore del tuo passaggio, è per questo che quando ti accorgi che non stai andando da nessuna parte, allora acceleri, fm 107.3 Radio Caos, vado a farmi vedere, ma da uno bravo…» (Tre metri sopra il cielo)


Appunto. Frase doc: “corri svelto non voltarti la sirena è quella del’infermeria”. Che è scattata dopo l’evasione dalla clinica.

10) Quel giorno il profeta disse che era giunto il tempo che ascendesse al cielo, e i discepoli lo apostrofarono:

«Ma che ti porti dietro?« E lui: «Zero».

«E quanto starai via?»

«TANTO, SPERO»

Poi dopo 50 metri discese dal mezzo che gli aveva dato uno strappo. Era già il tempo dell’happy hour e il profeta Moccia finalmente ascese, tre metri sopra il cielo.

lunedì 19 gennaio 2009

No line on the Horizon: firmato U2



Una lingua di terra di foggia lunare, tagliata a metà da un cielo di barbara vuotezza. Tinteggiature scarne dalle cromie patibolari, che oscillano in un grigiore surreale. L’immagine di Hiroshi Sugimoto, fotografo giapponese che griffa la cover del nuovo album degli U2, consacra l’orizzonte infinito e l’eternità dei sogni, che sopravvivono a dispetto del reale e delle meschinerie individuali, nel deserto della contemporaneità. Una pausa di riflessione, a metà fra vita vissuta e vita pensata, coronata dall’omonimo simbolo dell’interruzione, reso celebre dai comandi analogici degli apparati video sonori, posto dall’artista giapponese a metà fra cielo e terra. No Line on the Horizon, ennesimo crack annunciato di Bono e compagni, si presenta ancora una volta intenso e disperato, lirico e possente, come nell’abituale universo immaginifico della band. Un lavoro complesso e a tratti difficile che vedrà la luce il 16 febbraio, ma già battezzato dal primo singolo estratto, Get on your boots, su tutte le radio da lunedì 19 gennaio. Undici tracce, da Moment of Surrender a Cedars of Lebanon, che scalderanno questo lungo cogitabondo inverno.

Il viaggio di Gesù

Presentato due anni fa nella sezione Ici & ailleurs del Festival di Locarno, Il viaggio di Gesù di Sergio Basso ripercorre l’itinerario evangelico intrapreso dal messia nei luoghi della Terra Santa. Un lembo di terra che duemila anni dopo, sulle orme dei pellegrini che ne calcano i sentieri, e dei raid infiniti che ne macchiano i confini, appare stretto tra insanabili contraddizioni. Affidato alla limpida prova d’attore di Valerio Binasco, il cammino del nazareno muove in una contemporaneità senza appello, in cui il fragore della guerra ha tacitato le parole di pace e fratellanza, e le bombe e l’orrore hanno disertato una terra arida che pure un tempo generò un nuovo mondo. Scrittori, musicisti, madri e studenti affiorano dalla polvere come fiori rari, premi alla fatica o miraggi che balenano, per poi tornare inghiottiti nel silenzio di un cammino che pare aver smarrito la meta. Del viaggio erratico, apparentemente indefinito ma segnato da una volontà imperscrutabile, pare non sia rimasto più nulla, duemila anni dopo la venuta di Cristo. Di quel viaggiare, liberante e liberatorio, sembra dire Basso, non è rimasto che un errare. Un peregrinare, che in ogni luogo, equivale a fallire.